di Franz Krauspenhaar
Sono passati trent’anni da quell’unica volta che mi capitò di andare al cinema con i miei genitori, che erano ancora giovani: mio padre aveva ancora tutti i capelli neri e mia madre era bionda ed era ancora una bella donna; andammo a vedere Taxi Driver; l’altra notte non riuscendo a dormire e facendo zapping forsennatamente ho trovato, per un miracolo palinsestico, uno spazio d’interesse vero in quel turbinare in senso spesso contrario di canali inutili, e ho rivisto il film su Retequattro, rimanendo sveglio e fisso davanti al piccolo schermo come l’Alex di Arancia Meccanica, con gli occhi sbarrati, stanchi, brucianti, fino alle due e mezza del mattino; e dopo ho fatto fatica ad addormentarmi; e nel dormiveglia i temi dell’acqua, del sangue, delle luci artificiali, i colori accesi del fotografo Michael Chapman ricorrevano pulsanti nel sottosuolo della mia testa; ed è stato bello ma ancora una volta doloroso rivedere Taxi Driver, per l’ennesima volta; perché ogni volta che lo rivedo scopro qualcosa di tremendo che non ho ancora visto prima; è un pugno da K.O. ogni volta, che si rivela più duro per l’appunto ogni nuova volta.
