The FK experience

August 9, 2005

UN UOMO DI GUSTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:21 pm

Questo nella foto è Rififi (tra i miei link), un uomo di gusto. Si vede dalla postura, e anche dal libro che ha in mano. Quale libro? Ma il libro. Si, è facile riconoscerlo. Sulle spiagge italiche non si legge altro (o quasi). Si rubano le copie l’un altro, i bagnanti. La notte c’è chi lascia all’asciutto la moglie, o il marito, pur di morderne le pagine fino al finale. Ne approfittano bagnini dall’occhio lungo e consolatrici prezzolate e non… Cattivo sangue è un vero bastardo che fa male alla coppia, si, ma chissenefrega? Sono cinico (vedi post precedente) e allora non c’è pietà. Nessuna pietà dev’esserci! E già che ci siamo guardate l’espressione d’intima soddisfazione che promana da questo bell’uomo di gusto della foto; sta leggendo questo libro che - è evidente, basta guardarlo - gli gusta. Come la vecchia Y10, il libro piace alla gente che piace. Capita l’antifona? O, come disse Raoul Casadei: rezepito?:-)

ECCIAVEVARAGGIONE!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:55 pm

"Il cinismo è il coraggio di ammettere la realtà e di pronunciarla".

(Gregor Von Rezzori)

POSTCONSULTAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:38 pm

di Giancarlo Tramutoli

(Prendo questa poesia da un commento apparso su Vibrisse e con l’autorizzazione dell’autore molto volentieri pubblico. M.U.)

E’ noto:/anch’io sono nato/ senza essere interpellato./ Spero almeno da morto/ di non farmi il torto/ di non essermi consultato./

August 8, 2005

DALL’AMORE ALL’ODIO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:44 pm

"Noi siamo intimi amici di certe persone e crediamo, in effetti, che lo saremo per sempre e quando un giorno veniamo delusi proprio dalle persone che considerevamo superiori a tutte le altre, persone che ammiravamo, che in fondo addirittura amavamo, allora le detestiamo, queste persone, e le odiamo, e non vogliamo avere più niente a che fare con loro, dato che non le vogliamo perseguitare per tutta la vita con il nostro odio, come in origine facevamo con la nostra simpatia e con il nostro amore, semplicemente le cancelliamo dalla nostra memoria."

(Thomas Bernhard -  A colpi d’ascia)

L’ARTISTA E IL MALE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:15 pm

"Non c’è un essere così positivo quanto l’artista il cui materiale è il male. Egli libera dal male. Tutti gli altri non fanno che sviare il male e lo lasciano nel mondo, che si trova allora tanto più duramente colpito da un sentimento di derelizione".

(Karl Kraus)

August 7, 2005

SOTTO L’OMBRELLONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:40 am

L’estate è una stagione essenzialmente stupida. Non che le altre stagioni siano intelligenti: l’inverno intabarra la propria stupidità sotto cappottoni e cieli scuri, la primavera è fessa per definizione, con i suoi alti e bassi uterini. L’autunno è scemo con dolcezza peripatetica. Ecco, in estate la stupidità del mondo è più evidente, è scoperta, è nuda. Non riesco a dormire, mi ritrovo a guardare la tivu alle quattro e mezza del mattino, disattività per nulla dilettevole. Passo da un canale all’altro, su Raitre pesco addirittura una puntata di Twin Peaks; l’investigatore a testa in giù parla dal viva voce alla segretaria della bontà della crostata di ciliege servita al motel dov’è alloggiato. Continuo a fare zapping ma al rallentatore, forse data l’ora felpata. Improvvisamente mi fermo su Video Italia Solo Musica Italiana: m’aspetto la comparsa di Piero Pelù et horrorsimilia, (magari di quel fesso quattro stagioni di Gianluca Grignani), invece noto una spiaggia finta da soap opera: con tutte le spiagge vere presenti sui nostri litorali, è giocoforza che io mi metta a pensare a un momento di insano surrealismo. Compare una strana coppia, per quanto le coppie sono tutte più o meno strane, per cui, se tutte le coppie sono strane, mi viene subito da pensare che non ne esistano, di davvero strane; ma comunque, la coppia in questione è composta da Lino Banfi e da Amedeo Minghi, il cantautore del Papa Defunto, quello che canta sempre al passato remoto. Banfi, dal canto (si fa per dire) suo, è sempre più senza vergogna: con la scusa del disco registrato per l’Unicef (un’organizzazione che dal punto di vista artistico, con la buona scusa della beneficienza per i bimbi sfortunati, mette in circolazione da anni ciofeche imprevedibili anche per il cuore duro più calcareo a prova di Calfort - vedi alla voce: Uffenwanken) si mette a ballicchiare a spasso con la sua pancia con in testa un fazzolettone grigio da muratore annodato ai quattro lati. Minghi porta sempre i suoi capelli mesciati ma per fortuna ha rinunciato da tempo all’improponibile codino anni 80 (una delle invenzioni più trash di quegli anni) , indossa una maglietta giallognola e pantaloni bianchi e accenna goffamente qualche passo di semitwist parkinsoniano. Spaggia finta, cielo finto, due sdraio e un ombrellone blu forse veri: i due duettano Sotto l’ombrellone, la traccia che dà il titolo all’album appena uscito del nuovo duo, (testi di Banfi, musica di Minghi) proventi da devolvere all’Unicef eccetera eccetera. Semprechè serva a qualcosa,  semprechè insomma il disco venda bene, cosa che - così sui due piedi - mi sembra evento altissimamente improbabile. Il pezzo, da un punto di vista musicale, sembra un misto gelato da yogurteria riminese tra certi post-twist dei Righeira in ralenti per effetto di una sfumazzata di crack, ammantato per soprammercato di mosceria post-prandiale per effetto dell’ingurgitamento di 350 grammi di ditaloni al forno divorati sotto il solleone; motivetto facile facile, senza pretese, già sentito duemila volte, ritmica elettronica in voga più di vent’anni fa, un tuffo a testa bassa - da suicidio- nel passato più vieto: mi sommerge una malinconia improvvisa e dannata anche data l’ora triste solitaria y final, una malinconia che spezzerebbe le reni alla Grecia di qualsiasi frenesia dell’estate. Il twist originale, quello dei Peppino di Capri, per intenderci, è invecchiato molto meglio, è un reperto ancora archelogicamente orecchiabile. Il testo di Banfi fa paura, anzi terrore: "Sotto l’ombrellone, io e te..". (…) rima incalzante di ombrellone con polpettone e di "io e te" con un tale Giosué, che si scoprirà poco più avanti essere il cane della presunta famigliola da spiaggia libera. Ma questa famigliola della canzone, che sta sotto l’ombrellone, che litiga e che mangia il polpettone (una parte, perchè il resto se lo sbafa quello stronzo del cane), insomma questa famigliola che sta sotto l’ombrellone più o meno in due ("io e te!), da chi cazzo è composta? Banfi e Minghi duettano e  l’impressione netta, all’ascolto, è che sotto l’ombrellone ci stiano proprio loro due. E basta. Soli, a parte il cane. I soli umani, ecco. Ovvio che l’intenzione dei due era quella di parlare (parlare?) di una coppia di sposi di una certa età (guardandoli verrebbe spontaneo pensarlo, soprattutto per quanto riguarda Nonno Libero ex Pasquale Zagaria); invece l’impressione che arriva all’ascoltatore è quella dell’equivoco sicuramente nemmeno voluto, (e questa è la cosa grave); per cui i due attempati signori potrebbero tranquillamente essere due vecchi gay che sono arrivati, per dire, a Fregene, stanno sulle rispettive sdraio- vestiti da coglioni- sotto l’ombrellone, mangiano un po’ di polpettone mentre il resto se lo azzanna il cane Giosuè. Si, questa è una canzone per grandi e piccini, ma non gioca nemmeno sull’equivoco, l’equivoco viene da sé, sorge spontaneo. "Sotto l’ombrellone, io e te…" E dove cazzo stanno le signore mogli dei due signori duettanti? Agostomogliemianonticonosco…   

August 4, 2005

REPLICHE ESTIVE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:18 pm

Apprendo oggi da mia madre, supertifosa dell’Inter e di Raikkonen, il giovane pilota finlandese della Mc Laren, che la nostra squadra del cuore è, secondo il TG2,   il “club calcistico più famoso del mondo”. “Ma in che senso?” ho chiesto sadicamente a mia madre. Non ha saputo rispondermi, e mi ha guardato pure male. Stamattina bevevo un caffè marocchino al bar dei cinesi (“Plego”; “ glazie”) leggendo il Magazine del Corriere della Sera e non so perché, d’improvviso, m’è tornata in mente una scena preistorica: una serata di più di vent’anni fa, Piazza del Duomo a Milano, Walter Chiari che fa uno spettacolo gratis sotto la pioggia. Due, tre barzellette, fischi. Chiari riprende, ancora fischi. Dopo una mezz’ora, il grande comico manda tutti a quel paese. Subito dopo   mi viene in mente una sua gag televisiva, cioè era una barzelletta, e lui che diceva continuamente: “Mamma mia che sete che c’ho, mamma mia che sete che c’ho…” Come sempre, non ricordo le barzellette. Poi penso alla sua morte: un colpo apoplettico mentre guarda un suo vecchio amore, l’attrice Lucia Bosè, in un vecchio film al videoregistratore, completamente solo, quasi anziano, in un residence.

Vado a fare la spesa, una noia mortale, torno indietro, rispondo a qualche mail. Non ho fame, per oggi pomeriggio mi sono ripromesso di lavorare alla limatura del mio prossimo romanzo anche se so che quando mi riprometto di lavorare non lavoro mai. Intanto, a stomaco vuoto (ma mi sono sbafato una scatoletta di tonno con un bel po’ di patate lesse alle quattro del mattino –   però a mia discolpa posso dire che non avevo cenato causa Stammtisch) continuo a rileggere Fiesta di Hemingway. Scorre velocemente e insensatamente; la storia di questi scrittori americani   degli anni venti   a Parigi e poi nei Paesi Baschi a pescare, in attesa della fiesta di Pamplona e delle corride, e questa deliziosa e curiosamente infelice Lady Brett Ashley che fa battere i cuori di tutti, mi sembra roba irrecuperabile: e dire che io amo Hemingway, e ho amato molto questo libro da ragazzo. Dissolvenza incrociata. Riattacco a leggere Viaggio nel cratere del poeta Franco Arminio, un libro molto bello che mi godo con calma: i suoi viaggi tra i paesi del terremoto irpino, la sua straordinaria capacità di vedere le cose oltre le stesse cose, e soprattutto le persone, di scrivere in maniera tridimensionale. C’è questa splendida epigrafe: “A mio padre che non sta nei cieli, ma nella sua casa in cui sta tutto il mondo: padre che non racconta il suo soffrire aspetta i clienti che non puo’ servire. A mia madre che sta nelle mie vene e nel suo corpo per cui tremo e affondo: lei mi vede seme d’ogni suo problema la madre che dell’ansia è il grande emblema”. Guardo distrattamente qualche inquadratura dell’ennesima puntata estiva dell’Ispettore Derrick, un vecchio vizio. So di essere irrecuperabile, su certe cose. Horst Tappert è nato a Wuppertal- Elberfeld (nella Renania Vestfalia) nel 1923, viene dal teatro brillante, da giovane è stato un bravo ballerino e ha partecipato al primo musical in lingua tedesca del dopoguerra, Lady in the dark. Si autodefinisce impulsivo e collerico e odia la birra…

Ripenso d’impulso a quando andai per la prima volta a Wuppertal, nel 79, con mio padre e il nostro amico Claus Dieter Toedter allora poco più che trentenne (da me soprannominato “il napoletano di Amburgo” perché ha la simpatia e l’estroversione di una napoletano ma è nato ad Amburgo e somaticamente è un nordico tipico, anzi prototipico) e salii per la prima volta sulla Schwebebahn, cioè sul tram aereo di Wuppertal: un tram che corre su una monorotaia a non so quanti metri di altezza, una via di mezzo tra un tram e una teleferica, a cielo aperto.

Penso che dovrei rileggere dopo anni  Sotto il vulcano di Malcolm Lowry se ne avessi la forza, ma questa forza ora come ora non ce l’ho. Dovrei leggere un sacco di contemporanei, piuttosto, ma è difficile. Dovrei fare finta di niente, invece penso e dico che i libri costano troppo, e allora, per possederli, spesso ci si butta sulle edizioni economiche. Perché comunque i libri vale la pena di possederli, soprattutto per rileggerli quando se ne ha voglia. A proposito, ho voglia di rileggere ancora una volta A colpi d’ascia di Thomas Bernhard, un libro che mi ha commosso soprattutto nel finale, per me assolutamente struggente. Credo che attorno a Ferragosto, come ogni anno, rivedrò Il sorpasso di Dino Risi. Per me è un rito. Un film al quale   il Mereghetti fino al 2003 dava due pallini e mezzo (sui quattro a disposizione) e poi ha corretto il tiro dandogliene tre e mezzo; ma già che c’era non poteva dargliene quattro? Vado a leggere su Vibrisse un post del primo agosto, nel quale viene ripresa una cosa scritta dalla grande scrittrice e poetessa austriaca Ingeborg Bachmann sullo scrittore : una cosa bellissima, per me illuminante. Accendo lo stereo e ascolto un po’ di Chet Baker cantante: a volte ascolto una canzone che mi piace per trenta, quaranta volte di seguito. Stavolta tocca a You and the night and the music. Sempre straordinaria, non mi stanca mai. Spengo lo stereo e vado a servirmi dal forno di una bella porzione di parmigiana di melanzane, piatto tipico della cucina scandinava. Anche questa è music. Eccetera.

August 3, 2005

ATELIER DI CEZANNE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:11 pm

di Mario Bianco

Ad Aix en Provence, che una volta era una città sonnolenta del Midi, nacque visse e morì Paul Cezanne. Aix, era ed è una cittadina di fondazione romana dotata di bellissima e affascinante cattedrale che è cresciuta nei tempi dal paleocristiano, al romanico, al gotico e tiene nel suo cuore un magnifico dipinto rinascimentale su tavola, il polittico del “Buisson ardent”di Nicolas Froment, uno delle più belle pitture del rinascimento europeo, là posto quando Aix era una capitale e regnava il munifico Roi Renè, ancora re di Provenza. Poi ci sono nobili palazzotti, viuzze antiche e grandi viali tipici dell’urbanistica francese del primo ottocento. Ora Aix è tutt’altro che sonnolenta, anzi è movimentatissima e piena di giovani per via di una vivacissima università europea. Ci ero stato già una volta un decina di anni fa, ed era più tranquilla, in giugno ci sono tornato e mi sono fermato tre giorni. Non so se a Cezanne piacesse stare ad Aix, forse no, forse ci rimase per costrizione paterna( col padre banchiere autoritario aveva pessimi rapporti) o forse per una sua sorte di immobilismo ed anche per affetto al magnifico paesaggio provenzale, ai suoi colori, alla sua luce ed alla amatissima Montaigne Sainte Victorie che ritrasse tante volte. Fatto sta ed è che questa volta sono andato a visitare l’Atelier di Cezanne. Esiste ancora praticamente intatto, situato ad una mezzora a piedi dal centro. É una costruzione quasi cubica di due pian fuori terra situata tra il verde di alberi e giardini su di una collina che domina Aix; il pittore commissionò direttamente ad un amico capomastro l’esecuzione del suo progetto che prevedeva al piano terreno due/tre stanze di servizio, cucina e studiolo con libri, al piano superiore ampia camera a volta piana con vetrata grande volta a nord, velabile con un tendone affinché la luce non fosse mai troppo cruda. Il pittore percorreva tutti i giorni questa strada avanti e indietro perché non vi si fermava a dormire. Ritornava ad un palazzotto di famiglia. Visitare questo Atelier, polveroso e silenzioso quanto basta, mi ha commosso. Non vi sono dipinti famosi del maestro: solo due acquerelli, due frammenti di tela dipinta tagliati da quadri più ampi, scarti cioè. Il resto è posto pressapoco come lui lo teneva; l’amministrazione civica di Aix, che possiede l’Atelier, lo conserva con degna cura e lo ereditò da un tale che l’aveva comprato dal figlio di Cezanne; era già così, come ora praticamente intatto. Alle pareti foto o incisioni incorniciate di vecchio che già Cezanne teneva come modelli, scaffali, il ripiano lungo con le sue anfore, vasi, fruttiere di opaline, modelli in gesso. E poi gli strumenti della pittura: i cavalletti, due, uno molto grande a ruote per dipingere “Le grandi bagnanti”, tavolozze impastate di colore, scatole di pennelli ancora impregnati, tele, tavolette, carta, matite, carboncini, fusain, conté. Quello che più mi ha preso però era situato in un angolo in ombra: al muro infilato sta un palo a cui sono appesi abiti di Paul Cezanne, un giubbone, un soprabito, una specie di cerata da marinaio nera, poi a terra attrezzi vari, vecchi ombrelli, un grosso rappezzato parasole, beretti, cappello, scarpacce da campagna, zaino e borse per gli arnesi per dipingere “en plein air”, come voleva e soleva fare ogni giorno. Soffriva di diabete, Cezanne, e non avrebbe dovuto fare sforzi ma tutti i giorni andava e veniva dalla sua officina, poi ripartiva con il peso dei suoi arnesi sulle spalle per dipingere fuori, fuori. Un giorno di cielo velato, quando già non stava affatto bene, parti per ritrarre per l’ennesima volta la “montaigne”; mentre lavorava all’aperto lo sorprese un acquazzone forte, non desistette subito, continuò per un poco, poi dovette tornare all’atelier e poi a casa ove si coricò disfatto, ma non si lamentava, pare, pensava al prossimo quadro. Invece, il giorno successivo, morì probabilmente per broncopolmonite. Ho guardato, ho toccato (di nascosto) la cerata nera, l’ombrello rappezzato, quelle rozze scarpe da lavoro, un cappellaccio ed  ho pensato che aveva indossato quei capi l’ultimo giorno della sua vita: sono stato un bel po’ a penare ed a rimuginare, mi sono detto  che era un bell’esempio di amore per il proprio mestiere e anche altro che non serve dire, forse.

APERTO (PIU’ O MENO) TUTTO AGOSTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:22 am

La Markelo Uffenwanken GmbH & Co.KG come ormai ben sapete è una ditta vera. Una ditta aperta tutti i giorni. Qui si lavora, si produce… Dunque siamo aperti (più o meno) anche per tutto il mese di agosto. Come nei migliori mobilifici aiazzonici. Si, terremo chiuso qualche giorno, qua e là, durante il mese, per presentazioni (per ora una sola, il 5 a Montecatini), gite fuori porta, grigliate varie, escursioni ferragostane ecc. Non sapete dove andare a parare col mouse perché hanno chiuso tutte le vostre webzine di riferimento? L’afa vi confonde? Il caldo impazza nella vostra mente surriscaldata? Cercate un legittimo refrigerio mentale? Siete stufi del solito giro agriturismo-beauty farm-stessa spiaggia stesso mare- solito bestseller chiaramente thriller- ombrellone mit sedia a sdraio a 145 euro l’ora-piscina olimpionica-discoteche astiose-paninoteche salsose-ludoteche noiose-escursioni montane comatose? Bene, qui c’è la Markelo Uffenwanken, e soprattutto il suo amministratore, che pensa a voi- soprattutto nel momento del bisogno. E intanto vi annuncio fin d’ora che il 25 agosto darò una festicciola in birreria (e dove sennò?…) per festeggiare il primo anniversario della ditta. Siete invitati tutti, naturalmente. Farò sapere una settimana prima il luogo (va bè, sarà a Milano, voi che fate, siete ancora a godervi la meritata vacanza?) e l’orario (va bè, sarà nel tardo pomeriggio, vuoi vedere che farò il solito Stammtisch? E se mi ritrovo da solo?… Ennò eh? ) Comunque: oggi c’è un’altra bevuta al Magenta dalle 18.30, prima delle vacanze. Ciao!

August 2, 2005

POSTRECENSIONE DI Q DI LUTHER BLISSETT

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:28 pm


di Riccardo Ferrazzi

(Tornano le Postrecensioni. Vale a dire recensioni a opere della fantasia e dell’ingegno fantasticate e ingegnate magari 10, 30, 100 anni fa. Recensioni ritardatarie, anzi fuori tempo massimo. Al contrario delle Prerecensioni, che anticipano la cosiddetta fruizione dell’opera smascherandosi come pregiudiziali e poco serie (ma appunto ammettendo, a differenza di tanti, l’inganno) le Postrecensioni vanno a scavare nel passato; non tanto per effetto di una rilettura critica, ma perchè, proprio, il recensore - in questo caso il nostro affezionato Riccardo Ferrazzi - il libro in questione l’ha letto soltanto adesso, a 6 anni dalla pubblicazione. Meglio tardi che mai, non è mai troppo tardi, ecc. Buona lettura. M.U.)

Uno dei miei (ormai non più molti) vizi consiste nel non leggere subito, ma a distanza di una decina d’anni, i libri che fanno discutere per aver venduto molto più del previsto. Ho fatto così per Il nome della rosa e per Va’ dove ti porta il cuore. Quest’estate ho letto Q.
Credo che il consenso del pubblico, anche se non garantisce la qualità di un libro, sia qualcosa di infungibile. Anche se la maggior parte dei best seller sono (e sono sempre stati) robaccia strappalacrime, anche se autori di grandissimo livello non hanno mai avuto tirature proporzionate alla loro fama, non riesco a concepire un’opera d’arte che parli solo a pochi eletti. Le tragedie di Eschilo (e non a caso scelgo proprio lui) erano seguite da un’intera città, che ne discuteva per mesi e frequentava il mercato fischiettando le melodie dei cori. Invece che succede oggi ? Andate in ufficio, e nella pausa per il caffè provate a intavolare una discussione sull’ultimo libro che avete letto: nella maggior parte dei casi troverete interlocutori solo se parlate di Wilbur Smith o di Clive Cussler (onesti mestieranti che Eschilo non lo vedono neanche col binocolo). Come mai ? Ultimamente va di moda questa spiegazione del fenomeno: i lettori sono scemi. L’argomentazione si sviluppa più o meno così: i miei amici scrivono dei capolavori, come mai nessuno li legge ? Siamo sicuri che il problema stia nei loro libri ? Non potrebbe stare nei lettori ? Teoria che non manca di gratificare chi vi aderisce: se “gli altri” sono scemi, vuol dire che “noi” siamo intelligenti. Eppure, è sostenuta da persone intelligenti. Anche se poi, manco a dirlo, si dividono sui dettagli: c’è chi smaschera congiure politico-finanziario-editoriali tese a pubblicare soltanto porcherie, con il dichiarato scopo di rincoglionire il pubblico; c’è chi invece accusa i lettori di essere costituzionalmente pochi e inetti (e giù analisi sociologiche: è colpa della scuola, del ministro Tizio, della riforma Caio). A onor del vero, esistono altre due scuole di pensiero: una sostiene che gli scrittori italiani non producono niente di buono perché sono loro, gli scrittori, che non valgono niente. L’altra, invece, scopre un capolavoro ogni sei mesi. Ma si tratta di idee così estremiste e manichee che non è possibile prenderle sul serio. Nel mio piccolo, piccolissimo, anzi minimo, ho il sospetto che 1) fra gli editori, i critici, gli scrittori e i lettori italiani contemporanei ci siano gente in gamba e gente che vale poco, nella stessa proporzione di sempre, e 2) la letteratura italiana, che ha una storia di almeno otto secoli, abbia avuto periodi durante i quali non ha prodotto niente di importante e potrebbe benissimo averne altri, perché no ? Partendo da questa posizione di assoluto cinismo, sono interessato a leggere i vecchi best seller per cercare di capire se almeno il giudizio del pubblico presenta qualche costante. E regolarmente esco dalla lettura con una considerazione: il successo di questi libri non è affatto collegato al cosiddetto “messaggio”, alla brillante pensata che l’autore-intellettuale vorrebbe comunicare al popolo. No: i libri vengono letti se contengono un mistero e promettono di svelarlo, se ambientano questo mistero in epoche lontane e fascinose, oppure se affondano il suddetto mistero in una storia di sentimenti (cioè di corna). Della filosofia occamistica di Guglielmo da Baskerville non frega niente a nessuno: il lettore vuole vedere il cattivone messo alle strette. Il sentimentalismo programmatico della nonna della Tamaro lascia il tempo che trova: si legge per sapere chi è figlio di chi, e come ci si è aggiustati in famiglia. Ho letto Q e mi sono riconfermato nelle mie opinioni. Il protagonista è un intellettuale tedesco del Cinquecento che vede nei fermenti della Riforma la possibilità di una rivoluzione. Solleva le masse contadine e viene schiacciato da Lutero in combutta con i principi. Si imbranca con gli anabattisti e si salva per caso dal disastro di Münster. Tenta una frode ai Fugger, banchieri di Dio e di Mammona. A Venezia diventa protettore di un bordello, fa amicizia con una ricca famiglia ebrea, stampa e diffonde un libro messo all’indice. In tutte le sue attività si trova alle prese con Q, un agente segreto dell’Inquisizione, il quale si dimostra regolarmente più furbo di lui. Finché, davanti all’ennesimo fallimento, alla morte di Q e all’ascesa al Soglio dell’inquisitore Carafa, il protagonista fa vela per Costantinopoli e ci fa ciao ciao con la manina. Mi sono domandato: se a raccontare la storia fosse stato Q, da una visuale opposta, restauratrice, reazionaria, il libro non avrebbe venduto ? E mi sono risposto che avrebbe venduto eccome. Gli ingredienti del successo sono sempre quelli: mistero, intrighi e massacri. Il messaggio rivoluzionario può compiacere qualche lettore, ma tutti gli altri vanno avanti a leggere solo perché vogliono scoprire chi è Q, e trovano un po’ di brivido nei massacri, nelle truffe, nel suspence. Infatti, quando questi elementi vengono a mancare la narrazione annaspa, il brodo è troppo lungo. Dal punto di vista narrativo, la mistica della rivoluzione (che finisce sempre in un disastro) è un elemento secondario: sfuma sullo sfondo e, sulla rotta di Costantinopoli, se ne va a Patrasso. Ciò che ci fa leggere fino in fondo le seicento pagine del testo è soltanto il mistero, il desiderio di sapere “come va a finire”.

Queste considerazioni mi portano a fare un ragionamento più generale. Che senso ha lamentarsi che il tal libro “non è stato capito” dai lettori ? Forse, prima di alzare querimonie e lai, sarebbe il caso di saperne di più a proposito del lettore, questo oggetto misterioso. Può darsi che la mia analisi sia semplicista fino all’eccesso, ma mi piacerebbe discuterne e per questo la propongo. Prima della rivoluzione francese i letterati scrivevano per guadagnare pane e companatico alla mensa di un nobile. E il motivo era molto semplice: tutti gli altri erano analfabeti. L’illuminismo si sviluppò ed ebbe conseguenze politiche anche perché la nascita della borghesia aveva fornito un pubblico (e quindi l’indipendenza economica) agli scrittori di pamphlets. Ma questo pubblico nuovo e allargato era fatto di nuovi ricchi, di parvenus senza cultura, e non era in grado di dibattere le problematiche degli intellettuali. La letteratura finì per dividersi in due livelli: la letteratura di qualità dovette rivolgersi agli “aristocratici” superstiti, la letteratura “popolare” dovette tornare sui suoi passi e accontentarsi di infilare “messaggi” fra le pieghe di vicende di grana grossa. I romanzoni francesi dell’Ottocento hanno preso spunto dai vizi della nuova classe dominante e li hanno resi interessanti con un po’ di intrigo, un po’ di corna, un po’ di avventura. Da questo punto di vista, il Conte di Montecristo di Dumas è più illuminante di tutta la Comédie Humaine di Balzac, proprio perché sta continuamente in bilico sull’orlo del grottesco (e verso la fine ci casca dentro senza rimedio). Ma nonostante la rivoluzione, il Quarantotto, l’avvento del socialismo e del suffragio universale, più di metà della popolazione europea era ancora analfabeta. In mancanza del cinema, nei paesi ci si riuniva nella stalla dove i vecchi raccontavano storie strampalate, in città si andava a teatro. Non c’era bisogno di leggere, e le arie d’opera si cantavano, così era più facile tenerle a mente. La letteratura imperniata sui conflitti interni alla famiglia, resistette fino agli anni cinquanta proprio perché il pubblico era sempre quello. Proust, Joyce, Musil o Kafka, che rarefacevano quella tematica fino a estenuarla, non erano certo letti dai borghesi che, in gran parte, tenevano sul comodino la Sagan o Liala, al massimo Hemingway (ma solo quello del Vecchio e il mare). Poi arrivò la televisione e con lei il maestro Manzi: un maestro elementare che, in una trasmissione intitolata “Non è mai troppo tardi”, insegnava a leggere e scrivere, a mettere l’accento giusto su “caffè” e “perché”, l’apostrofo su “un po’”, e niente tra “un” e “amico”. Dal punto di vista letterario, la stratificazione del pubblico aumentò. Emergeva una terza fascia, molto numerosa ma difficile da raggiungere. Questi neofiti dell’alfabetizzazione e della promozione sociale potevano andare a vedere “Sciuscià”, ma preferivano “Catene” con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. A leggere “Ragazzi di vita” o “La romana” non ci pensavano nemmeno. Semmai comperavano l’Intrepido e Grand Hotel, in caccia di avventure, sesso ed emozioni, così come i borghesi per gli stessi motivi adoravano la Sagan. Moravia e Pasolini erano letti dagli “aristocratici”, gli unici in grado di capirli. E gli aristocratici, per quanto influenti, sono sempre stati pochi. Ebbene: che senso ha lamentare che il tal libro “non è stato capito dai lettori” ? Supponiamo che sia proprio così: che vogliamo fare ? Sgridiamo i lettori. Costringiamoli a leggere solo libri “intelligenti”. Nazionalizziamo le case editrici e formiamo una Commissione di Critici (presidente la Benedetti o Luperini ?) che epuri i cataloghi e dia l’imprimatur alle novità. Insomma: non scherziamo. Ogni libro ha un suo pubblico al quale si rivolge. Non esiste “il lettore”. Esistono perlomeno diverse fasce di lettori. Un libro per “aristocratici” non può vendere centomila copie, semplicemente perché gli “aristocratici” sono meno di centomila. Ma se gli editori devono pagare stipendi e affitti hanno bisogno di pubblicare roba che si venda. Guido da Verona non se lo ricorda più nessuno (giustamente), ma è merito (o colpa ?) sua se gli editori hanno potuto sopportare i ripetuti flop di d’Annunzio. Forse il problema è tutto qui: chi vuole scrivere un libro “di livello” non può pretendere di viverci sopra. Ohibò ! si dirà. Ma questo è ingiusto, vergognoso, inaccettabile. Può darsi, ma è così. A che serve piangere, indignarsi, meditare rivoluzioni ? O scrivi per passione o scrivi per soldi. Se scrivi per passione accontentati della stima degli amici. Se scrivi per soldi studia il tuo pubblico e dagli quello che vuole. Poi ti puoi anche divertire a infilare “messaggi” qua e là e pensare che se son rose fioriranno. Ma chi vive sperando muore cantando.

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