
di Riccardo Ferrazzi
(Tornano le Postrecensioni. Vale a dire recensioni a opere della fantasia e dell’ingegno fantasticate e ingegnate magari 10, 30, 100 anni fa. Recensioni ritardatarie, anzi fuori tempo massimo. Al contrario delle Prerecensioni, che anticipano la cosiddetta fruizione dell’opera smascherandosi come pregiudiziali e poco serie (ma appunto ammettendo, a differenza di tanti, l’inganno) le Postrecensioni vanno a scavare nel passato; non tanto per effetto di una rilettura critica, ma perchè, proprio, il recensore - in questo caso il nostro affezionato Riccardo Ferrazzi - il libro in questione l’ha letto soltanto adesso, a 6 anni dalla pubblicazione. Meglio tardi che mai, non è mai troppo tardi, ecc. Buona lettura. M.U.)
Uno dei miei (ormai non più molti) vizi consiste nel non leggere subito, ma a distanza di una decina d’anni, i libri che fanno discutere per aver venduto molto più del previsto. Ho fatto così per Il nome della rosa e per Va’ dove ti porta il cuore. Quest’estate ho letto Q.
Credo che il consenso del pubblico, anche se non garantisce la qualità di un libro, sia qualcosa di infungibile. Anche se la maggior parte dei best seller sono (e sono sempre stati) robaccia strappalacrime, anche se autori di grandissimo livello non hanno mai avuto tirature proporzionate alla loro fama, non riesco a concepire un’opera d’arte che parli solo a pochi eletti. Le tragedie di Eschilo (e non a caso scelgo proprio lui) erano seguite da un’intera città, che ne discuteva per mesi e frequentava il mercato fischiettando le melodie dei cori. Invece che succede oggi ? Andate in ufficio, e nella pausa per il caffè provate a intavolare una discussione sull’ultimo libro che avete letto: nella maggior parte dei casi troverete interlocutori solo se parlate di Wilbur Smith o di Clive Cussler (onesti mestieranti che Eschilo non lo vedono neanche col binocolo). Come mai ? Ultimamente va di moda questa spiegazione del fenomeno: i lettori sono scemi. L’argomentazione si sviluppa più o meno così: i miei amici scrivono dei capolavori, come mai nessuno li legge ? Siamo sicuri che il problema stia nei loro libri ? Non potrebbe stare nei lettori ? Teoria che non manca di gratificare chi vi aderisce: se “gli altri” sono scemi, vuol dire che “noi” siamo intelligenti. Eppure, è sostenuta da persone intelligenti. Anche se poi, manco a dirlo, si dividono sui dettagli: c’è chi smaschera congiure politico-finanziario-editoriali tese a pubblicare soltanto porcherie, con il dichiarato scopo di rincoglionire il pubblico; c’è chi invece accusa i lettori di essere costituzionalmente pochi e inetti (e giù analisi sociologiche: è colpa della scuola, del ministro Tizio, della riforma Caio). A onor del vero, esistono altre due scuole di pensiero: una sostiene che gli scrittori italiani non producono niente di buono perché sono loro, gli scrittori, che non valgono niente. L’altra, invece, scopre un capolavoro ogni sei mesi. Ma si tratta di idee così estremiste e manichee che non è possibile prenderle sul serio. Nel mio piccolo, piccolissimo, anzi minimo, ho il sospetto che 1) fra gli editori, i critici, gli scrittori e i lettori italiani contemporanei ci siano gente in gamba e gente che vale poco, nella stessa proporzione di sempre, e 2) la letteratura italiana, che ha una storia di almeno otto secoli, abbia avuto periodi durante i quali non ha prodotto niente di importante e potrebbe benissimo averne altri, perché no ? Partendo da questa posizione di assoluto cinismo, sono interessato a leggere i vecchi best seller per cercare di capire se almeno il giudizio del pubblico presenta qualche costante. E regolarmente esco dalla lettura con una considerazione: il successo di questi libri non è affatto collegato al cosiddetto “messaggio”, alla brillante pensata che l’autore-intellettuale vorrebbe comunicare al popolo. No: i libri vengono letti se contengono un mistero e promettono di svelarlo, se ambientano questo mistero in epoche lontane e fascinose, oppure se affondano il suddetto mistero in una storia di sentimenti (cioè di corna). Della filosofia occamistica di Guglielmo da Baskerville non frega niente a nessuno: il lettore vuole vedere il cattivone messo alle strette. Il sentimentalismo programmatico della nonna della Tamaro lascia il tempo che trova: si legge per sapere chi è figlio di chi, e come ci si è aggiustati in famiglia. Ho letto Q e mi sono riconfermato nelle mie opinioni. Il protagonista è un intellettuale tedesco del Cinquecento che vede nei fermenti della Riforma la possibilità di una rivoluzione. Solleva le masse contadine e viene schiacciato da Lutero in combutta con i principi. Si imbranca con gli anabattisti e si salva per caso dal disastro di Münster. Tenta una frode ai Fugger, banchieri di Dio e di Mammona. A Venezia diventa protettore di un bordello, fa amicizia con una ricca famiglia ebrea, stampa e diffonde un libro messo all’indice. In tutte le sue attività si trova alle prese con Q, un agente segreto dell’Inquisizione, il quale si dimostra regolarmente più furbo di lui. Finché, davanti all’ennesimo fallimento, alla morte di Q e all’ascesa al Soglio dell’inquisitore Carafa, il protagonista fa vela per Costantinopoli e ci fa ciao ciao con la manina. Mi sono domandato: se a raccontare la storia fosse stato Q, da una visuale opposta, restauratrice, reazionaria, il libro non avrebbe venduto ? E mi sono risposto che avrebbe venduto eccome. Gli ingredienti del successo sono sempre quelli: mistero, intrighi e massacri. Il messaggio rivoluzionario può compiacere qualche lettore, ma tutti gli altri vanno avanti a leggere solo perché vogliono scoprire chi è Q, e trovano un po’ di brivido nei massacri, nelle truffe, nel suspence. Infatti, quando questi elementi vengono a mancare la narrazione annaspa, il brodo è troppo lungo. Dal punto di vista narrativo, la mistica della rivoluzione (che finisce sempre in un disastro) è un elemento secondario: sfuma sullo sfondo e, sulla rotta di Costantinopoli, se ne va a Patrasso. Ciò che ci fa leggere fino in fondo le seicento pagine del testo è soltanto il mistero, il desiderio di sapere “come va a finire”.
Queste considerazioni mi portano a fare un ragionamento più generale. Che senso ha lamentarsi che il tal libro “non è stato capito” dai lettori ? Forse, prima di alzare querimonie e lai, sarebbe il caso di saperne di più a proposito del lettore, questo oggetto misterioso. Può darsi che la mia analisi sia semplicista fino all’eccesso, ma mi piacerebbe discuterne e per questo la propongo. Prima della rivoluzione francese i letterati scrivevano per guadagnare pane e companatico alla mensa di un nobile. E il motivo era molto semplice: tutti gli altri erano analfabeti. L’illuminismo si sviluppò ed ebbe conseguenze politiche anche perché la nascita della borghesia aveva fornito un pubblico (e quindi l’indipendenza economica) agli scrittori di pamphlets. Ma questo pubblico nuovo e allargato era fatto di nuovi ricchi, di parvenus senza cultura, e non era in grado di dibattere le problematiche degli intellettuali. La letteratura finì per dividersi in due livelli: la letteratura di qualità dovette rivolgersi agli “aristocratici” superstiti, la letteratura “popolare” dovette tornare sui suoi passi e accontentarsi di infilare “messaggi” fra le pieghe di vicende di grana grossa. I romanzoni francesi dell’Ottocento hanno preso spunto dai vizi della nuova classe dominante e li hanno resi interessanti con un po’ di intrigo, un po’ di corna, un po’ di avventura. Da questo punto di vista, il Conte di Montecristo di Dumas è più illuminante di tutta la Comédie Humaine di Balzac, proprio perché sta continuamente in bilico sull’orlo del grottesco (e verso la fine ci casca dentro senza rimedio). Ma nonostante la rivoluzione, il Quarantotto, l’avvento del socialismo e del suffragio universale, più di metà della popolazione europea era ancora analfabeta. In mancanza del cinema, nei paesi ci si riuniva nella stalla dove i vecchi raccontavano storie strampalate, in città si andava a teatro. Non c’era bisogno di leggere, e le arie d’opera si cantavano, così era più facile tenerle a mente. La letteratura imperniata sui conflitti interni alla famiglia, resistette fino agli anni cinquanta proprio perché il pubblico era sempre quello. Proust, Joyce, Musil o Kafka, che rarefacevano quella tematica fino a estenuarla, non erano certo letti dai borghesi che, in gran parte, tenevano sul comodino la Sagan o Liala, al massimo Hemingway (ma solo quello del Vecchio e il mare). Poi arrivò la televisione e con lei il maestro Manzi: un maestro elementare che, in una trasmissione intitolata “Non è mai troppo tardi”, insegnava a leggere e scrivere, a mettere l’accento giusto su “caffè” e “perché”, l’apostrofo su “un po’”, e niente tra “un” e “amico”. Dal punto di vista letterario, la stratificazione del pubblico aumentò. Emergeva una terza fascia, molto numerosa ma difficile da raggiungere. Questi neofiti dell’alfabetizzazione e della promozione sociale potevano andare a vedere “Sciuscià”, ma preferivano “Catene” con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. A leggere “Ragazzi di vita” o “La romana” non ci pensavano nemmeno. Semmai comperavano l’Intrepido e Grand Hotel, in caccia di avventure, sesso ed emozioni, così come i borghesi per gli stessi motivi adoravano la Sagan. Moravia e Pasolini erano letti dagli “aristocratici”, gli unici in grado di capirli. E gli aristocratici, per quanto influenti, sono sempre stati pochi. Ebbene: che senso ha lamentare che il tal libro “non è stato capito dai lettori” ? Supponiamo che sia proprio così: che vogliamo fare ? Sgridiamo i lettori. Costringiamoli a leggere solo libri “intelligenti”. Nazionalizziamo le case editrici e formiamo una Commissione di Critici (presidente la Benedetti o Luperini ?) che epuri i cataloghi e dia l’imprimatur alle novità. Insomma: non scherziamo. Ogni libro ha un suo pubblico al quale si rivolge. Non esiste “il lettore”. Esistono perlomeno diverse fasce di lettori. Un libro per “aristocratici” non può vendere centomila copie, semplicemente perché gli “aristocratici” sono meno di centomila. Ma se gli editori devono pagare stipendi e affitti hanno bisogno di pubblicare roba che si venda. Guido da Verona non se lo ricorda più nessuno (giustamente), ma è merito (o colpa ?) sua se gli editori hanno potuto sopportare i ripetuti flop di d’Annunzio. Forse il problema è tutto qui: chi vuole scrivere un libro “di livello” non può pretendere di viverci sopra. Ohibò ! si dirà. Ma questo è ingiusto, vergognoso, inaccettabile. Può darsi, ma è così. A che serve piangere, indignarsi, meditare rivoluzioni ? O scrivi per passione o scrivi per soldi. Se scrivi per passione accontentati della stima degli amici. Se scrivi per soldi studia il tuo pubblico e dagli quello che vuole. Poi ti puoi anche divertire a infilare “messaggi” qua e là e pensare che se son rose fioriranno. Ma chi vive sperando muore cantando.