The FK experience

August 20, 2005

FARSI DEL BENE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:51 pm

“Antonio Curcio dice che scrivere è farsi del male prima che ve lo facciano gli altri. Io dico che scrivere è farsi del bene senza aspettare che ve lo facciano gli altri”.

(Franco Arminio- da Cabaret dell’ipocondria)

August 19, 2005

L’UFFENWANKEN A FAHRENHEIT

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:07 pm

Oggi alle 16.55 circa sono negli studi di Milano della Rai per essere intervistato da Tommaso Giartosio su Cattivo sangue, all’interno di Fahrenheit. Se vorrete seguire l’intervista mi farà molto piacere. Ciao!

August 18, 2005

SCRIVERE A MATITA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:42 pm

di Mario Bianco

Qualche giorno fa il mio amico GinoT. per telefono mi dice: Sai Mario, ho il computer impallato da più di una settimana, ero in una sala di attesa sapevo di dover aspettare un bel po’, mi sono portato un quaderno a quadretti e una matita! Ho cominciato a scrivere appunti per un racconto, a matita, pensa un po’, con la matita! Lui era stupito per il suo ritorno ad un tradizionale oggetto scrivente, ormai inconsueto. Io non mi sono stupito. Io porto sempre una matita con micromina 0,5 (anche due) nel taschino della giacca della camicia del soprabito dell’impermeabile del giaccone. Non posso vivere senza una matita sulle carni, vicino al cuore: posso dimenticarmi, uscendo di casa, delle chiavi ma non della matita e per questo ne possiedo tante: di legno, di metallo, di plastica, di bachelite, di alluminio, micromina 0,5 0,7 0,2; ho pure ereditato delle matite da mio cugino Sandro; una di queste è nera a sezione esagonale, intonsa, con su stampigliato in argento un fascio littorio e bene impresso: FERROVIE DELLO STATO. Poi ne ho avute e comprate di quelle cinesi ceke americane tedesche francesi Hardmuth Kohinoor Presbitero Fila Faber, quelle che già la maestra elementare ordinava: matita Faber n.2, mi raccomando. A volte in giro per mercatini ci ricasco a comperare l’ennesima matita rossa e blu, da correzioni o quella copiativa, verniciata di giallo, di quelle che ti metti in bocca la mina, fa schifo, e scrivono viola. Ci ho un pezzo di anima nelle matite. Quando ancor non sapevo scrivere disegnavo dappertutto e fregavo matite a mio padre, se non avevo matite cercavo mozziconi di matita da falegname, quelle piatte, scaglie di mattone, carbonella, fiammiferi bruciacchiati e facevo segni; poi me le prendevo perché istoriavo tutto, muri, tessuti, abiti, zoccoli, scarpe, tavoli, retro di libri. Allora per evitare danni e farmi sfogare hanno cominciato a darmi rottami di cartone, di quelli che ci sono nelle pezze di stoffa e lì sopra ho raffigurato tutte le guerre possibili, i soldati di tutto il mondo, carriarmati, spade, mitra, Iliadi complete, Ulisse e la sua gang, bersaglieri e marinai, bombardieri B17 e Stukas. Poi ho incominciato ad usare a scuola la penna a cannuccia col pennino. A quell’epoca nei giganteschi scomodi tarlati banchi di legno stava incastrato un calamajo di stato in cui il bidello in camicione nero ogni settimana versava, da una specie di sacratissima ampolla in vetro verde il repellente inchiostro di stato condito con grumi noduli filacci schifezze e mosche morte, sempre di stato. Era molto difficile scrivere con quell’intruglio, i pennini si intasavano e ci sarebbe da scrivere uno zibaldone solo sui pennini immelmati, incrostati e su conseguenti incidenti, per cui tralascio. Poi arrivarono (anni dopo) e furono consentite le penne stilografiche. Però le matite erano più buone perché le potevi e puoi masticarne il culo o fondo, attività distensiva atta a calmare o posticipare nervosismi, ansie durante compiti in classe o interrogazioni: il detto fondo sa di legno verniciato a spruzzo, grafite con gusto acre, sui generis: tipo benzodiazepina. Comunque, per farla breve, i primi miei racconti me li sono scritti tutti a matita, fini fini, su fogli tipo extrastrong o carta semilucida di incauto acquisto, poi me li sono copiati di nascosto ai genitori con la macchina da scrivere di mio padre, di notte, ecco. Però adesso queste cose le scrivo col pc. Ma le poesie, no: quelle si scrivono, anzi si devono scrivere a matita, poi si correggono con una penna microfibra nera, che lasci un bel segno netto, altro che biro; poi, volendo, ad libitum, si copiano sul computer. Perché la mano con la sua matita fa un gesto ordinato dal cervello in cui si muovono più sensi e il lapis sta tra le dita sentimentalmente e sensualmente, come prolungamento del corpo, fa segno netto, sfiorato, a tratti, pesante, ti strappa la carta, lo moduli, l’occhio ci va dietro e dentro, guardi la sua punta, spingi il pulsante o fai quella operazione straordinaria (se usi una matita vera) che è il temperare con un coltellino, con una lametta, col temperamatite classico o quello professionale da tavolo a manovella. Una voce dentro di me, un tipo concettuale, mi dice: ma la matita è solo uno strumento; il risultato, quello che conta è la storia, la poesia, il disegno. Un’altra voce si incazza un po’ e fa: l’uso armonioso dello strumento, tutt’uno con il corpo/mente è il primo fine. Ahhhh, dico io, e li lascio discutere.

August 17, 2005

COVARE (seconda parte)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:17 pm

Durò poco, forse un quarto d’ora, forse venti minuti, ma non arrivammo comunque alla mezz’ora; lei partecipava poco, anzi quasi per nulla, era più che altro abbandonata sotto di me, gli occhi sempre chiusi, quasi del tutto passiva, determinata a subire l’inevitabile, così era la mia impressione mentre le stavo sopra e mi muovevo dentro di lei. Rivestendoci alla svelta, le dissi di scendere lei per prima e di dare un colpo di tosse nel caso ci fosse stata via libera, per non insospettire mio figlio; allora sarei sceso anch’io.

“Siete della stessa razza, tu e lui” , disse mia nuora di colpo, a tradimento, senza guardarmi in faccia, mentre si abbottonava la gonna, evidentemente disgustata. Non riuscii a dire nulla.

Lei scese, poco dopo sentii il colpo di tosse, scesi e non trovai mio figlio, il quale –così scoprii pochi minuti dopo – era nel giardino e guardava nel vuoto o le nuvole in cielo come spesso in quel periodo, perché stava covando, stava covando il secondo volume della trilogia; il primo libro, così aveva detto a me e a sua moglie, mia nuora, da pochi minuti la mia amante, si sarebbe intitolato Se il telefono potesse parlare, mentre sul secondo ancora non aveva le idee chiare sul titolo. Di colpo mi guardò, sdraiato sulla sdraio, sviando il suo sguardo dalle nuvole che osservava spesso mentre covava la sua trilogia appena attaccata da lui –e a spada tratta, a quanto si poteva osservare osservandolo- nel secondo libro; mi guardò e disse: “Annegare nel liquido amniotico, è questo il mio unico sogno, tornare da dove sono venuto annegando, è questo il ritorno alle origini che deve per forza essere il nostro premio per una vita ingiusta e assurda, altrimenti tutto è stato inutile, qualcosa deve pur esistere al di là di questo”. Gli chiesi se fosse una frase che aveva appena covato, e lui mi rispose di si, e mi chiese cosa ne pensavo, e io per la prima volta in queste occasioni peraltro rare mentii, e gli dissi che era una grande frase, mentre in realtà era una vera e propria stupidaggine, uno sbocco di finto nichilismo e per di più di maniera, e quella storia del liquido amniotico era davvero insulsa, completamente, e in fondo c’era una speranza in un senso che attraversasse la vita che io trovavo addirittura patetico; ma in quel momento guardavo mio figlio e mi faceva una gran pena, come mi aveva fatto pena col suo grembiule indossato il primo giorno di scuola, come   mi aveva fatto pena quando era tornato dalla festa di laurea dieci anni prima, come mi aveva fatto pena quando si era sposato due anni prima. Tutto l’odio s’era dissolto, ora mio figlio mi faceva una pena credo immensa, una pena che usciva a ondate devastanti dal mio petto, una pena addirittura violenta, che in qualche modo cominciava a devastarmi; avrei voluto piangere per la pena ma naturalmente di piangere non ero più capace e da parecchio tempo, da così tanto tempo che non ricordavo più con precisione né con approssimazione, forse da quando ero stato un adolescente, ma non ne sono per nulla sicuro, di sicuro c’è soltanto che non sono certo un tipo come si suol dire dalla lacrima facile.

“Io ti ho fatto un torto grave, un torto irrimediabile che non potrà mai essere cancellato. Non ho la forza di confessartelo, e non chiedermi nulla, o potrei perdere questa vergogna che mi assedia, e potrei dirti tutto”, così dissi di colpo - e senza pensare a quello che stavo dicendo-  a mio figlio, travolto da quel senso di pena terribile che provavo per lui.

“Puoi avermi fatto qualsiasi cosa, a me non importa”, disse prontamente lui. “Ma ti conosco bene: non sei capace di fare del vero male. L’unico torto che hai fatto a me, che mi hai potuto fare, è stato ficcare il tuo arnese da spasso dentro la mamma, e venirci dentro. Ecco fatto, hai fatto il guaio, l’hai fatto tu solo, perché la mamma era arresa, non poteva far nulla, era arresa alla sua maternità, non avrebbe potuto farci niente. Tu invece mi hai fatto volontariamente nascere, e avresti potuto, con un po’ di giudizio, deviare quel maledetto fiotto di sperma. Ma niente. No, tu hai fatto solo questo. Ammettilo. Sei una brava persona come tante; e sono quelli come te, gli incoscienti, che rendono questo mondo lo schifo assoluto che è”.

“Hai ragione”, dissi con un soprassalto di stizza per quell’uomo che era mio figlio e per il quale, d’improvviso e per fortuna, non provai più alcuna pena. Sospirai quasi di liberazione. “L’errore è stato mio, l’errore è stato farti nascere. Ma non sono un brava persona; non lo sono mai  stato”.

August 16, 2005

COVARE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:17 am

"Siamo animali del bosco, saremo bosco, saremo foglie, sotto di noi cammineranno passi, si spegneranno cicche di sigarette, e poi svaniremo accartocciati nel nulla". Così disse mio figlio a mia nuora, la quale era una creatura senza grilli per la testa, pensò bene di guardarmi sgranando gli occhi, come se mio figlio avesse detto una fanfaronata delle sue; invece mio figlio aveva detto una cosa intelligente una volta tanto, era stato preciso sul destino che ci attende, sulla fine inevitabile, e io ne rimasi naturalmente di sasso; e nonostante stessi apprezzando la lucidità di mio figlio finalmente ritrovata non avevo voglia di complimentarmi con lui, dopo tutto quello che mi aveva fatto negli ultimi anni. Era stato crudele e meschino, piccolo e infingardo, stupido e mellifluo; aveva tentato di truffarmi con l’assicurazione sulla vita e aveva fatto carte false per mandare sua madre - mia moglie - in una casa di cura per malattie mentali. Era un giovane egoista e proiettato esclusivamente verso se stesso, si autoproiettava edonisticamente; non cercava il piacere della massa, preferiva i piaceri dello specchio mentale, in quanto s’era creato questa sua immagine di intellettuale rimirabile e ci sguazzava all’interno abbondantemente, in quest’immagine tutto sommato squallida. Io avevo voglia di farla sotto il naso di mio figlio, vale a dire avrei voluto con tutte le mie forze sedurre una buona volta mia nuora, farmela nella stanza di sopra, mentre lui, mio figlio, si rimirava al suo specchio intellettuale senza aver ancora scritto una sola riga significativa del suo romanzo. Ogni tanto affermava che il libro l’aveva già scritto ed era già tutto dentro di lui, e che era solo questione di tempo, sarebbe venuto fuori da solo, si sarebbe trascritto automaticamente, lo scrivere per lui era un semplice stenografare per la qual cosa al momento non aveva tempo, in quanto s’era messo a covare nel frattempo il secondo libro della trilogia, e questo covare era lo scrivere ed era il vero lavoro, mentre scrivere su carta era per lui solo stenografare, e questo era il meno, il tempo sarebbe venuto, si sarebbe trattato di un’operazione semplice ma noiosa, e ora lui aveva il suo bel daffare nel covare il secondo volume della trilogia, questo per lui era scrivere, covare. Gli chiesi se quella frase che aveva detto a mia nuora - sua moglie - era l’attacco del secondo libro; lui mi rispose che era il finale del primo. Gli chiesi allora cosa ci stava prima. Lui mi rispose, semplicemente: "Tutto". Guardai mia nuora con desiderio e con una scusa mi feci seguire da lei nel giardino, mentre mio figlio continuava a covare il suo secondo romanzo, il secondo della trilogia. Non mi ci volle molto: guardai mia nuora intensamente negli occhi, avvicinai il mio viso al suo e la baciai delicatamente sulle labbra. Lei chiuse gli occhi  e si abbandonò facilmente, mentre io invece la guardavo bene, volevo vederla perfettamente nell’atto di abbandonarsi. Non c’era alcun pericolo: mentre salivamo di sopra facendo scricchiolare le scale lucide per finire in camera da letto, ero perfettamente sicuro che mio figlio non ci avrebbe disturbati, e che non avrebbe sospettato nulla: lui avrebbe continuato a covare il secondo romanzo della trilogia da stenografare fino a chissà quando, mentre io avrei potuto portare a compimento il mio vendicativo incesto in tutta tranquillità.

August 14, 2005

TUTTO IL "CATTIVO SANGUE" DI FRANZ KRAUSPENHAAR

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:24 pm

di Giuseppe Iannozzi

(Pubblico questa recensione di Iannox già uscita su Kinglear e Bioiannozzi - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)

Esistono romanzi scritti bene e romanzi che invece no. Raramente si ha la fortuna d’incontrare una scrittura limpida, folgorante, che mira al centro del cuore: con il suo stile preciso Franz Krauspenhaar, reduce dall’ultima fatica “Cattivo Sangue”, spara esattamente al centro del cuore per attraversarlo tutto. In “Cattivo Sangue” si attraversa l’Europa in compagnia di Bruno Bruide, un ex Export Manager, la cui vita cambia di punto in bianco, improvvisamente, per tradursi nel più fitto nero esistenziale. Le circostanze, il caso, il destino vogliono che Bruno Bruide, apparentemente uomo insignificante e pacifico, si decida a diventare sé stesso una volta per tutte; e l’unico modo che ha per essere è quello di riconoscere il suo cattivo sangue, perché Bruide può essere anche un killer e un uomo che dimentica l’amore di sua madre. Il mondo che conosceva, che credeva gli appartenesse, in un men che non si dica gli si rivolta contro; ha ucciso una volta al soldo d’una fantomatica organizzazione criminale, e il perché non gli è chiaro neppure a lui, però sa d’aver ammazzato a bruciapelo, senza pensarci su. Ecco, tutto ha inizio così, o quasi: uccidere è facile, diventa una necessità  viziosa (autodistruttiva) come fumare e bere, o una priorità come mangiare respirare e fare all’amore anche. Un assassinio tira l’altro, e ben presto Bruide perderà il numero dei morti dietro di sé e anche la donna che ama, Paola, una femme fatale forse, con la quale Bruno Bruide riallaccia i rapporti nel momento più estremo della sua vita. Paola torna ad essere la donna di Bruno Bruide dopo quattro anni di totale lontananza l’uno dall’altra, torna ad essere colei che (r)accoglie le sue confessioni, tutte, anche quella che le sbatte in faccia la verità di Bruno uguale killer. Bruide sa di Paola sposata e sa anche che l’unica possibilità per loro è una e una soltanto… E’ una girandola di assassini, una emorragia di vita che è quasi impossibile trattenere fra le mani, una emorragia che, per assurdo, si può arrestare solo attraverso il sangue. Alla fine Bruno non ce la fa, non resiste, perde Paola, perde sé stesso cercandosi nella catena di delitti dietro di sé, e decide di darsi un arresto. Pressappoco così termina quello che potremmo definire il primo “libro” di “Cattivo Sangue”, perché dopo due anni Bruide torna sulla scena dei suoi delitti per aggiungere sangue al sangue, per ritrovare Paola e chiudere definitivamente i conti con lei. Due anni di prigione servono a Bruno Bruide per diventare, o meglio per capire d’essere anche uno scrittore oltre che un assassino e un ex Export Manager: tra le sbarre divora libri su libri, divora vite su vite ormai consegnate alle pagine e all’inchiostro, in una parola impara a leggere, a scrivere soprattutto. Tra la durezza delle sbarre scrive di sé non omettendo alcun particolare, riesce a pubblicare le sue memorie che riscuotono un discreto successo, diventa conosciuto anche come scrittore: non è più un semplice killer. Però evade, perché tra le sbarre non può resistere ulteriormente, perché il mondo all’aria aperta ha ancora troppi conti in sospeso con lui e lui con Paola, il suo mondo, l’unico che credeva di conoscere a menadito. Bruno Bruide ha ancora bisogno di vita, della sua e di quella altrui, per tracciare la mappa del suo esistere, se un modo di esistere ancora c’è per lui. E’ così che inizia quello che potremmo definire il secondo “libro”, il libro nel libro di “Cattivo Sangue”.   In “Cattivo Sangue” c’è rabbia, passione, disperazione; c’è un po’ di quel sole dei morenti che Jean Claude Izzo ci ha lasciato, c’è l’ironia feroce che fece nera e di più la verve di Léo Malet, e ci sono quelle latebre che James Ellroy ha messo in luce ne “I miei luoghi oscuri”, ma c’è anche una sana dose di cattiveria spinta al limite estremo d’un cinismo à la Céline. E sì, c’è pure dolcezza, una dolcezza che ha il sapore quasi d’un ricatto, quasi d’un riscatto impossibile, perché per Bruide nessuna redenzione possibile né in cielo né in terra: la dolcezza che Bruide sa è d’una qualità che non si dimentica, come in “Fight Club” di Chuck Palahniuk. Un’abbondante emorragia di schiettezza à la Dürrenmatt domina su ogni sentimento e durezza di Bruno Bruide: così è “Cattivo Sangue” di Franz Krauspenhaar, un noir onesto fino all’ultimo colpo. Devo essere io a dirvelo? E’ un libro da leggere, assolutamente, a costo di lasciar uccidere vostra madre per incoscienza, distrazione o troppo amore. Non capite? Tutto vi sarà chiaro, non preoccupatevi: è sufficiente che leggiate “Cattivo Sangue” tutto d’un fiato… tutto d’un colpo.

Franz Krauspenhaar - Cattivo sangue - Baldini Castoldi Dalai - Collana: Romanzi e racconti 319 - Pagine 430 - Anno 2005 - ISBN 8884906946 - € 15.80

 

August 13, 2005

MENU CHURRASCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:31 pm

Qui di seguito potete leggere le portate della cena brasiliana consumata ieri sera dalle 21.00 al Sottovoce, birreria brasiliana vicinissima a casa mia che il venerdì e sabato sera serve cena tipica al prezzo tutto compreso di euro 20, musica di Djavan, Jobim, Luis Melodia, Ivan Lins, ecc. inclusa.

ANTIPASTI: Salada bahiana, alface recfhejada (lattuga ripiena) salpicao de frango (petti di pollo e verdure). CONTORNI: Vinagrete (pomodori e cipolle conditi), arroz branco (riso in bianco profumato), farofa (farina di tapioca, pancetta e spezie) CARNE ALLO SPIEDO: Coxas de frango (coscette di pollo alla birra), linguiça (salsicce di maiale), picanha (taglio brasiliano posteriore di manzo), lombinho (lonza di maiale al vino bianco), tacchino con pancetta (nome in portoghese non pervenuto) FRUTTA ALLO SPIEDO: Abacaxi oro (ananas gold allo spiedo) Birra alla spina, bicchierino di cachaça (acquavite di canna da zucchero) caffè.

Tutti contenti, anche il signore e la signora Reister, noti gourmet. Nonostante l’avvertimento durissimo di Arbela - da me soprannominato ieri sera "O Fazendeiro", perchè, scuro di carnagione e con la barba grigia sembrava davvero un proprietario terriero da telenovela- vale a dire che con la cachaça non avrei digerito per 3 giorni di seguito (come è successo tempo fa a lui) tutto benissimo! (E alla facciazza - anzi   fachaça- sua).

August 12, 2005

TRAMUTOLISCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:08 pm

di Giancarlo Tramutoli

(Come promesso eccovi un gustoso “tris” del poeta lucano. Buona lettura. M.U.)

Lei era una romanticona

lui lavorava ad una pompa di benzina

la conquistò facendole per ore

una Super Corte Maggiore

Gli operai del conservificio

dopo anni di sacrifici

e di conserve al pomodoro

non riuscirono a conservare

il loro posto di lavoro

Quando nessuno ti ama

la vita diventa grama

si avvita, si avvita, si avvita

e poi si spana

(Da Temporali – Gruppo Ed. I Protagonisti – Foggia, 2002)

August 11, 2005

LA CONFRATERNITA DELLE BRAVE RAGAZZE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:53 pm


di Mia Hoffmann

“Le donne per bene se la prendono come per la più grande sfacciataggine se le si fruga sotto la coscienza.” (Karl Kraus, Detti e contraddetti)

Quando un nemico vi presenta una brava ragazza: non fatevi ingannare, non credete di riuscire a spuntarla da soli, dimenticate i vostri successi, il vostro fascino e ogni vostra precedente conquista; piuttosto, se ci tenete alla pelle (del portafogli) e alle palle (le vostre), recitate mentalmente come un rosario la parte bastarda di Teorema (di Marco Ferrandini): “Prendi una donna, trattala male, lascia che ti aspetti per ore. Non farti vivo e quando la chiami fallo come fosse un favore.” (Se avete problemi di memoria, fatevela incidere su una placchetta d’acciaio - non di materiali preziosi che la brava ragazza potrebbe adocchiare - e portatela al collo come se vi fosse inciso il vostro rarissimo gruppo sanguigno.)
Le brave ragazze - o meglio: i buchi con la carne insipida intorno - sono quelle creature dall’aria soavemente trasognata che bramano accasarsi con uomini brillanti, interessanti, di successo - in una parola: importanti. Raramente questi buchi sono circondati da carne pregiata, altrimenti verrebbero definiti belle ragazze e non brave ragazze. Hanno terminato gli studi con successo ma il mondo del lavoro è in crisi e non sostiene la meritocrazia, perciò sono finite come le loro amichette ignoranti a svolgere mansioni mediocri senza possibilità di sbocco se non quello sulla tazza del cesso. Economicamente fanno fatica ad arrivare a fine mese, eppure non si sognerebbero mai di cercarsi un secondo lavoro. Nel frattempo non perdono occasione per lagnarsi con chiunque, facendo pesare - soprattutto a voi: maschietti single ed economicamente ben assestati - la loro condizione. Hanno l’indole accattona, mendicano compassione. Se fanno parte della cerchia delle vostre conoscenze sapete che loro sono quelle che non bevono più di mezza birra perché “l’alcol mi da subito alla testa”. Mai una volta che prendano in mano le redini di una serata, anzi, se ci si vuole spingere un pò oltre il confine della noiosissima routine sabbatica - aperitivo/ristorante/pub - loro vanno pregate, trascinate dal davanti e spinte dal dietro se le si vuole nel gruppo, e quando acconsentiranno, vi diranno si come farebbe la madonna di Lourdes se facesse miracoli, perché adorano farsi pregare. In compagnia non si uniscono ai cori perché “sono stonata come una campana”, e quando si opta per una spaghettata di mezzanotte e si fa la conta per scoprire a chi tocca cucinare, loro si astengono perché non hanno fame, ma appena imbandisci la tavola si zittiscono e ingurgitano. Se al ristorante si paga alla romana, ordinano il minimo indispensabile e poi sbafano dai piatti altrui. Non sono particolarmente simpatiche, né particolarmente belle, né particolarmente intelligenti, ma nemmeno particolarmente brutte o stupide. Usano l’onestà come pretesto per defilarsi dal vivere responsabile, sostengono che la legge del dare e ricevere equivale a mettersi in vendita - perché “bisogna essere disposti a dare senza tornaconto” - e, dato che ” io non sono una puttana”, considerano un diritto ricevere senza ricambiare. Se vogliono un uomo, le brave ragazze affrontano un appuntamento lavorando a schemi, fasi e copioni. Pretendono di essere corteggiate, riverite, divertite e mantenute, ma non corteggiano, riveriscono, divertono e mantengono. Non invitano un uomo a cena a casa loro, tanto meno al primo appuntamento, perché “la cena la deve pagare lui, e così anche il pre e il post, perché da lì si capiscono molte cose”. Durante la serata faranno un sacco di discorsi puliti e per bene, da cui sarà impossibile dedurre qualcosa di diverso da ciò che vogliono farvi credere. Ridono, ridacchiano, ma non hanno risate contagiose perché non sanno ridere di gusto. Con loro non si toccano vette di piacere, né di delirio, né si collezionano figure di merda e tanto meno è possibile incazzarsi fino ad uscire dai gangheri perché sanno dosare molto bene il fastidio che vi procurano - l’hanno precedentemente pianificato! Anche se vivono da sole non sono brave cuoche, né estrose arredatrici, né buone padrone di casa, ma non sono nemmeno zozzone: occupano appartamenti come stanze di hotel. Non si distinguono per il buon gusto nel vestire né per stravaganza. In inverno prediligono maglioni fatti a mano e in estate maglie di cotone lavorate all’uncinetto. Non indossano scarpe con il tacco - quando esagerano si concedono un mezzo tacco dalla base quadrata - e portano, quasi sempre, capelli lunghi tinti con colori sbiaditi e acconciati con tagli classici. Piacciono alle madri ma non le sanno conquistare. Non hanno modi di fare provocanti, né argomentazioni interessanti o manie divertenti. Fanno tutto ciò che ti aspetteresti da loro ma sempre sotto tono. Spesso, quando le abbandoni, ti rimane il dubbio di essere stato fregato ma senza riuscire ad identificarne il perché. Non vi concederanno mai il loro buco migliore al primo appuntamento perché non vogliono “essere solo scopate”. Si atteggiano da principesse sul pisello ma sono allergiche al pisello, ostentano sangue nobile ma di un gruppo che non fa sangue. Quando si concedono sessualmente è perché lo ritengono inevitabile ma non si trattengono dall’imporre divieti, né prendono iniziative che potrebbero prorogare ulteriormente l’accadimento. Raramente si fanno cogliere sessualmente di sorpresa e con piacere. Insomma, si offrono spudoratamente da ogni vetrina, si offrono all’acquisto, ma non mettono in vendita niente. Sono buchi, circondati da normalissima carne insipida che si giustificano s.o.s.tenendo: “La donna è mobile / Qual piuma al vento / Muta d’accento / E di pensiero. Sempre un a mabile / Leggiadro viso, / In pianto o in riso, / è mensognero. (…) E’ sempre misero / Chi a lei s’affida, / Chi a le s’ confida, / Mal cauto il core! Pur mai non sentesi / Felice appieno / Qui su quel seno, / Non liba amore! La donna è mobile / Qual piuma al vento, / Muta d’accento / E di pensier, / E di pensier, / E di pensier!” “Talvolta la donna è un utile surrogato dell’onanismo. Naturalmente ci vuole un sovrappiù di fantasia.” (Karl Kraus, Detti e contraddetti)

August 10, 2005

STELLINA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:44 pm


di Gianmaria Pastore

(Ricevo da Gianmaria – il suo blog è Ipno, tra i miei link – e pubblico. Buona lettura. M.U.)

Un giorno, la Follia mi guardò dritto negli occhi e mi disse:“Tu hai la parlantina. Tu sei un sofista.” “La ringrazio, ma lei beve già a quest’ora?” “Non essere modesto, puoi fare grandi cose.” “Veramente non me ne ero mai accorto.” “Possiedi l’arte di intortare il prossimo.” “Effettivamente qualche colpo, a diciassette anni, l’ho messo a segno.” “Cagatine. E una vita fa, per giunta. Ora ne hai trenta.” “D’accordo, mi ha convinto.” “Bene, è deciso. Sarai agente di commercio per il nostro gruppo chimico.” “Bello! Il che significa…” “VENDERE. VENDERE E FATTURARE. FARE SOLDI. MILIONI.” “Dove devo firmare?” “Qui. E ricorda: la nostra è una vendita d’assalto.”
“Vado a ingrassare la baionetta.” Siglai il contratto, strinsi vigorosamente la mano del direttore commerciale scambiai un sorriso sicuro e uscii dal grattacielo, investito dal trionfo solare di luglio. Mi scrutai nelle vetrine. Ero bello, alto, gli occhi verdi. Elegante. Carico di energia. Di energia monetaria. Giunto al parcheggio, notai che un piccione aveva scaricato il suo liquame color nocciola sul cofano della mia auto. La cosa non mi scalfì per niente. Restava solo da vedere quanto sarebbe durata la carica. Ero sempre andato a pile. Pochi giorni dopo arrivò la telefonata del dinamico direttore commerciale. “Dammi del tu, va bene?” “Va benissimo, per carità.” “Perfetto. Inizi a settembre.” “Magnifico.” “Alla fine di agosto c’è il nostro meeting nazionale. È un occasione per un primo contatto con i tuoi futuri colleghi e per renderti conto della nostra realtà aziendale.” “Ci sarò.” “Alla grande,” aggiunsi. “Bene, qui apprezziamo l’entusiasmo. È un grande evento, vedrai.” “Ne sono sicuro.” “Stupendo. Allora buone vacanze. Dove vai di bello?” “Al mare.” “Ah, al mare. E dove?” “In Sardegna.” “Figo. San Teodoro, Maddalena, Porto Cervo?” “Urzulei.” “Mmm, l’ho già sentito, ma al momento non ricordo bene dove sia.” “È nell’interno. Mia zia ha …” “Okay. E mi raccomando, fai il bravo.” “In che senso? “E quale senso? Ma con le FIGHE! Ciao, stellina. Ci si vede dopo le ferie.” Riattaccò. Mi aveva chiamato “stellina”.

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