COVARE (seconda parte)
Durò poco, forse un quarto d’ora, forse venti minuti, ma non arrivammo comunque alla mezz’ora; lei partecipava poco, anzi quasi per nulla, era più che altro abbandonata sotto di me, gli occhi sempre chiusi, quasi del tutto passiva, determinata a subire l’inevitabile, così era la mia impressione mentre le stavo sopra e mi muovevo dentro di lei. Rivestendoci alla svelta, le dissi di scendere lei per prima e di dare un colpo di tosse nel caso ci fosse stata via libera, per non insospettire mio figlio; allora sarei sceso anch’io.
“Siete della stessa razza, tu e lui” , disse mia nuora di colpo, a tradimento, senza guardarmi in faccia, mentre si abbottonava la gonna, evidentemente disgustata. Non riuscii a dire nulla.
Lei scese, poco dopo sentii il colpo di tosse, scesi e non trovai mio figlio, il quale –così scoprii pochi minuti dopo – era nel giardino e guardava nel vuoto o le nuvole in cielo come spesso in quel periodo, perché stava covando, stava covando il secondo volume della trilogia; il primo libro, così aveva detto a me e a sua moglie, mia nuora, da pochi minuti la mia amante, si sarebbe intitolato Se il telefono potesse parlare, mentre sul secondo ancora non aveva le idee chiare sul titolo. Di colpo mi guardò, sdraiato sulla sdraio, sviando il suo sguardo dalle nuvole che osservava spesso mentre covava la sua trilogia appena attaccata da lui –e a spada tratta, a quanto si poteva osservare osservandolo- nel secondo libro; mi guardò e disse: “Annegare nel liquido amniotico, è questo il mio unico sogno, tornare da dove sono venuto annegando, è questo il ritorno alle origini che deve per forza essere il nostro premio per una vita ingiusta e assurda, altrimenti tutto è stato inutile, qualcosa deve pur esistere al di là di questo”. Gli chiesi se fosse una frase che aveva appena covato, e lui mi rispose di si, e mi chiese cosa ne pensavo, e io per la prima volta in queste occasioni peraltro rare mentii, e gli dissi che era una grande frase, mentre in realtà era una vera e propria stupidaggine, uno sbocco di finto nichilismo e per di più di maniera, e quella storia del liquido amniotico era davvero insulsa, completamente, e in fondo c’era una speranza in un senso che attraversasse la vita che io trovavo addirittura patetico; ma in quel momento guardavo mio figlio e mi faceva una gran pena, come mi aveva fatto pena col suo grembiule indossato il primo giorno di scuola, come mi aveva fatto pena quando era tornato dalla festa di laurea dieci anni prima, come mi aveva fatto pena quando si era sposato due anni prima. Tutto l’odio s’era dissolto, ora mio figlio mi faceva una pena credo immensa, una pena che usciva a ondate devastanti dal mio petto, una pena addirittura violenta, che in qualche modo cominciava a devastarmi; avrei voluto piangere per la pena ma naturalmente di piangere non ero più capace e da parecchio tempo, da così tanto tempo che non ricordavo più con precisione né con approssimazione, forse da quando ero stato un adolescente, ma non ne sono per nulla sicuro, di sicuro c’è soltanto che non sono certo un tipo come si suol dire dalla lacrima facile.
“Io ti ho fatto un torto grave, un torto irrimediabile che non potrà mai essere cancellato. Non ho la forza di confessartelo, e non chiedermi nulla, o potrei perdere questa vergogna che mi assedia, e potrei dirti tutto”, così dissi di colpo - e senza pensare a quello che stavo dicendo- a mio figlio, travolto da quel senso di pena terribile che provavo per lui.
“Puoi avermi fatto qualsiasi cosa, a me non importa”, disse prontamente lui. “Ma ti conosco bene: non sei capace di fare del vero male. L’unico torto che hai fatto a me, che mi hai potuto fare, è stato ficcare il tuo arnese da spasso dentro la mamma, e venirci dentro. Ecco fatto, hai fatto il guaio, l’hai fatto tu solo, perché la mamma era arresa, non poteva far nulla, era arresa alla sua maternità, non avrebbe potuto farci niente. Tu invece mi hai fatto volontariamente nascere, e avresti potuto, con un po’ di giudizio, deviare quel maledetto fiotto di sperma. Ma niente. No, tu hai fatto solo questo. Ammettilo. Sei una brava persona come tante; e sono quelli come te, gli incoscienti, che rendono questo mondo lo schifo assoluto che è”.
“Hai ragione”, dissi con un soprassalto di stizza per quell’uomo che era mio figlio e per il quale, d’improvviso e per fortuna, non provai più alcuna pena. Sospirai quasi di liberazione. “L’errore è stato mio, l’errore è stato farti nascere. Ma non sono un brava persona; non lo sono mai stato”.