COVARE
"Siamo animali del bosco, saremo bosco, saremo foglie, sotto di noi cammineranno passi, si spegneranno cicche di sigarette, e poi svaniremo accartocciati nel nulla". Così disse mio figlio a mia nuora, la quale era una creatura senza grilli per la testa, pensò bene di guardarmi sgranando gli occhi, come se mio figlio avesse detto una fanfaronata delle sue; invece mio figlio aveva detto una cosa intelligente una volta tanto, era stato preciso sul destino che ci attende, sulla fine inevitabile, e io ne rimasi naturalmente di sasso; e nonostante stessi apprezzando la lucidità di mio figlio finalmente ritrovata non avevo voglia di complimentarmi con lui, dopo tutto quello che mi aveva fatto negli ultimi anni. Era stato crudele e meschino, piccolo e infingardo, stupido e mellifluo; aveva tentato di truffarmi con l’assicurazione sulla vita e aveva fatto carte false per mandare sua madre - mia moglie - in una casa di cura per malattie mentali. Era un giovane egoista e proiettato esclusivamente verso se stesso, si autoproiettava edonisticamente; non cercava il piacere della massa, preferiva i piaceri dello specchio mentale, in quanto s’era creato questa sua immagine di intellettuale rimirabile e ci sguazzava all’interno abbondantemente, in quest’immagine tutto sommato squallida. Io avevo voglia di farla sotto il naso di mio figlio, vale a dire avrei voluto con tutte le mie forze sedurre una buona volta mia nuora, farmela nella stanza di sopra, mentre lui, mio figlio, si rimirava al suo specchio intellettuale senza aver ancora scritto una sola riga significativa del suo romanzo. Ogni tanto affermava che il libro l’aveva già scritto ed era già tutto dentro di lui, e che era solo questione di tempo, sarebbe venuto fuori da solo, si sarebbe trascritto automaticamente, lo scrivere per lui era un semplice stenografare per la qual cosa al momento non aveva tempo, in quanto s’era messo a covare nel frattempo il secondo libro della trilogia, e questo covare era lo scrivere ed era il vero lavoro, mentre scrivere su carta era per lui solo stenografare, e questo era il meno, il tempo sarebbe venuto, si sarebbe trattato di un’operazione semplice ma noiosa, e ora lui aveva il suo bel daffare nel covare il secondo volume della trilogia, questo per lui era scrivere, covare. Gli chiesi se quella frase che aveva detto a mia nuora - sua moglie - era l’attacco del secondo libro; lui mi rispose che era il finale del primo. Gli chiesi allora cosa ci stava prima. Lui mi rispose, semplicemente: "Tutto". Guardai mia nuora con desiderio e con una scusa mi feci seguire da lei nel giardino, mentre mio figlio continuava a covare il suo secondo romanzo, il secondo della trilogia. Non mi ci volle molto: guardai mia nuora intensamente negli occhi, avvicinai il mio viso al suo e la baciai delicatamente sulle labbra. Lei chiuse gli occhi e si abbandonò facilmente, mentre io invece la guardavo bene, volevo vederla perfettamente nell’atto di abbandonarsi. Non c’era alcun pericolo: mentre salivamo di sopra facendo scricchiolare le scale lucide per finire in camera da letto, ero perfettamente sicuro che mio figlio non ci avrebbe disturbati, e che non avrebbe sospettato nulla: lui avrebbe continuato a covare il secondo romanzo della trilogia da stenografare fino a chissà quando, mentre io avrei potuto portare a compimento il mio vendicativo incesto in tutta tranquillità.