
di Cristiano Prakash
Sopra un letto, un corpo sudato. La pelle a specchio, fradicia del suo umore salino. Si gira e rigira, sbatte gli arti; vittima di un incubo che è rinchiuso dentro, che al di fuori restituisce solo un luccichio bagnato. Nella fase onirica non si distingue il vero dall’illusione; a tal punto da confondere il sogno e il sonno, con il mistero i codici e i segni di cui è gravido, con la realtà. Resta l’amaro in bocca e la consapevolezza che, quel sudore, rappresenta la fine delle illusioni, degli ideali. Partiamo da qui: vorrei raccontare una storia di una persona normale, che al qualunquismo oppone un fiero bisogno di comprensione, all’abbondante offerta di fedi a buon mercato preferisce coltivare il dubbio. Per rinascere dalle proprie macerie bisogna passare anche attraverso gli incubi e accettarli come pegno per la propria coerenza. Ne parlerò in prima persona, come fossi io ad aver vissuto quell’esperienza. Ansimo, respiro caotico: calmo, devo stare calmo, calmo. Dura poco, sempre meno. Sta gradualmente esaurendosi, riesco a razionalizzare sempre prima, a capire dove mi trovo, a tornare in me sempre prima. E’ la prova scientifica che sto guarendo: si, così, calma. Respiri profondi, col diaframma ……………… Si, è passato. Un anno; dura da un anno e passerà, del tutto. Posso dire di essere fortunato, dopo solo un anno sto quasi bene: non capita più tutte le notti, ormai, di media, solo una a settimana. Ssssiiii, ok, è passato. Ho trascritto per un lungo anno quel che mi succedeva: il fenomeno a livello fisico e psicologico. Dati oggettivi e impressioni personali. A questo punto potrei farne un riepilogo; rivederlo come fosse un racconto, formato da episodi, e riconoscerne i miglioramenti, i progressi, come ho saputo reagire.La prescrizione non prevede i pensieri, il commento, ciò che rimane della filosofia personale di un uomo di fronte al dubbio. Eppure devo trasgredirla, devo decidere cosa pensare di ciò che ho fatto, se lo farò di nuovo, se e cosa trarrò da tutto questo. Per affrontare lo stato di profondo disagio in cui versavo, mi venne consigliato di trascrivere quel che mi succedeva dentro. Così ho fatto, in duplice copia: una per l’analista che mi segue, l’altra per me. Non saprei definire uno stato di shock e le sue conseguenze in termini scientifici, ma posso farlo abbastanza bene con le parole che mi sono solite, alleate, sorelle. La cosa che più mi mette a disagio, sono i dubbi rimasti anche dopo quel che è stato; mi ci trovo male a descrivere ciò che sento, perché tutti si aspettano da me un giudizio categorico, una verità sicura e tranquilla, scontata, su chi ha ragione e chi torto. Una razionalizzazione su chi ha colpe e chi rivendicazioni; come se io venissi dopo, come se i dubbi fossero un terreno molle e paludoso che dovrei lasciare ad altri, a quelli che passeranno tutta la loro vita senza mai sapere nulla di come stanno le cose; la gente, il popolino, i mediocri che ignorano. Voglio invece raccontare come meglio posso; senza forzature, a flash, a salti, con un disordine emotivo composto da fatti, idee che si mescolano collose tra loro, ma che fanno pienamente parte della mia persona anima-cervello-emozioni. Gli appunti esordiscono così: “ Giovedì sera, 20 luglio. Sono in stazione, fra poco arriva il treno e partirò. Sono solo, raggiungerò gli altri appena domattina così avrò il tempo di raccogliere le idee. Non so perché, o meglio, lo so ma non so se basta, se è giusto così. Sono sempre stato solo nelle idee, trasversale, tormentato e quindi ho sempre suscitato sentimenti contrastanti; come se l’adesione o meno a certe posizioni potesse definire una persona. Non volevo stare da subito in mezzo alla folla: non prima di arrivare. Ho accettato l’invito ad andare come una volta accettavo di fare ore e chilometri in macchina di notte, solo per andare a ballare da qualche parte. Oppure quando si decideva, in un fine settimana, di attraversare tre Regioni per fare una sorpresa ad un amico lontano. Mi hanno detto di andare, che era una buona causa, che dopo anni potevamo passare tre giorni in mezzo ad un sacco di gente in allegria. Ho accettato pur non condividendo appieno le idee di nessun gruppo, associazione, corrente di pensiero: idiosincrasia al credo massificato, impacchettato. Questo non significa che non mi senta a disagio pensando alla fame nel mondo; ogni volta che vedo certi reportage mi ritrovo con le lacrime agli occhi e lo stomaco chiuso. E’ ovvio che consideri ingiusto che una minoranza goda e possa gestire della maggior parte delle risorse disponibili sul pianeta. E’ altrettanto vero, però, che non credo nel proselitismo di sistemi religiosi che, con una mano provocano vittime ( no all’uso dei preservativi, no all’aborto e ad altre proibizioni e divieti dettati dall’alto ), per poi, con l’altra, curare e assistere. Mi mettono altresì a disagio coloro che insultano poliziotti e carabinieri e fascisti e comunisti solo perché non la pensano come loro. Insomma, come sempre non appartengo a nessuna corrente fideista, a nessun credo istituzionalizzato: sono solo con le mie domande. Venerdì mattina, 21 luglio. Sto cercando gli altri e, nonostante i telefonini, non riusciamo a trovarci tanto è traboccante la fiumana di gente che affolla ogni centimetro di questa città stravolta dall’invasione. Questo non è certo un problema: si trova compagnia anche se non la si cerca e, infatti, mi aggrego a ragazze e ragazzi disponibili a parlare e stare insieme come si fosse tutti amici. Partiamo con calma, gioiosi, curiosi, contagiati dal clima di festa che pervade, quasi palpabile, l’aria. Si balla, canta improvvisando, nel vortice di un inconscio collettivo che annulla le ostilità e le diffidenze. Quasi non m’accorgo, occupato come sono a condividere questa immensa gioia festosa, che ho dimenticato ogni giudizio, ogni domanda: sto bene e basta, senza bisogno di spiegazioni e ragioni logiche. Ci sono parecchie soste forzate e il tam-tam informale del passaparola, comincia a diffondere notizie di incidenti e disastri. Il corteo, eterogeneo, immenso, viene scosso all’unisono, come fosse un unico organismo, dal frastuono inconfondibile di spari; tremende visioni di fumate dense, spesse e puzzolenti, spezzano nettamente la gioia di quelle migliaia di corpi in festa. Colli allungati, teste in movimento; si cerca di capire, di sapere; siamo stupefatti, come a svegliarsi di colpo e uscire da un bellissimo sogno. Venerdì, pomeriggio. Sto male. Poco da scrivere: viso e occhi bruciano. Attorno solo espressioni stravolte, anche se rimane un comune senso di fratellanza e condivisione. Un gruppetto di giovani gira tra la gente e aiuta chi, come me, ha bisogno di collirio e stracci bagnati per alleviare quel fastidio acuto. Assieme ad un gruppetto di 7-8 ci allontaniamo e riguadagnamo la strada. Percorriamo una via e ci troviamo nel mezzo di uno spettacolo infernale: tutti urlano, poliziotti, manifestanti, fotografi, operatori televisivi. C’è un odore acre di fumo, di bruciato e lacrimogeni, di immondizie che bruciano; la gola a pezzi, gli occhi chiusi, le gambe schizzano e corrono anche se i polmoni uralno, il naso è brace ardente. Corri, scappa, corri; non importa più dove o lontano da chi. Venerdì sera. Sfatto; allo stadio con una moltitudine;condivisione di angoscia; stupore. Venerdì notte. Di merda. Sabato mattina. Vado senza sapere perché, mi unisco agli altri con un misto di inerzia e solidarietà. Dopo un po’ arrivano notizie di gruppuscoli radi ma determinati che spaccano tutto senza che la Polizia faccia niente. Sottolineo: l’estremismo di pochi strumentalizzato ad arte, esteso a tutti. Tutti vogliono comunque partecipare, spinti da rabbia, sgomento, incredulità, dignità. Poco dopo una pioggia di lacrimogeni, cariche furiose. Scappo, scappiamo, il più lontano possibile, nessuno sa dove. L’immenso corteo è spaccato e ognuno scappa; l’adrenalina anima le gambe, il sangue pompa sui muscoli; siamo ridotti a un branco di animali in fuga. Sabato pomeriggio. Non so più dove sono. Mangio un panino e mi convinco che siamo tutti, TUTTI, sotto shock. Sono seduto su un muretto e vedo arrivare verso di me un mucchio di ragazzi che corrono, fuggono. Non realizzo subito e, un attimo dopo, è troppo tardi; un gruppo di poliziotti ci circonda e bastona con lo sfollagente. Cerchiamo di parlare e spiegare che stavamo solo mangiando un boccone, ma per risposta, pestano, pestano, pestano. Questi appunti li scriverò solo in seguito. La memoria pregna di ricordi me li fa tornare in mente come fossero in presa diretta, pensieri indelebili, incancellabili. Sabato sera. So dove sono: un commissariato, uno qualsiasi. Siamo in tanti, per ora in piedi, tutti, uomini e donne, in corridoio. La fine dell’attesa coincide con l’arrivo di un folto gruppo di agenti: ci dividono in gruppi da venti. In quel preciso momento so che sono un fermato e che mi aspettano ore da incubo. Cerco di farmi spiegare qualcosa, ma quelli urlano, spingono. Ci trasferiscono in uno stanzone e, per un paio d’ore, siamo tutti genuflessi, mani sul muro. Le ragazze sono insultate, umiliate, minacciate. Faccio un altro tentativo, provo a formulare una domanda, ma in tre, fulminei, mi raggiungono da dietro e urlandomi diritto alle orecchie e sputacchiando saliva, mi intimano silenzio. Con i manganelli spingono alle reni, ai fianchi, sulla spina dorsale. Come fosse un preludio, un rimando al male che mi potrebbero fare se non ubbidissi. Quei manganelli di merda non fanno male; non ancora; lo lasciano solo immaginare. Nessuno parla più, siamo terrorizzati, stanchi, stremati: chi piange o anche singhiozza è insultato, umiliato. Vorrei guardarli negli occhi, cercare e trovare la prova della loro umanità, capire cosa ci sia dietro a tanto spregio, come sia possibile ci trattino così. Ma loro non me lo permettono, mi girano la testa con le loro mani pesanti, i polsi grossi, il radicato convincimento che loro sono i più forti, i padroni. Dopo ore gravose, ci fanno stendere, pisciare, ma molti non hanno il coraggio di staccarsi dal gruppo; più semplice chiudere gli sfinteri. Siamo tutti, ormai, totalmente in balia di questi uomini-bestia allenati a terrorizzare, ritorcere la volontà, piegare gli istinti. La notte siamo sempre stati nello stesso stanzone e, a turno, veniamo svegliati e condotti in altre stanze per un tempo variabile e indeterminabile. Quelli che tornavano erano tesi e rigidi, ma sfatti e svuotati. E’ il mio turno: sto dormendo e un urlo mi sveglia dal torpore avvolgente. Due in divisa, uno per parte, mi sollevano e spingono attraverso un corridoio fino ad un ufficio. Mi fanno sedere a suon di spinte: devo confermare le mie generalità. Devo spogliarmi, nudo e indifeso: dalle stanze attigue si odono urla strazianti e non capisco se sono di persone torturate o diaboliche registrazioni. Una volta denudato sono perquisito da mani callose , dure, volgari e incapaci d’amore, che feriscono. Commentano il mio corpo con ancora maggior volgarità, sputando minacce, violenze, dicendo tra loro che il prossimo ad essere perquisito sarà una ragazza e che, se non sarà brava e condiscendente, le ficcheranno il manganello dentro. Sottintendono, nel clima rarefatto e surreale, che potrebbe succedere anche a me e ad altri. Penso ai romanzi sudamericani, ai polizieschi noir di Ellroy, ai film che mostrano pestaggi e falsi esecuzioni. M’accorgo di non tremare solo per paura dei loro commenti, del loro infierire con commenti e frasi colme d’impudicizia, dei loro manganelli. Finalmente finiscono, mi riportano nello stanzone. Guardo gli altri e capisco che i pochi che dormono non hanno ancora subito l’interrogatorio. Mi assopisco innumerevoli volte ma ad ogni minimo rumore, come fosse una scossa, trasalisco, tremo. Molte ore dopo prendo coscienza che l’ambiente è al buio a causa degli scuri chiusi ermeticamente, che ci sono solo un paio di lampadine da 40 watts al massimo, giustappunto per lasciare un minimo di visuale che ci consenta di vedere noi stessi; corpi ammassati stesi a terra, sguardi fissi, vuoti, terrorizzati. E’ giorno, lo si capisce quando entrano: una luce più plausibile, vera, penetra repentina dalla porta. Tutto si protrae ancora a lungo: tanto da farci chiudere gli occhi dalla spossatezza, per poi farceli spalancare dall’angoscia che abbiamo dentro. Lunedì mattina. Sono a casa. Ho chiamato al lavoro, ho preso una settimana di malattia. All’apparecchio ho sentito, o almeno così mi è parso, un brusio quasi impercettibile, come stessero intercettando il mio telefono. Quando ci hanno fatti uscire, un po’ per volta e sempre da soli, dei ragazzi che non conoscevo mi hanno consigliato di stare attento, di non parlare con i giornalisti, di stare, per un po’, tranquillo. Andando in stazione mi è passata accanto una pattuglia; ho cominciato a tremare in modo incontrollato, a sentire un orrore assoluto impadronirsi di me. Rabbia, terrore, incapacità di inquadrare razionalmente quel che era successo. I pensieri e le ossessioni sembravano superati, nei loro limiti fantasmatici, dalla cruda realtà. Dopo un mese lungo un secolo, ho accettato di farmi visitare da una psicologa per i disturbi del sonno. Ho accettato di assumere psicofarmaci per dormire. Ogni mattina però, al risveglio, credevo di sentire quelle urla, di vedere quegli occhi privi di sguardo e penetrabilità, di sentire la punta del manganello su di me, sulla schiena. Sono tornato in ufficio dopo quaranta giorni di malattia e ho deciso di scrivere a giornali, politici, internet. Ma ogni sera, ogni telefonata, ogni sguardo rivoltomi, riaccendevano quel terrore cieco, fisico, brutale. Dopo un altro mese ho firmato una denuncia corale assieme ad altre centinaia di persone che avevano subito i miei stessi trattamenti. Abbiamo tutti dichiarato di essere stati vittime di torture corporali e psicologiche da agenti di non si sa quale reparto. Dopo sei mesi ho partecipato a sit-in di protesta. Dopo otto mesi ho ricominciato a riflettere con distacco sul significato di rivoluzione, di repressione poliziesca, di terrorismo istituzionale. Dopo dieci mesi ho re-iniziato a sentirmi bene, a concedermi il lusso di riflettere in libertà. Ancora domande; ancora pensieri di cane sciolto, ancora solo, a pensare al significato profondo di essere autenticamente me stesso, anche se ancor più impaurito di prima. Poi sempre meno frequenti i risvegli sudati; quelli in cui ci metto qualche secondo a realizzare dove sono, secondi che hanno il sapore del terrore; quelli che hanno in sé lo strazio di chi è rotto dentro. Un pensiero fisso cresce di giorno in giorno. Una convinzione irrazionale che è anche un incontro con un pezzo di me ancora staccato, lasciato dentro uno stanzone lontano sei ore di treno. E il bisogno etico di pensare che erano per la maggior parte degli sbarbati impauriti che non sapevano niente di quanto stava accadendo nelle stanze della paura, dove i loro colleghi, ignobili ignoranti squadristi allenati a torturare, usavano cieca violenza. 20 Luglio 2002 . Un anno dopo. Ho preso due giorni di ferie, comprato il biglietto del treno. Devo tornare a Genova: devo! Questa è la storia di un corpo che si agita sopra un letto. Dorme ancora, sta solo sognando. Sogna ricordi che per uscire gli faranno pagare un dazio; per ora è ancora vivido, presente, ma col tempo sfumerà: è così con qualsiasi elaborazione del lutto. Poi si sveglierà madido di sudore e scriverà e leggerà; forse quest’episodio gli cambierà la vita, o forse continuerà impavido a cercare, a scavare. Non lo si può sapere: il futuro ci riserva sempre delle sorprese ed è meglio aspettarle pazienti per dedicarsi al presente. Tanto tutto viene e poi passa, come la vita.