The FK experience

July 14, 2005

POESIA DELLA BUONA NOTTE (alitata)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:19 am

di Ernst Jandl

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per friedericke mayroecker

July 13, 2005

UN TIMIDONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:55 pm


“Stanley era un attore terribile. Era bravissimo ad osservare le più sottili sfumature negli attori, ma nelle occasioni ufficiali, esattamente come me ora su questa sedia, andava nel pallone. Completamente. In occasione del discorso di accettazione del Premio Griffith scrisse un bellissimo testo, ma – come se avesse ingoiato un bastone – era rigidissimo… poi ho visto il risultato ed era orribile! Ho riso da matti. Io e Leon ( Vitali, il suo aiuto regista ndr.) l’abbiamo preso in giro. L’ha dovuto rifare decine di volte, e alla fine ha detto: ‘Devo decidermi a spedirlo, altrimenti non lo finirò mai’. Poi l’ha rivisto in televisione… pensavo stesse per soffocare… era terrorizzato dal modo in cui era venuto. Ecco perché non dava interviste. Diceva: ‘Perché dovrei apparire come un idiota?’. Quando era molto giovane fu invitato in un programma radiofonico - avrà avuto 20 anni - e il tipo della radio gli mise il microfono in bocca e gli disse senza cortesia: Parla! Ma lui non ci riusciva. Così il tipo lo sgridò: ‘Credevo che avresti parlato del tuo film!’. Ebbe una sorta di paura da palcoscenico e non riuscì a dire nulla. Molte persone non riescono a parlare in pubblico. Non riesci mai a dire quello che veramente vorresti dire. Non ti vengono in mente i nomi, le date, quando sei sotto i riflettori…”

(Christiane Harlan Kubrick)

July 12, 2005

LESSICO E CHIAREZZA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:18 pm


di Sergio Garufi

(Ricevo e pubblico dall’enciclopedico Garufi questo brillantissimo pezzo già uscito su Stilos a marzo. Buona lettura. M.U.)

“Fatti, non parole” è l’eterna e disattesa promessa dei politici di ogni schieramento. Una conferma di questo luogo comune viene dal recente invito ad abolire dal dizionario del centro-sinistra termini quali socialdemocrazia ed egualitarismo, retaggio di un passato imbarazzante di cui ora ci si vuole disfare come di una prova a carico. Forse è solo questione di moda, in fondo anche il lessico si aggiorna e si adegua ai tempi che corrono, con nuovi innesti e mesti accantonamenti. Da vent’anni il discorso è fermo perché più nessuno lo porta avanti, e stessa sorte è toccata a nella misura in cui, espressioni decedute per l’abuso e il conseguente sarcasmo che suscitavano. Archiviazioni più attuali riguardano i diminutivi che facevano tanto understatement (attimino, aiutino), con ogni probabilità perché viviamo in tempi massimalisti e preferiamo la frase piena, roboante, in cui un avverbio non si nega a nessuno. Chi è più disposto a rispondere con un semplice sì o no senza premettere assolutamente? E comunque, posposto a perché è un must di questa stagione, come la sciarpa col nodo scorsoio e il cappotto corto e stretto. Certi vocaboli sopravvivono solo nei dizionari, sono anziani problematici e non autosufficienti con cui nessuno vuole più avere a che fare. Valetudinario, ctonio, teratologico e bustrofedico pretenderebbero cure amorevoli e invece deperiscono tristemente nell’indifferenza generale. Perché abbandonare negli ospizi della paleografia etrusca l’aggettivo bustrofedico? Basterebbe prenderlo in affidamento e associarlo all’andatura di un ubriaco, o al trasformismo dei politici pronti a cambiare partito appena gira il vento, e rifiorirebbe sùbito. Ma a farlo si rischia l’accusa di snobismo, perché il lessico può essere classista, prevaricatore, farsi strumento del potere: come lo stile aulico, il linguaggio accademico, il latino dei preti e degli avvocati. In una memorabile disputa con Manganelli, Moravia accusò il malinconico tapiro (e con lui Sanguineti, Balestrini e altri) di deliberata illeggibilità, al fine di conseguire prestigio presso le masse incolte, irretite e soggiogate da tanta oscurità che scambiavano per garanzia di qualità. Il lessico manganelliano era ricco e immaginifico, attingeva a piene mani alla tradizione barocca, ma la sua posizione marginale e sostanzialmente estranea all’establishment letterario dimostrava in modo inconfutabile l’opposto di ciò che asseriva Moravia. Quando le terze pagine stavano dove dicevano di essere, sul Corriere della Sera apparve un articolo di Pontiggia il cui provocatorio incipit affermava: “nei primi anni di scuola mi insegnarono che tutte le volte che avevo intenzione di scrivere il verbo andare, dovevo sostituirlo con recarsi. Ci misi molti anni per capire che era vero il contrario”. Pontiggia era uno strenuo apologeta della trasparenza comunicativa e della chiarezza espressiva. I suoi modelli erano Cesare, che aborriva gli inaudita verba, e Renard col suo stile anolessico che rasentava il silenzio; tanto che Sartre disse che “era venuto a Parigi a tacersi per iscritto”. Eppure Pontiggia conosceva l’aureo insegnamento di Paul Valery, che sosteneva che “chiarezza è niente più che abituale frequentazione di nozioni oscure”. A quel pezzo replicò ironicamente Mariotti con un lungo elenco di verbi desueti che mai avrebbe rimpiazzato con altri più semplici e diretti; e infine intervenne in modo apparentemente risolutorio Citati, affermando che è il contesto a determinare il lessico più adatto. La sua riflessione servì a spezzare la mistificante dicotomia del di qua o di là, ma se esistesse un solo modo per descrivere una situazione, allora la lezione degli Esercizi di stile di Queneau si ridurrebbe a un ingegnoso rebus per indovinare il giusto registro espressivo da adottare volta per volta. Anch’io credo fermamente nelle discussioni estetiche per gli stessi motivi per cui Talleyrand credeva nella Bibbia (” parce-que je n’y comprends rien”); tuttavia penso abbia ragione René Daumal, quando scriveva che “lo stile è l’impronta di ciò che si è su ciò che si fa”. Qualcosa che fa costitutivamente parte del nostro senso identitario, che è meno frutto di una scelta che un naturale riflesso del modo di essere di ciascuno. Ci si esprime come si mangia insomma, non a caso la massima istituzione in questo campo si chiama Accademia della Crusca. Anche riguardo alla superstizione della chiarezza - ottenibile con un lessico elementare, e per la quale spesso s’invoca il saggio precetto della sprezzatura, ipostatizzato dallo stile dell’anatra di cui parlò La Capria - converrebbe correggere alcuni sillogismi falsi e fuorvianti. Il linguaggio è per sua natura ambiguo e metaforico. E’ il tentativo di tradurre verbalmente un pensiero o un’immagine che fa grumo e resiste; e che, per essere trasmesso, necessita di vocaboli che si fanno al contempo tramite e schermo. Il segreto non consiste solo nel trovare le parole acconce - per usare un’espressione di Roberto Longhi, che difatti traduceva testi figurativi in testi letterari -, perché la chiarezza non sta nei concetti o nelle parole, ma nel loro incontro. Per alcuni, come Fortini, questo incontro è impossibile, perché “la chiarezza è come la verginità, la si possiede solo nel momento in cui la si perde”; mentre per altri, come Derrida, questo incontro non era neppure auspicabile. Ne Il gusto del segreto il francese dice chiaramente: “se la trasparenza dell’intelligibilità fosse assicurata distruggerebbe il testo, mostrerebbe che non ha avvenire alcuno, che non deborda il presente, che si consuma immediatamente; dunque una certa zona di misconoscimento e incomprensione è anche una riserva […] Se tutti possono capire subito ciò che voglio dire non ho creato alcun contesto, ho meccanicamente risposto all’attesa, ed è tutto lì, anche se la gente applaude, e magari legge con piacere; poi chiude il libro ed è finita”. Detto in modo un po’ complicato, il messaggio è: diffidate della semplicità. Quando un’argomentazione è semplice e lineare significa che c’è identità tra esposizione e pensiero, o piuttosto che le complessità sono state occultate, rimosse? Per Neil Postman è colpa della televisione, ritenuta “costitutivamente inadatta a trasmettere conoscenze che abbiano un minimo di spessore o di complessità, e che impone modalità espressive che impoveriscono la vita di una democrazia”. Il suo linguaggio è spesso rassicurante e consolatorio, intende farci credere che il mondo è comprensibile e dominabile. Propone l’essere conformi come ideale di sanità, mentre è il tratto più evidente della malattia; perché “una vita che non si individua” - diceva Jung - “è una vita sprecata”. Questo linguaggio risulta offensivo perché miseramente apodittico; ci considera dei lobotomizzati ai quali spiegare perfino il truismo più ovvio. In questo senso, parlar difficile può voler dire rifiutare le facili dicotomie da tertium non datur, introdurre anticorpi di vigilanza critica all’interno del senso comune. Già nel 1923, il surrealista Robert Desnos provò, con Language cuit, a scardinare gli automatismi verbali, disarticolando e rovesciando le frasi fatte per vedere se il pensiero anchilosato ne uscisse di nuovo suggestivo e rivelatore; ma fu un tentativo isolato e, in gran parte, inascoltato. L’omologazione al basso è egemone pure in letteratura. In molte opere della nuova narrativa trionfa il linguaggio elettronico, facilmente identificabile perché iterativo, pleonastico e brachilogico; un balbettio sconnesso fatto di frasi tronche, di concetti basici ripetuti all’infinito, di continui punti e a capo. E’ uno stile che sa di scuola di scrittura creativa e conta parecchi estimatori, figlio delle teorizzazioni degli studiosi del Reader Response Criticism, quelli che definirono la figura del narratee; cioè il personaggio interno alla storia che svolge la funzione dell’utile idiota, a cui si spiega tutto pazientemente perché non si può dare del cretino al lettore; figura che la demagogia catodica in seguito attribuì ed estese indistintamente al pubblico televisivo. La denuncia di questo appiattimento fu fatta a suo tempo anche da Gadda, che ne I viaggi la morte scrisse: “le genti sazie ebefatte dimandano con ogni ragione delle buone e intelligibili scritture: legittima cosa, che il fratello attenda dal fratello una parola fraterna. Ma questa prepotenza del voler canonizzare l’uso-Cesira scopre di troppo il desiderio, e quasi l’intento, della Cesira medesima: il desiderio di avere tutti inginocchiati al livello della sua zucca”. E la Cesira era l’ur-casalinga di Voghera, l’ipostasi dell’italiano medio. Erasmo scrisse: “non mi indigno se mi mettono davanti qualcosa che non capisco, ma gioisco che mi si offra l’occasione di imparare”; questo dovrebbe essere l’atteggiamento di chi si trova di fronte una parola difficile o un concetto complesso: una forma di gratitudine. La lingua non è - come postulano i nominalisti - un mero strumento di comunicazione, un arbitrario repertorio di simboli stabiliti per convenzione, bensì una visione del mondo, la mappa dell’universo; e per orientarsi nella sua oscurità a volte serve un trattato di retorica. Il più divertente, anche perché applicato al singolare lessico amoroso, ha 800 anni e lo scrisse Boncompagno da Signa. S’intitola Rota Veneris, e può anche essere letto come un manuale d’amore in forma epistolare. All’autore non preme tanto teorizzare sulla psicologia del sentimento amoroso: piuttosto egli osserva gli amanti e racconta cosa si scrivono e si dicono in privato; perché, come confessa nel finale, “a me sono sempre piaciute più le parole dei fatti”.

( Per chiarezza: nella foto Carlo Emilio Gadda)

POSTICIPAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:47 pm

Posticipazione presentazione Cattivo sangue

La presentazione di Cattivo Sangue di Franz Krauspenhaar è stata posticipata a Mercoledì 20 ore 19.00 sempre alla libreria Namasté.

(Dal blog di Marco Candida)

UN VECCHIO CALEMBOUR

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:19 am

"Tenere sempre giù la testa e non perdere mai la disperazione".

(Imre Kertész- Essere senza destino)

July 10, 2005

A MALI ESTREMI…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:39 pm

Chi conosce questo blog sa bene che non ho mai censurato nessuno. Perchè non ce ne era bisogno, e perché censurare non mi piace. Credo fermamente nella libertà di espressione. Però… c’è un però. Ci sono delle eccezioni. Avevo già avvertito, sempre gentilmente, che avrei cancellato i commenti totalmente anonimi. D’ora in poi non tollererò più commenti totalmente anonimi (cioè senza nemmeno un nick), i commenti di tali (o tale) Vincenzo&Basile che stanno occupando gli spazi dei commenti con un cabaret demenziale e provocatorio (andate pure a vedere sul suo/loro blog e buon divertimento, dicono pure che sono precocemente invecchiato… ma se sono un fiore di quarantacinquenne, sorbole!); e, last but not least, espressioni oscene. Il web deve crescere, a mio parere. Usare misure draconiane contro i rompicoglioni mi sembra giusto. Sono un fascista? Grazie del complimento… (Scherzo). 

DUBBI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:45 pm

di Cristiano Prakash

Sopra un letto, un corpo sudato. La pelle a specchio, fradicia del suo umore salino. Si gira e rigira, sbatte gli arti; vittima di un incubo che è rinchiuso dentro, che al di fuori restituisce solo un luccichio bagnato. Nella fase onirica non si distingue il vero dall’illusione; a tal punto da confondere il sogno e il sonno, con il mistero i codici e i segni di cui è gravido, con la realtà. Resta l’amaro in bocca e la consapevolezza che, quel sudore, rappresenta la fine delle illusioni, degli ideali. Partiamo da qui: vorrei raccontare una storia di una persona normale, che al qualunquismo oppone un fiero bisogno di comprensione, all’abbondante offerta di fedi a buon mercato preferisce coltivare il dubbio. Per rinascere dalle proprie macerie bisogna passare anche attraverso gli incubi e accettarli come pegno per la propria coerenza. Ne parlerò in prima persona, come fossi io ad aver vissuto quell’esperienza. Ansimo, respiro caotico: calmo, devo stare calmo, calmo. Dura poco, sempre meno. Sta gradualmente esaurendosi, riesco a razionalizzare sempre prima, a capire dove mi trovo, a tornare in me sempre prima. E’ la prova scientifica che sto guarendo: si, così, calma. Respiri profondi, col diaframma ……………… Si, è passato. Un anno; dura da un anno e passerà, del tutto. Posso dire di essere fortunato, dopo solo un anno sto quasi bene: non capita più tutte le notti, ormai, di media, solo una a settimana. Ssssiiii, ok, è passato. Ho trascritto per un lungo anno quel che mi succedeva: il fenomeno a livello fisico e psicologico. Dati oggettivi e impressioni personali. A questo punto potrei farne un riepilogo; rivederlo come fosse un racconto, formato da episodi, e riconoscerne i miglioramenti, i progressi, come ho saputo reagire.La prescrizione non prevede i pensieri, il commento, ciò che rimane della filosofia personale di un uomo di fronte al dubbio. Eppure devo trasgredirla, devo decidere cosa pensare di ciò che ho fatto, se lo farò di nuovo, se e cosa trarrò da tutto questo. Per affrontare lo stato di profondo disagio in cui versavo, mi venne consigliato di trascrivere quel che mi succedeva dentro. Così ho fatto, in duplice copia: una per l’analista che mi segue, l’altra per me. Non saprei definire uno stato di shock e le sue conseguenze in termini scientifici, ma posso farlo abbastanza bene con le parole che mi sono solite, alleate, sorelle. La cosa che più mi mette a disagio, sono i dubbi rimasti anche dopo quel che è stato; mi ci trovo male a descrivere ciò che sento, perché tutti si aspettano da me un giudizio categorico, una verità sicura e tranquilla, scontata, su chi ha ragione e chi torto. Una razionalizzazione su chi ha colpe e chi rivendicazioni; come se io venissi dopo, come se i dubbi fossero un terreno molle e paludoso che dovrei lasciare ad altri, a quelli che passeranno tutta la loro vita senza mai sapere nulla di come stanno le cose; la gente, il popolino, i mediocri che ignorano. Voglio invece raccontare come meglio posso; senza forzature, a flash, a salti, con un disordine emotivo composto da fatti, idee che si mescolano collose tra loro, ma che fanno pienamente parte della mia persona anima-cervello-emozioni. Gli appunti esordiscono così: “ Giovedì sera, 20 luglio. Sono in stazione, fra poco arriva il treno e partirò. Sono solo, raggiungerò gli altri appena domattina così avrò il tempo di raccogliere le idee. Non so perché, o meglio, lo so ma non so se basta, se è giusto così. Sono sempre stato solo nelle idee, trasversale, tormentato e quindi ho sempre suscitato sentimenti contrastanti; come se l’adesione o meno a certe posizioni potesse definire una persona. Non volevo stare da subito in mezzo alla folla: non prima di arrivare. Ho accettato l’invito ad andare come una volta accettavo di fare ore e chilometri in macchina di notte, solo per andare a ballare da qualche parte. Oppure quando si decideva, in un fine settimana, di attraversare tre Regioni per fare una sorpresa ad un amico lontano. Mi hanno detto di andare, che era una buona causa, che dopo anni potevamo passare tre giorni in mezzo ad un sacco di gente in allegria. Ho accettato pur non condividendo appieno le idee di nessun gruppo, associazione, corrente di pensiero: idiosincrasia al credo massificato, impacchettato. Questo non significa che non mi senta a disagio pensando alla fame nel mondo; ogni volta che vedo certi reportage mi ritrovo con le lacrime agli occhi e lo stomaco chiuso. E’ ovvio che consideri ingiusto che una minoranza goda e possa gestire della maggior parte delle risorse disponibili sul pianeta. E’ altrettanto vero, però, che non credo nel proselitismo di sistemi religiosi che, con una mano provocano vittime ( no all’uso dei preservativi, no all’aborto e ad altre proibizioni e divieti dettati dall’alto ), per poi, con l’altra, curare e assistere. Mi mettono altresì a disagio coloro che insultano poliziotti e carabinieri e fascisti e comunisti solo perché non la pensano come loro. Insomma, come sempre non appartengo a nessuna corrente fideista, a nessun credo istituzionalizzato: sono solo con le mie domande. Venerdì mattina, 21 luglio. Sto cercando gli altri e, nonostante i telefonini, non riusciamo a trovarci tanto è traboccante la fiumana di gente che affolla ogni centimetro di questa città stravolta dall’invasione. Questo non è certo un problema: si trova compagnia anche se non la si cerca e, infatti, mi aggrego a ragazze e ragazzi disponibili a parlare e stare insieme come si fosse tutti amici. Partiamo con calma, gioiosi, curiosi, contagiati dal clima di festa che pervade, quasi palpabile, l’aria. Si balla, canta improvvisando, nel vortice di un inconscio collettivo che annulla le ostilità e le diffidenze. Quasi non m’accorgo, occupato come sono a condividere questa immensa gioia festosa, che ho dimenticato ogni giudizio, ogni domanda: sto bene e basta, senza bisogno di spiegazioni e ragioni logiche. Ci sono parecchie soste forzate e il tam-tam informale del passaparola, comincia a diffondere notizie di incidenti e disastri. Il corteo, eterogeneo, immenso, viene scosso all’unisono, come fosse un unico organismo, dal frastuono inconfondibile di spari; tremende visioni di fumate dense, spesse e puzzolenti, spezzano nettamente la gioia di quelle migliaia di corpi in festa. Colli allungati, teste in movimento; si cerca di capire, di sapere; siamo stupefatti, come a svegliarsi di colpo e uscire da un bellissimo sogno. Venerdì, pomeriggio. Sto male. Poco da scrivere: viso e occhi bruciano. Attorno solo espressioni stravolte, anche se rimane un comune senso di fratellanza e condivisione. Un gruppetto di giovani gira tra la gente e aiuta chi, come me, ha bisogno di collirio e stracci bagnati per alleviare quel fastidio acuto. Assieme ad un gruppetto di 7-8 ci allontaniamo e riguadagnamo la strada. Percorriamo una via e ci troviamo nel mezzo di uno spettacolo infernale: tutti urlano, poliziotti, manifestanti, fotografi, operatori televisivi. C’è un odore acre di fumo, di bruciato e lacrimogeni, di immondizie che bruciano; la gola a pezzi, gli occhi chiusi, le gambe schizzano e corrono anche se i polmoni uralno, il naso è brace ardente. Corri, scappa, corri; non importa più dove o lontano da chi. Venerdì sera. Sfatto; allo stadio con una moltitudine;condivisione di angoscia; stupore. Venerdì notte. Di merda. Sabato mattina. Vado senza sapere perché, mi unisco agli altri con un misto di inerzia e solidarietà. Dopo un po’ arrivano notizie di gruppuscoli radi ma determinati che spaccano tutto senza che la Polizia faccia niente. Sottolineo: l’estremismo di pochi strumentalizzato ad arte, esteso a tutti. Tutti vogliono comunque partecipare, spinti da rabbia, sgomento, incredulità, dignità. Poco dopo una pioggia di lacrimogeni, cariche furiose. Scappo, scappiamo, il più lontano possibile, nessuno sa dove. L’immenso corteo è spaccato e ognuno scappa; l’adrenalina anima le gambe, il sangue pompa sui muscoli; siamo ridotti a un branco di animali in fuga. Sabato pomeriggio. Non so più dove sono. Mangio un panino e mi convinco che siamo tutti, TUTTI, sotto shock. Sono seduto su un muretto e vedo arrivare verso di me un mucchio di ragazzi che corrono, fuggono. Non realizzo subito e, un attimo dopo, è troppo tardi; un gruppo di poliziotti ci circonda e bastona con lo sfollagente. Cerchiamo di parlare e spiegare che stavamo solo mangiando un boccone, ma per risposta, pestano, pestano, pestano. Questi appunti li scriverò solo in seguito. La memoria pregna di ricordi me li fa tornare in mente come fossero in presa diretta, pensieri indelebili, incancellabili. Sabato sera. So dove sono: un commissariato, uno qualsiasi. Siamo in tanti, per ora in piedi, tutti, uomini e donne, in corridoio. La fine dell’attesa coincide con l’arrivo di un folto gruppo di agenti: ci dividono in gruppi da venti. In quel preciso momento so che sono un fermato e che mi aspettano ore da incubo. Cerco di farmi spiegare qualcosa, ma quelli urlano, spingono. Ci trasferiscono in uno stanzone e, per un paio d’ore, siamo tutti genuflessi, mani sul muro. Le ragazze sono insultate, umiliate, minacciate. Faccio un altro tentativo, provo a formulare una domanda, ma in tre, fulminei, mi raggiungono da dietro e urlandomi diritto alle orecchie e sputacchiando saliva, mi intimano silenzio. Con i manganelli spingono alle reni, ai fianchi, sulla spina dorsale. Come fosse un preludio, un rimando al male che mi potrebbero fare se non ubbidissi. Quei manganelli di merda non fanno male; non ancora; lo lasciano solo immaginare. Nessuno parla più, siamo terrorizzati, stanchi, stremati: chi piange o anche singhiozza è insultato, umiliato. Vorrei guardarli negli occhi, cercare e trovare la prova della loro umanità, capire cosa ci sia dietro a tanto spregio, come sia possibile ci trattino così. Ma loro non me lo permettono, mi girano la testa con le loro mani pesanti, i polsi grossi, il radicato convincimento che loro sono i più forti, i padroni. Dopo ore gravose, ci fanno stendere, pisciare, ma molti non hanno il coraggio di staccarsi dal gruppo; più semplice chiudere gli sfinteri. Siamo tutti, ormai, totalmente in balia di questi uomini-bestia allenati a terrorizzare, ritorcere la volontà, piegare gli istinti. La notte siamo sempre stati nello stesso stanzone e, a turno, veniamo svegliati e condotti in altre stanze per un tempo variabile e indeterminabile. Quelli che tornavano erano tesi e rigidi, ma sfatti e svuotati. E’ il mio turno: sto dormendo e un urlo mi sveglia dal torpore avvolgente. Due in divisa, uno per parte, mi sollevano e spingono attraverso un corridoio fino ad un ufficio. Mi fanno sedere a suon di spinte: devo confermare le mie generalità. Devo spogliarmi, nudo e indifeso: dalle stanze attigue si odono urla strazianti e non capisco se sono di persone torturate o diaboliche registrazioni. Una volta denudato sono perquisito da mani callose , dure, volgari e incapaci d’amore, che feriscono. Commentano il mio corpo con ancora maggior volgarità, sputando minacce, violenze, dicendo tra loro che il prossimo ad essere perquisito sarà una ragazza e che, se non sarà brava e condiscendente, le ficcheranno il manganello dentro. Sottintendono, nel clima rarefatto e surreale, che potrebbe succedere anche a me e ad altri. Penso ai romanzi sudamericani, ai polizieschi noir di Ellroy, ai film che mostrano pestaggi e falsi esecuzioni. M’accorgo di non tremare solo per paura dei loro commenti, del loro infierire con commenti e frasi colme d’impudicizia, dei loro manganelli. Finalmente finiscono, mi riportano nello stanzone. Guardo gli altri e capisco che i pochi che dormono non hanno ancora subito l’interrogatorio. Mi assopisco innumerevoli volte ma ad ogni minimo rumore, come fosse una scossa, trasalisco, tremo. Molte ore dopo prendo coscienza che l’ambiente è al buio a causa degli scuri chiusi ermeticamente, che ci sono solo un paio di lampadine da 40 watts al massimo, giustappunto per lasciare un minimo di visuale che ci consenta di vedere noi stessi; corpi ammassati stesi a terra, sguardi fissi, vuoti, terrorizzati. E’ giorno, lo si capisce quando entrano: una luce più plausibile, vera, penetra repentina dalla porta. Tutto si protrae ancora a lungo: tanto da farci chiudere gli occhi dalla spossatezza, per poi farceli spalancare dall’angoscia che abbiamo dentro. Lunedì mattina. Sono a casa. Ho chiamato al lavoro, ho preso una settimana di malattia. All’apparecchio ho sentito, o almeno così mi è parso, un brusio quasi impercettibile, come stessero intercettando il mio telefono. Quando ci hanno fatti uscire, un po’ per volta e sempre da soli, dei ragazzi che non conoscevo mi hanno consigliato di stare attento, di non parlare con i giornalisti, di stare, per un po’, tranquillo. Andando in stazione mi è passata accanto una pattuglia; ho cominciato a tremare in modo incontrollato, a sentire un orrore assoluto impadronirsi di me. Rabbia, terrore, incapacità di inquadrare razionalmente quel che era successo. I pensieri e le ossessioni sembravano superati, nei loro limiti fantasmatici, dalla cruda realtà. Dopo un mese lungo un secolo, ho accettato di farmi visitare da una psicologa per i disturbi del sonno. Ho accettato di assumere psicofarmaci per dormire. Ogni mattina però, al risveglio, credevo di sentire quelle urla, di vedere quegli occhi privi di sguardo e penetrabilità, di sentire la punta del manganello su di me, sulla schiena. Sono tornato in ufficio dopo quaranta giorni di malattia e ho deciso di scrivere a giornali, politici, internet. Ma ogni sera, ogni telefonata, ogni sguardo rivoltomi, riaccendevano quel terrore cieco, fisico, brutale. Dopo un altro mese ho firmato una denuncia corale assieme ad altre centinaia di persone che avevano subito i miei stessi trattamenti. Abbiamo tutti dichiarato di essere stati vittime di torture corporali e psicologiche da agenti di non si sa quale reparto. Dopo sei mesi ho partecipato a sit-in di protesta. Dopo otto mesi ho ricominciato a riflettere con distacco sul significato di rivoluzione, di repressione poliziesca, di terrorismo istituzionale. Dopo dieci mesi ho re-iniziato a sentirmi bene, a concedermi il lusso di riflettere in libertà. Ancora domande; ancora pensieri di cane sciolto, ancora solo, a pensare al significato profondo di essere autenticamente me stesso, anche se ancor più impaurito di prima. Poi sempre meno frequenti i risvegli sudati; quelli in cui ci metto qualche secondo a realizzare dove sono, secondi che hanno il sapore del terrore; quelli che hanno in sé lo strazio di chi è rotto dentro. Un pensiero fisso cresce di giorno in giorno. Una convinzione irrazionale che è anche un incontro con un pezzo di me ancora staccato, lasciato dentro uno stanzone lontano sei ore di treno. E il bisogno etico di pensare che erano per la maggior parte degli sbarbati impauriti che non sapevano niente di quanto stava accadendo nelle stanze della paura, dove i loro colleghi, ignobili ignoranti squadristi allenati a torturare, usavano cieca violenza. 20 Luglio 2002 . Un anno dopo. Ho preso due giorni di ferie, comprato il biglietto del treno. Devo tornare a Genova: devo! Questa è la storia di un corpo che si agita sopra un letto. Dorme ancora, sta solo sognando. Sogna ricordi che per uscire gli faranno pagare un dazio; per ora è ancora vivido, presente, ma col tempo sfumerà: è così con qualsiasi elaborazione del lutto. Poi si sveglierà madido di sudore e scriverà e leggerà; forse quest’episodio gli cambierà la vita, o forse continuerà impavido a cercare, a scavare. Non lo si può sapere: il futuro ci riserva sempre delle sorprese ed è meglio aspettarle pazienti per dedicarsi al presente. Tanto tutto viene e poi passa, come la vita.

IL CASO PIERO MANCINI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:21 pm

(Copioincollo dal sito dell’editore No Reply - tra i miei link - l’attacco di un pezzo sul caso "Piero Mancini"; andate sul sito di No Reply (ovvero l’amico Leonardo Pelo) per continuarne la lettura. Credo sia giusto farlo. M.U.)

Poco o niente si è letto di un arresto (voluto dal ministero di giustizia italiana) in Brasile di Piero Mancini. I fatti in sitesi:
1) Piero Mancini negli anni ‘70 è sindacalista, braccio destro di Toni Negri, diventa dirigente di autonomia operaia e per questo viene condannato dalla giustizia italiana per reati politici.
2) Si dissocia dall’uso della violenza e decide dunque di uscire da autonomia operaia
3) Si rifugia in Brasile nel 1979 senza nascondersi lavorando come imprenditore.
4) Dal 23 giugno 2005, su richiesta italiana, è in carcere in Brasile. NON si è mai nascosto, NON ha mai negato la sua identità.

(Continua sul sito di No Reply - tra i miei link)

July 9, 2005

A TORTONA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:00 pm

13 Luglio: Presentazione del romanzo Cattivo Sangue di Franz Krauspenhaar

Mercoledì 13 Luglio alle ore 19.00 alla libreria Namasté in Via Emilia 105 si terrà la presentazione del romanzo Cattivo Sangue di Franz Krauspenhaar Edizioni Baldini Castoldi Dalai. Il romanzo è un thriller psicologico. Sarà presente l’autore e introdurrò io. In sottofondo musiche di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti tratte dal suo ultimo album dal titolo Buon Sangue .

(Cena al Circolo di lettura con l’autore; l’invito è esteso a quanti vogliano partecipare - a buon intenditore…)

(Copiaincollato dal blog di Marco Candida - tra i miei link. Partecipatenumerosimiraccomando. Poi ho saputo - dal blog di Marco- che l’uso della colonna sonora di Jovanotti era uno scherzo. Peccato. A me piaceva. Va bè, però o Jovanotti o niente. M.U.)

EYES WIDE OPEN

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:06 pm

(Ripubblico qui un mio vecchio pezzo – di fine agosto, all’avvio di questo blog.)

 

Sul blog dell’eccellente giornalista-scrittore Giuseppe Iannozzi detto Iannox leggo ieri sera una sua interessante intervista al critico cinematografico Simone Ciaruffoli, a proposito del suo libro monografico sull’ultimo film di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut. Raccomando la lettura del blog di Iannozzi ( e della sua creatura Kinglear) e dell’intervista. E del libro, che io personalmente leggerò quanto prima. Ciaruffoli è critico di spessore. L’ho seguito alcune volte su Nazione Indiana, su Pickpocket, su Sentieri Selvaggi. Ha il coraggio di dire quello che pensa senza paraculismi. Nell’intervista iannoxxiana dice per esempio senza mezzi termini che c’è poco da fidarsi dei critici cinematografici cosiddetti "quotidianisti", e fa anche alcuni nomi: Kezich, la Tornabuoni, la Detassis. Salva giustamente Enrico Ghezzi, un uomo che conosce a menadito la macchina filmica, il congegno. Non risparmia frecciate nemmeno agli scrittori che si occupano di cinema, ai tuttologi dalla penna facile. Lo fa tutto sommato con affetto ma lo fa, e credo giustamente. Anch’io, da scrittore appassionato di  cinema, ogni tanto di cinema ne scrivo. E’ più forte di me. Ho anche una risposta a tutto questo volersi esprimere sul cinema di noi scrittori di narrativa: a noi il cinema non ce lo fanno fare. Gli sceneggiatori di professione quasi non esistono più. Come gli autori di testi per canzone, i parolieri. Quando il cinema italiano era un’industria funzionante, un congegno da milioni di dollari, quando esisteva la Hollywood sul Tevere, molti scrittori scrivevano sceneggiature. Alcuni sono addirittura passati a dirigere film. Non aspireremmo a tanto, anche perché per fare questo ci vuole mestiere, propensione all’immagine filmica, tecnica. A ciascuno il suo. L’intervista all’ottimo Ciaruffoli mi ha fatto ripensare a quell’ultimo film, al testamento di Eyes Wide Shut. Occhi spalancati chiusi. Ossimoro salvavita. Dichiarazione d’intenti e di poetica arrivata post-mortem. Quasi una beffa del destino. Stanley Kubrick ci ha fatto sapere cosa ne pensava veramente di tutto il suo cinema soltanto da morto. Eyes Wide Shut l’ho visto una prima volta il giorno dopo la sua uscita in Italia. Attendevo Kubrick dall’87, da Full Metal Jacket. L’attendevo al varco come tutti i kubrickiani di ferro ai quali mi onoro di appartenere. Sapevo delle critiche negative.  Qualcuno ha scritto che questo film è un viaggio all’interno delle contraddizioni della morale. Può darsi. Io credo che quel film sia anche un vero viaggio fino al termine della notte, fino all’inesplicabilità di tutto. Si parla di sciarada, nel film. Vidi EWS una seconda volta tre giorni dopo. Mi facevo centinaia di domande, non riuscivo a darmi una spiegazione su tante cose, l’enigma si ispessiva domanda dopo domanda, non sapevo darmi pace, la seconda visione, invece di chiarire le mie domande, invece di portarmi a un risposta o a una serie di risposte, mi abbandonava sempre più nel buio, brancolante come un poliziotto alle prese con un caso senza soluzione. Ero inquieto, nervoso. La prostituta dell’orgia era stata veramente uccisa? Il thriller entrava perfettamente nel mondo angosciato del giovane medico, nella sua gelosia fulminea, inaspettata. La gelosia di un pensiero ossessivo. Si può tradire solo con il pensiero? Se è così, siamo tutti traditi e traditori. Se è vero che non c’è molto da capire, in quanto il film non ha soluzioni perché non ha vie d’uscita (il finale, con la Kidman che offre al marito la soluzione ai loro problemi di coppia: "scopare", così dice lei prima che il regista stacchi su un nero brutale che chiude il film, è chiaramente sospeso forse sul nulla) è anche vero che la vita in genere non offre molte chiavi d’interpretazione su se stessa. Dunque EWS è un film modernissimo perché attraverso le psicologie di personaggi angosciati dall’enigma in cui galleggiano le cose importanti della vita, ci offre il quadro di una situazione instabile, inafferrabile, aliena. Tom Cruise, nel suo viaggio notturno alla ricerca del piacere, non tocca nulla: né la ragazzina minorenne figlia dell’affittacostumi, né la prostituta conosciuta a un angolo di strada, né l’altra, nella villa, colei che forse  sacrifica la sua deviata esistenza per la sua liberazione di perfetto sconosciuto in un mondo di sconosciuti per di più mascherati. Cruise/Harford è un medico-chirurgo che vive il suo tentativo fallito di trasgressione indossando guanti di lattex, protetto dai bacilli dell’esperienza transitoria. Non tocca nulla e da nulla viene in fondo toccato. Riesce persino a baciare la morta all’obitorio quasi come se questo fosse cosa normale; senza partecipazione, senza lacrime, accostando appena le labbra. Il suo dolore è tutto creato dal cancro della gelosia. Tutto nasce durante la rivelazione fattagli dalla moglie (forse il momento più alto del film, dove lo scavo psicologico si fa profondissimo, dove lo spettatore non può non partecipare emotivamente, anche con la commozione della condivisione, dell’empatia) di essere stata sul punto di fuggire con uno sconosciuto - solo visto e piaciuto - in una lontana vacanza. Pronta a lasciare lui e la figlia piccola per uno sbocco improvviso di passione per un estraneo. L’amore più forte della morte, più forte di tutto. Kubrick, in EWS, fa del cinema tardoromantico, traspone una Finis Austriae alla fine di un altro Secolo, nella New York Grande Mela  non più da mordere. La diabolica capacità di preveggenza di SK, già. Schnitzler e la sua Traumnovelle sono il mezzo indispensabile per parlare di ciò che non vediamo: perché noi non vediamo la realtà; e allora uno come Kubrick, con brutale gusto della svelazione, questa realtà cruda, secca, implacabile, ce la fa vedere. Il cinema come operazione di alta letteratura. Lo scrittore che non ci fa più immaginare nulla, che non ci fa leggere ma ci fa vedere ciò che lui ha potuto vedere in anteprima, con l’occhio dello sciamano. Noi spettatori condividiamo la visione di Kubrick, il suo sguardo senza speranza, il suo apparente distacco. L’occhio di Schnitzler spalancato sul medioconscio è lo stesso occhio di Kubrick, l’occhio - che in un certo senso uccide- della sua cinepresa. Il film ci offre la visione dei pensieri di Mr. Harford, ci fa vedere il doppio sogno, il sogno gemello, il sogno-di-coppia: lei sogna il marito grosso modo nella situazione in cui egli si trova, nello stesso momento, nella realtà. Vale a dire: può esistere una comunione di sentimenti solo nel sogno, all’insaputa della coscienza. Nel medioconscio schnitzleriano, dunque nei territori del sonno, si muove anfanando il dottore alla ricerca di un’impossibile vendetta dei sentimenti. Tant’ è che la sua visita notturna alla villa ci pare tutta un sogno, l’inevitabile compimento di una giornata pessima. L’incubo di trovarsi alla mercé delle proprie paure. Stanley Kubrick aveva letto il breve romanzo di Arthur Schnitzler parecchi anni prima. C’è un libro che raccomando, si chiama "Eyes Wide Open" ed è stato scritto da Frederic Raphael, lo sceneggiatore del film. Raphael è un ottimo scrittore di una certa età, e soprattutto è uno sceneggiatore specializzato in film basati sui problemi di coppia. Uno su tutti, "Due per la strada" di Stanley Donen, con Audrey Hepburn e Albert Finney, del 1967. In quel libro scorrevolissimo e davvero ben scritto lo sceneggiatore racconta del suo rapporto con il grande regista: le loro telefonate chilometriche, i dubbi e le irresolutezze del regista, il suo andare per tentativi e per continui tagli della sceneggiatura fino a ridurla all’osso, fino a farne una scheletrica piattaforma d’indicazioni sulla quale basare la sua possente macchina da cinema. Kubrick fa scrivere a Raphael la sceneggiatura decine di volte, per mesi e mesi. Lo scrittore consuma tonnellate di carta, poi ad un tratto Kubrick detta la regoletta dalla quale non si dovrà più deviare, al telefono, come se nulla fosse: "Segui il vecchio Arthur". Non occorre reinventare quello che un grande scrittore come Schnitzler aveva  creato parecchi decenni prima, certo. Trasformare una Vienna fin de siecle in una New York di fine millennio non sarebbe stato affare particolarmente complicato, poiché la grande trama era già stata scritta dal grande narratore viennese. Si trattava di mescolare in un cocktail perfettamente dosato un rosa-shocking con un thriller. In realtà, quello che aveva scritto il viennese e quello che ha filmato il newyorkese, seguendolo con l’umiltà dei grandi, è stato un notturno viaggio mentale. Filmare la mente, filmare la psiche. Una scommessa vinta solo da pochissimi registi. EWS ci fa vedere ( a occhi sbarrati, come il protagonista allucinato di Arancia Meccanica nella terapia di riabilitazione governativa) il nostro cuore ferito, dannato, perso nel vuoto di noi stessi.

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