The FK experience

July 23, 2005

SUPER-PERT

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:44 pm


di Mia Hoffmann

“Dovete venirmi a trovare più spesso”, disse Sandro, “questo ristorante è il migliore d’Italia ed inoltre è gratis”.

Avevamo discusso a lungo, prima di andare, se questa visita non fosse un eccessivo cedere al fascino delle istituzioni, sia pure sotto la maschera benevola del nostro Pertini, ma alla fine aveva prevalso l’idea che no, Pertini non potevamo metterlo nella categoria istituzioni. Non perché non fosse un’istituzione anche lui, perdiana, Presidente della Repubblica! ma perché era uno come noi, un diverso. (…) Ci lasciammo con un vero slancio d’affetto. Sentivamo che quell’uomo così severo, così brusco, aveva deciso di conservare fino in fondo la sua umanità di vecchio socialista. E poi aveva fatto tante di quelle battute, era apparso così arguto e seducente che solo un barbaro avrebbe potuto respingere la sua offerta d’amicizia. “Se vi sbattono in galera”, disse Pertini, “fatemelo sapere che vi tiro fuori. La stampa deve essere libera”.

Pertini scoprì il talento di Andrea Pazienza grazie ad una copertina del Male di cui era protagonista: si rammaricava per De Andrè, “bravo canzonettista”, rapito dall’anonima sarda. Era il dicembre del 1979, da un anno e mezzo era al Quirinale e non ebbe alcuna esitazione ad invitare a pranzo l’autore e la redazione di un settimanale inviso al potere dei partiti, dei magistrati, dei difensori del comune senso del pudore e della religione. Il Male aveva già collezionato denunce, sequestri e arresti. Pazienza era fuori Roma e a tavola, circondati dai corazzieri, ci finirono Vincino, Forattini e Sparagna, senza che il principale invitato se ne avesse troppo a male, anche se il rammarico per l’occasione perduta ritornerà negli anni in interviste e vignette.
(da “Pertini, edizione critica”, di Andrea Pazienza, Baldini&Castoldi 1998)

A volte basta un odore, una parola, per ridare vita a un emozione e ad una storia. Così mi è successo con Pertini. L’ho menzionato tra una parola e l’altra in un commento, proprio qui sull’Uffenwanken, e subito eccomi in viaggio, alla riscoperta di quei grandi occhialoni quadrati, di quegli occhietti deformati dalle lenti spesse, di quel naso a patata, di quella testa tutta fronte, della pipa a penzoloni, del sorriso sincero, della fierezza - sua e nostra con lui - di essere italiani. Era l’11 luglio 1982, quando dallo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, Nando Martellini annunciava la fine della partita contro la Germania. Le telecamere hanno occhi solo per il Presidente, i giocatori in campo non esistono, in quel momento lui, Sandro Pertini, è la nostra Nazionale; lui è Rossi, è Conti, è Scirea, è Zoff, Bergomi, Tardelli, Altobelli, Cabrini, Gentile, Collovati, Oriali! Pertini è in piedi, applaude, abbraccia Bearzot, e l’Italia trionfa, si commuove, si emoziona tutta: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!” Allora si, che urlare Forza Italia! aveva un senso. Guardando quell’uomo così uomo ti veniva una gran voglia di dire: io sono italiano, io sono un italiano proprio come lui - cazzo! Perché le immagini di quel piccoletto al tritolo ce le porteremo sempre nel cuore? Che razza di uomo era Sandro Pertini? A te piace chiamarmi il bambino forse perché mi ostino a credere in una fede oggi tanto bestemmiata? Bambino perché all’amore di questa fede tutto ho voluto sacrificare? No, non chiamarmi così - credo di essere un uomo, veramente uomo - perché il mio animo sa soffrire silenziosamente e la volontà è tenace e il cuore non piange staccandomi dalle cose a lui tanto care. No, no, non chiamarmi bambino - non merito questa umiliazione. Questo è ciò che si legge in una lettera scritta di suo pugno dopo aver ricevuto, il 4 dicembre 1926 - in seguito alla proclamazione delle leggi eccezionali antifasciste - la condanna a cinque anni di confino e aver scelto la clandestinità, in quanto socialista e antifascista. Il 12 dicembre 1926 Sandro Pertini espatrierà clandestinamente dall’Italia - come accompagnatore di Filippo Turati - alla volta di Calvi, in Corsica, a bordo di un motoscafo. Rievocando quest’avvenimento in “Trent’anni di storia italiana” (1915-1945, Einaudi 1961, pp. 95-99), Sandro scrive: Si sentono solo le onde frangersi contro il molo. I nostri animi sono tesi in un’ansia estrema. Sono le 10 di sera. Si sale sul motoscafo. Si parte. Il cielo è tutto stellato. Io guardo la mia città, ove son cresciuto ed ove ho iniziato la mia lotta di uomo libero. Penso a mia madre. (…) Al mattino del 13 dicembre ci appare la Corsica. (…) Alle ore dieci entrammo nel porto di Calvi. (…) Scendemmo a terra inzuppati d’acqua. Fummo dai gendarmi condotti alla Capitaneria. Ci fanno sedere come tanti imputati dinanzi al Comandante della Capitaneria, il quale per prima cosa ci chiede chi è il capitano del motoscafo. Ci guardammo l’un l’altro perplessi, nessuno di noi aveva pensato a questa formalità. Ma Turati si alza e dice: “Moi, Filippo Turati”. A quel nome i volti dei gendarmi francesi come per incanto si rasserenano. (…) Pernottammo a Calvi. Turati, ricordo, voleva indurre Rosselli a restare con noi, a non far ritorno in Italia. Ma vane furono le nostre insistenze. Così si giunse all’ora del distacco. (…) Ci abbracciamo senza pronunciare parola e cercando di trattenere la commozione che saliva dai nostri animi. Ed io mi rivedo a fianco del maestro, sul molo, e attorno a noi muta sta la gente di Calvi. Il motoscafo si stacca. Rosselli toglie il tricolore che avevamo issato a bordo, e lo agita. E’ l’estremo saluto della patria per Turati e anche per me. Rimanemmo sul molo finché potemmo vedere i nostri compagni. Turati aveva gli occhi velati di lacrime; io gli stavo vicino con il cuore stretto dall’angoscia. E’ difficile dire oggi, senza sciupare tutto con povere parole, quello che accadeva in noi in quel momento. Il 26 marzo 1929, utilizzando un passaporto falso, Pertini riuscì a rientrare in Italia. Venne arrestato a Pisa il 14 aprile dello stesso anno. Deferito al Tribunale Speciale, venne condannato il 30 novembre del 1929 a 10 anni e 9 mesi di reclusione e a 3 anni di vigilanza speciale. Per tutto il processo tenne quello che il Prefetto definì un contegno altezzoso e sprezzante. In una lettera datata 28 luglio 1930, scritta dall’anarchico svizzero Peretti ai compagni di Pertini a Parigi, si legge: Pertini lasciò terminare al cancelliere la lettura dell’atto di accusa, poscia esordì fieramente, dicendo ai Signori del Tribunale che si rifiutava decisamente di difendersi, inquantoché non si trovava di fronte ad un tribunale normale ma di partito, perciò li esortava a passare senz’altro alla condanna, che era già stabilita. Alla lettura di questa poté sorprendere la vigilanza felina del carabiniere che ha il preciso compito di tappare la bocca a coloro che emettono grida silenziose durante la lettura della sentenza, e, prevedendo e impedendo, con mossa fulminea, il suo gesto, poté gridare in faccia a quei signori con quanta voce aveva: “Abbasso il fascismo! Viva il Socialismo!”. Io ebbi campo di intrattenermi due o tre volte con questo magnifico ragazzo. Com’è simpatico e generoso! Ora sconta la sua generosità sepolto vivo in una tomba… Nel 1932 la madre di Pertini presentò alle autorità la domanda di grazia a causa delle precarie condizioni di salute del figlio. In data 23 febbraio 1933 Sandro Pertini scrisse di suo pugno quanto segue: A Sua Eccellenza il Presidente del Tribunale Speciale - La comunicazione, che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore, mi umilia profondamente - Non mi associo, quindi, a simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni cosa, della mia stessa vita, mi preme - Il recluso politico Sandro Pertini. Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, Pertini riacquistò la libertà. Entrato in clandestinità dopo l’occupazione nazista di parte della penisola, operò fino al 18 ottobre 1943 allorché venne arrestato dai nazifascisti. Tradotto a Regina Coeli venne duramente interrogato e poi condannato a morte, senza aver tradito i compagni. Il 24 gennaio 1944 venne liberato grazie ad un’azione partigiana. Il 9 luglio 1978, con la più larga maggioranza mai registrata in una votazione (832 voti su 995), Sandro Pertini diviene presidente della Repubblica Italiana. Rimane a capo dello stato fino al 23 giugno 1985. Caro Pres, se anche alcune di queste paginette t’hanno fatto arrabbiare, seppure non te ne è piaciuta manco una, se mai abbi a pensare che mi sono approfittato di te, oppure, peggio di tutto, non ti sei riconosciuto nel mio pupazzetto, sappi che comunque, anche qui dai sobborghi della giovane Italia, ti si vuole un gran bene. Tuo Paz. Erano gli anni di piombo, del terrorismo, della crisi economica, politica e parlamentare; eppure il Presidente lo si chiamava per nome, ogni volta che compariva in televisione ci si zittiva a vicenda per ascoltare il Sandro, perché questo si, che è un uomo. Perché in mezzo alla gente lui stava in mezzo alla gente, perché era uno di noi. L’ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini - così, il Paz, definì in una vignetta il suo Super-Pert.

(N.d.A. Si ringrazia l’Associazione Nazionale Sandro Pertini per aver reso libero l’accesso ai propri archivi).

July 22, 2005

HO SOGNATO MISS ITALIA (REMIX)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:39 pm

La notte scorsa di un anno scorso di una scorsa vita guardo in tivu le fasi finali di Miss Italia, la folle atrocità, la morte in bellezza in diretta. La bella fanciulla bionda dagli occhi color cielo autunnale vince e posso ritenermi soddisfatto dell’esito raggiunto. Vado a dormire mentre Marzullo inizia a  tormentare Maurizio Costanzo.  Da un tormento all’altro, decido di dormire. E sogno. Sono fidanzato con Miss Italia. Tutto regolare. O quasi. Perché io ho 44 anni e lei 18. Per me non c’è problema, va tutto bene. Nel sogno è implicito che ci si conosca da mesi e che il nostro sia un rapporto, come si suol dire, impegnativo. Siamo nel soggiorno di casa mia e lei mi fa: "L’ho detto, a papà". "Cosa?" le chiedo io guardandola nel bel viso un po’ stinto, un po’ sciapo, con apprensione depressa. "Che hai 43 anni". "Grazie per avermi tolto un anno". Mi lancia subito un sorriso a mezza bocca d’incoraggiamento e la mia apprensione non cala di un fotone, si mantiene stabile. "E allora? Come l’ha presa?" "Vuole conoscerti… Anche la mamma, naturalmente". Quel momento doveva pur arrivare. Come altre volte. L’atroce momento della conoscenza degli estranei. E io estraneo in casa loro, per farmi conoscere. Un atto contro natura. Princesse, à vos ordres. Dissolvenza in nero. Sera. Una porta si apre sull’abisso. L’apprensione è diventata ansia quasi insopportabile. Sono a casa dei genitori di Miss Italia e ho uno squallido vassoio di paste in mano, acquistate in uno snack bar della stazione due minuti prima della chiusura. La madre mi accoglie con tutta la cordialità di cui dispone. E’ brutta come la fame come ogni vera madre di miss dev’essere, un bidone aspiratutto tirato a lucido. La miss è il riscatto estetico di una bruttezza atavica propagatasi per generazioni fino allo scherzo di natura. Entriamo nel salone. Luci fioche, mi sento come un albero scarno puntato come un missile contro un cielo spezzato in duemila parti. Tavola apparecchiata. Anzi, imbandita. Sembra Natale, la festa delle atrocità familiari, la festa della morte comandata. Attendo da un momento all’altro che un cugino lunatico faccia il suo ingresso armato di coltello seghettato o di trinciapolli, la bava alla bocca e gli occhi molli dell’assassino seriale. Odo il ronzio ossessivo di una zanzara gigantesca, sono sull’orlo di un collasso nervoso in procinto di diventare psicosi, la pendola batte le nove, tremano i vetri come se a meno di un isolato di distanza stesse passando un TGV alla massima velocità, mi sento singhiozzare dall’interno, sento distintamente il mio cuore che geme di un dolore incommensurabile. Entra lui. Ha la mia faccia. Sono io tra vent’anni, forse. Spero di no. No. Ma chissà. Imbolsito, pappagorgiato, la giacca sformata color cacca, patetico, le borse sotto agli occhi fino alla frontiera con Berlino Est… E’ un delirio d’uomo. Non mi riconosce ma io riconosco lui. Ha i capelli bianchi, lunghi e scarmigliati, da Einstein demoniaco. Miss Italia è la figlia di Mabuse. Il vecchio mi sorride con la faccia grave e assorta. Sono installato nel panico più totale. "E che Dio mi chiami a sé", mi sento dire. Mi sveglio, col cuore che batte a venticinque rintocchi al secondo. Sono invecchiato di un’altra notte e la morte è avanzata dentro di me di otto lunghe ore.

July 21, 2005

DICONO CHE POSI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:50 pm

di Lucio Angelini
Alcuni
dicono
che posi
solo perché
qualche volta
mi hanno visto
trasfigurare
il volto
imporre
alle narici
travagli
estenuanti
roteare
gli occhi
digrignare
i denti
urlare
e mandare
la voce
fuori registro
aggrapparmi
a cuscini
e tendaggi
scivolare
fremente
lungo
i muri
e
infine
arruffarmi
i capelli
con inorridite
mani

(Nella foto: Nantas Salvalaggio)

July 20, 2005

BREVI DI CRONACA (?)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:32 pm

Da stanotte è possibile spremermi il sangue da Bioiannozzi (tra i miei link il blog personale dell’ormai mitico Iannox); stasera alle 19.00 sarò invece alla libreria Namasté di Tortona a presentare Cattivo sangue con Marco Candida, il quale ha già fatto un errore, sul suo blog (tra i miei link): che se uno viene alla presentazione otterrà un link su Uffenwanken. Sbagliato. Dev’essermi simpatico;-) Per il resto, ho linkato VMO, mi sembrava il minimo, dopo tutta la simpatica attenzione che mi è stata rivolta dai Righeira Rewind Reverse della critica letteraria italiana…

July 19, 2005

NOTIZIA BOMBA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:58 pm

"Recenti studi hanno dimostrato che il mostro di Loch Ness esiste davvero, e suo cugino è nel lago di Como, ma non si sa perché George Clooney vuole star tranquillo nella sua villa, senza curiosi del cazzo, e ha comprato il silenzio del Sismi con una cassa di Brunello di Montalcino. Tutto questo lo so per certo: me l’ha confidato una cugina della sguattera di Clooney, che gli fa i pompini quando lui è a Lallio."

(Richard Van Stahlens - Collaboratore esterno del Bild am Sonntag)

July 18, 2005

LETTERA A L. SULL’AVERE PAURA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:14 pm

di Babsi Jones

 

(D’accordo con l’autrice pubblico questo pezzo di Babsi Jones – tra i miei link il suo blog- già apparso tra quelle colonne. Buona lettura. M.U.)

 

Abbiamo parlato, era mattina, e la mia voce e la tua si sono accavallate: io ho paura. Sovrapposte, le voci forgiavano una paura al quadrato, un cubo duro di sbigottimento e di ansia profonda. Era una risposta immediata moltiplicata per due teste, un’ipotesi quasi sdegnata, quasi indignata davanti a quel coro che si alzava: così prevedibile, così sleale. Io ho paura, tu hai paura, e il verbo potrebbe declinare, dovrebbe declinare: “avete paura come me!”, potrei dire ai passanti che incontro; hanno tutti paura di tutto: ma fanno silenzio, il silenzio è fatto da questa inanimata, dissennata calma da idioti. Nella commedia “Collisioni Assolute” la nostra impercettibile tragedia non ha diritto neppure a un siparietto: lo intitolerebbero “Disfattismo”, ci assicureremmo solo pomodori maturi, fischi e lazzi.
Londra c’entra e non c’entra, come c’entrano e non c’entrano Beslan e Belgrado, e Kabul, e Baghdad, e i bastioni di Schengen che si blindano, e l’Onu a puttane, e l’Europa-che-non-esiste, che non è mai esistita. La paura si sfama di questa entropia, ma origina altrove. Ho tenuto sul desktop per mesi, per anni, un file .txt in cui sono andata elencando tutto quello di cui ho paura. Ogni tanto lo clicco, e aggiungo una voce. Le blatte. Ho paura delle blatte che schizzano rasoterra, e dei ragni – con quell’incedere indolente, sornione, sul muro. Ho paura delle sirene che annunciano tracheotomie, grandi ustioni, piccoli padri sfiniti sospesi fra una vita di stenti e una morte insensata, rimandata, rinnovata, a pezzetti. Ho paura delle madri-bambine che forzano fragili figlie a farsi grandi anzitempo, a guerreggiare su barricate improbabili, da sole, non più donne ma militi, controvoglia e senza concedersi una sosta, una tregua. Ho paura dei sensi di colpa, perché non ho potere su quel che mi viene in mente: invecchiando, ho scoperto che le certezze scivolano in dubbi, come il vino in aceto, e che l’esperienza è un grazioso bagaglio di cazzate impensate, di parole dette male e in ritardo, di partenze rimandate, di ritorni infelici. Ho paura delle frontiere, poi: è una paura diffusa. Quello sguardo da visore di codice a barre del doganiere che si posa sul tuo passaporto – nella foto sorridi, è scattata in un marzo di sole e di belle speranze – e non vede che una matricola morta, non afferra neppure il tuo respiro che s’è fatto più svelto, né scorge le tue unghie – già corte – che conficchi nel palmo; io passavo frontiere che somigliano a crepacci, a dirupi, sottoterra gli scomparsi delle fosse comuni, nello zaino nascondevo antibiotici e insulina, la mia testa macinava veloce differenze linguistiche minime (un fonema di troppo o un fonema di meno e quel mitra dalla cintola si alza e ti punta la tempia). M’è rimasto il terrore di quel “nome e cognome, nazionalità, religione”, e non solo; la frontiera è un prototipo, io ho paura delle separazioni, degli smembramenti, e poi divisioni, barriere, staccionate, recinzioni, sbarramenti; tutto quello che disgiunge e s’indurisce, tutto quello che ferma il flusso, che lo cinge di blocco: sclerosi, rigidità, norme di comportamento, decaloghi e precetti, coerenze nazionali, verità intellettuali, uniformità ideologiche, massificazioni linguistiche: ho paura del gesso che stride e della lavagna: su cui vanno elencati gli sbagliati e i giusti, gli impuri e i puri, i molli e i duri, i vincenti e i perdenti, i puliti e gli sporchi (e gli incerti non hanno che tre minuti per scegliere). Ho paura, forse perché – per temperamento, per sfiga, per caso? – sono sempre finita, mediamente felice e cogliona, dalla parte dei peccatori, dei macchiati, dei vinti. Non fosse altro, per la presuntuosa arroganza dei retti, dei netti, dei conquistatori. Ho paura di quello che è semplice, troppo semplice per essere credibile; ho paura di quello che è bello, troppo bello per essere vero; ho paura del non detto che in un attimo si trasforma nell’ovvio, nel per sempre e da sempre: queste guerre totali, questi stati di pace sintetica che non cessa eppure non è, questo “tutto bene, senz’altro, funziona, non si rompe, non si sentono urla, tutto è sotto il nostro controllo”. Ho paura, per finire, dell’assenza di paura negli altri, che è anche e soprattutto assenza di stupore e di immaginazione. E ho paura di guarire da questa paura: di svegliarmi una mattina e scoprirmi tutta d’un pezzo, cristallina, serena, trasparente: un fantasma.

July 17, 2005

UNO E TRINO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:17 pm

"Dovrete fare i conti con noi tre… Smith, Wesson e me".

(Clint Eastwood/Callaghan a tre rapinatori in "Coraggio… fatti ammazzare", di Clint Eastwood)

July 16, 2005

VMO: UN CASO ITALIANO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:32 pm

(Ricevo l’idea di un post sull’argomento da Franco Melloni, me lo scrivo e ovviamente me lo pubblico. M.U.)

 

Ricordate quel vecchio film di e con Clint Eastwood dal titolo inequivocabile? Si chiamava “Coraggio, fatti ammazzare…”. Clint impersonava Callaghan (o Callahan, nell’ originale) l’ispettore della polizia di San Francisco che aveva un modo tutto suo – diciamo così – di fare giustizia. I film di Callaghan ebbero successo non perché fossero dei capolavori, ma, io credo, perché il pubblico maschile si identificava con questo antieroe solitario e giustiziere molto sopra le righe. Callaghan faceva pulizia per noi. I benpensanti lo giudicarono e lo giudicano “fascista”. Ai vecchi tempi d’oro, quando il vostro più che affezionatissimo Uffenwanken portava i calzoni della misura di adesso ma non aveva certo la castagna secca di oggi nei pugni perché era un adolescente, era di moda definire qualsiasi cosa che non fosse genericamente di sinistra “fascista”. Infatti il pluralismo, la democrazia, la tolleranza, erano inevitabilmente di sinistra, specie all’estremità della stessa. Questione di punti di vista, naturalmente. Ora, ritornando a Callaghan, io non l’ho mai percepito come tale, come fascista, dico; io l’ho sempre visto come un uomo dalle idee chiare e dalle poche parole (spesso le due cose vanno a braccetto, ho verificato – anche su me stesso…). Uno che deve per forza difendersi dagli attacchi, uno che tutto sommato vuole sopravvivere. Ma anche uno che avverte prima, e in questo io l’ho sempre trovato molto corretto: in quel titolo, infatti, c’è tutta la sua filosofia: "Coraggio, fatti ammazzare…”. E’ una minaccia, ma anche un’ esortazione e pure un avvertimento. Tre al prezzo di uno, insomma. Ora vengo al punto: giorni fa questo blog è stato assaltato nelle colonne dei commenti dal duo VMO, autori di un blog francamente divertente. Leggere delle imprese webbiche del Feldmaresciallo Uffenwanken, dell’invasione degli unni, del precoce invecchiamento (vero…) del suddetto, vedere quest’uomo ancora giovane ma di sole fictionarie pretese che sono io trasformato addirittura in Derrida, (meglio di Dalida solo da un punto di vista del gender, sia ben chiaro) , il gioco sui nick, il Restoration Tour, il presunto golpe dell’indiano nazionalista Krauspenhacker ecc. mi ha fatto scompisciare dalle risate. I due (o uno) sanno giocare con le parole, sono raffinati, ribaltano il senso, disinformano in maniera accettabile (perché è evidente la loro satira) e capovolgono e deformano con un certo stile. (Non ho ancora trovato volgarità come invece da altre parti).Diciamoci la verità: non è che in giro ci sia tutta quest’abbondanza di blog veramente divertenti, e mi ci metto ovviamente anch’io, che spesso decido di essere serio e malauguratamente ci riesco pure. D’altro canto la vita è una cosa abbastanza seria, e anche se si cerca di fare di tutto per non accettare questa triste verità, a volte tutta questa pesante e difficilmente equa e sostenibile verità viene a schiacciarti con tutto il suo peso fattispecifico o solamente specifico. Il problema è che VMO (il sedicente duo di gay(s) cagliaritani in rampa di lancio nel mondo della satira letteraria webbica) devono aver visto solo di sfuggita i film di Callaghan. Non gliene faccio una colpa, magari sono troppo giovani, o viceversa troppo vecchi, o sull’argomento non hanno una sufficiente preparazione. Dunque, da esperto di Callaghan e di Clint Eastwood e anche da scrittore di genericamente cosiddetti thriller, rendo noto al duo (o sdoppiato uno) che il Callaghan del web letterario (che sono io) è uno che avverte, che esorta e che minaccia: ma sempre prima. Un uomo che, spero ne convengano tutti ( altrimenti ci arrabbiamo…) è ormai noto per la sua grande correttezza, per il suo fairplay. Un uomo che ha visto almeno 10 volte L’uomo che uccise Liberty Valance, capolavoro di John Ford, non puo’ essere cattivo, infatti: è solo un uomo che ha capito che bisogna aspettare prima di sparare, tutto qui. Ma qui siamo in democrazia, per fortuna. In piena libertà di espressione, in libertà di satira. Un po’ di satira ci vuole, sono io il primo a dirlo. Però qual’è lo scarto che trasforma all’occorrenza un uomo pacifico e democratico come me in una iena alla Callaghan? E’ la legge del West. Siamo o non siamo occidentali, siamo o non siamo nel West più o meno selvaggio? E dunque, se qualcuno viene a sporcare la mia veranda, io ho tutto il diritto di buttarlo fuori. Mica di fargli del male, che in fondo ha solo sporcato. Solo di buttarlo fuori da casa mia. E questo riguarda anche VMO, anzi soltanto loro. Perché una cosa non esclude l’altra: si puo’ apprezzare una buona satira e allo stesso tempo si puo’ censurare (e sottolineo censurare) i commenti degli autori della stessa satira se costoro, coi loro commenti reiterati e   inutili, impediscono lo svolgersi di una discussione. (Puo’ trattarsi anche di  un forte litigio, il discorso non cambia). Pertanto VMO qui avrà sempre la porta non chiusa, ma sbarrata. Per correttezza estrema, io non andrò mai a commentare da loro. Per il resto, buon lavoro…

 (Nella foto: John Wayne, coprotagonista de "L’uomo che uccise Liberty Valance", di J.Ford)

July 15, 2005

BREVE STORIA DEL PETROLIO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:37 pm

 

di Riccardo Ferrazzi

(Questo non è un bigino. Anche perchè questo pezzo è stato scritto da uno che, anni fa, ha lavorato duro attorno al petrolio. Uno che si è sporcato le mani, nel senso migliore del termine. Uno che ha lavorato e non ha solo venduto parole al miglior offerente. Buona lettura. M.U.)

 

Nel settembre del 1939, quando la Wehrmacht invase la Polonia, il petrolio era niente più che una materia prima, una delle tante. Pare che perfino l’Agip sapesse che in Libia (e a Cortemaggiore) il petrolio c’era, ma l’investimento necessario per estrarlo, attrezzare terminal portuali e pipelines, raffinarlo e distribuirlo, era ritenuto antieconomico. Perché ? Perché la domanda era poca.

Fino alla fine degli anni 40 la domanda di energia era coperta dalle centrali idroelettriche. Il riscaldamento pubblico e privato funzionava a carbone. Ancora nei primi anni ’50 gli emigranti italiani andavano a morire a Marcinelle nelle miniere di carbone; negli stessi anni la Comunità Europea nasceva come CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Il traffico su gomma era meno di un centesimo dell’attuale (autostrade ne esistevano quasi solo in Germania e percorrerle metteva malinconia: quando incontravi qualcuno ti veniva voglia di salutarlo e fargli festa).

Mi rendo conto che chi è nato negli anni sessanta o settanta fa fatica a immaginare case senza frigorifero e caloriferi, e soprattutto non riesce a credere che fosse così fino a poco tempo fa e che tutto sia cambiato nel giro di dieci-quindici anni. Eppure questi sono i fatti. La ricostruzione postbellica, l’apertura dei mercati, un diverso sistema finanziario internazionale e l’incremento delle vendite a rate misero in moto il boom economico europeo. La domanda di energia esplose.

Ancora nel 52, quando Mossadeq tentò di nazionalizzare il petrolio iraniano, in Europa parve un sopruso ai danni di chi era andato laggiù a portare capitali e progresso. Ma già nel 56, quando Nasser nazionalizzò il canale di Suez e gli anglo-francesi tentarono di riprenderselo con le armi, gli USA li obbligarono a fare marcia indietro: in quattro anni la domanda di petrolio era aumentata al punto che garantire l’approvvigionamento era più importante che tutelare i profitti delle “sette sorelle”. Meglio essere amici di Nasser piuttosto che rischiare l’ostilità del mondo arabo.

A quei tempi i costi di estrazione del petrolio nell’area del Golfo Persico si aggiravano fra i dieci e i venti centesimi al barile, il prezzo di vendita all’ingrosso era intorno ai tre dollari   (di cui metà era costituito dalle royalties). Negli anni seguenti le royalties salirono fino al 75%, poi gli stati produttori acquistarono gli impianti di estrazione e fecero da sé. All’inizio degli anni 70 il prezzo del barile salì prima a nove, poi a venti dollari, poi oltre quaranta.

Cos’era successo ? I maggiori paesi produttori di petrolio avevano costituito un cartello (l’OPEC). Avevano cioè dato avvio a una delle più inquietanti previsioni della futurologia marxista classica: il monopolio mondiale. Il seguito, però, non fu marxista ma keynesiano. L’aumento del prezzo del petrolio provocò, da un lato, l’inflazione e, dall’altro, la scoperta di giacimenti fuori dall’area OPEC.

L’inflazione soffocò l’economia mondiale per dieci anni. La scoperta dei giacimenti nel Mare del Nord, nel Golfo del Messico e in Alaska allentò la dipendenza dai paesi arabi. L’OPEC, che alla sua nascita rappresentava quasi il 70% dell’offerta mondiale di petrolio, scese al 40% e dovette fronteggiare il calo della domanda. Il prezzo calò da quaranta dollari (buoni) a poco più di venti (inflazionati).   

Per quanti complotti siano stati orditi intorno al petrolio, prezzi e quantità sono sempre stati governati dalle due forze che dominano i prezzi di qualunque merce e che si chiamano domanda e offerta. La storia ci dice che i complotti coronati da successo sono stati quelli intesi a ripristinare condizioni di mercato. I complotti monopolistici hanno avuto vita breve o scarso successo. L’attuale rialzo a più di sessanta dollari al barile non deriva da manovre occulte ma dal decollo economico della Cina, che ha provocato un colossale aumento della domanda. Semmai, quest’ultima fiammata dei prezzi dovrebbe farci riflettere in un altro senso.

Siamo ben contenti che lo sviluppo economico si estenda alle aree più depresse del mondo: dopo la Cina verranno l’India e il Sudamerica. Se Dio vorrà, un giorno anche l’Africa uscirà dal circuito della fame. Ma tutto questo non avverrà nell’era del petrolio. Le riserve conosciute dureranno ancora venti o trent’anni. Nel frattempo si scopriranno altri giacimenti: potremmo contare forse su cinquant’anni di autonomia se restassimo fermi sugli attuali livelli di sviluppo. Ma le economie che decollano hanno fabbisogni energetici in crescita esponenziale. Il problema non è tanto il prezzo del petrolio (che, in prospettiva, può solo salire), ma la disponibilità di energia.

Sarà bene pensare a riscaldare le case, a muovere le automobili e a produrre elettricità in modi alternativi e in quantità sufficiente, e sarà bene farlo alla svelta, prima che il petrolio cominci a scarseggiare. Non possiamo permetterci di fare del conservatorismo di destra o di sinistra. Abbiamo bisogno di guardare al futuro e di pensare in grande.

DESKTOP LOUNGE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:32 am


di Janet Agren

Muoio (?)

con la tastiera in una mano

e il rosario nell’altra

//

digito la parola FINE

ma è tutto un falso

una cosa virtuale

//

viva e vegetativa

arrancano le dita

mie subacquee

al dolore della vita

//

mi spengo nel nulla

delle parole piene

dove uomini e donne come me

si sintonizzano

col silenzio

//

meno dolore e più

lontani abbracci

faccio il segno

di Microsoft

prima d’andare a letto

//

e dopo

0,50 mg di Kriterium

chiudendo gli occhi stanchi

mi sorprendo

a guardare il pulsante di START

l’icona primigenia

il fatale bottone

del desktop subcosciente

//

nel sogno

rivivo le interlinee

rileggo quello che ho scritto

e letto

nel silenzio assiderato

delle fibre ottiche

///

nel sogno una scritta mi appare

SPERA NEL PRESENTE, NON NEL FUTURO

///

domani non ricorderò più nulla

nel delirio del buonsenso scriverò la parte

più accettabile e meno vera dei miei sogni

///

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