SUL FALLIMENTO
Non credo in alcuna realizzazione, se non nel fallimento. Ci sono fallimenti quasi perfetti, fallimenti mascherati da successi, fallimenti temperati, conclamati, raffinati, esorbitanti, timidi, quasi felici. E fallimenti rassegnati al suicidio.
Non so come definire il mio: certamente per fallire ce l’ho messa tutta, e continuo così, ormai - data la consuetudine - senza nemmeno sforzarmi. Non è difficile; l’importante, per poter convivere senza troppi patemi con il proprio fallimento, è capire, ad un dato punto, che non si è nati per soffrire (che la sofferenza è inevitabile ma non si deve accoppiare per periodi troppo lunghi al vero fallimento che è di tutti, altrimenti si muore senza aver detto niente); l’importante è invece capire che si è nati per fallire. Continuare a credere nel successo, nella felicità, o accontentarsi della serenità (questo succedaneo fantasticato dagli infelici irrecuperabili) puo’ portare a sconvolgimenti terribili, dai quali spesso non si esce vivi. Consiglio di applicarsi una dose di fallimento almeno una volta al giorno. C’è chi una volta al giorno prega: io, invece, davanti allo specchio, mi applico sulla faccia la mia dose quotidiana di fallimento. “Non ce la farai”, mi dico. E aggiungo: “Ma non devi mollare”. Ecco, il mio piccolo segreto sta tutto qui: nel sapere che si fallirà ma nel perpetuare il mio necessario autoinganno, nel lottare comunque. Non servirà a nient’altro che a sopravvivere in una tensione che ci rende vivi, solerti verso un futuro che non esiste e che ci vedrà comunque perdere la vita, sempre disperatamente troppo breve. Si nasce soli e si muore soli: il problema – o meglio la sostanza di tutto- è che si vive da soli, allo stesso modo. E dunque il fallimento ci è congenito, perché la nostra solitudine esistenziale è il motore di questo nostro fallire predestinato. Non c’è nulla da fare, siamo soli e votati all’insuccesso. Certo, ogni tanto crediamo di avercela fatta: il lavoro va bene, la salute pure, un affetto, un’amicizia all’orizzonte… Ma sono soltanto prove ulteriori, e talora schiaccianti, della nostra solitudine. Proviamo affetto, o addirittura amore per chi – in maniera assolutamente innaturale- ci distrae con un po’ di sentimento dalla nostra fallimentare solitudine. In quei momenti crediamo di avere la nostra piccola vita in pugno, siamo immersi in uno sbigottito ottimismo, vaghiamo saporosamente nei sogni; sono i momenti di felicità che ci faranno sopportare meglio nel futuro la nostra naturale infelicità, perché ricordandoli ne sentiremo la mancanza, e ci illuderemo che forse, un giorno, potremo riprovare quegli stessi sentimenti. Nel buio della nostra fallimentare stanza, da soli, c’illuderemo di poter vivere anche pochi istanti in modo diverso; e questo potrà bastarci. Sarà la speranza che ci terrà in piedi, nel cammino verso la fine. La speranza è questa dolce illusione, ed è la sostanza miracolosa della quale il nostro fallimento ha bisogno per sopravviversi: se sapremo sperare sempre nonostante la nostra condanna potremo addirittura diventare dei falliti completi.