
di Mia Hoffmann
“Dovete venirmi a trovare più spesso”, disse Sandro, “questo ristorante è il migliore d’Italia ed inoltre è gratis”.
Avevamo discusso a lungo, prima di andare, se questa visita non fosse un eccessivo cedere al fascino delle istituzioni, sia pure sotto la maschera benevola del nostro Pertini, ma alla fine aveva prevalso l’idea che no, Pertini non potevamo metterlo nella categoria istituzioni. Non perché non fosse un’istituzione anche lui, perdiana, Presidente della Repubblica! ma perché era uno come noi, un diverso. (…) Ci lasciammo con un vero slancio d’affetto. Sentivamo che quell’uomo così severo, così brusco, aveva deciso di conservare fino in fondo la sua umanità di vecchio socialista. E poi aveva fatto tante di quelle battute, era apparso così arguto e seducente che solo un barbaro avrebbe potuto respingere la sua offerta d’amicizia. “Se vi sbattono in galera”, disse Pertini, “fatemelo sapere che vi tiro fuori. La stampa deve essere libera”.
Pertini scoprì il talento di Andrea Pazienza grazie ad una copertina del Male di cui era protagonista: si rammaricava per De Andrè, “bravo canzonettista”, rapito dall’anonima sarda. Era il dicembre del 1979, da un anno e mezzo era al Quirinale e non ebbe alcuna esitazione ad invitare a pranzo l’autore e la redazione di un settimanale inviso al potere dei partiti, dei magistrati, dei difensori del comune senso del pudore e della religione. Il Male aveva già collezionato denunce, sequestri e arresti. Pazienza era fuori Roma e a tavola, circondati dai corazzieri, ci finirono Vincino, Forattini e Sparagna, senza che il principale invitato se ne avesse troppo a male, anche se il rammarico per l’occasione perduta ritornerà negli anni in interviste e vignette.
(da “Pertini, edizione critica”, di Andrea Pazienza, Baldini&Castoldi 1998)
A volte basta un odore, una parola, per ridare vita a un emozione e ad una storia. Così mi è successo con Pertini. L’ho menzionato tra una parola e l’altra in un commento, proprio qui sull’Uffenwanken, e subito eccomi in viaggio, alla riscoperta di quei grandi occhialoni quadrati, di quegli occhietti deformati dalle lenti spesse, di quel naso a patata, di quella testa tutta fronte, della pipa a penzoloni, del sorriso sincero, della fierezza – sua e nostra con lui – di essere italiani. Era l’11 luglio 1982, quando dallo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, Nando Martellini annunciava la fine della partita contro la Germania. Le telecamere hanno occhi solo per il Presidente, i giocatori in campo non esistono, in quel momento lui, Sandro Pertini, è la nostra Nazionale; lui è Rossi, è Conti, è Scirea, è Zoff, Bergomi, Tardelli, Altobelli, Cabrini, Gentile, Collovati, Oriali! Pertini è in piedi, applaude, abbraccia Bearzot, e l’Italia trionfa, si commuove, si emoziona tutta: “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!” Allora si, che urlare Forza Italia! aveva un senso. Guardando quell’uomo così uomo ti veniva una gran voglia di dire: io sono italiano, io sono un italiano proprio come lui – cazzo! Perché le immagini di quel piccoletto al tritolo ce le porteremo sempre nel cuore? Che razza di uomo era Sandro Pertini? A te piace chiamarmi il bambino forse perché mi ostino a credere in una fede oggi tanto bestemmiata? Bambino perché all’amore di questa fede tutto ho voluto sacrificare? No, non chiamarmi così – credo di essere un uomo, veramente uomo – perché il mio animo sa soffrire silenziosamente e la volontà è tenace e il cuore non piange staccandomi dalle cose a lui tanto care. No, no, non chiamarmi bambino – non merito questa umiliazione. Questo è ciò che si legge in una lettera scritta di suo pugno dopo aver ricevuto, il 4 dicembre 1926 – in seguito alla proclamazione delle leggi eccezionali antifasciste – la condanna a cinque anni di confino e aver scelto la clandestinità, in quanto socialista e antifascista. Il 12 dicembre 1926 Sandro Pertini espatrierà clandestinamente dall’Italia – come accompagnatore di Filippo Turati – alla volta di Calvi, in Corsica, a bordo di un motoscafo. Rievocando quest’avvenimento in “Trent’anni di storia italiana” (1915-1945, Einaudi 1961, pp. 95-99), Sandro scrive: Si sentono solo le onde frangersi contro il molo. I nostri animi sono tesi in un’ansia estrema. Sono le 10 di sera. Si sale sul motoscafo. Si parte. Il cielo è tutto stellato. Io guardo la mia città, ove son cresciuto ed ove ho iniziato la mia lotta di uomo libero. Penso a mia madre. (…) Al mattino del 13 dicembre ci appare la Corsica. (…) Alle ore dieci entrammo nel porto di Calvi. (…) Scendemmo a terra inzuppati d’acqua. Fummo dai gendarmi condotti alla Capitaneria. Ci fanno sedere come tanti imputati dinanzi al Comandante della Capitaneria, il quale per prima cosa ci chiede chi è il capitano del motoscafo. Ci guardammo l’un l’altro perplessi, nessuno di noi aveva pensato a questa formalità. Ma Turati si alza e dice: “Moi, Filippo Turati”. A quel nome i volti dei gendarmi francesi come per incanto si rasserenano. (…) Pernottammo a Calvi. Turati, ricordo, voleva indurre Rosselli a restare con noi, a non far ritorno in Italia. Ma vane furono le nostre insistenze. Così si giunse all’ora del distacco. (…) Ci abbracciamo senza pronunciare parola e cercando di trattenere la commozione che saliva dai nostri animi. Ed io mi rivedo a fianco del maestro, sul molo, e attorno a noi muta sta la gente di Calvi. Il motoscafo si stacca. Rosselli toglie il tricolore che avevamo issato a bordo, e lo agita. E’ l’estremo saluto della patria per Turati e anche per me. Rimanemmo sul molo finché potemmo vedere i nostri compagni. Turati aveva gli occhi velati di lacrime; io gli stavo vicino con il cuore stretto dall’angoscia. E’ difficile dire oggi, senza sciupare tutto con povere parole, quello che accadeva in noi in quel momento. Il 26 marzo 1929, utilizzando un passaporto falso, Pertini riuscì a rientrare in Italia. Venne arrestato a Pisa il 14 aprile dello stesso anno. Deferito al Tribunale Speciale, venne condannato il 30 novembre del 1929 a 10 anni e 9 mesi di reclusione e a 3 anni di vigilanza speciale. Per tutto il processo tenne quello che il Prefetto definì un contegno altezzoso e sprezzante. In una lettera datata 28 luglio 1930, scritta dall’anarchico svizzero Peretti ai compagni di Pertini a Parigi, si legge: Pertini lasciò terminare al cancelliere la lettura dell’atto di accusa, poscia esordì fieramente, dicendo ai Signori del Tribunale che si rifiutava decisamente di difendersi, inquantoché non si trovava di fronte ad un tribunale normale ma di partito, perciò li esortava a passare senz’altro alla condanna, che era già stabilita. Alla lettura di questa poté sorprendere la vigilanza felina del carabiniere che ha il preciso compito di tappare la bocca a coloro che emettono grida silenziose durante la lettura della sentenza, e, prevedendo e impedendo, con mossa fulminea, il suo gesto, poté gridare in faccia a quei signori con quanta voce aveva: “Abbasso il fascismo! Viva il Socialismo!”. Io ebbi campo di intrattenermi due o tre volte con questo magnifico ragazzo. Com’è simpatico e generoso! Ora sconta la sua generosità sepolto vivo in una tomba… Nel 1932 la madre di Pertini presentò alle autorità la domanda di grazia a causa delle precarie condizioni di salute del figlio. In data 23 febbraio 1933 Sandro Pertini scrisse di suo pugno quanto segue: A Sua Eccellenza il Presidente del Tribunale Speciale – La comunicazione, che mia madre ha presentato domanda di grazia in mio favore, mi umilia profondamente – Non mi associo, quindi, a simile domanda, perché sento che macchierei la mia fede politica, che più d’ogni cosa, della mia stessa vita, mi preme – Il recluso politico Sandro Pertini. Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, Pertini riacquistò la libertà. Entrato in clandestinità dopo l’occupazione nazista di parte della penisola, operò fino al 18 ottobre 1943 allorché venne arrestato dai nazifascisti. Tradotto a Regina Coeli venne duramente interrogato e poi condannato a morte, senza aver tradito i compagni. Il 24 gennaio 1944 venne liberato grazie ad un’azione partigiana. Il 9 luglio 1978, con la più larga maggioranza mai registrata in una votazione (832 voti su 995), Sandro Pertini diviene presidente della Repubblica Italiana. Rimane a capo dello stato fino al 23 giugno 1985. Caro Pres, se anche alcune di queste paginette t’hanno fatto arrabbiare, seppure non te ne è piaciuta manco una, se mai abbi a pensare che mi sono approfittato di te, oppure, peggio di tutto, non ti sei riconosciuto nel mio pupazzetto, sappi che comunque, anche qui dai sobborghi della giovane Italia, ti si vuole un gran bene. Tuo Paz. Erano gli anni di piombo, del terrorismo, della crisi economica, politica e parlamentare; eppure il Presidente lo si chiamava per nome, ogni volta che compariva in televisione ci si zittiva a vicenda per ascoltare il Sandro, perché questo si, che è un uomo. Perché in mezzo alla gente lui stava in mezzo alla gente, perché era uno di noi. L’ultimo esemplare di una razza di uomini duri ma puri come bambini – così, il Paz, definì in una vignetta il suo Super-Pert.
(N.d.A. Si ringrazia l’Associazione Nazionale Sandro Pertini per aver reso libero l’accesso ai propri archivi).