LETTERA A L. SULL’AVERE PAURA
di Babsi Jones
(D’accordo con l’autrice pubblico questo pezzo di Babsi Jones – tra i miei link il suo blog- già apparso tra quelle colonne. Buona lettura. M.U.)
Abbiamo parlato, era mattina, e la mia voce e la tua si sono accavallate: io ho paura. Sovrapposte, le voci forgiavano una paura al quadrato, un cubo duro di sbigottimento e di ansia profonda. Era una risposta immediata moltiplicata per due teste, un’ipotesi quasi sdegnata, quasi indignata davanti a quel coro che si alzava: così prevedibile, così sleale. Io ho paura, tu hai paura, e il verbo potrebbe declinare, dovrebbe declinare: “avete paura come me!”, potrei dire ai passanti che incontro; hanno tutti paura di tutto: ma fanno silenzio, il silenzio è fatto da questa inanimata, dissennata calma da idioti. Nella commedia “Collisioni Assolute” la nostra impercettibile tragedia non ha diritto neppure a un siparietto: lo intitolerebbero “Disfattismo”, ci assicureremmo solo pomodori maturi, fischi e lazzi.
Londra c’entra e non c’entra, come c’entrano e non c’entrano Beslan e Belgrado, e Kabul, e Baghdad, e i bastioni di Schengen che si blindano, e l’Onu a puttane, e l’Europa-che-non-esiste, che non è mai esistita. La paura si sfama di questa entropia, ma origina altrove. Ho tenuto sul desktop per mesi, per anni, un file .txt in cui sono andata elencando tutto quello di cui ho paura. Ogni tanto lo clicco, e aggiungo una voce. Le blatte. Ho paura delle blatte che schizzano rasoterra, e dei ragni – con quell’incedere indolente, sornione, sul muro. Ho paura delle sirene che annunciano tracheotomie, grandi ustioni, piccoli padri sfiniti sospesi fra una vita di stenti e una morte insensata, rimandata, rinnovata, a pezzetti. Ho paura delle madri-bambine che forzano fragili figlie a farsi grandi anzitempo, a guerreggiare su barricate improbabili, da sole, non più donne ma militi, controvoglia e senza concedersi una sosta, una tregua. Ho paura dei sensi di colpa, perché non ho potere su quel che mi viene in mente: invecchiando, ho scoperto che le certezze scivolano in dubbi, come il vino in aceto, e che l’esperienza è un grazioso bagaglio di cazzate impensate, di parole dette male e in ritardo, di partenze rimandate, di ritorni infelici. Ho paura delle frontiere, poi: è una paura diffusa. Quello sguardo da visore di codice a barre del doganiere che si posa sul tuo passaporto – nella foto sorridi, è scattata in un marzo di sole e di belle speranze – e non vede che una matricola morta, non afferra neppure il tuo respiro che s’è fatto più svelto, né scorge le tue unghie – già corte – che conficchi nel palmo; io passavo frontiere che somigliano a crepacci, a dirupi, sottoterra gli scomparsi delle fosse comuni, nello zaino nascondevo antibiotici e insulina, la mia testa macinava veloce differenze linguistiche minime (un fonema di troppo o un fonema di meno e quel mitra dalla cintola si alza e ti punta la tempia). M’è rimasto il terrore di quel “nome e cognome, nazionalità, religione”, e non solo; la frontiera è un prototipo, io ho paura delle separazioni, degli smembramenti, e poi divisioni, barriere, staccionate, recinzioni, sbarramenti; tutto quello che disgiunge e s’indurisce, tutto quello che ferma il flusso, che lo cinge di blocco: sclerosi, rigidità, norme di comportamento, decaloghi e precetti, coerenze nazionali, verità intellettuali, uniformità ideologiche, massificazioni linguistiche: ho paura del gesso che stride e della lavagna: su cui vanno elencati gli sbagliati e i giusti, gli impuri e i puri, i molli e i duri, i vincenti e i perdenti, i puliti e gli sporchi (e gli incerti non hanno che tre minuti per scegliere). Ho paura, forse perché – per temperamento, per sfiga, per caso? – sono sempre finita, mediamente felice e cogliona, dalla parte dei peccatori, dei macchiati, dei vinti. Non fosse altro, per la presuntuosa arroganza dei retti, dei netti, dei conquistatori. Ho paura di quello che è semplice, troppo semplice per essere credibile; ho paura di quello che è bello, troppo bello per essere vero; ho paura del non detto che in un attimo si trasforma nell’ovvio, nel per sempre e da sempre: queste guerre totali, questi stati di pace sintetica che non cessa eppure non è, questo “tutto bene, senz’altro, funziona, non si rompe, non si sentono urla, tutto è sotto il nostro controllo”. Ho paura, per finire, dell’assenza di paura negli altri, che è anche e soprattutto assenza di stupore e di immaginazione. E ho paura di guarire da questa paura: di svegliarmi una mattina e scoprirmi tutta d’un pezzo, cristallina, serena, trasparente: un fantasma.