BREVE STORIA DEL PETROLIO
di Riccardo Ferrazzi
(Questo non è un bigino. Anche perchè questo pezzo è stato scritto da uno che, anni fa, ha lavorato duro attorno al petrolio. Uno che si è sporcato le mani, nel senso migliore del termine. Uno che ha lavorato e non ha solo venduto parole al miglior offerente. Buona lettura. M.U.)
Nel settembre del 1939, quando la Wehrmacht invase la Polonia, il petrolio era niente più che una materia prima, una delle tante. Pare che perfino l’Agip sapesse che in Libia (e a Cortemaggiore) il petrolio c’era, ma l’investimento necessario per estrarlo, attrezzare terminal portuali e pipelines, raffinarlo e distribuirlo, era ritenuto antieconomico. Perché ? Perché la domanda era poca.
Fino alla fine degli anni 40 la domanda di energia era coperta dalle centrali idroelettriche. Il riscaldamento pubblico e privato funzionava a carbone. Ancora nei primi anni ’50 gli emigranti italiani andavano a morire a Marcinelle nelle miniere di carbone; negli stessi anni la Comunità Europea nasceva come CECA, Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Il traffico su gomma era meno di un centesimo dell’attuale (autostrade ne esistevano quasi solo in Germania e percorrerle metteva malinconia: quando incontravi qualcuno ti veniva voglia di salutarlo e fargli festa).
Mi rendo conto che chi è nato negli anni sessanta o settanta fa fatica a immaginare case senza frigorifero e caloriferi, e soprattutto non riesce a credere che fosse così fino a poco tempo fa e che tutto sia cambiato nel giro di dieci-quindici anni. Eppure questi sono i fatti. La ricostruzione postbellica, l’apertura dei mercati, un diverso sistema finanziario internazionale e l’incremento delle vendite a rate misero in moto il boom economico europeo. La domanda di energia esplose.
Ancora nel 52, quando Mossadeq tentò di nazionalizzare il petrolio iraniano, in Europa parve un sopruso ai danni di chi era andato laggiù a portare capitali e progresso. Ma già nel 56, quando Nasser nazionalizzò il canale di Suez e gli anglo-francesi tentarono di riprenderselo con le armi, gli USA li obbligarono a fare marcia indietro: in quattro anni la domanda di petrolio era aumentata al punto che garantire l’approvvigionamento era più importante che tutelare i profitti delle “sette sorelle”. Meglio essere amici di Nasser piuttosto che rischiare l’ostilità del mondo arabo.
A quei tempi i costi di estrazione del petrolio nell’area del Golfo Persico si aggiravano fra i dieci e i venti centesimi al barile, il prezzo di vendita all’ingrosso era intorno ai tre dollari (di cui metà era costituito dalle royalties). Negli anni seguenti le royalties salirono fino al 75%, poi gli stati produttori acquistarono gli impianti di estrazione e fecero da sé. All’inizio degli anni 70 il prezzo del barile salì prima a nove, poi a venti dollari, poi oltre quaranta.
Cos’era successo ? I maggiori paesi produttori di petrolio avevano costituito un cartello (l’OPEC). Avevano cioè dato avvio a una delle più inquietanti previsioni della futurologia marxista classica: il monopolio mondiale. Il seguito, però, non fu marxista ma keynesiano. L’aumento del prezzo del petrolio provocò, da un lato, l’inflazione e, dall’altro, la scoperta di giacimenti fuori dall’area OPEC.
L’inflazione soffocò l’economia mondiale per dieci anni. La scoperta dei giacimenti nel Mare del Nord, nel Golfo del Messico e in Alaska allentò la dipendenza dai paesi arabi. L’OPEC, che alla sua nascita rappresentava quasi il 70% dell’offerta mondiale di petrolio, scese al 40% e dovette fronteggiare il calo della domanda. Il prezzo calò da quaranta dollari (buoni) a poco più di venti (inflazionati).
Per quanti complotti siano stati orditi intorno al petrolio, prezzi e quantità sono sempre stati governati dalle due forze che dominano i prezzi di qualunque merce e che si chiamano domanda e offerta. La storia ci dice che i complotti coronati da successo sono stati quelli intesi a ripristinare condizioni di mercato. I complotti monopolistici hanno avuto vita breve o scarso successo. L’attuale rialzo a più di sessanta dollari al barile non deriva da manovre occulte ma dal decollo economico della Cina, che ha provocato un colossale aumento della domanda. Semmai, quest’ultima fiammata dei prezzi dovrebbe farci riflettere in un altro senso.
Siamo ben contenti che lo sviluppo economico si estenda alle aree più depresse del mondo: dopo la Cina verranno l’India e il Sudamerica. Se Dio vorrà, un giorno anche l’Africa uscirà dal circuito della fame. Ma tutto questo non avverrà nell’era del petrolio. Le riserve conosciute dureranno ancora venti o trent’anni. Nel frattempo si scopriranno altri giacimenti: potremmo contare forse su cinquant’anni di autonomia se restassimo fermi sugli attuali livelli di sviluppo. Ma le economie che decollano hanno fabbisogni energetici in crescita esponenziale. Il problema non è tanto il prezzo del petrolio (che, in prospettiva, può solo salire), ma la disponibilità di energia.
Sarà bene pensare a riscaldare le case, a muovere le automobili e a produrre elettricità in modi alternativi e in quantità sufficiente, e sarà bene farlo alla svelta, prima che il petrolio cominci a scarseggiare. Non possiamo permetterci di fare del conservatorismo di destra o di sinistra. Abbiamo bisogno di guardare al futuro e di pensare in grande.