IN VENTICINQUE PAROLE SI FA QUEL CHE SI PUO’…
Qualcuno, meglio se un collega, dovrebbe comunicare ad Antonio D’Orrico che scrivere recensioni non fa per lui. Per il suo bene (e il nostro soprattutto)…
Qualcuno, meglio se un collega, dovrebbe comunicare ad Antonio D’Orrico che scrivere recensioni non fa per lui. Per il suo bene (e il nostro soprattutto)…
di Riccardo Ferrazzi
(Continua Ferrazzi sui referendum- dopo il pezzo di ieri- con una imperdibile Seconda Puntata. Un Ferrazzi che ci da veramente dentro, stavolta. Buona lettura, quindi. M.U.)
Nei commenti di chi ha votato sì al referendum affiora qualcosa di preoccupante: l’idea che “una cosa giusta” si possa (e si debba !) imporre anche a chi non la vuole. C’è in giro una gran voglia di dire: beh, in fin dei conti, il 25% degli italiani ha detto sì e gli altri non hanno detto niente. Dunque, il 25% è fatto da persone intelligenti, colte e moderne, che sanno formarsi da soli l’opinione “giusta”, mentre gli altri sono un gregge di pecore, ignoranti, superstiziose o vendute agli interessi di qualcuno. Niente vieta che le cose stiano davvero così. Ma come si fa a essere sicuri ? È stato intelligente chiedere al popolo di esprimersi sulle centrali nucleari, sul finanziamento pubblico dei partiti o sul ministero dell’agricoltura ? Non lo so. Ma una volta indetto il referendum bisognerebbe prendere atto dei risultati. Altrimenti cosa è stato indetto a fare? Ma quando si tratta di riconoscere che il popolo, questa corposa astrazione, la pensa in modo tutt’affatto diverso da come speravano le persone intelligenti, colte e moderne, allora sono guai. Improvvisamente le persone intelligenti, colte e moderne, scoprono di vivere in un “paese di merda” e dichiarano di volersi trasferire nella Spagna di Zapatero (salvo, immagino, ritrasferirsi altrove se alle prossime elezioni vincesse il Partido Popular). Ora: che uno sia convinto di ciò che sostiene, è doveroso; che sia dispiaciuto nel vedere adottare scelte che ritiene sbagliate, è comprensibile; ma che di fronte a un pronunciamento chiaro non sia neanche sfiorato dal dubbio di aver sbagliato qualcosa, be’, questa è grossa. Ammettiamo che le proposte referendarie fossero sacrosante: se sono state battute 3 a 1, come minimo sono state spiegate male. Forse il referendum non era la migliore strategia. Forse il fronte referendario non era ben coordinato. Ma lamentarsi perché il fronte opposto ha messo in campo tutte le sue artiglierie non è da persone intelligenti, colte e moderne. Cosa si pretendeva: che si arrendessero senza combattere ? Usciamo dall’equivoco: o si accetta la democrazia e il suffragio universale anche quando i risultati danno torto, o si dichiara apertamente di volere un sistema aristocratico (quello del partito-guida di leniniana memoria). Niente impedisce di preferire la seconda strada: la democrazia ammette anche questo. Ma le persone intelligenti, colte, moderne, ecc. ecc. devono pur mettere nel conto che, prima o poi, gli aristocratici decideranno tutto, anche il colore delle mutande da far indossare al popolo, e le persone intelligenti, colte, moderne, ecc. ecc. faranno bene ad applaudire, altrimenti riceveranno a spese dello Stato un corso di rieducazione dal quale usciranno (se usciranno) perfettamente allineate con il volere sociale migliore.
(Ricevo da Piero Sorrentino e pubblico. Buona lettura. M.U.)
1978:
Muore il Papa,
La Juve vince lo Scudetto,
Il Liverpool vince la Coppa dei Campioni,
La Fiorentina si salva all’ultima giornata,
L’Inter vince la Coppa Italia,
L’Ascoli è promosso in Serie A giocando l’ultima partita con il Modena.
2005:
Muore il Papa,
La Juve vince lo Scudetto,
Il Liverpool vince la Champions League,
La Fiorentina si salva all’ultima giornata,
L’Inter vince la Coppa Italia,
L’Ascoli è in lotta per i playoff per la promozione in A e deve giocare
l’ultima partita con il Modena…
L’anno dopo il 1978 il Milan finì in B e il suo presidente fu
arrestato.
(Nella foto: Tonino Carino da Ascoli in un Novantesimo Minuto degli anni 70)
di Riccardo Ferrazzi
(Vi eravate abituati a un Ferrazzi polemico. Beh, ora avete qui, praticamente in Cinerama Panavision Dolby Surround un Ferrazzi incazzato nero da post- referendum. Tutti ne hanno parlato, lo fa anche Ferrazzi, a modo suo. Certo, una cosa è tenere all’Inter e un’altra a Capezzone. Questione di gusti, si. Certo che tenere a Capezzone… Beh, buona lettura. M.U.)
Tanto per non essere accusato di “codardo oltraggio”: i frequentatori di Uffenwanken forse ricorderanno una discussione sui temi del referendum innescata da un mio post ai primi di marzo. Be’, può darsi che io sia stato disattento, ma durante la campagna elettorale non ho sentito argomenti nuovi. Ho sentito invece la solita, insopportabile (almeno per me), guerra di parole con gli uni che gridano assassini e gli altri che gridano oscurantisti. Certi dibattiti televisivi mi hanno fatto cadere le braccia. Non basta: a referendum finito, davanti alla dimostrazione numerica che alla stragrande maggioranza degli italiani non gliene fregava un cazzo, che si era fatto di tutto per sollevare una tempesta in un bicchier d’acqua, e che chi ha voluto questo referendum ha dimostrato (almeno) di avere uno scarso senso politico, i blog sono pieni di commenti che dicono: 1) non fa niente, abbiamo perso ma abbiamo ragione noi; 2) chi non ha votato è scemo; 3) chi non ha votato è un venduto; 4) è tutta colpa di Ruini. Non ne ho trovato uno che dicesse: abbiamo fatto una cazzata. Ma insomma: i maggiori partiti della sinistra non avevano fatto sondaggi ? Qualcuno di quei sondaggi dava speranze al sì ? E se quelle speranze non c’erano, perché montare un apparato (che tra l’altro costa miliardi) per prendere una bastonata ? È vero: ci sono battaglie che vanno combattute anche se non c’è speranza di vittoria. Ma c’è modo e modo. Era proprio necessario giocarsi la faccia in un referendum ? Non c’è bisogno di essere Nostradamus per prevedere che nei prossimi anni questa legge sarà corretta non una ma varie volte. Le maggioranze cambiano, l’argomento è trasversale, e soprattutto la scienza fa continui progressi. Dicamolo chiaro e tondo: si è fatta una battaglia per niente. Ma non importa: abbiamo ragione noi ! Ecco a cosa si è ridotta la politica in Italia. A una questione di tifo. Se faccio il tifo per l’Inter non importa se non vinco uno scudetto da non so quanti anni. Anche stavolta ho perso ? Chi se ne frega. Vincerò la prossima volta. In materia di tifo calcistico così si fa e così è giusto fare. Ma in politica non funziona. Quando si prende una batosta bisogna fermarsi, tirare il fiato e andare alla ricerca degli errori. C’è poco da fare: quando si perde è perché si è sbagliato qualcosa; quando si prende una legnata come questa è perché si è sbagliato troppo. Ma noi perché dovremmo riflettere, perché dovremmo dire di aver infilato una cazzata dietro l’altra ? Neanche per sogno, noi abbiamo ragione a prescindere. L’Inter è una fede. Il Partito anche. Sembra incredibile, ma siamo ancora al “Mussolini ha sempre ragione”. Solo che al posto del duce ci abbiamo messo il partito. E allora avanti a pestare zuccate contro il muro. Hasta la victoria siempre ! Appunto.
(Nella foto: Il Capezzone)
Il vostro più che affezionatissimo Uffenwanken torna a presentare Cattivo Sangue. Lunedì 20 giugno alle ore 18.00 alla Libreria Archivi del 900, via Ragazzi del 99 Milano con la partecipazione straordinaria di Raul Montanari & Gianni Biondillo. La sera dopo, quindi il 21, sarò invece al locale SUD, via Solferino 33, assieme ad Andrea Pinketts, che ripresenterà il mio libro e il nuovo romanzo Ruggine (Einaudi Stile Libero) di Stefano Massaron. L’orario è ancora da definirsi, vi farò sapere. Accorretenumerosichevelodicoaffà!

di Missy
( D’accordo con l’autrice propongo questo suggestivo pezzo di Missy, già presente sul suo blog “Fluttuazioni”, tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
L’altra sera, seduta ad un tavolino in piazza Duomo, sotto il primo fresco della notte, di fronte al Palazzo dell’Arcivescovado maestoso, bianco ed educato, uno dei tre amici coi quali prendevo un aperitivo mi chiede:
- Conosci il kouros di Mothya ?
Parte così una delle più liriche spiegazioni sessuali sulla bellezza di un corpo maschile. Descrivo la bellissima scultura nei minimi dettagli, spiego quando fu trovata, il mistero che la avvolge, la seduzione velata della lunga tunica aderente, l’incongruenza storica della sua presenza in quel luogo e in quel contesto, la violenta sorpresa della scoperta, lo stordimento del mio professore che sviene, il mio annuale pellegrinaggio religioso sull’isoletta fenicia, i miei brevi e intensi dialoghi col ragazzino, figlio del custode, che vive lì, tra vigne aride e dolci, voci di vento africano e pieghe di ombre su marmo lucente. Ricordo la prima volta che andai sull’isola. Passeggiavo con il mio amico del cuore. Era luglio di vento e caldo feroce. All’improvviso dissi: “Sergino, cos’è questo freddo? Sembra di morte”. Ci girammo e la necropoli era lì, ad un passo esatto.
Ma riprendo a descrivere la statua e mi soffermo sull’impronta del pollice sinistro lasciata sull’unica parte morbida e tenera di un corpo maschile atletico: il fianco posteriore.
Credo di aver fatto uno show tutto personale, perché non ho lesinato parole, aggettivi, entusiasmi, evocazioni, commenti personali. Poi, parlavo molto piano, lenta, un po’ naufraga tra le pieghe del lungo chitone quasi bagnato al corpo, immersa tra glutei e fianchi e con gli occhi ripercorrevo tutte le volte che mi ero già soffermata su quei due centimetri di tenerezza maschile nascosta, conosciuta solo a chi l’ha toccata dal vivo.
Ogni scultura ha questa virtù del tridimensionale: ferma lì per i nostri occhi, a farsi guardare infinite volte, adorare e persino sfiorare. Seppur in pietra, marmo o bronzo, hanno sempre qualcosa di indifeso, che muove il cuore e induce al sentimento, al rispetto e all’attrazione ad occhi chiusi e sospiro del tempo.
Uno dei tre amici fa palestra e si vede. Rimane colpito dall’enfasi che rivolgo verso la morbidezza di quella zona maschile, che io chiamo “preludio alla durezza”. Mi fa domande, vuole sapere esattamente qual è il punto che tanto mi attrae o che, in generale, può attrarre una donna.
Continuo ad indicare il mio fuoco di interesse, mi alzo dalla sedia, mi avvicino a lui, lo sfioro lievemente su una esatta zona del suo fianco posteriore; devo averlo preso giusto, quel punto, perché mi vibra sotto l’indice, e mentre lo presso lui mi guarda; capisco subito che la sua osservazione sta scivolando oltre i miei discorsi sulla maestria dello scultore e una sorta di educazione dell’ultimo minuto mi salva e mi trattiene dal continuare.
Non credo esista niente di più toccante e nobile della seduzione erotica di “periodo severo” (480-450 a.C.) perché coglie quel secondo esatto in cui la rigidità si unisce alla morbidezza e scivola verso il compiuto classico che non sarà mai più replicabile, se non cerebralmente.
di Giordano Tedoldi
Ho letto serpenti e piercing di Hitomi Kanehara senza ascoltare nessuno. Recluso in un attico non molto grande, un cubicolo, in effetti. Stavo male, stavo bene, non lo so, stavo in alto, di certo. Isolato, sospeso, ma non per questo privo di fobie. Se non fossi costantemente irato dalla mia convalescenza direi convalescente. Ogni tanto alzavo gli occhi dal libro e godevo degli stessi panorami che ricordavo dal quindicesimo piano del Park Hyatt Hotel di Tokyo, la città dove è ambientata la storia e dove ogni tanto sogno di tornare illudendomi di vivere felice. Il romanzo è breve e come spesso capita con i romanzi brevi la smania di finirlo può indurti a perdere il senno e dunque la capacità di sentire quello che l’autore ha da dire. Ma io credo di aver afferrato al volo la chiave di questo libro: ho pensato che quando non si riesce a portare le mani sugli altri, le si portano su se stessi. La violenza è una palla che rimbalza. Si alzano le mani su se stessi. Alzare le mani è già un’espressione piuttosto violenta. Ma alzare le mani su se stessi ha una violenza atomica. Ricordo nitidamente nuvolette di sangue che si perdono nell’acqua calda, soprattutto alla mia destra perché sono mancino. Che scemenza. Chissà chi cazzo si diventa. Si perde la sicurezza di essere mai stati normali e ci si avvicina alla soglia del divino e dell’astratto, poi di nuovo si cade nel nulla. Spazzati via dall’onda nucleare creata dalle fissazioni del proprio cervello. Tutto quel sangue inutile che esce quando si modifica il proprio corpo, più o meno intenzionalmente. E le croste? Avete mai riflettuto all’umiliazione, all’inutilità delle croste, e delle cicatrizzazioni? Una devastante perdita di tempo. In questo romanzo, ci sono bellissime scene di tatuaggi. Avrei sempre voluto un tatuaggio, perché la pura e semplice rimarginazione è deprimente. Ci vuole un po’ di colore, un animale, una chimera. Anche il mercurocromo fa schifo, con quel rosa che solidifica in scaglie che restano nel lavandino. Luì, la protagonista di serpenti e piercing, è affascinata da quel punk di Ama perché Ama ha avuto il coraggio di tagliarsi la lingua rendendola biforcuta come quella dei serpenti. Si è tagliato la lingua con una rasoiata, dopo averla debitamente martirizzata con un piercing grande come un gioiello di Pomellato. Evidentemente Luì non è affascinata solo da quello che vede, quella lingua da cobra, ma dai giorni in cui Ama ha pensato solo a quello: dividersi la lingua. C’è un lavoro, dietro, e ogni lavoro è una fissazione nucleare. Ci sono passaggi mentali e esistenziali magnifici, in chi alza le mani su se stessi. Mi piace anche che Luì disdegni di farsi venire sul pube, va subito a lavarsi come se un secondo dopo dovesse uscire per andare a lavorare, e invece non fa un cazzo tutto il giorno. Anch’io sono così: mi sporco e poi tento di pulirmi al volo. Principio del piacere perverso. E come Luì ammira Ama perché si è rasoiato la lingua così io invidio la superiorità di chi si è fissato sul proprio malessere, anche se il frutto di questo lavoro è stato alzare le mani su se stessi. Il nostro dolore altrimenti è solo un fardello, un film da festival politicamente corretto. La grande, delirante ambizione è che il dolore si solidifichi nell’eternità, che sia un tatuaggio o un piercing, o una split tongue (lingua biforcuta) o forse uno sterminio. Io me la sono immaginata, Luì, come una ragazzina molto tradizionale, impeccabile nel suo completo blu da hostess nelle convention aziendali (che del resto è il suo lavoro occasionale) che si è semplicemente spaccata la testa e la lingua su un rebus che non è riuscita a risolvere: perché ho questa smania di sentire un dolore che già sento? Credo che Luì vorrebbe dare valore alle cose, e per ora, è capace di dare valore solo al suo dolore. Il dolore è il suo sole, e l’ombra le ricorda quello che avrebbe potuto essere. Ma il sole-dolore è meglio di niente, in attesa del Grande Amore (o dello sterminio), o no? Luì ha una grande curiosità per il proprio sangue, si direbbe che non l’abbia mai sentito scorrere, non l’abbia mai visto scorrere, e solo alzando le mani sul proprio corpo (o consentendo a altri di farlo coinvolgendoli nel proprio gioco, nella propria ricerca) potrà tappare questa falla mentale che è anche un complesso d’inferiorità. E alla fine, quella detestabile stronzetta di Luì è diventata una specie di madre per me, come per tutti gli uomini dai quali si è fatta tatuare, scopare, inculare, nel libro. Luì non si mette in rapporto con le cose o le persone, le incorpora, perciò dico che è una madre. Una stronza diventa un po’ madre quando riesce a guarire e a guarirti benché in misura relativa, perché tu sei un suo arto, un suo pezzo amputato. E in serpenti e piercing da un principio masochistico, autodistruttivo, da una vera e propria gabbia di ferro io ho visto uscire, come il sangue da una vena, un arto, ovvero un’esperienza mia per quanto effimera. Ad esempio il piacere che prova Hitomi Kanehara quando descrive le ingroppate bestiali tra Luì e il tatuatore sadico Shiba. Sofferenze a parte, ti ricordi con dolore (come potrebbe essere diversamente?) che a vent’anni il corpo ti permette molti lussi, i regolatori sociali dell’umiltà e del rispetto altrui sono ancora vacche. Forse avrei voluto scopare una giapponese identica a Luì a Tokyo, e invece ho perso tempo in piscina a leggere riviste di musica classica e a studiare coppie di occidentali credendo di cavarne qualcosa per un racconto, e non ne caverò mai nulla, perché quella storia la conoscete già tutti. È come l’alito cattivo di certa gente. Ora serpenti e piercing mi ricorda un po’ come stanno le cose nel mondo, fuori, dove spira ancora un’aria fresca e ci sono novità tecnologiche ogni secondo. Per dire, non so spiegarmi perché vedo specializzandi in psichiatria che al mattino, per prima cosa, mi sorridono. Farò loro una richiesta formale, con la mia voce educata e ipocrita stile paziente modello: voglio uscire e sentirmi chiedere se ho l’I-Pod.
GIORDANO TEDOLDI è nato a Roma, dove vive, nel 1971. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «PANTA» e «MALTESE NARRAZIONI». Nel 2004 ha pubblicato il racconto «Steinbeck» nell’antologia «LA QUALITA’ DELL’ARIA» edita da Minimum Fax.

di Mia Hoffmann
(Ricevo dall’ impareggiabile Mia Hoffmann questa intervista esclusiva al liutaio Waldner. Solo su Markelo Uffenwanken, naturalmente. Buona lettura. M.U.)
Faccio questo mestiere perché mi piace, mi piace molto. Ogni tanto mi estraneo da me stesso e dico: è bello! E’ bello tutto questo: è bella la bottega, sono belle le chitarre, è bello il lavoro; posso essere inventivo ed è bello. Si, quello che faccio mi piace; è bello e lo vedo anche negli occhi della gente che entra qui. Guarda: ho trovato adesso un messaggio!
(Appeso all’antica facciata in sasso della casa, accanto al piccolo ingresso in legno della bottega, c’è un blocco per lasciare messaggi quando il liutaio è assente. Ogni tanto, spesso nei week-end, i passanti scrivono.)
Luca prende i foglietti che ha conservato in una nicchia nel muro, accanto alla scaffalatura per la conservazione dei fogli lignei e, sogghignando, mi legge: “Dubitavamo dell’esistenza di un posto così in Valtellina. Grazie di esistere!”; frase orrenda! - commenta.
“Da Genova, O. R. di Torino con amore”; la frase non s’è ben capita ma magari era una topa!
“E’ veramente bello, sembra di tornare indietro nel tempo. Grazie. Intanto ho fatto una foto da fuori, ma spero di trovarlo aperto se tornerò ancora qui. Isabella di Vicenza”; mai vista!
“E’ un luogo bellissimo!”
Ti rendi conto? Qui si fanno complimenti a un negozio! Sono tutti messaggi di estranei: uno arriva, guarda, vede il blocco e lascia scritto. E’ bello perché io ci sono dentro, perché è mio, è la mia vita! Non ti faranno i complimenti perché lavori in banca; capisci? E’ qualcosa di prezioso - questa bottega sono io! - è una delle cose più belle che ho: la trovo teatrale, scenografica, ha un odore bellissimo e ci sto bene.
Nei giorni in cui faccio fatica ad entrare, perché è un momento pesante, mi dico: Luca, datti due ceffoni! Guardati intorno! Guarda dove sei e quello che stai facendo, perché è bellissimo. Datti un calcio in culo! Alimentati di te stesso e vai avanti, perché questo è il lusso, è un lusso che pochi si possono permettere nella vita. E questo bisogna dirselo, perché nei momenti di crisi uno non guarda più neanche il lusso. Oggi il lusso è un termine equiparato al denaro - in noi stessi il termine lusso è contraddittorio - ma il lussuoso può essere anche povero. Se tu entri in questa bottega dici: ammazza che lusso! - ma non perché è ricca: questa bottega è proprio bella. Entro qui, sento l’aria, e mi dico: che buon profumo!
(NdA: virtualmente è possibile visitare la bottega di Luca Waldner accedendo al sito: www.lucawaldner.com)
“La chitarra funziona secondo un principio, tutto sommato, semplice. Delle corde pizzicate mettono in vibrazione del legno, una cassa ne amplifica il suono, e il risultato è quello che noi chiamiamo suono della chitarra. Anche costruire una chitarra è un atto fondamentalmente semplice, in fondo non diverso da quello di tante altre forme di artigianato. Qui, come per qualsiasi atto umano, ciò che davvero conta è come si svolge il processo: Michelangelo usò gli stessi materiali e strumenti che sono accessibili a chiunque, e lo stesso può dirsi dei materiali musicali usati da Bach, Mozart, o Beethoven. Quello che abbiamo di fronte tutti i giorni - i colori, i suoni, la materia - tra le mani di qualcuno può assumere diversa identità, comunicarci cose a noi sconosciute, suggerire mondi prima impensabili, prendere nuova vita: una vita non intrinseca all’elemento, una vita di cui l’elemento si fa umile e discreto veicolo. A noi giunge quello che chi ha modellato l’elemento ci comunica direttamente, senza parole. Nel momento in cui cerchiamo di trascinare un’arte al di fuori del suo terreno, di tradurla con un linguaggio che non le appartiene, la sua voce si spegne. Parlarne può distogliere dai suoi contenuti reali, rischiare di attirare l’attenzione verso il dito e non verso la luna che esso indica.” (Stefano Grondona - Luca Waldner, La Chitarra di Liuteria - Masterpieces of Guitar Making, p. 162-165)
Nel momento in cui quello che stai facendo è vivo, attuale, presente e pulsante: è innovativo!
La chitarra non è una scienza esatta, quello che succede sei tu. Se vuoi fare una chitarra più bella: diventa una persona più bella - io non so dirti altro.
“Se la storia della chitarra si è svolta, e tuttora sembra svolgersi, ai margini d’ogni celebrata società musicale, il ruolo che in essa ha avuto Antonio de Torres è a sua volta tenuto in ombra rispetto ai suoi meriti reali. (…) Torres è una delle più grandi figure che la liuteria, nel senso più ampio del termine, abbia avuto in ogni tempo: con l’infondere all’azione creativa un’energia esistenziale per cui lo strumento in sé diviene quasi semplice pretesto espressivo, Torres merita di entrare nell’Olimpo dei costruttori di strumenti, unendosi a quei pochissimi che più di lui furono esaltati nella storia soltanto perché esercitarono la loro azione nel più celebrato territorio degli strumenti ad arco. (…) Torres senza dubbio esisté ed operò di là dalle forme, di là dal sentiero culturale appartenente al luogo ed al tempo in cui viveva, di là dai confini materiali e psicologici che il destino gli offrì a contesto del suo itinerario biografico. Più in generale, il suo apporto all’evoluzione dello strumento rinvia a fatti che vanno ben oltre il mero dato tecnico e materiale. (…) si direbbe quasi che il lavoro di Torres sulla materia derivi dalla percezione di un contenuto metafisico o emotivo che precede la materia stessa. O che, al contrario, egli sentisse la necessità di porre la propria volontà al servizio di questa percepita metafisica del suono, così da ricavare da ogni pezzo di legno la sua propria tendenza. (…) Ciò che si mostra dell’uomo nell’opera del liutaio è una inesorabile determinazione, una sorprendente libertà nei confronti del contesto biografico e storico.” (La Chitarra di Liuteria - Masterpieces of Guitar Making, p. 14-18)
Ho messo dei mattoni molto grossi, ho fatto dei restauri molto pesanti; fino ad ora ho restaurato quattro chitarre di Antonio de Torres. Di queste opere di restauro uscirà anche un libro, perché io sono contro la bottega chiusa, sono contro il segreto. Bisogna condividere, la vita è fatta di condivisione. E’ un po’ come in Internet: tu butti nel mare la tua bottiglia, qualcuno la legge e magari ne ha. Non deve rimanere qui tutto questo; faremo questo libro e sarà un buon motivo per affrontare certi argomenti - spero in maniera non troppo intellettualoide. Spiegherò che cos’è il restauro per me; cosa significa prendere in mano uno strumento di centocinquant’anni e farlo rivivere. E’ come andare a fare un master-class. E’ come andare nella bottega del liutaio, perché tu vai a metter le mani in quello che è stato fatto direttamente da quella persona e lo vai a fare in termini molto, molto, molto profondi; e impari. La prima volta è stato bellissimo, molto emozionante. La chitarra era bella, non era devastata come questa. Qui non ho messo le mani nella bottega di Torres, non ho parlato con lui, non mi ha detto molto. Cerco di ridargli un po’ di voce, gli sto facendo la rianimazione con la respirazione bocca a bocca e massaggio cardiaco. La prima chitarra che ho restaurato, invece, è come se avesse avuto una gamba rotta, e dopo l’ho rivista camminare, l’ho vista saltare, correre. Quando l’ho finita è stato molto emozionante. Sai che cosa vuol dire prendere una chitarra di centocinquant’anni e restaurarla? Vuol dire che questa chitarra è bella, merita di continuare a suonare, è più bella di quelle che ci sono in circolazione. Io ti riparo e ti do la possibilità - senza presunzione - di andare avanti altri centocinquant’anni - e comunque mi sopravvivi. In questo caso il restauro ha significato, non è conservativo dei beni culturali - palloso - è maledettamente attivo. Tu stai prendendo una chitarra per usarla ora. La ripari per usarla ora, affinché sia bella e funzionale; non per essere messa nella bacheca di un museo, ma perché suoni. La prima chitarra di Torres che ho restaurato è la chitarra di Stefano Grondona (NdA: con la sua attività concertistica, discografica e radiofonica Grondona si è affermato come una figura di spicco nel panorama chitarristico internazionale) - è la sua chitarra - la usa, usa solo quella, ed è bellissima, è strepitosa! Li è bello lavorare, perché lavori sullo strumento come è stato fatto. I restauri che sto facendo ora, invece… la chitarra è stata massacrata, ormai è stato fatto un danno da cui non si torna più indietro. Comunque ho imparato tantissimo, e cercherò, veramente, di far si che la chitarra torni indietro il più possibile rispetto al danno che è stato fatto. In realtà mi rendo conto che con questi restauri ho avuto un occasione - non una fortuna - un’opportunità - che mi sono andato a cercare. Lavorare su una chitarra di Torres è come dire Stradivari, per rimanere nell’ambiente della liuteria, o Michelangelo per la pittura - io ne sono onorato. Il problema è che tanti lo vorrebbero fare e mi guardano male, e allora… allora fin quando non siamo in sintonia e non parliamo la stessa lingua se uno mi dice: sei privilegiato! - conoscendo le bestie che sono i liutai - io metto i puntini sulle i. Io ci perdo e ci perderò molto tempo della mia vita in questi lavori. Io ho avuto una Torres in scatola di montaggio, completamente smontata, potevo vederla, sentirne il peso. Certo è un privilegio, ho imparato, sono contento, ecc. ecc., però la lotta è per la vita, adesso - e non è una battuta! Adesso, quando la mattina mi sveglio sono in stato ansioso, sento l’ansia dentro, sto male; è uno stato che non ho mai conosciuto, o perlomeno poche volte, mai con il mio lavoro. Sono privilegiato - con te lo dico ma con i liutai no. Il culo in queste cose è relativo, o meglio, a volte è anche una questione di culo, quello esiste come partenza: la persona che sei, le doti che hai… Se io nasco e sono un Arturo Benedetti Michelangeli che a sei anni era già lui… (NdA: Arturo Benedetti Michelangeli, morto nel giugno 1995, grande pianista e compositore, definito da Cortot il nuovo Liszt) Però cerca di condurti, in questo fiume. Tu devi attraversare un fiume, la tua vita è attraversare questo fiume e arrivare all’altra sponda. C’è chi parte molto a monte: è bello, forte, muscoloso, e lo fa in fretta. Tu parti già con due palle così ed inizi ad andare contro corrente… è la vita! E’ inutile che guardi lui e piangi, perché comunque, così, vai indietro! Nuota! C’è chi nasce con doti mostruose, ma la dote è anche uno spreco mostruoso. Io vedo che c’è chi nasce con doti mostruose e le butta alle ortiche. Vittorio Gassman, in un’intervista, diceva che lui ce l’aveva con il padreterno per l’enorme spreco di talento, vedeva persone talentate proprio brave, grandiose, che buttavano tutto, e chiedeva: come hai fatto a dargli il talento a questo qui? Anche io ne vedo tanti così. Il talento è un impegno, se ce l’hai devi sfruttarlo. Io faccio quello che posso. Con questo lavoro il mio talento lo sfrutto abbastanza… si, ce la faccio.
Oggi la grossa fatica è trovare se stessi - quando tutto ciò che ti circonda nega il te stesso, chiunque tu sia. Forse oggi è come ieri - si fa presto a scadere nel bel tempo antico - però un tempo gli esseri umani erano persone con le palle; allora potevi morire, allora c’era il rapporto con la morte. Torres ha conosciuto la morte, ha conosciuto la vita, la nascita dei figli, la morte dei figli e delle mogli. Uno dice: ma oggi si campa meglio; è vero, però cos’hai perso? Umanamente loro erano esseri umani, vivevano la morte, la vita e la natura; oggi è un casino, un casino… devi trovare te stesso perché se non sei te stesso soccombi - c’è la selezione naturale - se non sei te stesso cominci a pensare che è meglio morire piuttosto che vivere da automa - certo questo è un eccesso, che però oggi è una tendenza.
L’arte è fuori dagli ingranaggi, l’arte esce dagli ingranaggi in qualsiasi fenomeno, e questo oggi ti crea un problema, ti da energia ma ti consuma, perché oggi uscire dagli ingranaggi è difficile; oggi stai bene se sei un ingranaggio, se sei nella macchina. Anche nell’ambiente della liuteria puoi essere un ingranaggio: puoi fare il produttore di chitarre. L’Oriente produce chitarre, e se tu vai all’Ikea ne trovi a 70/75 euro; questo è l’ingranaggio.
Un grande insegnamento che ho ricevuto da Torres è quello di riuscire a dire: faccio quello che mi pare! Io ho visto cose che faceva Torres che volevo fare, ma che non ho fatto perché non ero libero. Io mi ponevo delle domande, dicevo: questo pezzo lo faccio così - però non si può fare - è meglio che non lo faccio; e non l’ho fatto! Non l’ho mai fatto! Vaffanculo! E’ una vita che voglio farlo, ma non l’ho mai fatto perché non andava fatto, e invece Torres già lo faceva! Liberiamoci da tutti i condizionamenti. Quante cose non facciamo perché non ci sentiamo liberi! Io adesso faccio quello che mi pare - almeno ci provo. E se uno mi chiede: ma perché fai così? Perché mi va! - è la risposta. Io non ho da dirti: perché! E loro a rompermi le scatole con domande… ma fate altrettanto, non fate altrettanto… Certo, per alcune cose ci sono dei motivi tecnici, ma… è bene o è male? Non lo so! Mi va di fare così! Mi piace fare così e sono migliorato, soprattutto sto meglio; e poi mi piace l’idea: ma perché non posso - cazzo! - fare quello che mi pare? Torres non aveva precedenti, era il primo, grandioso perché poteva inventare tutto, e quindi un genio nel senso più assoluto. Oggi siamo in un periodo di grande condizionamento dal passato - un passato greve, oppressivo - se non esistesse il passato, francamente, staremmo tutti meglio. Vivi la tua casa vuota, riempila con il tuo presente e soprattutto con il tuo futuro, riempila di libri che vorrai leggere e non di libri che hai già letto! “Torres faceva così, l’altro faceva colà e Stradivari ha fatto così” - questo è pesante, rompe le palle! La libertà è una cosa fondamentale. Liberarsi dal passato è fondamentale. Liberarsi di questo passato è fondamentale. E qui potrei anche andare oltre, potrei dire che se ti muoiono i genitori, sotto certi punti di vista, è anche meglio - è simbolico, è chiaro che io lo dico dalla parte di chi li ha avuti ed è stato amato - ma per certi versi ti assicuro che non è male. Se io avessi fatto tutto quello che volevo, avrei fatto passi da gigante! Oggi ti dicono tutto come deve essere, c’è la codificazione di ogni cosa. Questo perché? Perché c’è un passato! E’ per questo che bisogna, in un certo senso, uccidere il passato. Oggi c’è molta globalizzazione, omologazione, omogeneizzazione, integrazione - se ne potrebbero usare di termini… Oggi c’è un pensare comune. Ti dicono loro, ad esempio, cosa è l’arte, fanno i film sull’arte - e creano solo problemi. L’arte è presente, l’arte è quello che fai - qualsiasi cosa! Non parlarne, non parliamone, facciamo sì che siano altri a parlarne. E tu se vuoi farla: falla e taci! Mi piacerebbe liberarmi da tutta questa codificazione dei comportamenti.
La mente umana è cambiata molto in questo ultimo secolo… Mi piacerebbe andare in pellegrinaggio ad Almerìa, in Spagna, dove nacque e visse Torres: sentire il profumo, vedere la terra, quel mare che cos’è, vedere dove cavolo era. So che è una cosa un po’ infantile, ma m’immagino questo posto e come deve essere stato nel 1850, come deve essere stato silenzioso quando non c’era l’energia elettrica. Non avere l’energia elettrica significava avere altri ritmi. Non avere la possibilità di muoversi agevolmente significava avere altre conoscenze: essere uomini e donne fatti di esperienze personali vissute. Noi, con la televisione, anche se non abbiamo girato il mondo siamo stati tutti in Antartide, abbiamo visto la Savana, abbiamo visto tutto e conosciamo tutto - cazzo! Abbiamo acquistato un’esperienza irreale, falsa, che però consideriamo vera! E tu magari ti ritrovi a litigare con una persona, scontrandovi entrambi per un opinione che non è realmente vostra - è pazzesco! Anche nell’ambiente della liuteria italiana è così, perché tutto è saturo di passato. E’ un incubo! un incubo!
Perché si fanno le cose? Non sempre lo si sa - io non lo so! So perché sono arrivato a fare questo lavoro, questo lo so: ci sono arrivato per esclusione! Arrivare alle cose per vocazione, secondo me, è un gran lusso. Qual era la mia vocazione? Io volevo fare il meccanico. Ho sempre lavorato con le mani fin da bambino, le doti manuali non mi sono mai mancate. Il mio desiderio era quello. Invece che studiare passavo i pomeriggi a smontare motori. Io avrei fatto l’Istituto Tecnico e Industriale.
C’è, nella generazione dei nostri genitori - quella che ha creato la società italiana attuale - c’è il riversare sui figli le proprie frustrazioni - non è un’accusa questa ma uno stato di fatto. Il titolo di studio è sempre stato considerato un traguardo da raggiungere, e il mestiere pratico, manuale, è sempre stato visto come qualcosa di poco edificante - perché l’hanno fatto loro, perché costretti. In ogni caso, per uscire da una situazione ci si è persi qualcosa: il voler fare quello che ci pare.
Io volevo fare il meccanico? “No! Tu devi puntare di più. Devi prendere la laurea in ingegneria meccanica.” Ma che cazzo mi metti a studiare cinque anni e a massacrarmi il primo anno? Io voglio mettere le mani nei motori, toccare la materia; l’ho sempre fatto! A quattro o cinque anni avevo un giocattolino meccanico, un trattorino di plastica con gli ingranaggi, mi ricordo che lo smontavo e rimontavo senza istruzioni - è uno dei primi ricordi che ho - e ci giocavo a farlo, a percepire quello che erano gli ingranaggi e il movimento. Ero felice! Perché, mi dovete rompere i coglioni con le vostre frustrazioni?
La musica? La musica mi piaceva, la musica è una cosa bellissima. Io credo che la musica, in qualsiasi forma, è qualcosa che fa parte dell’uomo, non può non piacerti. Se non ti piace la musica, secondo me, umanamente hai qualche problema; è troppo coinvolta con la nostra sensibilità più intima. Poi, da piacere a studio, a farne un lavoro e anche una ragione di vita, questo è un’altra cosa. Io volevo studiare mandolino, a me piaceva il mandolino, ascoltavo i concerti di Vivaldi. “Cosa vuoi studiare?”
“Mandolino.”
“Mandolino? Ma è troppo limitato! Studia qualcosa di più. Il mandolino fa una voce sola, fa solo il canto. E poi è uno strumento che ha poco repertorio. Suona la chitarra!”
Capisci che cos’è il plagio dell’educazione? E che cos’è l’amore? Se io voglio studiare mandolino: lasciami studiare mandolino! Altrimenti non chiedermelo! Saltami la rottura di scatole! Così ho fatto il conservatorio e in parallelo il liceo scientifico, perché mio padre voleva che ci laureassimo. Ero interessato a ciò che facevo ma era un interesse indotto. E così sono uscito un miscuglio ad esclusione; insomma, sono partito per fare il meccanico e invece faccio il liutaio - anche se a dire il vero le due cose sono legate. Ho maturato il liceo scientifico, ho studiato musica e all’ottavo anno di conservatorio ho conosciuto Stefano Grondona - mio maestro - di personalità, intelligenza e mente aperta; con solo sette anni più di me e una personalità preponderante (NdA: in un’intervista del 1985, Andrés Segovia menzionò Stefano Grondona come uno dei suoi allievi preferiti). Ha saputo comprendere le mie doti, doti manuali che, come dicevo, non mi sono mai mancate e quindi la chitarra la smanettavo bene. Sensibilità un po’ ne ho - per sensibilità intendo il capire le sfumature della musica, mi riferisco alla reattività del proprio animo agli stimoli musicali, artistici. Così mi sono diplomato: dieci e lode! E poi che succede? Adesso sono cavoli tuoi! Fai un anno così, cominci a insegnare, e poi? Poi t’inghiotte il sistema - il sistema italiano. Posti di lavoro non ce n’è, concerti non ce n’è - i concerti poi bisogna anche saperli fare - però non ce n’è; ce n’è se li paghi tu o se li fai gratis o, al limite, cinquantamila di rimborso spese. E allora che si fa? Si va nella scuola statale; si fanno gli esami per l’abilitazione - questo è stato l’iter - esami di abilitazione all’insegnamento per la scuola media. Io ho studiato per qualcosa - anche questo è il problema italiano - e ho il posto di lavoro per qualcos’altro. Ma insomma, io mi sono fatto un paio di chiappe così per dieci anni per poi andare a insegnare ai bambini della scuola media? Non è quello per cui ho studiato! Sono fuori posto!
In Italia c’è un passato che grava: a livello sociale, a livello culturale… è un passato di cui bisognerebbe liberarsi in maniera assoluta. Dal punto di vista popolare la chitarra non è uno strumento nobile, è uno strumento sfigato; invece la chitarra è per pochi, nella sua più bella essenza è per pochi. Uscire dallo schema di strumento popolare e andare dentro a quello che è il suono e la chitarra, è per pochi; lo devi volere, devi spogliarti - e la gente non si spoglia, alla gente piace vestirsi. Per me, belli come la chitarra ci sono pochi strumenti, ha un suono che ti entra dentro; però ti ci devi lasciar trasportare, deve piacerti, devi avere una predisposizione. Il suono di questa chitarra classica mi commuove, mi dice qualcosa. Tanto trovo bella questa chitarra, questo suono, tanto trovo inascoltabili, imbevibili, le chitarre commerciali; hanno un suono di plastica, stupido. Tanto è bello, profondo ed emozionante il suono della chitarra più bella, tanto è stupido, banale, idiota ed inutile il suono di quegli strumenti. E’ come un vino che ti suggerisce qualcosa, che ti emoziona - io lo riporto spesso perché il gusto è uno dei nostri sensi più forti, coinvolge l’olfatto - prendi un buon vino e ti inebria, ti puoi ubriacare anche di solo sapore, ti arriva questa botta sul senso che ti da quello stordimento… Il suono può essere simile, ti coinvolge e ti da quella emozione che ti fa venire la pelle d’oca: stai lì, lo ascolti, vai a beccare il legno - non nel senso che dici: questo è stato fatto con quel tipo di materiale - vai a cercare un sapore, un profumo, ti concentri e lasci che questo sapore ti riempia, per ricordartelo, affinché faccia parte di te. La chitarra commerciale non ti da niente, non ti emoziona. Tu vai dal grande Chef a mangiare le tagliatelle, da uno te ne mangi tre piatti e dici: minchia che buone!; dall’altra lasci perdere, paghi il conto, te ne vai incazzato e non ci torni più. Però è sempre farina, uova, burro… gli ingredienti sono sempre quelli! Tu puoi trovare chitarre con qualità eccezionali ma tutto dipende da come gli ingredienti li metti insieme. La creatività: è questo l’essere umano - bellissimo! Questa è l’arte: nelle mani di qualcuno gli stessi ingredienti appaiono diversi; e questa è anche l’umiliazione dell’artista: con gli stessi ingredienti il suo funziona meglio - e ti girano, ti girano le palle! Ci sono chitarre che suonano benissimo e sono fatte con il coltello, sono scolpite. Non è vero che il lavoro del liutaio è un lavoro di precisione - l’arte non è precisione. Tu puoi prendere una chitarra, puoi studiarne i progetti, i legni, ecc., puoi copiarla al centesimo, ma non ti uscirà con lo stesso suono. Puoi prendere una chitarra e copiarla molto meno e può prendere quel sapore. Non è il progetto che fa lo strumento - ovviamente anche il progetto ha la sua importanza, è chiaro che se ci metti compensato la chitarra non suona - ma è qualcosa di diverso. La chitarra è come la vita: con un progetto ti avvicini all’intorno ma per andare oltre devi esserci tu.
“Rubio giunse alla liuteria nei primi anni Sessanta, dopo varie vicissitudini, compresa una lunga esperienza di chitarrista nel genere flamenco. L’ispirazione per questa scelta gli venne nel laboratorio madrileno che fu di Domingo Esteso, in Calle Gravina 7: qui, si tratteneva spesso per la sua pratica quotidiana di chitarrista, ed ebbe modo di vedere all’opera il liutaio Faustino Condé (uno dei tre nipoti di Esteso che ne avevano rilevato il laboratorio nel 1937). Condotto negli USA dalla sua attività di chitarrista, finì per stabilirvisi; la sua nuova carriera di costruttore cominciò lì con una copia della chitarra flamenca di Esteso che suonava abitualmente. L’incontro con Bream fu poi determinante per il suo futuro. Bream lo spinse a costruire strumenti nello stile di Robert Bouchet (…) Ma il vero punto di riferimento di David Rubio fu Francisco Simplicio, alla cui liuteria furono ispirati i suoi strumenti migliori, suonati per anni da Bream. E’ con una Rubio del 1965 che Bream incise il Nocturnal di Britten, in un’esecuzione che potrebbe costituire il simbolo dell’evoluzione del linguaggio chitarristico verso nuovi orizzonti musicali. Alla fine degli anni Sessanta Rubio tornò nella nativa Inghilterra e, oltre alla produzione di chitarre, si dedicò a quella di strumenti antichi (liuti, viole da gamba, violini barocchi, clavicembali), volgendosi negli ultimi venti anni della sua vita al quartetto d’archi.” (La Chitarra di Liuteria - Masterpieces of Guitar Making, p. 140, 141)
Nel pensiero comune, umano, l’arte è fatta di polvere, di chiesa, di cera, di buio… no! no! no! le persone che sono dentro a quello che può essere definito arte sono persone! Vedi Rubio, ad esempio, uno se lo aspetta vecchio - già il nome suona nero nell’immaginario collettivo dei chitarristi - invece lui era lì, nel suo laboratorio con la salopette di jeans, con il computer, i pupazzetti di peluches, che rideva, scherzava e tirava per il culo tutti i liutai; se la spassava della loro polverosità, se ne fregava. Lui era anziano ma giovane, giovane, veramente giovane come persona!
Di maestri ne ho conosciuti tanti insieme a Grondona - abbiamo fatto veramente grandi cose, io sono contento, è stato sempre molto bello - l’incontro con Rubio è stato uno di questi. Uno si aspetta chissà che, ma in realtà l’incontro con una persona così, con un maestro, è fatto di nulla. E’ un incontro con un uomo, un uomo che sa più di te, che ha fatto il tuo mestiere per molti anni più di te, magari con delle doti maggiori e che, volendo o non volendo, ha da insegnarti. Cosa gli ho rubato? Le rughe! No, cose specifiche me le ha dette e sono state utilissime, si, qualche trucco me lo ha detto. Ho guadagnato un bellissimo ricordo - come esperienza di vita - di una bellissima persona, una persona intelligente, una persona fresca, una persona giovane. Fa molto bene, specie nel nostro campo, conoscere qualcuno che dice: me ne frego, faccio quello che mi pare! Questa è una cosa bella. Poi cosa mi ha insegnato? Mi ha insegnato ad essere pratico, pragmatico - lui era un pragmatico: “Fai come ti pare. Se hai fatto un errore cavoli tuoi: riparatelo!”. Lui si divertiva, lui giocava. Questo è un altro insegnamento che mi ha dato: divertirsi. Se nella vita non ti diverti che vivi a fare? Io mi diverto tantissimo, io me la sono spassata a fare questo lavoro; anche se uno dice: sei sempre qui, rinchiuso qui dentro… divertimento è una parola da definire! Io mi sono divertito tantissimo: a costruire, ad inventare attrezzi, a cercare uno stimolo, una scusa per fare cose nuove, per imparare a saldare il ferro - ad esempio - una scusa ufficiale al di là dell’hobby - perché l’hobby è vissuto con un senso di colpa, perché stai perdendo tempo. Io ho una scusa, adesso, posso imparare a saldare il ferro perché mi devo costruire una macchina. La prima cosa che ho fatto quando ho detto: farò il liutaio; è stato costruirmi il tavolo, poi mi sono costruito altri attrezzi e poi, pian piano, mi sono costruito la chitarra. Questo è il divertimento, il divertimento più grande; e poi alla fine ti pagano pure!
In questa fase della mia vita non cerco più di fare il grande prodotto; cerco me. Sono contento di quello che faccio, sono contento dell’evoluzione. Questa è la cosa più bella: vedere che vai avanti. In questo senso spero di rimanere giovane, di non avere mai una pensione, spero di avere una costante evoluzione, spero di avere me stesso. Sono le fasi della vita. Uno parte con la forza del torello ma poi, pian piano, con l’età ci si appesantisce. O forse no, forse non è una questione di appesantimento ma di alleggerimento; forse si tratta di levare, spogliare - invecchiare significa anche spogliare - e allora le cose diventano sempre più semplici, sempre più asciutte ma sempre più dense. Fare grandi cose per dimostrare quanto sono bravo? Divertirmi a far vedere le palle? No! Adesso no; chi se ne frega… Adesso m’interessano altre cose: il suono, cercare l’asciuttezza, l’essenzialità, la forma, la palpabilità, il far sì che le mie chitarre non siano più pallide, ma sempre più pesanti - perché alla fine anche noi siamo sempre più pesanti. Mi devo riconoscere nel mio strumento. Le mie chitarre mi sono sempre assomigliate però qualcuna è uscita più delle altre. Vedi, sono sempre gli stessi ingredienti, ma due o tre escono dalla curva, sono i picchi; perché? Non lo so; però so che escono, che vivono di vita propria.
Io non faccio le cose perché vengano capite. Faccio queste chitarre perché mi piacciono, ma non voglio comunicare nulla. Io sono assolutamente egoista nelle mie cose, le faccio per me. Se a qualcuno piacciono e le vendo: bene. Se a nessuno piacessero le mie chitarre, esisterebbe un problema che vedrei come risolvere: o cambiando lavoro, o facendo chitarre custom - chitarre su ordinazione, dedicate. Per cui, che uno mi capisca o non mi capisca… A molti non piacciono le mie chitarre, e un po’ mi dispiace. Quando uno mi dice: ti prendo una chitarra; e poi invece ne prende un’altra che non c’entra - una chitarra industriale - mi dispiace perché ho perso un potenziale cliente, ma poi… io la sbrigo facilmente, penso: cavoli tuoi! Hai preso una chitarra del cazzo? E’ quello che ti meriti! Mi fa molto piacere quando… ecco, ad esempio: eravamo in Spagna, io e Grondona, ad una cena privata fra persone in gamba. C’era la mia chitarra, c’era Grondona, lui tira fuori la mia chitarra e suona - benissimo, ovviamente - eravamo in salotto, era un concerto salottiero, e alla fine di tutto, dopo i complimenti di tutti a Stefano, una signora intervenne dicendo: “Devo dire che questa chitarra ha un suono veramente bello. Non so di chi è, ma ha un suono bellissimo!”; così mi sono preso anche il mio applauso da liutaio! Questa è una cosa che fa molto piacere: tu fai qualcosa di bello, qualcuno lo nota e lo dice.
Anche questo lavoro, come io credo un po’ tutte le cose, ognuno lo fa per sé. L’uomo è necessariamente egoista, o capisci questa cosa o rimarrai sempre un illuso. Le cose si fanno comunque per sé, le fai perché ti fanno star bene. E’ molto importante capirlo - e accettarlo - l’egoismo è la nostra natura, non è una parola brutta.
Una volta finite, le chitarre non m’interessano più. A me interessa quello che sarò, non quello che sono o quello che sono stato. Una volta che le ho finite… come le appendo sono già diventate passato. Bisogna guardare avanti - il presente è così fugace! E’ così bello essere proiettati in avanti, non aver paura di invecchiare! Mi piacerebbe che la mia vita e il mio mestiere finissero insieme - non per fare l’intellettuale artista che deve morire sulla tastiera del pianoforte con l’ultimo rantolo e l’ultimo accordo dell’ultimo pezzo, no! Mi piacerebbe continuare a lavorare e avere la lucidità per farlo, un po’ come Rubio. Avere la lucidità per continuare a lavorare, avere la giovinezza, la freschezza mentale per farlo, avere ancora la forza, la vista; diventare vecchio, arrivare in fondo dicendo: la strada è comunque infinita, perché tanto non si arriva; come Rubio, come Terzani, come le persone con l’intelletto giovane, fresco, ancora acuto - non pensionato rincoglionito che sta lì a fare l’hobby e ad aspettare di crepare con la paura della morte. Fino ad ora ho fatto cose diverse da quelle che mi sarei aspettato, ho trovato cose diverse. Non mi sarei mai aspettato di dire certe cose, non le sapevo. Il viaggio non sai mai dove ti porta - non so, penso che mi porti da qualche parte, ma chi lo sa? Da vecchio mi vedo uno spaccapalle mostruoso - già lo sono adesso, figurati da vecchio! - sarò lì a pontificare: bla, bla bla… però mi piacerebbe!
Mi piacerebbe diventare un essere umano che vive, un vecchio albero segnato, non più il giovinetto che ride e capisce. Non so cosa sarà il futuro, ma questo è un bellissimo presente - in questo senso è un privilegio - poi… vedremo.
"Raccontare la vita di un uomo non è forse una preghiera?"
(Giorgio Scerbanenco - Venere privata)
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