The FK experience

June 24, 2005

COME SI DIVENTA (A VOLTE) SCRITTORI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:28 am

Probabilmente non ve ne fregherà un cazzo, ma lo racconto lo stesso, ho tempo da perdere. Sono diventato scrittore perché non avevo più niente da fare, e soprattutto da perdere. Prima avevo fatto di tutto, o quasi. Intanto scrivevo ma credendoci fino a un certo punto, anzi non credendoci per niente, spinto solamente da una passione pura. Poi, dopo aver mandato a fare in culo tre principali in tre anni per la famosa incompatibilità di carattere, ho deciso che non sarei più stato alla stanga. Quando ero uno schiavo di lusso che viaggiava sugli aerei in executive e per un periodo scorrazzava per le strade su una macchina americana marca Chrysler, non ero felice per niente. Si, c’era che non avevo una famiglia da mantenere e nemmeno la poderosa autovettura (pagava la ditta, benzina compresa), e quindi potevo spendere i miei soldi in divertimenti e cazzate varie. Me ne ero andato pure fuori di casa, avevo preso in affitto un appartamento e facevo vita da scapolo come se piovesse. Le signore mi vedevano di buon occhio più del solito, la grana piace a tutti. Naturalmente c’era un caro prezzo da pagare. Spesso stavo fuori intere settimane, a vendere. Giravo per l’Europa come una trottola, poi giravo per il Medio Oriente. Posto di lusso infame. L’Arabia Saudita è roba da ricchi, ma per noi occidentali quasi tutto era off limits. Se putacaso ti capitava di incontrare una occidentale (le uniche donne ammesse in quel buco extralusso di fogna erano le hostess delle compagnie aeree occidentali) in uno di quei smisurati alberghi di Riad pieni di schiavi dalla pelle scura regolamentare che a vederli così servili con i loro padroni arabi ti veniva la pena per la condizione umana, dovevi far finta di niente, o quasi. Perché se qualche figlio di puttana ti beccava in camera con una donna (mica una delle loro, impossibile!) - dico con una occidentale, sangue del tuo sangue, in un certo senso, ti facevano entrare nella “black list”. E tu a fare affari da loro non ci potevi più andare. Favolosa prospettiva se avevi altre entrate. Ma se la maggior parte del tuo lavoro lo svolgevi con loro, con i beduini del petrolio, erano proprio cazzi arabi. Con gli arabi, checché se ne dica (ovviamente male) io però mi sono sempre trovato bene, a cavallo d’un caval. Forse perché ho frequentato (tolto qualche cafone impossibile da non incontrare a tutte le latitudini) quasi soltanto veri signori, gente che aveva studiato a Londra o negli Stati Uniti, che passavano dal loro costume caratteristico bianco da beduino a vestiti di buon taglio cuciti nelle migliori sartorie londinesi. E per niente snob. Veri signori sul serio. Che spandevano con classe. Gente seria. Ogni volta che andavo da un cliente dovevo accettare il loro ottimo tè. Dopo 6 tè consecutivi in una giornata ero sclerato come un romano a Milano, diciamo. A cena a volte erano stracazzi, perché ti servivano grasso di montone (per loro una prelibatezza) e tu dovevi mangiare con tanto di apprezzamenti, sennò se ne avevano a male. Una volta sono stato da un cliente, a Dubai City, che si chiamava Al-Merdah. Mi veniva da ridere, ma apposta (con me stesso) continuavo a chiamarlo col suo bel cognome. “Mister Al-Merdah, listen…”, eccetera. Un caldo paradossale. A settembre 50 gradi all’ombra. Aria condizionata dappettutto, anche per strada, nei sukh. Bel periodo di merda. Una volta, a Riad, uno stronzo di Brescia mi portò a vedere un’esecuzione capitale. Fu lo spettacolo più orrendo della mia vita. Un vecchio vestito di una tunica bordata d’oro stava su una pedana nella piazza principale, in mano una lunga spada. Davanti a lui un pakistano, incaprettato. Reo di violenza carnale. Un brevissimo colpo di polso, un minimo movimento, e la testa del reo partì. La gente non stava più nella pelle. Scappai a gambe levate, mi veniva da vomitare, e in albergo, chino sulla tazza del cesso di lusso, vomitai davvero. Non riuscii a chiudere occhio per tre giorni. Per fortuna il quarto giorno tornavo a casa. Non volli più mettere piede in quel posto.

Nel 97 (dopo aver lavorato per svizzeri arcigni, tedeschi sornioni, arabi di buon taglio ma terribilmente diffidenti, ebrei ottimi sotto quasi tutti i punti di vista – si, perché erano poco ottimi quando si trattava di pagare, tali e quali ai francesi) mandai a fare in culo pure l’ultimo, il gran capo di una cartotecnica. Mi ricordo che il giorno prima il loro consulente aziendale, N., (uno che prendeva un sacco di soldi per motivare la forza vendita- cioè per far finta di lavorare-  e a me, poi,  mi demotivava del tutto, quel bastardo) dopo l’ultima battuta sarcastica mi venne a dire: “Mi stia a sentire, Krauspenhaar…” Lo interruppi subito: “Mi stia a sentire lei. Io di lei ne ho pieni i coglioni. Senza offesa, naturalmente.” E lui, come se nulla fosse: “Lei si mette in una brutta china, caro mio”. E io: “Non lo metto in dubbio. A non rivederla”. Sapevo benissimo di essere in una posizione pericolante, in azienda, per cui mi presi la soddisfazione di lasciarmi andare. Non fruttavo abbastanza. Infatti il giorno dopo mi diedero il benservito. Non è carino, quando hai appena avuto un grave lutto in famiglia. Ma questo alle aziende interessa poco. Feci il signore. Non per altro: non volevo farmi vedere piegato, questione d’orgoglio. Solo alla fine, quando il grande capo mi congedò con una stronzata classica, vale a dire con la frase seguente: “Ci siamo conosciuti, abbiamo fatto un tratto di strada insieme e ora ci lasciamo”, io non potei non rispondergli: “Meno male che esiste il divorzio”. Ero divorato dal dolore e dalla rabbia. Fuori, nel bugigattolo della portineria, salutai la coppia dei portinai, gran brave persone. Ci baciammo sulle guance. Erano esterrefatti per il trattamento che mi era stato riservato, come tutti lì. Ma nessuno se la sentì di accennare la minima protesta. Perché le aziende sono imprese dittatoriali. Dissi fra e me e me: “Sono piegato ma libero, ora”. Per giorni e giorni meditai una vendetta. Era il minimo, per me, nello stato d’animo in cui mi trovavo. Meditavo di fargli bruciare la fabbrica. Nel 2001, invece, cominciai a scrivere Cattivo Sangue. Decisi di vendicarmi con le parole scritte. Credo nel potere vendicativo della letteratura. Alcuni pensano che sia catarsi, io non ci credo. Ci si   vendica sulla vita scrivendo, il più delle volte. Altrimenti si fa soltanto esercizio di stile. Il protagonista Bruno Bruide sono un io più sfigato ma anche molto più violento. N, lo stronzo fottuto, è diventato Jean-Claude Sebastiani nella finzione letteraria. Il resto è  finzione letteraria al 100%– a parte la rabbia che continuai a provare per mesi. Ora mi sento un uomo libero. Guadagno un decimo o forse di meno di quanto percepivo allora, devo tirare la cinghia, ma adesso mi sento me stesso. Mi ha aiutato Henry Miller, il mio vero maestro ideale. Anche lui alla stanga, e  fino ai 40 anni (io soltanto fino ai 37) e poi scrittore per evasione. Un evaso dal carcere del mondocane del lavoro tramite il mitragliatore della scrittura. Henry è come un padre, mi ha aperto la testa in molti sensi leggerlo. Un uomo libero, senza moralismi inutili, vitale e generoso, disperato e gaudente.

Nel 98 mi misi a bere e contemporaneamente a dipingere. Dipinsi furiosamente qualcosa come un centinaio di acquerelli, tecniche miste, acrilici, anche olii. Mi ispiravo a Otto Dix, a Grosz, i miei pittori preferiti. Scaricavo la mia rabbia immensa sulla carta e sulla tela. Dopo tre mesi smisi di bere, per fortuna. Nel maggio del 99, in 10 giorni piuttosto impegnativi, scrissi Le cose come stanno. Ero diventato uno scrittore sul serio.   

(Nella foto: Alberto Sordi nella famosa scena dei "lavoratoriiiii!" inclusa ne "I Vitelloni" di Federico Fellini).

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