IL CASTAGNO DEI CENTO CAVALLI

di Manuela Cuadrado
(Manuela è italo-argentina. Dunque è argentina al 100%, al cuadrado si potrebbe dire. Lei parla e scrive in italiano e in neoplatense - dico bene?- con la stessa disinvoltura. ( Ndr: mi dicono poco fa che ho scritto una stronzata: si dice rioplatense). Eccovi quindi un suo racconto. Buona lettura. M.U.)
“La montagna dorme. Sento nella terra il palpito del suo respiro. Sono gli unici momenti in cui mi sento veramente solo. Non è una sensazione sgradevole. Lungo tutti i miei giorni, la sua voce, la voce del vulcano, mi narra le favole del cielo e della Terra. Al suo risveglio, lo so, mi racconterà agitata i suoi sogni. E io li interpreterò, per lei, invocando il vento tra le fronde. Fino ad allora, nulla accompagnerà l’allungarsi della mia ombra.Tranne le nuove panchine. Fanno letargo poco oltre le mie radici, e mi fissano con aria vuota. Le hanno posate insieme alla cancellata, che mi gira intorno per proteggere i rami più bassi dagli artigli dei cacciatori di legna. Sono fioriti ovunque cartelli dai toni celebrativi: “Castagno dei Cento Cavalli”; “Età: quattromila anni”. “Si prega di usare un comportamento rispettoso; è proibito abbandonare rifiuti, è proibito accendere fuochi.” A quanto pare, sono diventato un personaggio celebre. Le panchine spesso si gravano di uomini gesticolanti, curvi sotto l’ombra afosa dei loro cappelli. Commentano. I discorsi sono sempre quelli: “Hai visto com’è bello, hai visto com’è grande, pensa a quanto è vecchio: quattromila anni. C’era già ai tempi di di Gesù Cristo. C’era già ai tempi dei Romani, quando gli alberi venivano adorati come dèi pagani.” Sarà. Io non ricordo nessun particolare segno di devozione. Ma forse sono io che non capisco bene i comportamenti degli uomini. Mi si parano davanti con aria guerriera e scattano decine di fotografie. Poi scuotono la testa, sconsolati: “Non ci riesco a prenderlo tutto, è impossibile.” Inevitabilmente, qualcuno chiede il perché del nome. “Perché si dice che vi trovò riparo da un temporale la regina Giovanna d’Aragona col suo seguito di cento cavalieri.” Così io avrei dato riparo a una regina. Sinceramente, non me ne ricordo. Ricordo il temporale, quello sì: un’unica tempesta lunga secoli e secoli, la somma di tutte le tempeste che in quattromila estati si sono abbattute su di me. E ricordo non cento, ma mille creature e mille ancora cercare rifugio tra le mie braccia nodose. Cavalieri e contadini, cavalli e cani, amanti adulteri e mariuoli. A tutti loro io ho offerto riparo, indistintamente. Mi sembra ancora di vedere i loro sguardi. Per questo, forse, questa leggenda un po’ mi suggestiona. Nelle giornate di pioggia e sole mi sembra di vederli, quei cento cavalli bianchi e perfetti, mentre brucano l’erba e attendono le anime d’ogni epoca che passeggiano nella mia ombra. Poi la montagna sbuffa; la terra trema e dissolve le mie sciocche magarìe. Torniamo a discorrere delle cose che ci riguardano, fatte di nuvole e sole. A volte la schernisco, imitando la maniera degli uomini: Etna, le dico, raccontano che un gigante dorme sotto di te. Lei mugugna e io rido. Ma a volte, nella profondità della terra, le mie radici accarezzano un enorme corpo che sento femminile. E se fosse lei la regina di cui raccontano? Se fosse lei la donna che ho protetto per anni dalla tempesta? In tal caso, i cento cavalieri nasceranno dalla corazza dei miei frutti nel giorno che vedrà il suo risveglio. Allora il mondo cambierebbe per sempre: sparirebbero i cancelli, i visitatori, gli uccelli e i ragni. Dopo anni di celeste solitudine abbraccerei la terra. Ma quel tempo non è ancora venuto. Fino ad allora, rimarrò ad ascoltare le favole del vulcano, e a sopportare il vuoto delle panchine.