The FK experience

June 19, 2005

QUELLI CHE… IL 68!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:39 pm


di Mia Hoffmann

(Continua la campagna “Abbasso i radical chic”, che hanno rotto il cazzo e detto tra noi sono anche in tanti. Dopo le esternazioni di Ferrazzi – e seguirà la terza e ultima puntata domani, il punto di partenza è stato il post-referendum- eccovi un pezzo al cianuro di Mia, che sinceramente sento di sottoscrivere in pieno. Buona lettura. M.U.)

“Forse un altro mondo davvero è possibile ma prima bisogna trovare il modo di uscire da questo.” (da La ragazza che non era lei, di Tommaso Pincio, Einaudi)

Spietati, con quelli che… il 68! non mi sento di dire nient’altro che: siate spietati. Erano vuoti allora e sono vuoti tuttora - perché se è vero che le idee si cambiano (le idee non sono statiche: si muovono), è anche vero che è difficile fidarsi di chi rinnega i principi che per anni ha ostentato. Schiavi dei loro giudizi e dei fondamenti delle loro inquisizioni, reduci di un’ideologia basata sullo spirito e non sulla materia, dopo aver bruciato banconote nei cessi ora bramano il possesso e ne fanno metro di giudizio - non godono il benessere, adorano la proprietà. Hanno cresciuto figli e figlie nella bambagia, principini e principesse con un chiodo al posto del pisello sotto il materasso. Hanno dato vita a intere generazioni di ansiosi, depressi, psicotici, profondi conoscitori di tutto ciò che di negativo comincia con psico. Trentenni single, separati, divorziati, senza una relazione sentimentalmente stabile - così definiscono l’amore - che non procreano perché non sono pronti, non hanno abbastanza pelo sullo stomaco, non hanno soldi, ma mai una volta che dicano apertamente che non ne hanno voglia! Figli che non hanno niente da raccontare, che possono solo tradurre o riportare. Figli laureati che fanno: un lavoro automatico e dal nome incomprensibile ma che dovrebbe essere di catalogatura valori corporei, lei; fattorino, cameriere, galoppino, lui (spacciandolo per praticantato). Isterici, soli, o con un partner affetto da gravi crisi depressive, scatti d’ira e sfoghi cutanei, vorrebbero fare un salto di qualità ma non riescono a credere alle motivazioni che si sono dati. Si presentano come esseri responsabili ma non amano le responsabilità, vogliono essere intraprendenti ma hanno paura di rischiare, vogliono fare grandi cose ma non hanno il coraggio di staccare i piedi da terra - figuriamoci di volare. Onnipresenti ai festini di scienze politiche, mangiano solo in trattoria - una trattoria gestita da ladri in t-shirt dove un piatto di pasta al ragù lo paghi più di un filetto di chianina! - e invece che bestemmiare, urlano: fighetti! I leader di questa patetica genia parlano solo a priori, detestano tutto ciò che non è il nocciolo della questione, non conversano: roteano al vento catene di erudizione. Si sentono saggi ma sono saccenti, si sentono liberi ma sono schiavi di un ideale che ha ripudiato per primi i loro padri, si dichiarano impegnati nel sociale ma non servono nemmeno i loro nonni - perché le mani nel sangue e nella merda non le metteranno mai! Stanno lì, spelacchiati, dall’alto dei loro complessini canori, scialacquando parole morte, cantando la revoluciòn, senza aver mai visto da vicino nemmeno una piaga da decubito - figuriamoci un morto sparato in faccia!
Non sperare di manifestare con loro senza essere irregimentato nell’uniforme dell’ideologia. Anche se sei stato in missione umanitaria schivando proiettili e posti di blocco pur di arrivare a destinazione, se hai accudito le vittime di un epidemia, se hai mangiato dai loro piatti, hai pianto per loro, le hai amate e sei stato ricambiato, non sperare di varcare il cancello del loro rispetto perché vige il motto: o filosofeggi in compagnia o sei un ladro o sei una spia. Come i loro padri detestano le voci fuori dal coro, i cani sciolti - in pratica: la libertà di parola e di pensiero. Non c’è speranza, sono già morti, sono figli di quelli che usano come intercalare: la gente non capisce, il popolo è bove, sarà sempre così, non siamo più giovani. Riducendo il tutto a quattro parole giustificano in questo modo le loro straripanti intolleranze, rinnegando i frutti dell’esperienza, l’uso di un bagaglio di vita vissuta e una speranza in cui non credono più, o nella quale - forse - non hanno mai creduto. Sono implosi, e per la diffidenza continuano a corrodersi invece che germinare. Hanno smesso d’imparare, non vogliono più capire. Si sentivano nella ragione allora, vogliono avere ragione ora. Hanno trascorso una vita a pregiudicare invece che vivere e godere, sostengono il dovere e aborrono il volere, hanno labbra sottili ed occhi incomprensibili. Hanno fatto la figura dell’orgoglio gay al gay-pride, hanno dato spettacolo. Non hanno scelto l’amore libero, hanno solo scopato con tutti e per i rimorsi, oggi, se ne stanno congestionati ad applaudire sotto il palco della new-age. Non hanno assunto droghe per liberare la mente ma si sono strafatti fino a generare figli deformi o deficienti. Vivono nel fuori luogo, sono spaesati e insicuri, hanno una paura tremenda d’invecchiare e di morire. Reduci di un’epoca e non di un’ideologia, ignorano - ma in realtà detestano - coloro che ne sono usciti da eroi: i convinti, gli imperituri, coloro che professano l’amore per la vita e l’essere umano, che non si vergognano d’invecchiare né di morire. Quelli per cui peace and respect non è mai stato un modo di dire, esseri al cui cospetto ci si sente rispettati e in pace perché tanto tutto può accadere. Quelli che morendo di cancro sono capaci di mandare cartoline agli amici con scritto: viva la vida; dimostrando di non aver paura di morire perché non hanno avuto paura di vivere. Quelli che hanno praticato l’amore libero con lo spirito dell’amore, capaci di dar vita a grandi famiglie: forti, libere ed unite. Artisti che hanno saputo liberare la mente fino a varcare le porte del genio; hanno inventato stili e tecniche - nulla a che vedere con i ritrattini fotocopiati di Andy Warhol. Uomini capaci di vendere la propria arte senza mettersi in vendita. Uomini che hanno esaltato la visione e non la perfezione, la ricerca e non il risultato, che non si sono mai vantati del già fatto perché hanno vissuto facendo - fino alla fine - al massimo della dignità, autocriticandosi quotidianamente, sperimentando su sé stessi la propria verità - e l’hanno fatto da soli.

(a Don Feliz a.k.a. Felix Leu, The Leu Family’s Family Iron)

(Nella foto: lo scrittore americano Tom Wolfe, geniale inventore del termine “radical chic”)

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