The FK experience

June 18, 2005

MEMORY VDGG

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:06 pm

Sabato scorso 11 giugno con i Van der Graaf Generator al Conservatorio di Milano. Dopo 28 anni dall’ultimo scioglimento vado a vedere per la prima volta i VdGG dal vivo. I simpatici cinquantenni, freschi di uscita del nuovo album (aprile) Present, cavalcano il loro geniale passato tra un pubblico festante: parecchi zii “grigioni”, ex capelloni, capelloni fuori tempo massimo mit stempiatura o semipelata ma anche trentenni e addirittura ventenni, (i figli degli ex capelloni?) ammaliati recenti dal Generatore. Peter Hammill non sembra affatto un ex infartuato cinquantaseienne, “The Thin Man” gira tra i compagni dinoccolato e col pugno apoliticamente chiuso, con la sua camicia bianca fuori dai pantaloni -in divisa quindi da turista- e con il piglio e l’energia di un venticinquenne rockdipendente. Hugh Banton è il regista del Generatore, seduto davanti al suo organo tesse le melodie e le armonie, è il fulcro della macchina suonante, muove di continuo le mani sulle due tastiere e i piedi sulle pedaliere come se non avesse mai fatto altro in vita sua con grande aplomb da signore di campagna inglese. David Jackson è un vecchio frikkettone ormai pelato che spara a raffica le sue note dal sax e dal flauto arrivando ad acuti spesso stridenti; spesso suona due sax contemporaneamente, soffia nei tubi come un follettone indemoniato, come se per lui quella fosse questione di vita o di morte nel paradiso degli hobbit. Infine il “metronomo” Guy Evans, calvo dal fisico da libero lottatore, sembra un boia prima dell’ennesima esecuzione sulla Torre di Londra e non sbaglia praticamente un colpo.

La folle carrellata inizia con Undercover Man seguita senza stacchi da Scorched Earth, due pezzi di Godbluff (76) perlomeno un quarto d’ora di prog tiratissimo: alla fine l’applauso è fragoroso e pure liberatorio. Si riprende con altri vecchi classici, da Refugees a Darkness, (70) e una sola incursione nel Present, con Every Bloody Emperor. Si va avanti pescando sempre nel lontano passato con la gasante Masks, con l’angosciante Lemmings,  con il capolavoro Man-Erg; e poi con la beffarda Sleepwalkers, e poi con In the Black Room, e con la più che suggestiva Childlike Faith in Childhood’s   End. I 4 tengono il palco con grinta e autorità, il pubblico di grandi fans applaude e urla; i 4 sembrano chiudere, salutano il pubblico, ma sappiamo tutti che si tratta di una finta. Mentre presumibilmente Hammill &Compagni scaricano la vescica e si dissetano con la giusta dose di Gatorade, il pubblico richiama la band sul palco dopo quasi 2 ore filate di concerto, senza una sola interruzione a parte qualche siparietto scherzoso di Hammill che ci parla in un - tutto sommato- buon italiano con dizione alla Stan Laurel. La band torna sul palco coperta dalle acclamazioni di tutti; i di solito compassati Galbiati (alla mia destra) e mio fratello Ernesto (alla mia sinistra) si lasciano andare ad invocazioni da piccoli fans post post Sandra Milo – e post finto colonnello cubano su Oggi, 1983. La band del Generatore spacca in quattro la sala del Conservatorio con un primo bis, Killer, il pezzo d’adrenalina pura che fu per tanti anni il loro inno subacqueo. Chiusa Killer nel fragore più scoppiettante Laurel Hammill prende il microfono e dice qualcosa che non capisco bene, a parte che ci faranno sentire un pezzo “tranquillo”. Mi chiedo di che cosa si tratti: ecco quindi arrivare le per nulla dolenti note di Wondering, da World Record, il terzultimo album in studio. Chiusura a tutt’andare, saluti e baci, sono le 11 passate, 2 ore abbondanti che sono letteralmente volate. Sul banco delle pecche e dei peli nell’uovo rileviamo qualche stecca di PH e  qualche indecisione all’inizio, qualche fuori tempo; c’è però da dire chiari e netti che non abbiamo avuto a che fare con degli indefessi virtuosi dei rispettivi strumenti, ma con degli emotivi creatori di atmosfere paranoiche e poetiche, generatori di suoni spesso volutamente sporchi, sempre tirati al limite. Tutto stavolta si tiene e a loro perdoniamo quello che ad altri non perdoneremmo mai. C’è anche da dire che l’acustica del Conservatorio – per nulla pertinente al rock- non ha per niente aiutato, e i suoni ci sono arrivati troppo acuti, spesso stridenti, ingolfati: ci sfugge davvero perché gli organizzatori abbiano deciso di dare un concerto rock lì, in un posto creato per strumenti acustici, per la musica classica. Usciamo dal teatro soddisfatti anche se – per ovvie ragioni – non rimborsati; ultime chiacchiere fuori teatro mentre mi aspetto giungere Skatt da un momento all’altro (comunicazione di servizio: Skatt, prima dell’inizio sono andato alle poltronissime dove m’avevi indicato di andare e ti ho cercato, ero pure col Galbiati che faceva a tutti: “Skatt?”, ma niente, evidentemente non c’eri ancora o eri momentaneamente uscito), salutoni a tutti (Massimo, espertissimo dei VdGG, critico musicale con signora, Galbiatik l’uomo- periscopio ( è altissimo) con camicia con collo alla coreana, Sergio La Chiusa con braccio al collo causa incidente e con signora ) e via verso la metrò di San Babila, con dentro, nel mio vecchio kuore selvaggio, un bel ricordo che serberò per il futuro. E…

AND THOUGH DARK IS THE HIGHWAY AND THE PEAK’S DISTANCE BREAKS MY HEART, FOR I NEVER SHALL SEE IT, STILL I PLAY MY PART, BELIEVIN G THAT WHAT WAITS FOR US IS THE COSMOS COMPARED TO THE DUST OF THE PAST… IN THE DEATH OF MERE HUMANS LIFE SHALL START!

(Nella foto: Hammill al concerto del Conservatorio)

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