
di Lorenzo Galbiati
(In occasione dell’imminente uscita di Cattivo Sangue pubblico questa intervista di Galbiati fatta al mio nickname anagrafico. Abbiate pazienza… e buona lettura. M.U.)
L’appuntamento è per le sette al bar Magenta. Io ci arrivo con il mio solito quarto d’ora di ritardo, ma confido nel fatto che Franz abbia approfittato per farsi il primo giro di birra. Ragion per cui me la prendo comoda, ordino un Daiquiri frozen alla fragola, riempio un piatto di assaggini e con calma mi aggiro intorno ai tavoli. Ed ecco una mano alzata. È lui. Mi avvicino.
“Buonasera, Franz!” Dico porgendogli la mano.
Me la stringe esclamando: “Caro Fritz!”
Poi lascia la stretta e con la stessa mano mi fa segno di sedermi di fronte a lui.
Appoggio sul tavolo il piatto e il cocktail, e noto che ci sono già due caraffe, una vuota e una piena di birra scura. Evidentemente Franz è assetato. Ma… come mai mi ha chiamato Fritz? Forse è un modo per mettermi mio agio, avrà notato che sono nervoso.
“Dunque Franz, come lei sa questa intervista comparirà sul giornale on line della Uffenwanken GmbH e Co.KG, e non sarà sul suo nuovo romanzo ma su di lei, su Franz Krauspenhaar, l’uomo e lo scrittore. Le farò quindi domande a tutto campo, e… la prego di essere così paziente da aspettare che io trascriva le sue risposte, poiché qui non posso usare un registratore; ma le assicuro che userò solo parole sue nel virgolettato. D’accordo?”
Franz annuisce con il capo mentre è intento ad accendersi un sigaro.
“Bene. Dunque, Franz, lei è uno scrittore che nei suoi libri dimostra di possedere una grande inventiva nell’uso della parola. Qual è per lei l’importanza della lingua nella vita di ogni giorno? Che cos’è per lei la parola?”
“Un appuntamento quasi indispensabile con il pensiero, con la riflessione: ti comunico, e in prima istanza mi comunico; e, peraltro, niente vera comunione, niente ostia!… In fondo, chi sono gli altri, anche gli altri più cari e preziosi, se non il pretesto per l’avviarsi delle nostre parole, che prendono, nel darle a intendere, una specie di propria, peculiare, intima vita? (fantastico, ho di fronte un poeta e un intellettuale!) La vita delle parole scritte poi è più lunga, aspira alla durata, è comunque e sempre letteratura, anche se di bassissima lega.”
“Sottoscrivo totalmente ciò che ha appena detto. E mi dica, si è mai chiesto cosa sarebbe diventato se non si fosse dedicato alla scrittura?”
“Papà sarebbe potuto diventare un buon direttore d’orchestra e io, forse, un bravo pittore. Però papà credeva, non ricordo nemmeno come mai, che io avessi un notevole orecchio musicale, e quindi potessi diventare, come lui, un musicista vero… ma io mi limitavo a fischiettare, tutto qui, a fischiettare ritornelli radiofonici.”
“Capisco. Dunque… Lei ha anche viaggiato molto, soprattutto tra l’Italia e la Germania. Si sente un figlio della cultura mitteleuropea?”
“Che cos’è la noia, Fritz? Tu lo sai?”
“Veramente, io…”
“E’ l’Europa, la noia. Ne sono sicuro, di questo. È la cara vecchia Europa che cammina traballando. (!!!) Che ci fa camminare tutti. Non sentiamo, noi tutti, odore di macerie?”
“… (è crollato qualcosa?)”
“A volte questa terra sembra che preghi una preghiera lancinante, vorrebbe Dio, lo cerca, ma Lui non c’è, Lui non c’è. È andato via, e tornerà. (questa è bella! E dove se n’è andato?) Ne sono sicuro. Si allontana, ritorna. Lui fa così. (sarà…)”
“Lei ha una visione drammatica dell’Europa, e direi anche dell’esistenza. Qual è il suo rapporto con Dio?”
“Ogni tanto dico una preghiera, ma in verità si tratta di una preghiera ironica rivolta a Colui che c’è ma non si sente, perché non vuol sentire, o, se anche si mette casualmente in ascolto, non se ne dà alcun pensiero. Io sono un vero credente perché in fondo non credo, probabilmente ho capito tutto, probabilmente non ho capito nulla ma fa lo stesso, mi equivalgo, il mio pensiero si equivale, noi tutti ci equivaliamo. (intellettuale forse, ma non il cosiddetto’intellettuale lucido’)”
“Dunque non è possibile trovare Dio, sentirlo vicino a noi?”
“Quando la mamma prepara la minestra di cavoli, e ne sento arrivare l’odore penetrante, sento che anche Dio si avvicina. Dio si avvicina con l’odore delle cose più povere. (però quanta tenerezza in quest’uomo!)”
“Questo mi sembra molto poetico, e molto vero. Ciò che ha detto riguardo ai pasti poveri mi fa venire in mente le trasformazioni che ha subito Milano negli ultimi decenni. È ancora possibile a Milano sperimentare la solidarietà tra le persone? O l’indifferenza ormai regna sovrana?”
“Non si può rimanere in eterno indifferenti all’indifferenza. Un uomo ha il bisogno e il diritto di sentirsi addosso il vero calore della propria coscienza. Come non sopportiamo, tu e io, coloro che si piangono addosso… (parla come se mi conoscesse già…forse ha il dono dell’empatia) Come non sopportiamo l’indifferenza, tu e io (parole sante!). Meglio, molto meglio la solitudine. Grazie per il tuo insegnamento (quale?)”
“Be’, non saprei dire se a Milano sia più diffusa l’indifferenza o la solitudine…”
“A volte penso che questo posto in cui vivo, in cui anche tu hai vissuto finché hai potuto - salvo alcune determinate parentesi - fino a non molto tempo fa (ma che dice? Io ci vivo ancora a Milano!), è il posto più infame, più colposo, più infingardo di tutta quanta l’Europa, se non di tutto il mondo.”
“Di… tutta quanta l’Europa?”
“Di tutto il mondo.” Ribadisce con una smorfia. E con un sorso finisce la sua seconda caraffa di birra. Credevo amasse Milano, e invece… è una fonte inesauribile di sorprese.
Franz ordina la terza caraffa di birra scura.
“Vedo che lei è un vero amante della birra…”
“… (mugugna qualcosa di incomprensibile, mi pare di aver sentito: ‘sticazzi!’ Ma non mi sembra da lui) Avrei voglia di uscire incinto di un barile di birra dannata. Partorirei il diavolo trafitto di maglie di luppolo verminoso e di malto arrugginito… (ecco, questo è lui)”
“Dunque dunque dunque… parliamo di valori, Franz. L’amicizia, ad esempio, è ancora un valore? Esiste anche oggi l’amicizia vera, leale, profonda, l’amicizia della generazione dei nostri padri?”
“Ho avuto a disposizione più di trent’anni di vita per farmi degli amici, ma l’unico amico che io abbia mai avuto è stato Ferdy, l’essere più mellifluo, ipocrita, decrepito dentro e fuori di tutta la città e forse di tutto il mondo (a ridagli, ma allora è un vizio!)”
“Sono senza parole, Franz… a cosa è dovuto questo suo giudizio negativo e senza attenuanti? Ferdy ha forse tradito la vostra amicizia?”
“Ferdy, allora, che è l’unico amico allo stato puro, anzi purissimo, che ho avuto, come la mettiamo con lui?”
“Appunto, come la mettiamo? È lei che deve dirmelo!”
“Ferdy ha massacrato impunemente dodici lunghi noiosi e tetri anni della mia vita, che sarebbe potuta essere diversa, diversamente noiosa, forse, diversamente tetra, vorrei aggiungere – ma insomma diversa, su questo non ci piove.”
“Dunque preferisce non spiegare perché è finita la vostra amicizia… d’accordo, rispetto questo pudore nel parlare della fine di sentimenti forti. Può dirmi allora come è finita?”
Franz si toglie dalla bocca il sigaro e lo guarda di traverso. Poi, con tono sommesso:
“Ferdy l’ho eliminato dalla sera alla mattina perché era un’unghia incarnita che, a un dato punto, è caduta da sola.”
“Uh! Uh!… Capisco… Uh! Uh! (colpi di tosse nervosa) Con l’amicizia non è stato fortunato. E in amore? Se non sono indiscreto…”
“Margarete, l’unica donna che io ho amato, non l’ho amata appassionatamente per la sua simpatia; l’ho amata perché mi piacevano i suoi capelli.”
“Condivido, i capelli sono una parte molto importante nel corpo di una donna, altrimenti non si spiegherebbe il velo delle donne musulmane… ma che cos’è per Franz Krauspenhaar l’amore?”
“Ehhhhhhhhh… (sospirone) Caro Fritz! (di nuovo! Che sia un intercalare?) A ben pensarci, come suol dirsi col senno, o il risentimento, di poi, io ho amato quella donna perché lei amava me, punto e basta. E anche lei, poi, non mi amava certo perché le ero simpatico; io sono ormai sicuro di non essere simpatico a nessuno… (catastrofico come al solito, ma ti sbagli, Franz, a me sei oltremodo simpatico… forse dovrei dirglielo) lei mi amava perché io amavo lei. Amiamo chi ci ama, questa è la nostra interessata gratitudine, condita da un altrettanto interessata mancanza di fantasia… ”
“Conclusione non certo romantica ma forse molto realistica. E con Margarete, come è finita?”
“Quando il mio amore per lei era diventato una cosa irresistibile, una cosa irripetibile, una cosa grande quanto tutto l’amore e l’odio che una persona può provare in tutta la sua vita con mille persone diverse ( megalomane!), io l’ho eliminata, come uno scarafaggio. (cioè l’ha… l’ha…no, no, non può essere, è un artista, e si esprime con tinte forti, certo, certo, è senz’altro così)”
“Uh! Uh! (ancora tosse) Dunque dunque… siamo arrivati all’ultima domanda. È pronto? In conclusione, chi è Franz Krauspenhaar?”
Franz pare meditabondo. Guarda la birra scura (quel poco che resta) dentro la caraffa, come se potesse leggervi la risposta, poi all’improvviso mi fissa e, con aria minacciosa:
“Io sono il mozzo dalle ali mozzate, al quale hanno mozzato le ali e il fiato. Mozzo mozzato, quindi.” Conclude la frase con un ghigno, poi ride compiaciuto. È chiaro, almeno questa volta, che l’autocommiserazione è tutta una finta. È proprio un artista: tormentato, barocco, gigione… e forse alcolizzato. Quindi enfatizza, colora, crea un mondo tutto suo… Ma dunque inventa???
(vuoi vedere che mi ha raccontato tutte balle? Che ha recitato una parte?‘Sto malandrino! E infatti continua a ridere! Avrei dovuto informarmi di più su quest’uomo, brutta cosa intervistare uno scrittore senza aver letto i suoi libri. Inizierò dall’ultimo, che esce settimana prossima, come si chiama? Ah, sì! ‘Cattivo sangue’. Lo comprerò subito, devo capire se ha ragione il mio capo, l’Uffenwanken, quando dice che Franz è un artista davvero geniale. A giudicare da quel che ho visto, temo che sia nel giusto. Insomma, devo sapere le cose come stanno! E poi gli farò un’altra intervista, di sorpresa…Ho un’idea…)
“Franz, l’intervista è finita e io le sono molto grato. È stata un’esperienza… interessante, decisamente fuori dall’ordinario. Mi chiedo se posso invitarla una sera a cena da me, ogni tanto ceno in compagnia di alcuni amici, a suon di canzoni di Springsteen… ma si parla anche di letteratura… senza impegno, ovviamente.”
Franz finisce con un sorso la terza caraffa di birra, mi porge la mano, che stringo, quindi esclama soddisfatto:
“Tienimi in fresco una decina di birre scure, e al diavolo tutto! A presto, Fritz!”
(Nella foto: metà dell’Uffenwanken sul set del B Movie “Blade Runner contro Nosferatu”, di Bavo Bava)