The FK experience

May 12, 2005

VIPQUIZZZZZZZZZZ

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:15 pm

Questo è un quiz. Difficile? Dipende. Il primo che indovinerà il nome di questo VIP riceverà una copia autografata di Cattivo Sangue - pagamento contrassegno, insomma alla consegna…;-) Sconto del 45%. O forse, addirittura, in omaggio. Anche qui dipende. Insomma, dateci dentro!

ATTIVITA’ CREATIVA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:54 am

"Nonostante tutti gli inconvenienti, non c’è null’altro al mondo che vorrei essere al posto di essere uno scrittore, ed in nessun altro luogo invece che di fronte a una tastiera.
Sono riuscito a evitare di avere un capo che controlla il mio lavoro e i miei compiti. Per tutta la mia vita da impiegato, ho dovuto lavorare per gente meno intelligente, meno creativa, e meno idealistica di me. Quando ho cercato di usare i miei talenti, sono stato sempre bloccato.
La scrittura è una delle poche attività creative rimaste nella nostra cultura.
Manipolare soldi, pubblicità, produzione, sorveglianza, vendita - tutte queste professioni ci pongono delle mete decise da altri. Solo nelle arti esprimiamo i nostri concetti, la nostra strada. In un certo modo, i miei romanzi sono conversazioni con amici che non ho mai ho incontrato. E in più, posso rendergli un servigio.
Mario Vargas Llosa ci ha chiamati: "esseri mutilati, oppressi con la dicotomia di avere una sola vita e l’abilità di desiderarne mille."
Ma la narrativa ci lascia un passo fuori dalle nostre vite e dentro a quelle di altri. C’insegna il rispetto per gli altri, e anche l’amore."

(David Poyer)

May 11, 2005

PAESAGGI UMANI PRE-ATOMICI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:08 am


di Razgul

(Prendo di peso dal suo blog Tunga! questo pezzo-elenco dell’orrore (vero) di Razgul e lo pubblico. Buona lettura. M.U.)

All’improvviso, tutte collegiali. Le Brigate dei Martiri di Alassio.Operaie ventenni semi-analfabete che collezionano poster di Costantino nudo. Il finto ribelle vero qualunquista che scorrazza in moto per la provincia nord e dice “Sono un tipo strano, un randagio”. Il manierismo del tono scazzato, un po’ indie rock un po’ aperitivo lounge un po’ “facciamo a gara per vedere chi è più bastardo”. La cura con cui elaborano i propri avatar fighetti mi dà noia come una mosca con i bubboni rossi sull’addome. Un padre di famiglia con baffetti stinti scivolava verso casa fuori orario di lavoro sul suo SUV. Faccia triste di chi sente che non gli sarà più data un’altra vita, ma non riesce a formulare chiaramente questo pensiero.
Il ceto impiegatizio in pausa pranzo. Le generazioni si confondono l’una con l’altra. Differenze superficiali: più o meno rughe, capelli grigi o tinti ecc. Nel calore che sale dall’asfalto del parchegio sembrano tutti figli dello stesso abbiocco culturale. Puliti ma con una punta di sporco. Parlano di scorrettezze tra colleghi, schemi calcistici, cifre esagerate spese da tizio e caio. I rom accampati nei pressi del centro commerciale ****** di ********* provano come l’uomo possa vivere nell’abbrutimento anche quando è fuori dal crepuscolo quotidiano dell’era tecnologica occidentale. Quindicenne al ristorante con i genitori. Papà e mamma stanno invecchiando, perciò indossano decorosi golfini beige (lei) e decorose polo verde bottiglia (lui). Il figlio è visibilmente succube dell’abuso di seghe e sensi di colpa post-eiaculatori. Ha una pettinatura tale da impedirgli qualsiasi possibilità di contatto con la figa e stringe con aria ispirata per tutto il pranzo un telefonino supermoderno. Sul treno una famiglia numerosa. Tarchiati, paonazzi. Collo largo. Sudati a qualunque temperatura. Improvvisamente cominciano a circoncidere enormi falli di salame, a infilarsi in bocca certe fettazze lardose piccanti. In una lingua incomprensibile – forse un dialetto lucano – e a voce molto alta discutono di cibo, masticando forte. Infine il pater familias chiama col cellulare certi parenti e si mette a descrivere ciò che sta mangiando. Il giovane incrociato in metropolitana – doveva avere all’incirca la mia età. La corporatura di Yuri Chechi, la statura di Maradona e la faccia di Dustin Hoffman. Jeans gli inguainavano le gambe come goldoni e finivano in un paio di stivali neri alti fino a metà polpaccio. Gli sguardi delle impiegate nel terziario, giunte al traguardo dei trenta con un contratto a tempo indeterminato, sono quasi sempre interstiziali. L’altranno è stato in un villaggio vacanze con la tipa e si sono divertiti un casino. Sono XYU 24 anni milanese studente universitario (odontoiatria) sono fidanzato con la ele mi piace la birra, il fantacalcio, uscire coi miei amici, fare l’amore con la ele. Politicamente sono un po’ di destra anzi fascista ma ne vado fiero calcisticamente sheva forever!!! Essere sempre assenti da sé stessi. Modi: palestra. Leggere “Cosmopolitan” al cesso. Fantasie erotiche con un calciatore di serie A, Morgan, Alemanno di AN. Idem con le hostess del Motorshow. Serata in piedi fuori dal Mom. La bamba. Sveltina protetta. Aprire un blog per diffondere la propria competenza acquisita nel campo minato dei pompini. Vendere “Lotta comunista” porta a porta. I manga. Shopping. Essere un/una liceale benestante. Essere belli. Andare a un concerto dei Subsonica. Comprare il libro di Lella Costa. Il metodo Feldenkreis. Essere sempre cieche macchine desideranti in balia di Qualcos’Altro.

May 9, 2005

AUTOINTERVISTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:42 pm

MU Domani esce il tuo nuovo libro. Sei emozionato?

FK Secondo te?

MU Vabbè, passiamo alla seconda domanda. Perché hai scritto un noir?

FK E perché non scriverlo?

MU Per esempio perché ce ne sono già troppi, in giro. La letteratura di genere…

FK Alt! Uffenwanken, anche tu con questa menata snobistica della letteratura di genere… Non lo vedi che si parla di “letteratura di genere”, e pure con sussiego, solo quando si tratta di noir, thriller, gialli? E invece quando si parla di romanzi di altro genere no, quelli sono romanzi e basta? Non ti sembra un po’ una stronzata, questa, e pure parecchio datata?

MU Si, certo che mi sembra un po’ una stronzata. Ma io qui faccio il finto tonto, anzi il finto stronzo…

FK Speriamo bene… cioè speriamo che la tua sia davvero una finta…

MU A te scoprirlo, detective… Senti, bando alle ciance: cos’è Cattivo Sangue?

FK Innanzitutto, come primo impatto, un bell’oggettone di 430 pagine, lo si puo’usare anche come corpo contundente, volendo. E poi è visceralmente un noir, fino alle tonsille, così come è una storia – credo- con molta umanità allo sbaraglio, nella quale il sangue viene versato abbondantemente; e non c’è soluzione. Ma è anche un romanzo, per così dire, esistenziale. Anche per questo è un noir, infatti. Un noir, a mio avviso, o meglio per me ( se proprio dobbiamo spiegare cosa è, o meglio cosa lo differenzia per me da altro) è una storia di crimini senza una vera e propria soluzione, nella quale la componente esistenziale, psicologica, ha grande importanza, al pari dell’azione. Infatti, l’azione viene vissuta anche nella mente dei personaggi, la mente viene in certo qual modo descritta nel suo dinamico e spesso ossessivo malpensare prima durante e dopo l’azione. L’io narrante di questo libro si fa spesso e ossessivamente cattivo sangue, versa il proprio sangue pensante; mentre intanto ne sparge, di altrui e vero, di quello color rossosangue, appunto, a estese pozzanghere: cattivo sangue di cattiva gente. E si interroga, lui, il protagonista; e non si dà pace, mai. Un libro, questo, senza pace.

MU Senti un po’, non è che ti stai prendendo un po’ troppo sul serio? Non mi stai mica diventando un trombone anche tu?

FK Franz-quillo…

MU Vabbè… Senti, ti faccio una domanda un po’… diciamo così provocatoria… A chi non consigli il tuo libro?

FK Sei proprio uno stronzo… Vabbè, ti rispondo lo stesso. Sarò franco, anzi sono Franz: non consiglio Cattivo Sangue a chi nei libri cerca una specie di consolazione da comodino, a chi cerca un ipnoinducente cartaceo come alternativa al solito sonnifero, a chi cerca risposte certe e soluzioni nette, equazioni risolte, respiri di sollievo, a chi cerca l’up-to-date e il fashion letterario delle mie granitiche sfere e il carinismo. Cioè lo compri, ci mancherebbe altro: ma per regalarlo… Invece lo consiglio caldamente a chi non teme di restare sveglio la notte, a chi non ha paura della febbre e delle pulsazioni alte, ai temperamentosi, ai passionali. Per me è comunque difficile parlare del mio lavoro, onestamente, ma lo faccio lo stesso, è pure giusto. E poi me lo chiedi tu, sai che in fondo in fondo ti stimo.

MU Stai veramente diventando un trombone, mi sa… Comunque grazie, non dovevi disturbarti…

FK Ma ti pare…Ah si: lui, il protagonista attorniato da vari personaggi buoni e soprattutto cattivi, è un mostro umano, troppo umano. Per cui, forse, non è nemmeno un mostro, perché forse è soltanto un uomo come tanti al quale succede – e non solo per colpa sua - di saltare il fosso…

MU Speriamo bene… Un’ultima domanda e poi ti lascio in pace.

FK Questa è proprio buona… Sei sempre in mezzo ai piedi, un continuo, da decenni… Comunque dimmi.

MU Senti, se il tuo romanzo fosse un pietanza che pietanza sarebbe?

FK Una bistecca con l’osso, bella spessa e naturalmente cotta al sangue.

MU Naturalmente. Beh, in bocca al lupo.

FK Grazie, Uffenwanken. Se non ci aiutiamo tra noi…

MU Appunto. Aiutaci che Dio ci aiuta… Stronzata, eh?

FK L’hai detto, amico.

May 8, 2005

DUE BUONE NOTIZIE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:13 pm

La prima buona notizia è che il Milan ha perso lo scontro diretto con la Juventus. Giuro che mai e poi mai avrei pensato possibile per me provare una specie di contentezza per una vittoria dei "gobbi". Ebbene, oggi il miracolo, per quanto mi riguarda, è avvenuto.

Seconda buona notizia. Annuncio una nuova mostra fotografica dell’amico Vito Carta. Come si dice: intervenite numerosi, perché i lavori di Carta meritano.

YAONDE SPAZIO D’ARTE - VITO CARTA - Woman: Side A - Side B. Vernice: martedì 10 maggio 2005 ore 18.00 -22.00. Mostra: fino al 23 maggio ore 17.00-21.00

Via Gaudenzio Ferrari 12, Milano. Tel. 02 36555639 Cel. 340 6988424   338 1328003   340 6756171  Zona Corso P.ta Genova - tram 14 (D’Oggiono/Ariberto). yaonde@gmail.it   www.yaonde.it  Associazione Culturale Yaonde.

(In alto a sinistra: foto-manifesto della mostra)

May 7, 2005

RICORDANDO PPP

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:20 pm

di Anna Setari

Oltre la notte in cui spariva
il mare c’era il deserto
col suo fiato arso:
là ti vedevo, piccolo, leggero
inoltrarti - e il vento
ti stracciava la tela
sulla pelle, t’accecava -
Andavi senza voltarti,
come chi non pensa a ritornare.

May 6, 2005

INTERVISTA A FRANZ KRAUSPENHAAR, UN UOMO CHE (NON) DICE LE COSE COME STANNO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:45 pm


di Lorenzo Galbiati

(In occasione dell’imminente uscita di Cattivo Sangue pubblico questa intervista di Galbiati fatta al mio nickname anagrafico. Abbiate pazienza… e buona lettura. M.U.)

L’appuntamento è per le sette al bar Magenta. Io ci arrivo con il mio solito quarto d’ora di ritardo, ma confido nel fatto che Franz abbia approfittato per farsi il primo giro di birra. Ragion per cui me la prendo comoda, ordino un Daiquiri frozen alla fragola, riempio un piatto di assaggini e con calma mi aggiro intorno ai tavoli. Ed ecco una mano alzata. È lui. Mi avvicino.

“Buonasera, Franz!” Dico porgendogli la mano.

Me la stringe esclamando: “Caro Fritz!”

Poi lascia la stretta e con la stessa mano mi fa segno di sedermi di fronte a lui.

Appoggio sul tavolo il piatto e il cocktail, e noto che ci sono già due caraffe, una vuota e una piena di birra scura. Evidentemente Franz è assetato. Ma… come mai mi ha chiamato Fritz? Forse è un modo per mettermi mio agio, avrà notato che sono nervoso.

“Dunque Franz, come lei sa questa intervista comparirà sul giornale on line della Uffenwanken GmbH e Co.KG, e non sarà sul suo nuovo romanzo ma su di lei, su Franz Krauspenhaar, l’uomo e lo scrittore. Le farò quindi domande a tutto campo, e… la prego di essere così paziente da aspettare che io trascriva le sue risposte, poiché qui non posso usare un registratore; ma le assicuro che userò solo parole sue nel virgolettato. D’accordo?”

Franz annuisce con il capo mentre è intento ad accendersi un sigaro.

“Bene. Dunque, Franz, lei è uno scrittore che nei suoi libri dimostra di possedere una grande inventiva nell’uso della parola. Qual è per lei l’importanza della lingua nella vita di ogni giorno? Che cos’è per lei la parola?”

“Un appuntamento quasi indispensabile con il pensiero, con la riflessione: ti comunico, e in prima istanza mi comunico; e, peraltro, niente vera comunione, niente ostia!… In fondo, chi sono gli altri, anche gli altri più cari e preziosi, se non il pretesto per l’avviarsi delle nostre parole, che prendono, nel darle a intendere, una specie di propria, peculiare, intima vita? (fantastico, ho di fronte un poeta e un intellettuale!) La vita delle parole scritte poi è più lunga, aspira alla durata, è comunque e sempre letteratura, anche se di bassissima lega.”

“Sottoscrivo totalmente ciò che ha appena detto. E mi dica, si è mai chiesto cosa sarebbe diventato se non si fosse dedicato alla scrittura?”

“Papà sarebbe potuto diventare un buon direttore d’orchestra e io, forse, un bravo pittore. Però papà credeva, non ricordo nemmeno come mai, che io avessi un notevole orecchio musicale, e quindi potessi diventare, come lui, un musicista vero… ma io mi limitavo a fischiettare, tutto qui, a fischiettare ritornelli radiofonici.”

“Capisco. Dunque… Lei ha anche viaggiato molto, soprattutto tra l’Italia e la Germania. Si sente un figlio della cultura mitteleuropea?”

“Che cos’è la noia, Fritz? Tu lo sai?”

“Veramente, io…”

“E’ l’Europa, la noia. Ne sono sicuro, di questo. È la cara vecchia Europa che cammina traballando. (!!!) Che ci fa camminare tutti. Non sentiamo, noi tutti, odore di macerie?”

“… (è crollato qualcosa?)”

“A volte questa terra sembra che preghi una preghiera lancinante, vorrebbe Dio, lo cerca, ma Lui non c’è, Lui non c’è. È andato via, e tornerà. (questa è bella! E dove se n’è andato?) Ne sono sicuro. Si allontana, ritorna. Lui fa così. (sarà…)”

“Lei ha una visione drammatica dell’Europa, e direi anche dell’esistenza. Qual è il suo rapporto con Dio?”

“Ogni tanto dico una preghiera, ma in verità si tratta di una preghiera ironica rivolta a Colui che c’è ma non si sente, perché non vuol sentire, o, se anche si mette casualmente in ascolto, non se ne dà alcun pensiero. Io sono un vero credente perché in fondo non credo, probabilmente ho capito tutto, probabilmente non ho capito nulla ma fa lo stesso, mi equivalgo, il mio pensiero si equivale, noi tutti ci equivaliamo. (intellettuale forse, ma non il cosiddetto’intellettuale lucido’)”

“Dunque non è possibile trovare Dio, sentirlo vicino a noi?”

“Quando la mamma prepara la minestra di cavoli, e ne sento arrivare l’odore penetrante, sento che anche Dio si avvicina. Dio si avvicina con l’odore delle cose più povere. (però quanta tenerezza in quest’uomo!)”

“Questo mi sembra molto poetico, e molto vero. Ciò che ha detto riguardo ai pasti poveri mi fa venire in mente le trasformazioni che ha subito Milano negli ultimi decenni. È ancora possibile a Milano sperimentare la solidarietà tra le persone? O l’indifferenza ormai regna sovrana?”

“Non si può rimanere in eterno indifferenti all’indifferenza. Un uomo ha il bisogno e il diritto di sentirsi addosso il vero calore della propria coscienza. Come non sopportiamo, tu e io, coloro che si piangono addosso… (parla come se mi conoscesse già…forse ha il dono dell’empatia) Come non sopportiamo l’indifferenza, tu e io (parole sante!). Meglio, molto meglio la solitudine. Grazie per il tuo insegnamento (quale?)”

“Be’, non saprei dire se a Milano sia più diffusa l’indifferenza o la solitudine…”

“A volte penso che questo posto in cui vivo, in cui anche tu hai vissuto finché hai potuto - salvo alcune determinate parentesi - fino a non molto tempo fa (ma che dice? Io ci vivo ancora a Milano!), è il posto più infame, più colposo, più infingardo di tutta quanta l’Europa, se non di tutto il mondo.”

“Di… tutta quanta l’Europa?”

“Di tutto il mondo.” Ribadisce con una smorfia. E con un sorso finisce la sua seconda caraffa di birra. Credevo amasse Milano, e invece… è una fonte inesauribile di sorprese.

Franz ordina la terza caraffa di birra scura.

“Vedo che lei è un vero amante della birra…”

“… (mugugna qualcosa di incomprensibile, mi pare di aver sentito: ‘sticazzi!’ Ma non mi sembra da lui) Avrei voglia di uscire incinto di un barile di birra dannata. Partorirei il diavolo trafitto di maglie di luppolo verminoso e di malto arrugginito… (ecco, questo è lui)”

“Dunque dunque dunque… parliamo di valori, Franz. L’amicizia, ad esempio, è ancora un valore? Esiste anche oggi l’amicizia vera, leale, profonda, l’amicizia della generazione dei nostri padri?”

“Ho avuto a disposizione più di trent’anni di vita per farmi degli amici, ma l’unico amico che io abbia mai avuto è stato Ferdy, l’essere più mellifluo, ipocrita, decrepito dentro e fuori di tutta la città e forse di tutto il mondo (a ridagli, ma allora è un vizio!)”

“Sono senza parole, Franz… a cosa è dovuto questo suo giudizio negativo e senza attenuanti? Ferdy ha forse tradito la vostra amicizia?”

“Ferdy, allora, che è l’unico amico allo stato puro, anzi purissimo, che ho avuto, come la mettiamo con lui?”

“Appunto, come la mettiamo? È lei che deve dirmelo!”

“Ferdy ha massacrato impunemente dodici lunghi noiosi e tetri anni della mia vita, che sarebbe potuta essere diversa, diversamente noiosa, forse, diversamente tetra, vorrei aggiungere – ma insomma diversa, su questo non ci piove.”

“Dunque preferisce non spiegare perché è finita la vostra amicizia… d’accordo, rispetto questo pudore nel parlare della fine di sentimenti forti. Può dirmi allora come è finita?”

Franz si toglie dalla bocca il sigaro e lo guarda di traverso. Poi, con tono sommesso:

“Ferdy l’ho eliminato dalla sera alla mattina perché era un’unghia incarnita che, a un dato punto, è caduta da sola.”

“Uh! Uh!… Capisco… Uh! Uh! (colpi di tosse nervosa) Con l’amicizia non è stato fortunato. E in amore? Se non sono indiscreto…”

“Margarete, l’unica donna che io ho amato, non l’ho amata appassionatamente per la sua simpatia; l’ho amata perché mi piacevano i suoi capelli.”

“Condivido, i capelli sono una parte molto importante nel corpo di una donna, altrimenti non si spiegherebbe il velo delle donne musulmane… ma che cos’è per Franz Krauspenhaar l’amore?”

“Ehhhhhhhhh… (sospirone) Caro Fritz! (di nuovo! Che sia un intercalare?) A ben pensarci, come suol dirsi col senno, o il risentimento, di poi, io ho amato quella donna perché lei amava me, punto e basta. E anche lei, poi, non mi amava certo perché le ero simpatico; io sono ormai sicuro di non essere simpatico a nessuno… (catastrofico come al solito, ma ti sbagli, Franz, a me sei oltremodo simpatico… forse dovrei dirglielo) lei mi amava perché io amavo lei. Amiamo chi ci ama, questa è la nostra interessata gratitudine, condita da un altrettanto interessata mancanza di fantasia… ”

“Conclusione non certo romantica ma forse molto realistica. E con Margarete, come è finita?”

“Quando il mio amore per lei era diventato una cosa irresistibile, una cosa irripetibile, una cosa grande quanto tutto l’amore e l’odio che una persona può provare in tutta la sua vita con mille persone diverse ( megalomane!), io l’ho eliminata, come uno scarafaggio. (cioè l’ha… l’ha…no, no, non può essere, è un artista, e si esprime con tinte forti, certo, certo, è senz’altro così)”

“Uh! Uh! (ancora tosse) Dunque dunque… siamo arrivati all’ultima domanda. È pronto? In conclusione, chi è Franz Krauspenhaar?”

Franz pare meditabondo. Guarda la birra scura (quel poco che resta) dentro la caraffa, come se potesse leggervi la risposta, poi all’improvviso mi fissa e, con aria minacciosa:

“Io sono il mozzo dalle ali mozzate, al quale hanno mozzato le ali e il fiato. Mozzo mozzato, quindi.” Conclude la frase con un ghigno, poi ride compiaciuto. È chiaro, almeno questa volta, che l’autocommiserazione è tutta una finta. È proprio un artista: tormentato, barocco, gigione… e forse alcolizzato. Quindi enfatizza, colora, crea un mondo tutto suo… Ma dunque inventa???

(vuoi vedere che mi ha raccontato tutte balle? Che ha recitato una parte?‘Sto malandrino! E infatti continua a ridere! Avrei dovuto informarmi di più su quest’uomo, brutta cosa intervistare uno scrittore senza aver letto i suoi libri. Inizierò dall’ultimo, che esce settimana prossima, come si chiama? Ah, sì! ‘Cattivo sangue’. Lo comprerò subito, devo capire se ha ragione il mio capo, l’Uffenwanken, quando dice che Franz è un artista davvero geniale. A giudicare da quel che ho visto, temo che sia nel giusto. Insomma, devo sapere le cose come stanno! E poi gli farò un’altra intervista, di sorpresa…Ho un’idea…)

“Franz, l’intervista è finita e io le sono molto grato. È stata un’esperienza… interessante, decisamente fuori dall’ordinario. Mi chiedo se posso invitarla una sera a cena da me, ogni tanto ceno in compagnia di alcuni amici, a suon di canzoni di Springsteen… ma si parla anche di letteratura… senza impegno, ovviamente.”

Franz finisce con un sorso la terza caraffa di birra, mi porge la mano, che stringo, quindi esclama soddisfatto:

“Tienimi in fresco una decina di birre scure, e al diavolo tutto! A presto, Fritz!”

(Nella foto: metà dell’Uffenwanken sul set del B Movie “Blade Runner contro Nosferatu”, di Bavo Bava)

May 5, 2005

PRESENT

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:55 pm

Lo attendevamo. Lo attendevamo da tempo. Quanto tempo? Pochi mesi. Cosa? Il nuovo disco dei Van der Graaf Generator. Si, ma per 28 anni non abbiamo atteso un bel niente, il gruppo s’era sciolto e il tempo – tanto tempo – era passato. Poi qualche mese fa l’annuncio che aveva dell’incredibile: il gruppo guidato dal grande Peter Hammill, il poeta del rock, il cantore mai pentito dell’ansia e del male di vivere, il protopunk, il mai stato veramente prog nonostante le etichettature, l’anticipatore della New Wave, il cantante dalla voce più che inconfondibile, il polistrumentista workalcolico, si riformava nella formazione storica, quella con Hugh Banton alle tastiere, Guy Evans alla batteria, David Jackson ai sax. L’ultimo disco in studio di questo gruppo passato alla storia anche per la determinata scelta di non seguire le mode, gli andazzi, il mercato, di suonare la propria musica ansiogena e viscerale senza compromessi, era stato, nel lontano 77, The Quiet Zone/The Pleasure Dome. Un disco eccelso, a mio avviso, ma che si discostava dalla produzione precedente del gruppo – andando proprio verso la New Wave - anche perché per la prima volta il tastierista Hugh Banton non appariva, sostituito da un violinista, il bravissimo Graham Smith, e con il recupero nella formazione di Nick Potter, bassista nei primi due LP del gruppo, che dal gruppo ne era uscito perché all’epoca (1970 e spiccioli) era ancora minorenne(!) Un flop commerciale; nel 78 seguì l’ultimo disco in assoluto dei VdGG, il live Vital, pieno di classici – suonati in maniera stravolta- del gruppo, registrazione fatta al Marquee di Londra, un disco intensamente cattivo e profondamente scarno.

Insomma, con la formazione “storica” l’ultimo LP in studio era stato World Record, del 76, forse l’album meno riuscito dei VdGG. Ora c’è questo Present, registrato nel febbraio del 2004. In copertina i 4 sono ritratti di profilo, nel nero più dark, palesemente invecchiati. L’unico dei 4 che ha mantenuto una pur difficile carriera solista in tutti questi anni è stato il leader Hammill, prolificissimo artista con una cinquantina di dischi all’attivo. Evans per vivere insegna musica, Banton, dopo lo scioglimento del gruppo, ha messo in piedi un’azienda per la fabbricazione di organi da lui progettati, Jackson fa il jazzista e il session-man; insomma si arrangia come puo’.

Present è composto da due CD. Il primo dura 37 minuti (la durata è quella classica degli LP anni 70), è composto da 6 pezzi, tutti belli, sui quali a mio avviso spiccano  il terzo e il quarto, la più che convincente Nutter Alert e la bellissima Abandon Ship!. Il tempo sembra essere tornato indietro, si sentono qua e là le atmosfere di World Record e soprattutto di Godbluff (grandissimo album sempre del 76),  e, anche, di certe cose solistiche dell’Hammill degli ultimi tempi. Il sax e il flauto di Jackson impazzano dappertutto. Niente virtuosismi, anche perché i 4 non sono mai stati dei veri e propri virtuosi dei rispettivi strumenti, a parte Hammill nell’uso della voce che però ormai non è più all’altezza del passato: troppe sigarette e troppi anni sono passati sotto i ponti. Un gran bel lavoro, tutto sommato, superiore anche a World Record. L’altro CD è anche più interessante, perché è una vera novità e secondo me vale da solo il prezzo del “biglietto”: 65 minuti di improvvisazioni strumentali divise in 10 pezzi, un jazz-rock pulsante e spesso folle, con qualche retrogusto alla Weather Report, qualche reminiscenza di vecchi dischi dei VdGG e soprattutto dei suoni ultracattivi di Vital,  free senza cacofonie, strascinamenti, macchie sonore spesso sconcertanti; abbozzi di canzoni, in sostanza: e quindi improvvisazioni mirate, niente di abborracciato, perché si sente tutta la forza di coesione del gruppo che qui, a briglia sciolta, dopo 28 anni di silenzio, riesplode come un vulcano in eruzione. E’ saltato il tappo, e si sente. Un album solo per buongustai, per gente che capisce di musica e, ovviamente, per fan di provata fede come il sottoscritto. Operazione nostalgia per modo di dire, insomma: i VdGG non si smentiscono, e generosamente si ripropongono mettendo in piazza un nuovo passato e un presente oltremodo graffiante. Sono ancora vivi, sono ancora giovani. E ora noi vandergraafiani milanesi attendiamo con una certa emozione il concerto dell’11 giugno al Conservatorio, (il 12 saranno a Roma al Foro Italico) per vedere questi bravissimi signori di mezza età suonare assieme dopo tantissimi anni. Ne parlerò su queste colonne.

Van der Graaf Generator – Present. CD 1: Every Bloody Emperor/Boleas Panic/Nutter Alert/Abandon Ship!/In Babelsberg/On the Beach. CD2(Improvisations):Vulcan Meld/Double Bass/Slo Moves/Architectural Hair/Spanner/Crux/Manuelle/’Eavy Mate/Homage to Teo/The Price of Admission.

May 4, 2005

INTERVISTA A LEO MALET - QUANDO LA POESIA CONDUCE AL GIALLO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:12 pm


di Yves Martin

(Giorni fa ho pubblicato un pezzo di Giuseppe Iannozzi (un “omaggio”)- già apparso su King Lear- sul grande scrittore francese. Sempre da quello “speciale” di Iannox ripropongo qui un’intervista - forse l’ultima, prima della morte- a questo autore nonostante tutto non ancora apprezzato in tutto il suo valore per il suo grande lavoro, di cui la sua “trilogia noir” è stata l’espressione più alta. Buona lettura. M.U.)

Le faccio una serie di domande alle quali potrà rispondere o non rispondere.

Non è che non voglio…proverò a rispondere, fino ad oggi non ho mai risposto a nulla che riguardi i romanzi polizieschi. E non ho grandi cose da dire sulla poesia.

Rispondere nella misura del possibile. Proverò almeno a farla parlare di Nestor Burma. Chi leggerà le sue poesie bisogna pure che abbia un’idea globale, questi ragazzi che leggeranno le sue poesie…

Si può parlare di Nestor Burma nella misura in cui Nestor Burma ha ereditato il mio testamento, se così si può dire… Ho riflettuto un po’ su quello che avrei potuto dire, ed è veramente una tortura, non so veramente cosa dire sulle poesie, d’altronde oggi come oggi la mia “vena poetica” si è inaridita o forse è scivolata su un piano poetico formale… i versi… le righe tipografiche che non vanno mai fino alla fine della riga. Questa vena poetica è forse passata attraverso Nestor Burma, che si comporta forse poeticamente muovendosi in paesaggi poetici. La poesia sotto un’altra forma, così la concepisco.

In che modo è entrato in contatto con il movimento surrealista?

In modo curioso, ero operaio in un’impresa di tubature… è così no? Ne ho già parlato in un’altra intervista? Ho partecipato a un’istallazione di un riscaldamento centralizzato in Rue de Hanovre nel lussuoso bordello che faceva concorrenza a Chabanais… Un giorno ero andato a consegnare un bidet in Rue de Clichy… Ci tengo a sottolinearlo, era proprio un bidet… e sono passato davanti alla libreria di José Corti, che all’epoca era in Rue de Clichy, e ho dato un’occhiata alla vetrina, là ho visto “La Révolution surréaliste”, libri dalle copertine curiose, e a partire da allora ho provato a informarmi, mi sono procurato il Manifesto del Surrealismo che era appena stato ripubblicato ed anche il secondo Manifesto. Ho dovuto anche procurarmi Maldoror… e inoltre compravo “Les Nouvelles Littéraires” e questo ha fatto molto ridere André Breton più tardi quando ha saputo che ero un lettore di questo giornalaccio che lui disprezzava. Devo aver letto di Maldoror nella “Nouvelles Littéraires”. Inoltre io e mia moglie avevamo visto allo Studio 28 Le Chien andalou, il film di Bunuel e Dalì…e tutto questo è accaduto in un lasso di tempo molto breve….Vorrei aggiungere qualche cosa…subito… Breton…il riso di André Breton…tutti parlano del papa…lo chiama il papa… quel tizio di marmo…. Io l’ho visto ridere a crepapalle in Rue Fontaine, ascoltando dei dischi di Offenbach… André Breton non si prendeva sempre per André Breton e aveva dei difetti, anzi non aveva che difetti. Bene, allora io leggo i Manifesti, e la scrittura automatica era una tentazione… scrivevo delle poesie, prima, certo…

Poesie ispirate a cosa?

Paul-Jean Toulet, Carco, Salmon…Con la rima, sa. Sempre un po’ nella linea, da un punto di vista metrico, ottosillabico, nella linea delle ballate di Villon, ne avevo scritte una gran quantità di cose di questo genere, ma tutto questo non portava lontano, allora quando ho conosciuto il Surrealismo era una tentazione talmente grande quella di vedere che si poteva diventare un genio lasciando semplicemente scorrere la penna sul foglio, allora ho sperimentato la scrittura automatica. Era cosa buona o cattiva? Davvero non saprei. Poi ho letto il secondo Manifesto e lì c’erano aspetti politici che mi interessavano e allora tutti questi elementi mi hanno spinto a scrivere personaggi poco disponibili, piuttosto distanti, ma molto ricchi…poi ho conosciuto Breton che era invece era molto povero in alcuni periodi, insomma ho tentato il colpaccio, gli scrissi, la mia lettera gli piacque e così tutto quello che gli avevo inviato e mi chiese di incontrarlo al caffè Cyrano, il famoso Cyrano di Breton. Era il dodici maggio del 1931. Fu proprio a partire da quel momento che ho continuato a scrivere poesie e neanche tantissime come può vedere, perché questa raccolta di poesie si può definire la mia opera poetica completa, non è molto imponente come bagaglio poetico. In questo senso dico che si è prodotta come una specie di slittamento… questa poesia dalla quale ero posseduto è probabilmente passata nei miei romanzi. Secondo alcuni, non sono io a dirlo, le ripeto che sono alcuni critici a sostenerlo, hanno trovato una vena poetica nei miei libri.

Sì, sì, è innegabile.

Bene, allora non mi permetto di negarlo…Sono assolutamente d’accordo [ride]

Bene, torniamo un attimo indietro, all’incontro con André Breton. Lei era arrivato a Parigi da Montpellier e aveva, credo, 16 anni.

Sì.

Lei ha debuttato alla La Vache Enragée….di Montmartre.

Sì, come cantante, ero salito a Parigi per fare lo chansonnier di Montmartre. Ero sbarcato da André Coloner, che avevo conosciuto a Montpellier, durante una serie di conferenze anarchiche, ero un “vecchio” lettore di “Libertaire” e Colo ne era il redattore capo. la questione Philippe Daudet ha portato Colo a separarsi da questo giornale e a fondare l’”Insurgé”. Io avevo seguito Coloner in questa sua scissione e appunto ero sbarcato da lui da Madeleine Coloner. Era il 1 dicembre 1925. Dopo qualche giorno Colo mi disse: “Vai a incontrare Vincent Hyspa, ti introdurrà a Montmartre. Scrissi un biglietto per lui che era cantante ai Noctambules. Non ricordo se era di Tolosa o di Carcassonne. Io ero di Montpellier. Hypsa era senz’altro uno dei più spassosi chansonnier del tempo… sosteneva di essere belga, per via del suo accento! Allora vado a incontrarlo e scrivo un biglietto per Maurice Hallé, anche lui poeta beauceron, sindaco della Libera Comune di Montmarte e direttore del cabaret…, piazza Costa. La Vache Enragée, tutti ci hanno debuttato, Souplex, basta nominare lui, anche io ho debuttato alla ache. il 2 dicembre 1925… tre canzonette delle mie parti…non erano famose. Infine, per molti mesi, sono stato chansonnier, e poi, dopo, ho lasciato perdere, ho fatto ogni genere di cose, subito, le cose sono molto confuse…Era il 1926…Nel 1928, ho fondato con Lucien Lagarde, uno chansonnier che si conosce poco, ma che ha scritto molte canzoni popolari…ho fondato un cabaret al Quartiere latino…

E come si chiamava?

“Il Poeta appeso”. E ho trovato uno slogan: “Tira la lingua agli imbecilli”. Allora, forse per questo i clienti scappavano e in ogni modo questo li scoraggiava. Cosa è questa storia di un tipo che tira la lingua agli imbecilli. Non andremo a fare i coglioni in quel posto lì? E così è durata per qualche mese. E tutto questo era prima della poesia.

Ha avuto un’attività poetica intermittente?

Sì… perché … mi sono sempre interessato alla poesia, quello che facevo come chansonnier non era granché, era mediocre, come tutto il resto. Tuttavia avevo questo desiderio, ero un artista insomma… ho sempre avuto questo coté artistico… al quale d’altra parte non ero affatto destinato. Nella mia famiglia infatti non erano assolutamente degli intellettuali.

Ah…davvero…

C’è tuttavia una sorta di filiazione…

Sì, talvolta, non sempre…

In ogni caso, non a casa mia. Mio nonno era un bottaio, mia nonna non sapeva né leggere né scriuvere, mia madre era sarta, mio padre impiegato. Mio zio era bottaio. Però bisogna dirlo, sì… se penso alla parte di mio padre c’era un personaggio che chiamavamo Zio Diamant, non l’ho conosciuto perché è morto molto prima che io nascessi, era un tipo che la sera… sì, era un personaggio piuttosto originale, si divertiva ad aggirarsi intorno al cimitero di Saint-Bauzille-de-Putois con un lenzuolo sulle spalle… e allora… forse è di lì che viene la mia vocazione poetica… Be’ sì, questo episodio è quasi surrealista ante litteram… E poi l’amore per il fantastico… forse è da lì che viene. Altrimenti non c’era proprio niente che mi destinasse…

A cosa in particolare…

Non so. Devo dire che in questi ultimi tempi… be’, adesso non ho quasi più parenti… ma gli ultimi resti della mia famiglia… sono sempre stato convinto che devono essere rimasti molto sorpresi di vedermi scrivere dei libri, mi hanno sempre considerato… forse è sciocco quello che sto per dire ma non più di tanto… insomma mi hanno sempre considertato con una specie di terrore… davvero!… come è possibile scrivere dei libri!… mio nonno materno… quello che mi ha cresciuto… infatti sono rimasto orfano a quattro anni, di padre e di madre…. Be’ lui lo avrebbe senz’altro apprezzato, ma quando è uscito per la prima volta il mio nome sulla copertina di un libro, era già morto da tempo…

(2 novembre 1996)

- Bibliografia italiana di Léo Malet:
* La vita è uno schifo Fazi Editore 2000
* Nodo alle budella, Fazi Editore 2002
* Il sole non è per noi Fazi Editore 2000
* 120, Rue de la gare. Un caso per Nestor Burma, Editori Riuniti, a cura di Eugenio Rizzi, 1996
* Nebbia sul ponte di Tolbiac di Tardi Jacques e Léo Malet , Hazard, 2000
* I topi di Mount Souris, Fazi Editore 2002
* Nebbia sul ponte di Tolbiac, Fazi Editore 2002
* Pandemonio a rue des Rosiers, Fazi Editore 2003
* Febbre nel Marais, Fazi Editore 2002
* La notte di Saint-Germain-des-Prés, Fazi Editore 2003
* La vita è uno schifo, Fazi Tascabili 2001

May 3, 2005

IL POPOLO DEL PAPA E L’ANATEMA DELLO SCRITTORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:19 pm

di Maurizio Blondet

 

(Ricevo dalla mesmerica Silvia Brusotti e pubblico. M.U.)

Sì, erano proprio in tanti a San Pietro nei giorni in cui il Papa moriva. Ora veniamo informati di una presenza che rischiava di sfuggirci: c’era anche Alessandro Baricco. E’ lui a rivelarcelo sulla prima pagina di «Repubblica», e la cosa è di somma importanza. Perché Baricco mica è uno dei milioni di anonimi che, come dice lui, "hanno fatto code di ore per andare a fotografare col telefonino il cadavere del Papa". No. Baricco viene definito, a torto o a ragione, Scrittore. Insomma una personalità- «Anch’io ero a San Pietro», ci comunica fin dal titolo, «e mi chiedo perché». Ci si astenga dalle banali ipotesi che in tali casi sogliono fare gli inquirenti (amnesia? Botta di Alzheimer?): lo Scrittore vuol comunicarci l’ambiguità che la sua sensibilità sovrumana ha colto nell’evento. La domanda: che cosa ci faceva là, in epoca di secolarizzazione avanzata, quella folla di milioni, non era venuta prima a nessuno. A Baricco invece sì. A noi potrebbero venire in mente risposte dozzinali, tipo: per chiunque abbia meno di 30 anni, e come ogni giovane vive nel perenne presente, Papa Wojtyla è stato il solo Papa che ha conosciuto. Non un Papa, ma "il" Papa. C’era già quand’erano bimbi e l’hanno visto invecchiare, come il nonno. Oppure anche: c’è una smodata insoddisfatta fame d’amore nel mondo, e la gente sa che quel Nonno li ha amati. O, terza idea banale: lo amavano anche loro. E anche se non gli hanno mai ubbidito, hanno voluto dirgli che quei divieti di cui parlava, capivano che erano per il loro bene. Forse persino, oscuramente, hanno voluto dire, i milioni,che il seme buttato nelle loro anime dal Nonno Papa era lì che dormiva, non ancora germinante, ma non morto. Ma sono idee sempliciste.
Ora lo Scrittore ci rivela, finalmente, che cosa univa "tutti, assolutamente tutti: il fastidio". Fastidio per "la colata mediatica", "l’invasione allucinante della mono-notizia". E lo ripete: "La vera reazione che ha accomunato tutti in quei giorni, credenti e laici, buoni e cattivi, è stata il pensiero che si stava esagerando". E’ duro possedere un’intelligenza finissima, che ogni più lieve emozione ferisce a sangue. L’acuto Scrittore, là in coda a San Pietro, s’ingarbuglia in un profondo pensiero: "Sarebbe una coda così lunga se non fosse una coda così lunga?". Ha scoperto, cosa inaudita, che i grandi eventi si auto-alimentano. E la rivelazione finisce per ottenebrarlo: "Quando iniziavi a chiederti cos’era "vero", finivi in una palude senza fine". Tanto più che deve ammettere: "La scena del Grande Film ci è persino piaciuta. Eravamo commossi. Spaventoso". Era così sconvolto, rivela, che persino suo figlio di 6 anni gli ha chiesto: "Ma perché ti emozioni se tanto non credi che Dio esiste?". Boiate, dice il Baricco. Ma il fatto che sulle boiate abbia ritenuto necessario spendere un intero paginone di «Repubblica», e mobilitare qualche Scrittore amico suo per scriverci su per sei ulteriori puntate, fa nascere il sospetto. Che sia in atto un esorcismo contro quel "fastidio" corale e amoroso. Un laicissimo anatema per qualcosa che fa paura. Almeno ai Baricchi.

 

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