The FK experience

May 14, 2005

RICORDARE, DIMENTICARE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:50 pm


di Riccardo Ferrazzi

Su un muro pieno di manifesti incollati e ormai mezzi stracciati ne ho visto uno che portava due nomi e sotto una scritta: qualcosa come “Milano non dimentica !”. E allora ho ricordato che i nomi erano quelli di due ragazzi uccisi durante gli anni di piombo. Erano ragazzi di destra e il manifesto era, immagino, di AN o di qualche gruppo estremista.

Mi sono domandato se è più civile ricordare o dimenticare. Mi sono risposto subito: no, ricordare si deve. Altrimenti bisognerebbe dimenticare anche la stazione di Bologna, il rogo di Primavalle, Piazza Fontana, le foibe, il 25 aprile, il gulag e l’olocausto.

O forse bisogna ricordare certe cose e certe altre no ? Si fa sempre un gran parlare di revisionismo storico, ma è una faccenda che io sinceramente non ho ancora capito fino in fondo. Uno storico scova documenti che, per esempio, mostrano un lato poco piacevole di un “padre della patria”. Mai una volta che si legga una smentita con altri documenti che dicano il contrario. Invece ci si strappano le vesti perché, in buona sostanza, si pretende che la storiografia non intacchi il marmoreo monumento che ci è stato consegnato dalla cronaca.

Allora bisogna ricordare sì, ma solo ciò che ha ricevuto un imprimatur, e solo nella versione approvata ? E soprattutto, tornando a pensare al manifesto “Milano non dimentica !”, bisogna ricordare per evitare di ricascare negli errori del passato o bisogna ricordare per alimentare l’odio ?

Che vuol dire “Milano non dimentica” ?

Ecco una piccola esperienza personale. Quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana nessuno si aspettava una cosa del genere, eppure da tempo si sentiva nell’aria che stava per succedere qualcosa. La prima impressione fu che la bomba di Milano era scoppiata troppo presto per un errore degli attentatori. Un classico caso di “cannoni che sparano da soli”. Poi, senza un motivo preciso, si affermò la tesi della strage dolosa. Come siano andate davvero le cose non lo sapremo mai. Ricordo che mio padre accolse la notizia con una tristezza che andava al di là del fatto specifico e sconfinava nella paura. Disse: “È l’attentato al Diana”.

Neanche lui ricordava l’anno in cui successe. Ma doveva essere stato appena dopo la fine della prima guerra mondiale. Una bomba scoppiò nel cinema Diana e fece un sacco di vittime. Si parlò di anarchici. Non si trovò mai il colpevole. Da quel momento tutti i contrasti si radicalizzarono. Si innescò lo squadrismo. La politica fu destabilizzata. L’Italia si avviò a un regime totalitario.

Ai tempi di Piazza Fontana nessuno parlò del Diana (salvo Nenni, una sola volta, a botta calda). Ma credo che i politici avessero ben presente l’analogia. Se gli anni di piombo sono stati penosi ma non sono sfociati in una rivoluzione o in un colpo di stato è probabilmente perché i politici di allora pensarono sempre al Diana e non ne parlarono mai.

E allora, ricordare o dimenticare ? Ricordare, direi. Ma con uno scopo ben preciso: ricordare per spegnere l’odio, non per riattizzarlo. A che serve scagliarsi contro le guerre nel mondo con una mano e con l’altra perpetuare la nostra guerra civile ? C’è una parte che ha vinto e una che ha perso: è la Storia. Ma la Storia si fa guardando avanti, non indietro. Lo sapeva bene quel ministro della giustizia che firmò l’amnistia per i fascisti. Si chiamava Palmiro Togliatti e ci ha insegnato che se un fanatico se ne esce con qualche fesseria ci sono due modi di contrastarlo: possiamo dargli una lezione con metodi legali e fargli capire che è meglio se la pianta lì, oppure possiamo metterci a fare i fanatici anche noi (di segno opposto, naturalmente). Il primo metodo tende a instaurare una società civile, il secondo a incistare gli odii sul modello delle faide.

Sono sessant’anni che la guerra è finita. Non esistono più né il fascismo né il comunismo. Ma c’è ancora chi vorrebbe imperniare il dibattito politico sulla contrapposizione fascismo-comunismo, come se l’Italia e il mondo fossero fermi al 1945, come se non dovessimo fronteggiare problemi completamente diversi: la spinta demografica dei paesi islamici, lo sviluppo economico dell’estremo oriente, la scarsità di petrolio, la crisi dei sistemi previdenziali, il mancato decollo della Europa politica, l’impotenza dell’ONU, ecc. ecc.

Abbiamo bisogno di guardare al futuro, e di pensare in grande.

No Comments

No comments yet.

RSS feed for comments on this post. TrackBack URL

Sorry, the comment form is closed at this time.

Powered by WordPress