The FK experience

April 12, 2005

PRERECENSIONE DE "CON LE PEGGIORI INTENZIONI"

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:26 pm

(Tornano a grande richiesta (?) le Prerecensioni. Qui si recensisce prima di vedere, leggere, ascoltare. E poi non si vede, non si legge, non si ascolta. Qui si fa come da molte parti. Solo che lo si dice prima. Lo si pre-dice, ecco).

Il libro dell’anno.Ne hanno parlato tutti. Ma tutti chi? Quelli che l’hanno letto e quelli che non l’hanno letto. "Prerecensioni" a fottere, come se piovesse. Ci rubano il mestiere! Qui sono cazzi! L’Uffenwanken si sente defraudato! Alcuni gridano al capolavoro, altri al dopolavoro. C’è chi sale e c’è chi scende, c’è chi dice "al lupo al lupo" e chi allupo allupo… Da un punto di vista politico questo fortunato esordio ci pare orientato a destra. Ma cos’è la destra? E cos’è la sinistra? (Direbbe Gaber se fosse ancora vivo, ma ci restano le registrazioni, ci resta il documento sonoro del suo sentimento,  nevero, di schifo e di disincanto, ri- nevero). Dunque? Dunque niente. Abbiamo letto soltanto una pagina, la prima. In libreria. L’attacco. L’incipit. Anzi no, il bicipit. Ci è parso scritto molto bene. Un’amica puo’ testimoniare. A futura memoria. Sono Memory Corso, sono il Mariolino Pane e Vino. Sono un Piccolo Corso solo che sono un po’ più alto di quello grande, del Napo Orso Capo. E dunque? Un libro che si spunta a matita Faber Castell da Philip Roth, fors’anche da Henry Roth, diciamo anche da Joseph Roth? E se ci fosse di mezzo anche David-Lee Roth, ex Van Halen? L’attacco è importante. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Con le peggiori intenzioni è un romanzo che, con le migliori intenzioni, ha sbancato le classifiche. Ora non c’è solo Faletti, non c’è solo il solito thriller, il solito giallo, i soliti crimini e i soliti misfatti, e che Woody Allen ci perdoni assieme al suo strizzacervelli. Perchè entra in classifica e scalacomescala, senza più la povera Delia, ma avacomelava, senza nemmeno più le vecchia Ava (Gardner),  il romanzo familiare. Romanzo borghese? Romanzo de Il Borghese? Il borghese gentiluomo? Superomismo yiddish? Bellow se ne è andato. Dov’è? In Paradiso. Amen. Ci ha lasciati. Con le migliori intenzioni. Se è per questo ci ha lasciati anche il Papa, mi pare che se ne sia parlato. Anche lui con le migliori intenzioni. E sul libro di Piperno tanti rosicano. Perchè chi non rosica non rosica, questo è chiaro. E chi non risika? E il cubo di Rubik? E il culo di Kubrick?

(Nella foto: Franco Piperno) 

DA: LA SETTIMANA ENIGMISTICA…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:30 pm

No, in realtà viene dal Corriere della Sera di oggi. Si tratta di un titolo. Scoprite cosa c’è che non va…

"BOSSI: LEALI AL PREMIER E CONTRO I POTERI FORTI".

April 11, 2005

ANTICIPAZIONE, E UN RICORDO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:43 pm

Tra poco meno di un mese uscirà il mio nuovo romanzo (il terzo).   Titolo: Cattivo sangue. Per Baldini Castoldi Dalai. Un noir. Non ho voglia di dirne granché, per ora; al massimo farò uno “strillo” (?) il giorno dell’uscita.

Questo libro è diciamo così itinerante quanto il precedente, Le cose come stanno, è stanziale. Quello è una sorta di Kammerspiel, questo è un on the road. Da un – breve, ovviamente-  romanzo epistolare a un lungo noir al sangue. Da un estremo all’altro.

Ho attaccato a scrivere Cattivo sangue (interrompendo la stesura per lunghi periodi) il 9 settembre 2001. Da un momento all’altro mi misi a scrivere come un forsennato, senza sapere precisamente dove sarei andato a parare, come al solito. D’altra parte nella vita reale cosa facciamo ogni giorno? Non sappiamo mai dove andremo a parare, quasi con tutto, anche se pensiamo di aver previsto tutto, anche se il nostro organizer mentale è stato   proficuamente compilato.

Insomma, due giorni dopo successe quel che successe, cioè l’incredibile. Mi ricordo che mia madre mi chiamò: “ Un aereo ha distrutto un grattacielo! A New York! ”, o qualcosa del genere. “Si, buonanotte!”, dissi io, seccatissimo per quell’interruzione, spegnendo l’ennesima sigaretta nel posacenere, gli occhi fissi allo schermo del computer. “Accendi il televisore!”, disse mia madre. Stavo scrivendo a raffica, ero già preso fino al collo dal mio romanzo, sentivo che m’ero messo su una buona strada, e lo sentivo anche perché mi stavo veramente divertendo. Accesi il televisore aspettandomi il solito terremoto, la solita devastazione, il solito scempio terzomondiale: me la sarei cavata presto… E onestamente pensavo che mia madre si fosse sbagliata dicendo quel “New York”, che avesse fatto confusione. E invece vidi gli aerei che entravano ripetutamente (10, 20, 30 volte, in un continuo, frenetico replay) nelle Twin Towers. Vidi la faccia felice di Emilio Fede. Ne fui stupito, come tutti. (Non della faccia felicemente di bronzo- o di cazzo, fate voi-  di Fede, ovvio, ma dell’attentato). Un pugno nello stomaco è dire poco. Passò qualche ora di stupefazione.

Poi mi rimisi al computer e ripresi a scrivere come se nulla fosse successo. La fantasia, nel mio caso, superava la realtà più fantastica. Me ne fregavo di tutto, come prima. Chiamatemi pure cinico, ma la passione per quello che si fa in certi momenti– bene o male, questo non ha importanza- sovrasta tutto.

Soltanto qualche giorno e qualche decina di pagine più tardi   mi resi veramente conto di quello che era successo laggiù a New York.

April 10, 2005

LA TIVU NON CONTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:28 pm

di Pierluigi Battista

 

(Ricevo da Riccardo Ferrazzi e pubblico. M.U.)

Ma se in Italia la tv non avesse quell’influenza cruciale sui destini politici ed elettorali che tutti le riconoscono? La domanda, già apparentemente stravagante in un Paese in cui il premier è anche un magnate della televisione, può sembrare addirittura paradossale quando la spettacolare irruzione di Berlusconi nell’arena televisiva di «Ballarò» segna una svolta nella strategia politico-mediatica del centrodestra ferito a morte nelle ultime elezioni. E anche impropria, quando i leader del centrosinistra, da Prodi a Veltroni, indicano nella nomina bipartisan di un inedito consiglio d’amministrazione della Rai l’obiettivo simbolico della nuova stagione politica scaturita dall’ultimo responso delle urne. Ma è una domanda che da almeno un ventennio dispone di una base cospicua e coerente di esempi che militano a suo favore e che oggi forse non si perderebbe tempo a prendere in considerazione, per evitare illusioni, ma anche scontri feroci e crociate apocalittiche nel nome dello spoils system.

E allora, conta davvero così tanto la tv nelle elezioni italiane oppure è il caso di dire che non c’è storicamente nessuna coincidenza meccanica e necessaria tra il controllo della tv pubblica e i comportamenti politici ed elettorali dei cittadini italiani? Il primo esempio risale alla seconda metà degli anni Ottanta, quando la conquista da parte del Pci di una rete Rai e di un telegiornale non seppe impedire l’inesorabile declino elettorale di quel partito. Prosegue, a cavallo tra la fine degli Ottanta e i primi anni del Novanta, con il controllo ferreo da parte del «Caf» sulla televisione pubblica, che non riuscì ad arginare il rovinoso crollo dei partiti centrali della Prima Repubblica (penalizzati dalle urne prima ancora che dalle decisive inchieste giudiziarie) e nemmeno a frenare la tumultuosa ascesa della Lega di Bossi, totalmente assente, non solo dagli assetti manageriali, ma addirittura dagli schermi della tv di Stato (fenomeno che si replicherà sette anni dopo, quando la straordinaria performance di Emma Bonino ebbe a compiersi nel vuoto assoluto di presenze nei programmi di informazione politica).

Gli anni della crisi della Prima Repubblica azzerarono il profilo della «lottizzazione» proporzionalistica della Rai e introdussero nei suoi assetti la logica spietata del bipolarismo ma non smentirono, anzi accentuarono, la divaricazione tra controllo dei gangli della tv di Stato e risultati elettorali effettivamente conseguiti. Tra il ’93 e il ’94, con la Rai dei «professori», i tg e i talk show politici, forse fiutando i venti della stagione «nuovista», vennero affidati quasi esclusivamente a esponenti della sinistra. Eterogenesi dei fini: vinse, avventurosamente ma vinse, Berlusconi. Ma quando il centrodestra andò al potere, anche quello della Rai cambiò subito segno e colore.

Eppure alle elezioni del ’96 vinse Prodi, e perse lo schieramento che in quel momento deteneva le leve della televisione di Stato. Coincidenze, forse. Eppure lo scenario viene replicato con impressionante ripetitività negli anni successivi. L’Ulivo trionfante impose nuovi equilibri nella Rai, ad esso ovviamente favorevoli. E quanto più ulivizzava la Rai tanto più subiva scacchi elettorali (dalle elezioni europee del 1999 fino alle regionali del 2000) per arrivare al tonfo elettorale delle consultazioni del 2001, che videro trionfare Berlusconi. Il quale Berlusconi, assieme ai partiti del centrodestra, non risparmiò blindature alla Rai governata nel nuovo quadro politico. Ma da quando esercita il suo controllo sul servizio pubblico, il centrodestra ha fatto in tempo a perdere ben tre tornate elettorali, fino al tracollo rovinoso dei giorni scorsi, quarto e sinora ultimo passaggio elettorale in cui i comportamenti politici degli italiani non sembrano assecondare le geometrie imposte a Viale Mazzini. Non esiste, in questo breve excursus sui destini paralleli delle vicende televisive e dei risultati elettorali, un solo esempio che contrasti la sensazione che gli italiani, magari voteranno per le più bizzarre motivazioni, ma non certo sulla base dei desiderata di chi di volta in volta detiene le leve del potere della televisione pubblica. E allora: davvero la tv conta così tanto sulla politica italiana?

 (Corriere della Sera - 08 aprile 2005)

April 9, 2005

AMMANITI VISTO DA ME E TUCIDIDE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:29 pm


di Vins Gallico

(Eccovi un simpatico “racconto-verità” dell’amico Vins, itinerante come sempre. Buona lettura. M.U.)
Ci sono volte che Tucidide s’impossessa di me e ce ne andiamo in giro insieme, io fuori di me, lui dentro di me. Mi dice cose tipo: Senti, Vins, tu te lo ricordi come facevo io a raccontare le storie? Te lo ricordi che anche se non ero là, dicevo che là e mettevo tutti quei dialoghi diretti pur non sentendo una parola, ma alla fine re, regine, generali, schiavi (e chi più ne ha più ne metta) parlavano con quei discorsi diretti che era ‘na meraviglia retorica, eh, te lo ricordi? perché anche se non dicevano quello che avevano detto, dicevano allora quello che avrebbero detto o dovuto dire. Nel mio greco attico e signorile.
L’ultima volta che Tucidide si è impossessato di me è stato sabato scorso, nel pomeriggio. A un certo punto mi fa: Senti, Vins, stai in ‘sto teatro di Alba che ci sono Orengo e Ammaniti e un paio di scolaresche piemontesi. Che ne dici di raccontare quel che succede? Oltretutto fra un paio di giorni i tuoi amici Franz e Jean Blondell incominceranno a scambiarsi delle mail su gli scrittori iperurani, veri, finti, eccetera eccetera e accenneranno ad Ammaniti.
Ok, Tucid, gli ho risposto io, ma se io ci sto, li devo raccontare a modo mio i fatti.
Ma no, Vins, raccontali a modo mio.
Eccovi allora i fatti a modo mio e di Tucidide. Sabato scorso. Al teatro sociale di Alba. Bel teatro.
Un ragazzino dalla platea chiede ad Ammaniti: C’è dell’autobiografico in Io non ho paura?
Ammaniti risponde: C’è sempre dell’autobiografico in quello che scrivo. Chiaramente io non sono mai stato rapito, però ho provato a mettermi nei panni di un bambino di nove anni che viene rapito. Ci possono essere vari motivi: o i genitori sono ricchi, o i genitori non sono ricchi e c’è stato uno scambio di persone, o lui ha visto qualcosa che non doveva vedere. In ogni caso ho provato a entrare nel suo cervello, cosa che credo mi riesca abbastanza bene, dato che tutte le donne che incontro mi dicono sempre che sono molto infantile.
Un altro ragazzino dalla platea chiede: Sei soddisfatto del film?
Ammaniti risponde: Sì, era un libro pensato per un film, l’avrei voluto fare io, ma non avevo abbastanza conoscenze. E poi sono soddisfatto di come l’ha girato Salvatores. Certo il finale è diverso, ma è perché il cinema deve svelare tutto, la letteratura no.
Un altro ragazzino ancora: Come hai cominciato a scrivere?
Ammaniti: Veramente io volevo fare il biologo; avevo cominciato la mia tesi, ma non riuscivo ad andare avanti. Me ne stavo ore e ore in una stanza col computer, così ho cominciato a scrivere. Mio padre, che è un uomo pragmatico, mi ha sconsigliato di farlo… Non è che bisogna fare per forza lettere per fare gli scrittori. È che tutto nasce da un disagio. Gli scrittori hanno problemi a comunicare, sono quelli che ad una festa se ne stanno in un angolino. Loro non vivono pienamente, perché se vivessero pienamente non avrebbero questo deficit da colmare con la fantasia. Ma ora che posso vivere di scrittura mi sento molto, ma molto bene.
Un ragazzino dal balconcino domanda: Ma Io non ho paura ha un ché di autobiografico?
A quel punto Ammaniti si secca e capisce che tutte le domande sono preparate, che ai ragazzini gliene fotte ben poco di quello che lui racconta, che invece i professori sono molto fieri che lui sia lì e i loro alunni lo intervistino. Orengo arriva a salvarlo facendogli una specie di test di Proust.
Orengo: Scrittore preferito?
Ammaniti: Tom Wolfe ( io e Tucidide non l’abbiamo mai sentito nominare!)
Orengo: Musica preferita?
Ammaniti: La barocca, Vivaldi su tutto.
Orengo: Ballo preferito?
Ammaniti: Tango.
Orengo: Animale?
Ammaniti: La salamandra.
Orengo: Lo scrittore più lontano e più vicino a te?
Ammaniti: Devo dirne uno o due? Uno lontano e uno vicino? Oppure quello che pur lontano mi è molto vicino. Va be’, diciamo Tiziano Scarpa.
Orengo: Preferisci birra o vino?
Ammaniti: Bevo entrambi…
Orengo: D’accordo allora sei assolto.
Eppure dopo un’ abbondante cena e seguente degustazione di vari bicchieri di Barolo, Dolcetto, Montefalco, Langhe, Nebbiolo & vari, Ammaniti confessava a me e a Tucidide: A dire il vero il vino manco mi piace a me, a dire il vero. Mi piace di più il superalcolico. Tipo il Four Roses.
Poi se n’è scappato al suo albergo per ingozzarsi di FR alla faccia nostra.
Così è stato e così ve lo racconto

April 8, 2005

CORDIALI SALUTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:53 pm


Gentile Andrea Bajani,

innanzi tutto, complimenti vivissimi per il suo bel romanzo Cordiali saluti edito da Einaudi il mese scorso. Le voglio raccontare un aneddoto riguardante l’acquisto del suo libro. Quando entrai nella libreria milanese, di cui non faccio il nome per pudore, il commesso dopo aver consultato il computer esulta trionfante: “ Bajani… L’arcipelago Einaudi… sì c’è! P oi, guardandomi dubbioso: “ Vivente?”.

“ Be’, fino all’altro giorno sì - rispondo- ha trent’anni, credo sia anche in ottima salute, perlomeno l’ultima volta che l ’ho visto stava bene!”

Possibile che ogni volta che acquisto un libro di scrittori contemporanei mi scontro con l’ignoranza dei venditori?

Lasciando perdere le divagazioni, di Cordiali saluti ho trovato intrigante il modo con cui lei racconta e descrive il mondo del lavoro. Il paradosso è la strategia da lei trovata per narrarci di uno scrittore di lettere di licenziamento alle prese con la gestione di due bambini con il padre in ospedale. Il racconto si muove su due livelli, quello emotivo intorno al vissuto della vita intima e affettiva del protagonista e quello più freddo e distaccato dell’autore delle lettere alle prese con un mondo del lavoro stritolante e immerso nelle logiche e fredde leggi del mercato . Ne esce un quadro malinconico e feroce che non può lasciare indifferente il lettore. Un libro che ti rimane dentro e che ti porti dietro anche dopo averlo terminato come io credo debba succedere quando si legge un buon libro.

E’ per questo che ho voluto scriverle questa lettera. Per ringraziarla di aver scelto di scrivere libri. Non sia mai che le venga in mente di intraprendere un percorso manageriale: sarebbe disastroso avere a che fare con un direttore vendite come il protagonista da lei creato!

Cordiali saluti,

Gabriella Fuschini

April 7, 2005

LA FORZA CHE MANCA AL MONDO LAICO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:54 pm


di Emanuele Severino

(Ricevo dall’iperattiva Silvia Brusotti e pubblico. M.U.)

C’è un motivo, in qualche modo emergente, per il quale l’uscita di scena di questo pontefice è un gravissimo danno per il mondo cattolico, anzi cristiano: questo Papa è stato capace di fare per le proprie convinzioni religiose quello che nel mondo laico a nessuno è riuscito rispetto alle proprie.
Innanzitutto egli ha lavorato in salita mentre il mondo laico si trova davanti una strada in discesa.
Negli ultimi due secoli il mondo occidentale si è sempre più allontanato dal sacro. Chi, per celebrare questo pontificato, contesta questa affermazione, non si accorge di smentire uno dei tratti centrali della diagnosi che lo stesso Giovanni Paolo II ha fornito dell’Europa e dell’Occidente. A suo avviso, il nazismo e il comunismo — figli legittimi delle «filosofie del male »— hanno lasciato in eredità in Europa una «devastazione» morale e culturale così grave da richiedere da parte della Chiesa il più intenso impegno missionario.
Ma questo Papa ha lavorato in salita perché l’allontanamento del mondo occidentale da Dio non è semplicemente un cambiamento di costume o di gusto. Anche se si stenta a capirlo, la filosofia dell’ultimo secolo e mezzo è la punta d’acciaio che anima, dà forza, fa procedere il nostro tempo: essa mostra che lo scavalcamento dei valori del passato è un processo inevitabile. Mostra che il sacro e il divino concepiti come dimensione eterna che domina il divenire e la storia sono impossibili.
Certo, queste sono affermazioni che il Papa non avrebbe accettato. Anzi, egli affermava il contrario. Sosteneva che il male del nostro tempo proviene da una filosofia che non può reggere il confronto con la filosofia della tradizione aristotelico- tomistica sul cui fondamento il cattolicesimo si erige. Ma egli affermava il contrario come uno che, in mezzo a un torrente in piena, sostenga che l’acqua va dalla valle al monte. E lo ha sostenuto nel modo più vigoroso, e anche ha agito nel modo più vigoroso perché l’acqua andasse verso il monte. Di qui la sua grandezza, e insieme la sua tragedia, che peraltro egli ha saputo imprigionare sotto la corazza della sua fede. Difficile avere più forza e coraggio nel tentare di salvare una nave che affonda.
Nel mondo laico, nel frattempo, non c’è stato e non c’è nulla di simile a questa forza e coraggio. Nessuno ha saputo fare per il tempo che viene quello che il Papa ha fatto per il tempo che se ne va. Gioca certo il vantaggio posseduto da un Papa carismatico che ha saputo sfruttare nel modo più efficace i mezzi di comunicazione di massa. Ma la disparità rimane, grave. Giacché il mondo laico ha l’enorme vantaggio di procedere nella direzione del torrente: da monte a valle. Solo che se ne è dimenticato.
Il mondo laico, ormai, si limita a galleggiare. Non vede più la potenza che all’inizio del nostro tempo ha distrutto la tradizione. La potenza del pendio. E’ divenuto a sua volta una fede che si oppone a quella religiosa; un dogma in cui si ripete che Dio è morto o si esibisce un sussiego dietro il quale non c’è alcuna profondità. Continuando a voltare le spalle all’essenza della filosofia, oltre a galleggiare, si taglia il ramo su cui si è seduti. Forse si intravede la tragedia che, a valle, aspetta il torrente, ma si evita di guardarla in faccia e di assumersi la responsabilità del tempo presente. Che porta lontano dalle sicurezze del passato, ma di cui non si sa comprendere il senso, le possibilità, l’esito.

April 6, 2005

KIND OF BLUE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:46 pm
di DJ Franzesko
Chi ama il jazz lo riascolta per l’ennesima volta senza minimamente stancarsi, chi il jazz non lo ama lo ascolti al più presto perché potrebbe cambiare parere, potrebbe appassionarsi: Kind of Blue di Miles Davis non è un semplice disco di jazz, è un’esperienza. Oltre che una pietra miliare. Io non ne sono venuto più fuori ( e sono passati parecchi anni) e non ho alcuna intenzione di smettere. E’ una vera e propria droga.
New York, 1959. Poche giornate per registrare una grande opera d’arte. Miles Davis dirige un gruppo che ha in John Coltrane e in Bill Evans le sue punte di diamante. 5 pezzi in circa tre quarti d’ora, tutte composizioni originali del Picasso della musica contemporanea.
L’ho riascoltato ieri dopo tempo; continuo tuttora, come la prima volta, ad essere rapito da quest’ atmosfera pacata e intensissima, soprattutto dalle due ballads più belle: Blue in Green e il pezzo che chiude il disco, Flamenco Sketches. Un disco romantico, a suo modo, e semplice. Non c’è nulla da capire, questa è musica che ti entra sotto la pelle, che non scordi più. Pochi accordi, il piano di Bill Evans, il sax di Trane, la tromba di Davis. Non si puo’ spiegare, bisogna entrare in quel mondo e farsi trasportare dal feeling. Come ebbe a dire proprio Bill Evans: "Attualmente non sono molto interessato allo Zen, come filosofia, né al partecipare ad altri movimenti. Non pretendo di capirlo. Lo trovo semplicemente rassicurante. E in maniera simile al jazz. Come il jazz, non lo puoi spiegare a qualcuno senza perderne l’esperienza. Dev’essere vissuto, perché non sente le parole. Le parole sono i fanciulli della ragione, e quindi non possono spiegarlo. Queste non possono tradurre il feeling perché non ne sono parte. Ecco perché mi secca quando la gente cerca di analizzare il jazz come un teorema intellettuale. Non lo è. E’ feeling".
Entrate (o rientrate) nel mondo magico di Kind of Blue, e vivetelo: lo dico per il vostro piacere.
 

April 5, 2005

LA VERITA’ BUGIARDA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:40 pm
Esce oggi in tutte le librerie della Nazione Divisa (anche se meno di prima, i risultati elettorali parlano chiaro) l’ultimo Montanari. Cioè, l’ultimo romanzo del mein Freund Raul Montanari. Titolo: La verità bugiarda. Io l’ho letto, e devo dirvi che questo libro spara dritto come una 38 Special con pallottole per nulla spuntate. Se vi piace il noir esistenziale, se volete sentire scorrere sulla fronte il brivido anche dell’intelligenza, se amate la scrittura affilata, sospesa e nitida, se il dolore vi fa paura ma andate avanti lo stesso perché siete dei duri,  se amate le storie crude e crudeli e senza respiro (e fino all’ultimo) leggetevi (d’un fiato, sarà inevitabile)  La verità bugiarda. Un Montanari ancora migliore, a mio avviso, del precedente, quello “western-lacustre” di Chiudi gli occhi.

April 4, 2005

WHAT A WONDERFUL WORLD

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:22 pm


di George Weiss & Bob Thiele

I see trees of green, red roses too
I see ‘em bloom for me and you
And I think to myself, what a wonderful world
I see skies of blue, clouds of white
The bright blessed days, and dark sacred nights
And I think to myself, what a wonderful world
The colors of the rainbow
Are so pretty in the sky
It’s also on the faces
Of people goin’ by
I see friends shakin’ hands
Sayin’, “How do you do?”
Fairies sayin’, “I love you.”
I hear babies cry, and I watch ‘em grow
They’ll learn much more than I’ll ever know
And I think to myself, what a wonderful world
I think to myself, what a wonderful world.

Che mondo meraviglioso.

Vedo alberi verdi, anche rose rosse
Le vedo sbocciare per me e per te
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Vedo cieli blu e nuvole bianche
Il benedetto giorno luminoso, la sacra notte scura
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
I colori dell’arcobaleno, così belli nel cielo
Sono anche nelle facce della gente che passa
Vedo amici stringersi la mano, chiedendo “come va?”
Stanno davvero dicendo “Ti amo”
Sento bambini che piangono, li vedo crescere
Impareranno molto più di quanto io saprò mai
E fra me e me penso, che mondo meraviglioso
Sì, fra me e me penso, che mondo meraviglioso.

(Nota: continua con Louis Armstrong. Se non ricordo male questa canzone la portò addirittura a Sanremo. No, ho ricordato male: mi dicono che a Sanremo portò “E mi va di cantare”. Comunque anche questo è un pezzo molto bello. Non lo dedico a nessuno.

Potete continuare la discussione “evangelica” qui, se volete. Ciao. M.U.)

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