
di Mauro Mirci
(Ricevo e pubblico questo racconto di Mauro Mirci, uno dei patron della webzine “Paroledisicilia” - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)
Risulta peraltro evidente,
nell’attuale clima della distensione,
che un eventuale attacco ai paesi arabi
vede l’Italia in prima posizione
[Francesco de Gregori, Disastro aereo sul Canale di Sicilia. In Bufalo Bill, BMG]
Furono uccisi due dipendenti comunali: un vigile urbano - un certo Guccio, detto Baddaredda - e un geometra dell’ufficio tecnico, Ernesto Liberatore. Chi li ammazzò attese con pazienza che finalmente fermassero l’auto di servizio davanti al cancello dell’autoparco comunale, e li colpì con sedici colpi. Li trovarono compostamente seduti sui sedili davanti, con l’espressione sbigottita. I colpi erano stati tutti indirizzati al cuore, otto a testa, con precisione da poligono. Nessun proiettile era andato sprecato.
Sorprenderli non doveva essere stato difficile. Il venerdì Baddaredda e Liberatore eseguivano i sopralluoghi per la rilevazione degli abusi edilizi, non era un mistero per nessuno. Eppure la loro uccisione non aveva nulla a che fare con cantieri sequestrati né con costruttori rancorosi.
Fu Alfio Sanfilippo, l’anziano custode dell’autoparco, a trovare i corpi. Quando si avvicinò alla macchina, immobile davanti al cancello, per poco non gli prese un colpo. Poi corse difilato al vicino comando di polizia municipale. Raccontò tutto al tenente Greco, che faticò parecchio per decifrare le frasi smozzicate e i balbettii di Sanfilippo e, pure quando capì, quasi non voleva crederci.
Al 113 telefonò Greco in persona. Il paese era piccolo, tanto piccolo e sperso tra le montagne boscose dei Nebrodi, che non possedeva neppure un commissariato o un distaccamento dei carabinieri. Il commissariato più vicino era quello del capoluogo, a quaranta chilometri di distanza.
Dopo il 113, Greco telefono anche al 112. Poi compose anche 117, 118, e altri numeri che cavò da un’agenda.
- Possibile? - esclamò.
- Allora? - chiese Sanfilippo, che sembrava ora un po’ più tranquillo.
- Niente - disse Greco. - Non risponde nessuno. - Vai alla macchina e non fare avvicinare nessuno - ordinò poi Greco. Prima o poi sarebbe riuscito a farsi rispondere dalla polizia o dai carabinieri, e dai film che aveva visto sapeva che a quelli piaceva così.
Quando rimase solo sedette assorto alla scrivania, con i gomiti poggiati sul piano di legno e le mani sul viso. Un odore pungente lo colpì; si annusò la mano destra. Come ricordando un’incombenza inevasa sospirò, raddrizzò la schiena e aprì un cassetto. Conteneva una Beretta 92, serbatoio bifilare da 16 colpi. Il diciassettesimo poteva essere inserito direttamente in canna, ma Greco non amava queste ostentazioni. Il carrello era completamente tirato indietro, segno che il caricatore era vuoto.
In silenzio fece scattare il carrello in avanti e sostituì il caricatore.
* * *
Attorno alla macchina non si radunò nessuna folla. Sanfilippo, a starsene lì, nel silenzio più assoluto e da solo, si sentì a disagio. Cominciò a guardarsi intorno, sempre più nervoso, infine gli sembrò di ricordare qualcosa di importante, improcrastinabile, fondamentale. Non poteva rimanere lì. Non doveva.
Così andò via.
* * *
Quando suonò il campanello della porta, Iside Guccio, ormai vedova anche se lo ignorava, stava terminando di infilare la sottoveste di seta rosa, regalo di Natale di Baddaredda. Il suo amante, seduto sulla poltroncina di velluto rosso della toilette, la osservava con occhi lascivi fumando una sigaretta. Era nudo e stava affinando quell’atteggiamento che aveva apprezzato, qualche tempo prima, in un film. Lo trovava un atteggiamento adatto a un uomo votato alla dissolutezza.
Anche Iside sembrava apprezzare quei momenti. Si rivestiva lentamente, con movimenti sinuosi, e un sorriso ineffabile le increspava le labbra. Lucio ammirava le sue forme straripanti e i suoi sguardi di invito esplicito; ogni volta pensava che Baddaredda non se la meritava una femmina così.
Il suono del campanello infuse in entrambi una vitalità nuova. Iside cercò la vestaglia pesante senza trovarla - era sotto il letto. Lucio saltò su dalla poltroncina con la sigaretta penzolante dalle labbra, cercando di infilarsi almeno i pantaloni - cadde un po’ di brace e gli scottò la mammella destra.
Il campanello suonò ancora, rabbioso, poi si udirono due vigorose spallate alla porta. - Che minchia è? - fece Lucio. Era impallidito, non sentiva più nemmeno la bruciatura sul petto. Iside sembrava stravolta. Anche lei era impallidita.
Una terza spallata.
- Quando è uscito aveva la pistola?
- Chi?
- Come chi? Tuo marito.
- Non ne porta pistola. Si scanta.
Lucio si abbottonò i pantaloni e tirò su la lampo. Afferrò un pesante candelabro d’argento dal comò.
- No! Quello me l’ha regalato mia madre - si disperò Iside.
- Ma vaffanculo - disse Lucio. - Se entra gli spacco il culo a quel cornuto di Baddaredda.
Quarta spallata. Si sentì la porta spalancarsi.
* * *
Gli sfuggiva il nome del barista. Ricordava che era stato suo alunno, molti anni prima, ma il nome no, niente da fare. Gli fece un cenno con la mano.
- Sì, professore?
- Un… un coso, come si chiama? Mi aiuti, quello rosso, frizzante.
- Un aperitivo?
- Vabbè, un aperitivo.
- Subito professore.
Il professore prestò attenzione alla canzone che proveniva dalla radio. Parlava di un incidente aereo, lui lo ricordava, probabilmente ci era pure morto qualcuno che conosceva.
Tutti sanno tutto dell’inizio,
ma nessuno può parlare della fine.
E questa è la storia dell’aereo perduto
al largo delle coste tunisine.
Il tipo che la cantava era famoso, un artista che aveva molto amato, qualche anno prima. Faceva canzoni impegnate, che i ragazzi cantavano al liceo durante le manifestazioni. Uno di sinistra, gli sembrava di ricordare, anche se non ne era sicuro. Il nome no, il nome non riusciva proprio a ricordarlo.
- Come si chiama quello che canta?
- chiese al barista ad alta voce.
- Eh? - rispose quello mentre gli dava le spalle.
- Il cantante. Come si chiama?
- Eh… Non lo so.
E’ incredibile come tutta la nostra vita sia basata sulle parole, i nomi, riflettè il professore. Possediamo tutti i concetti fondamentali, tutte le immagini. Ogni cosa serva a esprimerci è dentro di noi, eppure non siamo in grado di illustrarla, neppure a noi stessi, senza rivestirla di parole e convenzioni. Ora io non ricordo il nome di questo individuo che mi dà le spalle mentre prepara una bevanda della quale dice di conoscere un nome che a me invece sfugge. Ritiene di avere intuito il mio pensiero, che dentro di me aveva la forma di un odore, un’immagine, una sensazione tattile. E lui, solo a sentirmi accennare a queste sensazioni, ha dedotto un oggetto, determinato un nome, programmato tutta una serie di azioni necessarie a soddisfare il mio supposto desiderio. Però non è colpa sua. Non è arroganza. Esistiamo in un mondo che conferisce un’importanza determinante ai nomi. Senza un nome ogni cosa sembra perdere di significato e di senso storico. Come questa canzone che parla di un disastro aereo di cui sono certo di avere sentito parlare. Al largo della Tunisia, dice, ma dove? E quando? Dieci anni fa? Venti? O di più? Certo, prima che quello che canta scrivesse la canzone.
- Almeno sa di che anno è?
Il barista stava posando sul suo tavolo un bicchiere contenente un bitter rosso. Accanto al bicchiere depose una ciotola di salatini, poi lo scontrino. Sorrise.
- Sempre la canzone dice?
- La canzone, sì.
- Mi dispiace, professore.
- E lei?
L’uomo lo osservò stupito stupito. - Io?
- Dico: lei come si chiama? Ricordo che lei è stato mio alunno, ma il nome…
- Guardi, si sbaglia, non sono stato suo alunno.
* * *
Aveva terminato il suo caffè ma non si decideva ad andare via. Sarcinelli osservava il barista e l’uomo anziano discutere e stentava a seguirli.
- Non è stato mio alunno? - sentì dire all’uomo anziano.
- No professore - rispose l’altro.
- Venti… no di più… più di venticinque anni fa. Mi ricordo ancora del tuo tema quando è caduto quell’aereo nel Canale di Sicilia.
- Nel Canale di Sicilia? Mi sa che fa confusione. Quell’aereo è caduto da un’altra parte.
Richiamò l’attenzione del barista e gli indicò i soldi accanto alla tazza, sotto lo scontrino. L’uomo assentì. Sarcinelli afferrò l’impermeabile e la valigetta dalla sedia e uscì dal locale. Lo aggredì un silenzio soprannaturale. Tenne stretta a sé la valigetta, quasi temesse di perderla, anche in quella strada deserta. Gli sembrò diversa, più pesante, anche l’odore era diverso. Persino il contatto col manico gli trasmetteva un senso di inquietudine. Accusò una vertigine.
Attraversò la strada, lentamente, guardandosi attorno, osservando le case di quel paesetto dove si era ritrovato quasi per caso.
Ripensò ai due dentro al bar: le parole svagate dell’uomo anziano; la decisione del barista di non accettare il dialogo. Si chiese se la canzone alla radio fosse una semplice coincidenza. Da tempo non credeva più alle coincidenze. A realizzare alcune coincidenze aveva contribuito anche lui. I Servizi lavoravano così, il loro stile si avvertiva da quello: una serie di fatti all’apparenza casuali, ma tutti essenziali, orientati con elegante precisione verso un unico disegno.
Ricordava bene la storia degli aerei. Uno, decollato da Verona, abbattuto prima del previsto, col suo pilota inesperto e terrorizzato da ciò che era stato incaricato di fare. L’altro, invece, un geniale diversivo.
Aveva avuto lui l’idea. Avevano detto: - Qualcuno ci chiederà conto anche dell’aereo caduto nel Canale
- Non se avranno altro da discutere - aveva suggerito. - Dei cadaveri che galleggiano in mare suscitano molta più indignazione.
Aveva avuto ragione. L’altro aereo era ormai solo una nota a margine, un Ah, già sempre più fievole che persisteva unicamente nella memoria dei più attenti. E in una canzone fatta per eludere la censura.
Erano anni in cui lo prendevano sul serio, non doveva nascondersi, allora. Serviva il potere. Era il potere.
* * *
Greco uscì dal portone. Si ripulì le mani sulla giacca d’ordinanza dai bottoni dorati, e così facendo allargò le macchie di sangue sul tessuto. Questa volta aveva sparato sei colpi, uno solo dei quali alla moglie di Baddaredda. Gli era parso che lei accettasse la morte con un sorriso. Lucio aveva tentato di aggredirlo, invece, ma quando aveva visto la pistola era rimasto come paralizzato, col candelabro brandito a mezz’aria e le labbra aperte a forma di O.
C’erano tutti quei torti da riparare. Era sicuro che chiunque avrebbe approvato la sua decisione se avesse avuto la stessa nitida visione della verità che ora lui possedeva. L’aveva compreso quella mattina, mentre si radeva: le loro vite erano sbagliate, le loro azioni immorali. Era giusto così.
Montò in macchina e mise in moto. Spense. Decise che il sindaco poteva raggiungerlo anche a piedi. A quell’ora era sempre nel suo ufficio.
* * *
La Gazzella dei carabinieri giunse alla periferia del paesino nel primo pomeriggio. Trovò Ignazio, l’arrotino, sgozzato accanto alla sua lambretta con le ruote di pietra per molare. L’avevano ammazzato con il paio di forbici che stava affilando. Il brigadiere chiamò per radio la centrale operativa e fece un rapporto breve e dettagliato. Era un brigadiere esperto, vent’anni di servizio. Quando cominciò a sragionare il sottufficiale di sala operativa non credette alle proprie orecchie.
- Ma perché cazzo non rispondete? - urlava il brigadiere. - Un morto, sala operativa. Rispondete. Siete spariti tutti?
Il sottufficiale si sgolò, controllò le frequenze, verificò che l’apparecchio funzionasse, ma non ci fu verso di farsi sentire dal brigadiere. Chiamò un’altra Gazzella e chiese di andare a controllare.
* * *
Greco raggiunse il sindaco troppo tardi. La porta dell’ufficio era spalancata e il sindaco sedeva stravaccato dietro la scrivania dal ripiano di vetro, con un tagliacarte di ottone conficcato nel cuore. Greco sparò ugualmente qualche colpo contro il cadavere. Gli spari esplosero assordanti nelle stanze vuote. Si udì uno scalpiccio di passi, una porta che sbatteva. Anche altri dovevano pagare per i propri peccati. Si diresse verso la porta che sbatteva.
* * *
Con questa dovranno darmi retta, pensò Sarcinelli. Chiuso nella sua auto ammirava compiaciuto il contenuto della valigetta. Gli era costato - ah se gli era costato! - e gli sembrava quasi più bello, più risplendente. Aveva lavorato per i Servizi: sapeva come trattarli. Ci voleva la giusta leva, e lui ne possedeva una straordinaria dentro quella valigetta di pelle. Doveva solo sopravvivere il tempo necessario.
Poi tutto sembrò andare più veloce. Una donna in tailleur giallo passò di corsa davanti al cofano dell’auto, percorse pochi metri, uno sparo, la donna crollò a terra. Un uomo in divisa, trafelato, comparve come dal nulla. Impugnava una pistola.
- No! - urlò disperato Sarcinelli. Mise in moto e fece retromarcia sbattendo contro il muso dell’auto parcheggiata dietro.
Greco lo vide manovrare sgommando. Lo osservò incuriosito. Poi sollevò la pistola. Sarcinelli diede gas, l’auto scomparve in fondo alla via.
- Rimango solo io - sussurrò Greco. Si puntò l’arma alla testa. - L’ultimo peccatore da punire.
* * *
Come in una giostra, si procedeva a salti e scossoni su un campo striato dall’aratura profonda. Il sergente sul sedile del passeggero bestemmiò quando colpì con la tempia il finestrino. Russo, dietro di lui, maledisse in silenzio i dilettanti.
- Prima di scendere, tute e maschere - disse.
- Eh? Ah, certo certo! - rispose il sergente. Poi batté di nuovo la tempia contro il vetro.
* * *
Sarcinelli percorse poca strada. Dopo un paio di curve incontrò un furgone di traverso sulla via e dovette frenare di colpo. La macchina s’intraversò un poco. L’uomo ebbe la netta percezione delle gomme che si deformavano aggrappandosi all’asfalto mentre il motore si imballava e si spegneva. Il conducente del furgone era per terra accanto allo sportello spalancato. Sangue dappertutto. Un’auto aveva tamponato il furgone; il conducente se ne stava inebetito, ritto accanto al cofano. Sul cofano era distesa una donna. Anche lei era rossa di sangue non ancora rappreso. Sarcinelli capì che era una donna per via degli abiti, perché il volto non esisteva più. L’uomo accanto al cofano stringeva in mano una lunga spranga, rossa anch’essa.
* * *
Russo consultò una carta topografica. - A mezzo chilometro dovremmo incontrare una sterrata.
Il conducente annuì. Il sergente fissò lo sguardo oltre il finestrino posteriore.
- Stanno dietro - disse.
Russo cercò d’indovinare la sua età. Sembrava molto giovane. Aveva chiesto un sottufficiale esperto e gli avevano mandato quello.
- Viene lei con me? - gli aveva chiesto mentre montava sul fuoristrada e il sergente gli teneva aperto lo sportello.
- Signorsì - aveva risposto quello. E quando si era accorto dello sguardo perplesso di Russo, aveva aggiunto: - Un anno e mezzo in Irak, colonnello.
Russo storse la bocca. - Un anno e mezzo in Irak - aveva borbottato montando a bordo.
Imboccarono la sterrata e la percorsero tutta, fino alla statale. Vi si immisero. Ancora una volta il sergente si voltò verso il resto del convoglio. Annuì, cercando di darsi un contegno grave.
- Quanti anni ha, sergente?
- Ventitré - fece quello con espressione incerta.
- E cosa faceva in Irak? - Il sergente lanciò un’occhiata obliqua all’autista, che rimase perfettamente indifferente.
- Ero assegnato al comando di reggimento. Ufficio informazioni.
- Ah - fece Russo. Quando lui era entrato nei Servizi nessuno avrebbe mai impegnato personale degli uffici per una faccenda del genere. Scosse la testa.
* * *
La valigetta cominciava a pesargli, ma più lo sforzo si faceva doloroso, più la stringeva tra le braccia, anche se gli appariva ingigantita dalla fatica, quasi enorme ormai. Un oggetto assolutamente estraneo, dal quale dipendeva la sua vita. Aveva abbandonato la macchina ed era fuggito prima che l’uomo armato di chiave reagisse alla sua presenza. Dai lati della via si dipartivano alcuni vicoli: ne imboccò uno a caso ritrovandosi in una strada larga e nera, percorsa da una striscia bianca continua.
- La statale - mormorò ansimando. Sentiva i polmoni bruciare, ma continuò lo stesso a correre, stringendo affannosamente la borsa. Per un attimo rivide la faccia di Russo, con la sottile cicatrice bianca sopra il sopracciglio destro, il viso scuro di barba dura. - Lascia perdere quell’aereo - aveva ordinato. L’aveva ignorato. Era stato trasferito ai ruoli civili. Aveva continuato le ricerche. Era stato sospeso.
La sospensione era l’ultimo passo, lo sapeva: in passato si era occupato di colleghi sospesi. Aveva preferito sparire.
L’aereo era adagiato su un banco di sabbia a meno di cento metri di profondità. Raggiunsero quel tratto di mare a bordo di un vecchio gozzo per la pesca dei totani. Il palombaro gli porse la cassetta che aveva ripescato. Sorrideva dietro l’oblò, probabilmente pregustava i soldi promessi. Il palombaro era un ragazzone simpatico, un francese dai capelli indomabili e i denti candidi. Lo rimandò sotto per recuperare i documenti che accompagnavano la cassetta. Poi mozzò con l’accetta tutti cavi che lo legavano al gozzo. Gli dispiacque molto per lui.
* * *
Le due Gazzelle avevano ancora i lampeggianti accesi. I motori ronfavano sotto il cofano, al minimo; dei carabinieri nessuna traccia. Su uno sportello i fori di due proiettili. Il sergente deglutì vistosamente.
- E’ questo che dobbiamo attenderci? - chiese.
- Da questo momento procedure NBC - ordinò Russo. Il sergente trasmise l’ordine per radio. Poi chiuse la zip della tuta e indossò la maschera. Russo e l’autista lo imitarono.
Incrociarono Sarcinelli a metà di un pendio. Correva tenendo le braccia strette al petto, come se proteggesse un oggetto di importanza vitale. Ma le braccia erano vuote. Quando si accorse di loro accelerò, inciampò, rotolò per buoni venti metri, tentò di rialzarsi, cadde di nuovo. Lo raggiunsero. Un infermiere lo esaminò velocemente, ma l’uomo manifestava già tutti i sintomi dello stadio finale.
- Niente - disse l’infermiere. - E’ andato.
Russo fissò Sarcinelli. Gli sembrò di riconoscerlo, ma il viso era troppo stravolto dagli effetti del gas nervino per suggerirgli un nome. Chiusero il corpo in un sacco a tenuta. - Sergente, si informi sul cordone sanitario e dica di isolare completamente l’area. Non voglio nessuno qui, nemmeno gli elicotteri.
Avanzarono verso il paese.
Ora viene il difficile, pensò Russo. Convincersi che tutto questo è solo lavoro: camminare tra i corpi e trattarli come oggetti di studio, individuare l’agente chimico e la sua provenienza, trovare una soluzione efficace al problema.
Il paesino era devastato, degli abitanti non era sopravissuto quasi nessuno. L’agente chimico aveva agito sulle vittime alterandone il carattere e compromettendone facoltà di percezione e raziocinio. Russo si chiese quali motivazioni ognuno avesse prodotto dentro di sé per giustificare l’istinto omicida che lo aveva assalito. La mente umana è un labirinto di insensatezze e violenze inespresse, pensò. Segretamente ammirò chi aveva sintetizzato il principio attivo.
Programmò velocemente il da farsi. C’era da fronteggiare il ritorno dei pendolari, le domande dei parenti che risiedevano altrove, dei conoscenti. Non era la prima volta che partecipava a un’operazione del genere, ma questa volta c’erano troppe variabili. Ricordò l’aereo caduto nel Canale di Sicilia. Ecco, pensò, un disastro di cui è possibile discutere, per celarne uno del quale non si deve parlare. Un disastro accettabile. Si guardò intorno. Il paesetto sorgeva sotto un grande costone roccioso. Non ci sarebbe voluto troppo esplosivo.
* * *
Il barista strangolò il professore a mani nude, poi si diresse verso il tavolo occupato prima dallo sconosciuto, intascò i soldi, raccolse le stoviglie. Si avvide della borsa dimenticata dal forestiero. Tornerà a prenderla, pensò, così decise di riporla nel retro. Mentre la trasportava gli sembrò emanasse un profumo intenso.
Note:
Baddaredda (piccola palla, palloncino) è un soprannome spesso attribuito alle persone basse e di fisico arrotondato.