The FK experience

April 29, 2005

BRUNA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:11 pm


di Vins Gallico

E’ la prima volta che Bruna, una mia amica italiana, viene a trovarmi in Germania. Io vivo in un paese che sembra uscito dalle fiabe dei fratelli Grimm, cioè dopo quattro giorni la gente che ospito si maciulla le palle. E a maggior ragione se le maciulla se non sa il tedesco. Certo, anch’io a stare con me tutto il tempo mi maciullerei le palle, e io so il tedesco.

La mia amica Bruna comunque ha deciso di rimanere una settimana. L’unica soluzione decente che posso offrirle a livello turistico credo sia andare il weekend a Berlino. Ci compriamo uno Schönes-Wochenende-Ticket, che è un biglietto cumulativo e più economico: dobbiamo viaggiare su treni velocità lumaca e si fanno tre cambi per arrivare. Va be’, sopporteremo.

Impieghiamo cinque ore e passa per approdare alla stazione dello zoo, Bruna si guarda intorno delusa. Non so che si aspettava ad accoglierla: Cristiane F.? I Kinder che si bucano ad ogni angolo, gli spacciatori, le puttane?

L’hanno ripulito lo zoo rispetto agli anni ottanta. Adesso ci sono i ristoranti, le librerie, i bar dove puoi bere un espresso decente. Compro il giornale, la Taz, per dare un’occhiata alle pagine locali, tanto per capire che roba ci attende stasera a Berlino. C’è la lunga notte dei musei, ma non abbiamo voglia di metterci in fila, d’impasticcarci di monumenti, di sbatterci da un museo all’altro.

Leggo che fanno una mostra sulla Raf.

Cos’è la Raf? mi chiede Bruna.

Rote Armee Fraktion. Sono tipo le brigate rosse tedesche, rispondo io. E’ un bel po’ che posticipano l’apertura della mostra, al curatore Klaus Biesenbach gli dicono male da un paio d’anni, gli dicono che vuole glorificare il terrorismo.

Ti rendi conto? Le brigate rosse?, mi fa Bruna, tu come la vedi la lotta armata? Secondo te si può ammazzare la gente per migliorare il mondo?

Ti va un Bratwurst?, le rispondo.

Io ne prendo uno con una striscia di senape.

Decidiamo di andare in giro mangiando Bratwursten, niente musei, niente mostre. Berlino fa meno sette stasera, la neve viene giù che è un piacere sull’Alexander Platz, Bruna guarda la zona orientale, bianca, neoclassica, spalancando i suoi grandi occhi nocciola. La torre della televisione incombe sopra di noi nel cielo plumbeo.

Mi sembra Natale, dice lei; col palmo della mano all’insù raccoglie i fiocchi di neve. Berlino meno sette, di notte, candida e buia, è suggestiva come poche altre città in Europa, unpotristemoltograaaandee, canticchiamo, Lucio Dalla sottovoce, sotto le sciarpe. Bruna allora inizia a chiamarmi Bonetti, le piace, e ripete ininterrottamente il pezzo BerlinocisonstatoconBonetti, eraunpotristemoltograaaandee.

Dopo tre ore in giro decidiamo di rinchiuderci a bere qualcosa in un pub, abbiamo i piedi intirizziti, il gelo c’è penetrato sin dentro le ossa. Diamo un appuntamento a Fritz, il mio amico che ci ospita per la notte, lui propone al Bandito rosso, sì, proprio così in italiano. Ci arriviamo in metro. Bruna ormai trema, non è abituata a queste temperature teutoniche.

Brrr, Bonetti, certo che ne fa di freddo in crucconia, mi dice tutta rannicchiata nel cappottone.

Il Bandito rosso è un pub di anarchici, cantano vecchie canzoni italiane partigiane, hanno un mojito proletario a un euro e cinquanta. Fritz non è ancora lì. Ci mettiamo a giocare a biliardino, Bruna e io facciamo secchi per cinque volte di fila un gruppo di bulgari, che all’inizio la prendono ridendo, poi mi sa che s’incazzano, perché non gli va di far brutta figura di fronte alle loro donne. Fritz ci salva dalla rissa, arrivando tempestivo e sussurrandoci all’orecchio di perdere. Bruna si fa infilare in porta da tre pallette lente come alla moviola.

Parliamo con Fritz, beviamo mojito, Fritz da buon crucco tracanna un paio di litri di birra; Bruna e Fritz si stanno simpatici. Si fanno le cinque. Ci avviamo per la via di casa ubriachi.

In metro la povera riprende a tremare e a battere i denti.

Brrr, che cazzo di freddo… Fritz c’è nato, ok, e peggio per lui; ma tu, Bonetti, come fai a vivere qui?

Io mica ci vivo qui, io vivo nel paese delle fiabe dei fratelli Grimm.

Al paese delle fiabe ci torniamo il giorno dopo, la domenica, col nostro Schönes-Wochenende-Ticket. Tocca cambiare a Magdeburgo. Saliamo sul treno regionale che ci avvicinerà a casa e prendiamo posto in fondo al vagone. Una volta seduti, li vediamo entrare. Prima sono in quattro, poi in dieci, poi in venti. Io e Bruna ci guardiamo increduli. Porca puttana, altro che favole: nell’ex-DDR i nazi crescono peggio dei funghi dopo la pioggia. Potremmo scendere dal treno, venti contro due ci massacrano sicuro, oppure nasconderci ben bene. Il treno parte prima che possiamo prendere una decisione. Sono sbronzi come spugne, tornano dallo stadio. Bruna mi chiede di tradurle cosa vanno cantando: schifezze sui campi di concentramento, sulle puttane ebree, sul loro amore per l’Adolfo nazionale. Quando all’ennesimo Heil Hitler non ce la faccio più e vorrei sputargli in faccia tutto il ribrezzo che provo per loro, Bruna mi trattiene nascosto dietro lo schienale e evita così la mia morte in giovane età.

Quanto dobbiamo stare su ‘sto treno? domanda preoccupata.

Un’ora, rispondo.

Anche lei è consapevole che il nostro aspetto troppo poco ariano (lei, poi, Bruna di nome e di fatto), i nostri vestiti poco fascisti e le nostre idee poco rechts-radikal rappresentano un grave pericolo per la nostra salute, se i camerati ci dovessero scoprire.

E’ un’ora d’inferno, mi sento privato della mia dignità umana. Dentro me cresce l’odio, devo rimanere nascosto come un ricercato, come un rifiuto sociale, defraudato della mia libertà. Mi auguro che il primo tir che li incontrerà per strada stasera li metta sotto, mi fanno schifo, non avrei alcun rimorso a vederli stesi stasera. Ucciderli io, quello no, ma se capitasse qualcosa non starei lì a piangere sulle loro teste rasate.

Finalmente arriviamo alla nostra stazione dove dobbiamo cambiare e prendere il regionale successivo. Sgattaioliamo fuori senza farci notare. I nazi rimangono a bordo.

Brrrr, fa Bruna.

Hai freddo? , domando.

No, ho solo avuto paura, risponde lei. È la prima volta che vedo dei nazi dal vivo. Si sforza di non tremare più.

Mi ritorna in mente la sua domanda sulla lotta armata per migliorare il mondo. Fra un paio d’ore intanto ci attende il paese uscito dalle favole dei fratelli Grimm.

(Questo racconto è stato già pubblicato nella raccolta “La prima volta che ho visto i fascisti”, in rete su www.wumingfoundation.com . )

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