OMAGGIO A LEO MALET

di Giuseppe Iannozzi
(Pubblico col consenso dell’autore questo pezzo su Léo Malet, un maestro indiscusso del noir, già apparso più di un anno fa su King Lear. Buona lettura. M.U.)
“Spero che tutte le ragazze più belle
di Parigi vengano al mio funerale”.
Un maestro del genere ‘nero’, ha detto Corrado Augias per descrivere la statura artistica di Léo Malet. In un momento di crisi per il noir nostrano (se si escludono alcune rare eccezioni come Eraldo Baldini, le incursioni di Valerio Evangelisti e di pochi altri, gli autori italiani mancano di genuinità inventiva) l’intellighenzia italiana sta riscoprendo il noir d’autore, soprattutto quello francese, quello di Léo Malet.
Nato a Montpellier nel 1909 da una famiglia di umili origini, Malet rimase ben presto orfano; allevato dal nonno, vecchio anarchico individualista, la sua prima formazione culturale è stata tutta improntata verso la contestazione sociale/culturale. Il suo primo impiego l’ebbe presso una banca in qualità di fattorino, ma fu licenziato in tronco: la motivazione, aver diffuso il giornale anarchico L’insurgé. Si trasferisce a Parigi, un quasi esilio, vivendo la vita del vagabondo finendo anche il carcere; durante il periodo parigino sbarcò il lunario provandosi in occasionali e diversi mestieri: fece il lavabottiglie in un grande magazzino, poi riuscì ad esordire come chansonnier in un cabaret di Montmartre. Fu anche fattorino presso una ditta d’impianti idraulici. e un giorno - come ha raccontato lui stesso - mentre consegnava un bidet per un lussuoso bordello di rue Hanovre, vide nella vetrina di una libreria, quella del mitico José Corti, delle pubblicazioni che attirarono la sua attenzione: La Révolution surréaliste, riviste, libri, libri e ancora riviste, e subito rimase affascinato dalle loro strane copertine. Fu così che si procurò il Manifesto del Surrealismo; vede Un Chien andalou, il film di Bunuel Dalì, legge Lautréamont: il surrealismo gli entra ben presto nelle vene sia sotto il profilo artistico sia sotto quello politico. Decide di scrivere a Breton, il ‘Papa’, uno dei massimi esponenti della rivoluzione intellettuale: Era una specie di messaggio nella bottiglia - ha raccontato Malet - se ne dicevano tante, che i surrealisti erano molto poco accoglienti, gente ricca, distante. Io, invece, Breton l’ho conosciuto anche molto povero, e soprattutto ho scoperto che non si prendeva sempre per André Breton. In ogni caso, la mia lettera gli piacque, mi chiese di mandargli ciò che scrivevo, e poi di andarlo a trovare al Café Cyrano, il famoso Cyrano di Place Blanche. Era il 12 maggio 1931.
Non fatica ad integrarsi nell’ambiente surrealista: le sue giovani idee trovano accoglienza presso gli intellettuali della scuola surrealista. La sua fede anarchica subisce un mutamento, diventa trotkista; tuttavia il suo estremo individualismo non gli permette di accettare una qualsiasi disciplina, troppo misantropo perché il comunismo potesse attecchire pienamente nella sua anima. Nel ‘40 è un’altra volta in prigione: l’accusa formulata è quella di ‘attentato alla sicurezza interna ed esterna dello Stato’ e Malet rischia l’ergastolo se non la ghigliottina. Viene liberato dopo qualche mese; tuttavia non fa a tempo ad assaporare la libertà che subito viene catturato dai nazisti e rinchiuso in un campo di concentramento, lo Stalag X2, tra Amburgo e Brema: un anno di permanenza e di stenti nel lager per Malet. Tornato in libertà perché gravemente malato, Malet si mette alla prova come autore di romanzi polizieschi: all’inizio della sua carriera si firma con degli pseudonimi ‘americani’, poi, nel ‘43, pubblicando quello che si può considerare il primo vero noir francese, 120, rue de la Gare, decide di firmare con il suo vero nome i suoi lavori. Tra il ‘43 e il ‘49 escono sette inchieste di Burma: i romanzi ottengono successo e di critica e di pubblico, il loro protagonista diventa popolare quasi quanto Maigret e ben quattro attori diversi porteranno i personaggi di Malet sul grande schermo cinematografico. Nel ’53 Léo Malet ha un lampo di genio, ovvero ambientare ogni inchiesta del suo personaggio Burma in un diverso arrondissement di Parigi: L’idea mi venne sul ponte di Bir-Hakeim - ha raccontato - davanti a quel paesaggio di Parigi, mi sono detto che era davvero straordinario che nessuno avesse mai pensato di fare un film su Parigi, a parte Louis Feuillade. Ho avuto l’idea confusa di romanzi polizieschi che si svolgessero ognuno in un diverso quartiere. Tra il ‘54 e il ’59 escono quattordici romanzi firmati Léo Malet; nel ‘48, Malet pubblica il primo volume della sua trilogia noir: La vie est déguelasse, seguono Le soleil n’est pas pour nous e Sueur aux tripes. Con la trilogia noir Malet è ormai un punto di riferimento per molti intellettuali francesi, europei, americani: i tre romanzi pregni di crudezza, ferocia, indagano la psicologia umana, l’anima criminosa che si nasconde in ogni uomo. Malet è morto nel 1996 ed è sepolto nel cimitero di Chatillon-sous-Bagneux.
La vie est déguelasse, Le soleil n’est pas pour nous, Sueur aux tripes.
Il sole non è per noi è un libro crudo che parla di poveri cristi, di vagabondi: per Malet il delitto nasce dal destino, ovvero se uno nasce povero, povero morirà e non potrà sfuggire a quanto il fato gli ha serbato. I personaggi di Malet sono incapaci di risollevarsi dalla loro triste condizione: sono consapevoli del fatto che per loro non ci sarà possibilità alcuna di riscatto sociale, e questa ineluttabilità la sentono scorrere nelle vene come una colpa. Ne Il sole non è per noi Malet descrive il delitto come un accadimento puramente antropologico, esistenziale; il personaggio del romanzo, un povero artista sedicenne tenta indarno di farsi strada nella Parigi dorata, ma i suoi schizzi vengono pressoché ignorati da tutti, e alla fine si risolve nel non tentare neanche più di venderli o anche solo di proporli al pubblico. E’ chiaro per lui che è un disgraziato, che il sole che i suoi occhi vedono è un sole povero così come la sua vita. Arrestato per vagabondaggio, dopo due mesi passati in cella viene rilasciato: fa amicizia con avventori di tristi e squallidi bar, si tira dietro un amico di sventura penitenziaria: è evidente che la sua vita è destinata a concludersi tra le strade povere di Parigi. Per quanto si adoperi Parigi non è capace di offrire un sole splendente alla sua umanità, non è in grado di dar lavoro ad un vagabondo. Finalmente qualcosa sembra cambiare in meglio: in un caffè incontra uno strano tipo che gli offre di andare a lavorare in fabbrica, e il protagonista non può fare a meno di accettare. Tuttavia, una volta in fabbrica, si rende conto di essere diverso: è guardato con sospetto e ben presto si diffonde la voce in fabbrica che il licenziamento per gli ‘scansafatiche’ è ormai cosa prossima. Per evitare il licenziamento finge di infortunarsi: grazie ad un amico anarchico gli riesce di truffare l’assicurazione e restarsene a zonzo per le strade per buone tre settimane. E durante questo periodo, per così dire, di riposo, il giovane finisce con l’incontrare alcuni buffi tipi di strada, ragazzacci come lui, forse peggiori di lui. Diventa presto loro amico e finisce con l’innamorarsi della sorella di uno dei suoi nuovi amici; tutto sembra filare per il meglio, ma il ‘sole non è per lui’. Gina si dimostra subito accogliente e il giovane fra le sue braccia trova l’illusione della felicità; Gina condivide la casa con il fratello e la madre, una vecchia ubriacona. Il giovane protagonista intanto si dà da fare per scoprire quale segreto nasconde il fratello di Gina, il suo amico: incesto, Gina e suo fratello vanno a letto insieme. Accecato dall’odio, un odio razzista, gonfia di botte l’amico e stabilisce che Gina è sua proprietà. Il fratello di Gina sembra accettare la cosa, ma la vendetta è in agguato: alla prima occasione questi vende la sorella ad un arabo. Richiamato dalle urla di Gina, il giovane fa appena in tempo ad evitare che l’Arabo possa godere delle grazie di Gina: accecato dalla rabbia, dallo schifo che prova, con rapidi colpi di rasoio trucida l’Arabo e quando si rende conto di quello che ha fatto non ha paura, anzi si getta contro il fratello di Gina e lo sgozza senza pietà. Insieme a Gina scappa da Parigi; intanto la polizia parigina si è accanita contro il giovane accusandolo di un largo numero di delitti che si sono consumati nei quartieri poveri di Parigi. Gina è incinta: aspetta un figlio dal fratello, sta male. Arrivati in prossimità di una fattoria, sono costretti a cercare riparo; un vecchio bavoso accetta di dar loro un tetto. Gli eventi si corrompono del tutto: il vecchio bavoso tenta di mettere le mani addosso a Gina, o questo è almeno quanto immagina il giovane innamorato: si scatena l’inferno, il fuoco divora la fattoria e il vecchio muore nel rogo. Insieme a Gina fugge nel bosco e nel bosco Gina abortisce e muore dissanguata. Al giovane disperato non restano vie di fuga: ormai è deciso a consegnarsi alla polizia. E viene accusato di aver appiccato il fuoco alla fattoria per rubare i soldi del fattore, di aver ucciso Gina la sua amante, di aver ucciso il fratello di Gina e un Arabo. In un primo momento il giovane tenta blandamente di difendersi, ma poi comprende che tanto qualsiasi difesa sarebbe inutile. Aveva cercato solo di vivere, o meglio di sopravvivere, ma il sole non è per quelli come lui. La giustizia fa il suo corso implacabile. Léo Malet per questo romanzo fu accusato di razzismo, ma all’artista premeva solo di dimostrare ‘artisticamente’ che al destino non si può sfuggire e l’unico mezzo che aveva per ottenerne una efficace dimostrazione era parlare senza mezzi termini. Oggi nessuno, o quasi, crede veramente che Malet sia stato un razzista/fascista; riabilitato e dalla critica e dal pubblico, i suoi romanzi neri sono al centro di una rinnovata attenzione critica, una attenzione critica severa ma giusta, non quella degli anni Quaranta/Cinquanta che vedevano in Malet una meteora degna solo di disprezzo e vergogna.
Léo Malet scrisse La vita è uno schifo nel 1949 quando la popolarità del detective anarchico Nestor Burma era ormai consolidata e si contrapponeva al placido, freddo e analitico Maigret di Simenon; Malet sconcerta per il suo stile crudo, una prosa secca, impietosa, ambientazioni notturne, personaggi disperati e pessimisti. La poesia di Malet è molto vicina a quella dissacrante e forse più conosciuta di Boris Vian, autore che ancor oggi gode di buona fama, mentre Malet, dopo la sua morte, è stato quasi dimenticato dalla critica.
Il giovane protagonista de la Vita è uno schifo è Jean Fraiger, un anarchico, un killer perdutamente innamorato di una donna bellissima e sfuggente, Gloria. Jean si impegna a condurre vestendo i panni dell’antieroe solitario una ferale lotta contro il mondo. L’epilogo non può che essere la morte di Jean, la perdita della donna amata, una morte solo debolmente addolcita dalla consapevolezza che la vita fa schifo punto e basta. “Ti amo. Non abbiamo a disposizione che queste parole, che sono state usate e strausate e che sono state pronunciate da labbra impure e grondanti di menzogne…”, confessa Jean a Gloria, ma la sua è una confessione che puzza di poesia, di falsità; Jean è consapevole che l’amore non è sentimento che possa esser tradotto in parole, non prova neanche ad abbozzare una poesia d’amore per l’amata, e proprio qui sta la grandezza poetica di Malet, che negando la poesia, in realtà, le restituisce la sua identità primitiva di quando l’amore non aveva bisogno di esser spiegato a parole. Jean Fraiger è un duro, un romantico, un violento: il personaggio rappresenta l’uomo vittima di una società consapevole impegnata a metter al mondo altre vittime. La violenza di Jean Fraiger è pregna di romanticismo: se uccide, uccide per togliere allo Stato e restituire il danaro ai contribuenti, ai lavoratori, ai proletari; eppure qualcosa va storto, perché il proletariato non vuole sapere soldi macchiati di sangue, la società dei poveri non vede in lui un novello Robin Hood ma solo un efferato delinquente. Jean Fraiger riconoscendo che il mondo è irriconoscente nei suoi confronti decide di lavorare solo per sé stesso: insieme alla sua banda mette a punto e consuma con abile crudeltà delitti e saccheggi. Per assurgere a protagonista unico del dramma del vivere, Jean non esita a far fuori i suoi stessi compagni anarchici: uccide a sangue freddo Marcel, poi Gisele l’amante del povero gobbo Paul compagno di merende di Jean ed infine dà la morte anche al marito di Gloria. Jean Fraiger finisce con il non guardare più in faccia nessuno.
L’amor fou è un altro tema centrale de La vita è uno schifo: Jean coltiva il suo sogno d’amore con crudeltà romantica; Gloria è il suo ideale, la speranza che forse il mondo non è ancora completamente corrotto e schifoso: “io dico ti amo… è una verità… c’è il sole, la terra, la luna, le stelle e io ti amo… constatare la presenza non è corteggiamento”. Ma anche l’amore è solo un sintomo del male che l’uomo cova dentro di sé: Gloria, prima di scoprire la vera identità di Jean killer, lo indirizza dal dottor Claps, il quale gli rivela i misteri ascosi intimi delle sue turbe. L’amore nutrito nei confronti di Gloria è solo un puzzle, sussulti e smanie della sua anima: l’amore non è eterno.
Jean comprende di essere un uomo incompleto: non gli resta altro da fare che rivelare la sua vera identità. Il dottor Claps non rimane sorpreso dalla confessione di Jean, mentre Gloria finisce con l’odiarlo. Jean comprende che l’amore è cosa folle, ingovernabile come la società che lo circonda: l’unica fuga possibile è quella definitiva, il suicidio. Prima di congedarsi da Gloria, quella che credeva esser la sua amante, la sua medicina, le chiede se ha mai goduto a letto con lui: la risposta non lascia spazio a dubbi. E’ finita: fugge dal mondo per sempre, fa irruzione in un distaccamento della polizia armato fino ai denti, spara a destra e a manca, e il suo corpo viene imbottito di piombo. Rimane l’amara consolazione che l’unica verità possibile in un mondo corrotto governato da corrotti è la vita, la vita che non può non essere niente di diverso da un mostro schifoso. Un noir stupendo: La vie est déguelasse è un autentico capolavoro che oggi come ieri è più che mai attuale, un romanzo capace di investigare l’animo umano, la società, l’idealismo, la corruzione che inquina il romanticismo dell’idealismo politico, l’amore come menzogna, medicina che non può restituire all’uomo la sua umanità.
In Nodo alle budella, Paul Blondel sogna tutte le notti un piccolo uomo grigio. E’ un fantasma che non conosce, che gli è estraneo, ma che subito diventa incubo che lo perseguita nei sogni che non sono poi tanto dissimili dalla vita reale. Per dargli corpo, Blondel rivive le ultime settimane della propria vita: Blondel, piccolo truffatore sfigato, ha conosciuto Jeanne, una ragazza bellissima, impossibile, che vive e lavora in un malfamato bistrot di periferia, e per amore di lei ha osato “il tutto per tutto”, ha cominciato ad azzardare truffe impossibili per le sue virtù ladresche; poi, trova in una banda dedita a furti e rapine la sua dimensione, se non proprio ideale, almeno significativa. Sembra un periodo tranquillo per Blondel, ma presto la scoperta del tradimento di Jeanne e l’ulteriore prova della propria codardia lo sprofonderanno, lentamente, in un baratro esistenziale: il piccolo uomo grigio, il suo fantasma personale, torna da lui e ammorba ogni sogno incubo, ogni pensiero pensato e non pensato. Blondel comprende che il fantasma grigio lo abbandonerà a sé stesso solo quando troverà il coraggio di compiere l’ultimo delitto, quello più grave, quello che deciderà per il futuro che non ci sarà per lui. Blondel è ormai un fantasma lui stesso, un derelitto, povero cristo senza quasi senno, perennemente in fuga da chi lo ha tradito, da chi lo addita criminale, da chi osa chiamarlo ancora uomo nonostante tutto; ma Blondel non è più un uomo, è un fantasma, la dimostrazione “vivente” e “non vivente” che l’uomo è fallimento ed inutile è che si adoperi per tentare la sorte, per cercare un microcosmo migliore, un angolo dove vivere e morire in santa pace.
Molto e molto poco è stato detto intorno alla figura di Léo Malet: che ha rinnovato un genere letterario (“un’irruzione dirompente, che ha conferito un tono completamente nuovo al genere poliziesco”), che ne ha inventato uno, il noir, e che contemporaneamente ha ricostruito in maniera inconfondibile i misteri e le atmosfere parigine. Ma soprattutto, a mio avviso, Léo Malet ha disegnato l’uomo, il suo fallimento, la sua dimensione umana costretta sulla croce del Golgota senza alcuna possibilità di resurrezione.
(Léo Malet - Trilogia nera - A cura di L. Bernardi - Fazi Editore - Collana: Le porte - Pagine 537 - ISBN 8881124262 - € 19.50)