The FK experience

March 15, 2005

UTENTI ANONIMI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:07 pm

Poche righe per fare sapere agli internauti dall’anonimato facile che d’ora in poi cancellerò qualsiasi commento (e sottolineo qualsiasi) che si presenterà con la dicitura "utente anonimo". In varie occasioni ho pregato di apporre perlomeno un nick ai commenti. Non pretendo, come amministratore di questo blog, di conoscere l’identità di quanti hanno voglia di commentare i pezzi. Ma se io chiedo ripetute volte e con civiltà di mettere almeno un nick, e qualcuno non lo fa, allora a me questa pare una mancanza di rispetto. Esagero? Puo’ darsi. Ma dall’Uffenwanken si procede in questo modo. D’ora in poi, i commenti anonimi li butto fuori a calci.

  

March 14, 2005

LA CULTURA SOTTILE E IL LABORATORIO BIONDILLO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:47 pm


(Al posto di una recensione)

di Jacopo Guerriero

La tradizione paraletteraria italiana, a partire dai giganti Collodi e De Amicis, è storia di una «cultura sottile» ovvero di un rapporto problematico con i media. In principio furono gli autori della nobilitazione del genere di massa stesso, attraverso l’utilizzo di contenuti forti filtrati da una lingua semplice e disposta alla divulgazione. Poi venne l’accettazione del linguaggio seriale, che ha condotto alla costruzione di veri e propri laboratori di ricerca che non hanno mirato all’elevazione in un mercato nobile dei diversi media, ma all’intercettazione del gusto del pubblico. La via italiana al fumetto è un buon esempio. Più ancora lo sono quelle parodie dei classici –condotte non in chiave critica, ma comica- svolte da molti fumetti nati tra gli anni cinquanta e sessanta. Può essere utile, parallelamente, osservare come anche gli scrittori impegnati nella produzione di massa, nel nostro paese, non sentano affatto il rapporto tra tradizione e superamento della stessa nei termini di uno scontro. Quello che voglio dire è che sono stati pochissimi gli scrittori italiani capaci di «spaccare il genere». Al contrario l’origine del loro lavoro è spesso un gioco d’invenzione inteso come la rivisitazione costante di meccanismi noti, individuati a partire non solo dalla sensibilità dei lettori - condivisa dall’autore in uno scambio democratico -, ma proprio dalle regole e dall’impronta che i differenti media adottano di volta in volta. Ovvio che l’annullamento del confine tra avanguardia e consumo non possa essere il punto di partenza del lavoro. Il punto di partenza per questi scrittori è l’individuazione di un repertorio classico nel presente, il salto a scoprire i rimandi con il passato, la volontà di leggere nella realtà circostante la conferma di una tradizione. La grande tradizione “leggera” italiana.

Con questa chiave interpretativa si possono chiamare in causa gli ultimi sessant’anni di una «produzione artigianale» poi collocata nell’industria culturale: penso all’avanspettacolo prima e alla commedia dei mostri poi, a Totò e a Sergio Leone, a Hugo Pratt e ai fumetti Bonelli. Si inscrive in questa logica anche uno dei più grandi romanzieri che l’Italia abbia prodotto: Emilio Salgari. C’è poi chi continua in questo solco.

Michele Ferraro è il personaggio seriale di marca hard boiled nato dalla penna di Gianni Biondillo. Proprio in questi giorni è uscita per Guanda la nuova puntata della saga: Con la morte nel cuore. Il nostro eroe è un poliziotto, ma naturalmente sarebbe meglio definirlo un poliziotto border line. Sempre in dissidio con la sua professione, è tristemente divorziato ma non redento neppure da un disincanto di facciata per figlia e moglie. Senza mediazioni, quando le circostanze lo richiedono il nostro non esita a mettersi contro la legge per aiutare gli amici. Anche la sua estrazione sociale è un po’ stridente: figlio di un malfamato quartiere di Milano, non appena ne esce si sente paurosamente a disagio.

Due peculiarità mi sembrano poi centrali nel carattere dell’ispettore Ferraro: alla faccia del suo triste lavoro egli possiede un’intangibile «visione delle cose» a favore degli ultimi (il suo migliore amico si chiama Mimmo o’animalo e fa il contrabbandiere). Più importante ancora mi sembra il fatto che le storie di cui si ritrova ad essere protagonista sono storie «aperte». Sarebbe improprio parlare di Biondillo come di un giallista o di un noirista. I generi, nei due romanzi che lo scrittore ha pubblicato, vengono fatti ruotare attorno alla figura di Ferraro con una estrema libertà. Si trova di tutto, non solo il giallo o il noir: ma anche il western, l’avventura, lo spionaggio…

Il lavoro di scrittore che fa Biondillo accetta dunque con disponibilità la natura massiva del genere, avviando nel contempo una sperimentazione il cui fine -riuscito- è l’intercettazione del gusto del pubblico. Per ricollegarci al discorso relativo alla nostra tradizione paraletteraria possiamo passare per un accostamento celebre: Tex Willer. Una figura che con Ferraro ha sorprendenti analogie. E’ un ranger ma è soprattutto un amico degli indiani. E’ l’uomo che ha preso la stella dopo un passato da criminale, figura controversa, dunque, proprio come Ferraro al centro di un mosaico che definire western sarebbe follia: bisogna chiamare in causa, al contrario, tutta un’enorme paraletteratura di massa, le radici del cinema horror, una serie di riferimenti infinita..

Se gli scenari sono diversi le due figure sono allora vicine: quello che fa di Biondillo e Bonelli due autori è prima la ricezione di un’intera tradizione leggera e poi la sua messa in questione nel loro diverso presente. Lo sforzo d’innovazione si colloca all’interno di un processo enorme, consolidato e diffuso. C’entrano anche suggestioni romantiche (in senso lato) e una fame di narrazione –le cui regole vengono sempre rigidamente rispettate- che nel nostro paese continua a non venire meno. Nei libri di Biondillo, peraltro, ci sono addirittura personaggi presi di peso dalla tradizione. Per tutti conviene citare la spalla preferita dall’ispettore Ferraro, il tassonomico Augusto Lanza –un ibrido tra Groucho Marx e il principe De Curtis- che permette all’autore di recuperare tanta comicità non sense, così fortunata dal dopoguerra ad oggi.

Si può fare anche di più, oggi diversi romanzi minacciano di far risorgere l’infinita polemica sui generi . Ma merita grande rispetto l’arte complessa della variazione, l’immaginazione solerte che produce -più che fatti- portentose citazioni.

March 12, 2005

I PUNTUTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:51 pm

di Missy

(Un gustoso pezzo di Missy, dalla Sicilia con furore – tra i miei link. Sui puntuti. Chi sono i puntuti? Lo scoprirete solo leggendo. Buona lettura, dunque. M.U.)

Ci sono uomini puntuti di petto che si avvicinano alla donna procedendo dritti dritti.

Bisogna immaginare, per esempio, la stanza del mio studio, una porta chiusa alle loro spalle, io in piedi accanto alla mia scrivania a braccia conserte e questo uomo puntuto di petto che avanza monogranitico.

Questi uomini hanno qualcosa di uccellesco nel piglio e nello sguardo a tuttotondo, ma, di più, sono a blocchetto di muratura e quando vogliono provarci (cosa che fanno a tutti i costi, anche contro le intemperie) li riconosci dal caratteristico passetto, che è sinonimo di una solida costanza interiore: due sole falcate calcolate e raggiungono la donna. Si pongono davanti e camminano rigidi nella loro incrollabile volontà. Magari fanno pure un sorriso, il sorriso della vicinanza, quello che dovrebbe far crollare la resistenza, o renderli più simpatici. Per la maggior parte, hanno un corpo squadrato ed usano completo giacca e cravatta che acutizza la famosa rettangolarizzazione del professionista cinquantenne.

Descrivo il loro incedere, lasciando per scontata la malafigura che riportano a casa (quella è ovvia). Non parlo infatti di come vengano sistematicamente scaricati all’indietro, senza neanche che ti tocchino, bruciati dallo sguardo a scossa elettrica prodotto dai miei sensori di aggressione posizionati dietro questi occhi grandi, uno special-bonus ad effetto devastante che fuoriesce in un nanosecondo dalla mia freddezza imperiale. Sono automatismi congeniti alla mia natura notoriamente molto snob e davvero antipatica e selettiva in quanto alla scelta dell’uomo in sé.

Vorrei invece parlare del loro procedere e del loro retrocedere. Così come avanzano dritti dritti, così retrocedono dritti dritti senza girarsi, a movimento retrattile. Della serie: ci ho provato e torno indietro.

Sembrano armadi con le rotelle: in altre parole, il corpo non si adagia all’ondulazione naturale dell’anca che asseconda il passo, il braccio non si piega lievemente come quando l’intera struttura è in movimento, il collo non avverte la flessione sottile del torace. Sono rigidi come l’armadio della nonna, quello pesante e scuro, tenuto sempre chiuso. Lo metti sul muletto per farlo scorrere e tutto quello che è dentro deve assolutamente rimanere intatto (matrimoni, figlioli e conto in banca): così si muovono gli uomini dal petto puntuto in avvicinamento continuo e perpetuo verso la donna da conquistare. Sono sicura che se ci fosse una caccolina a terra, la calpesterebbero senza neanche notarla sotto la pianta dei piedi, io che sono così sensibile se una pieghetta delle autoreggenti fa il minimo capriccio. Ovviamente, una tal energia robotica deve supporre l’assoluta mancanza del dubbio personale.

E su questo vuoto esistenziale, appena uscito dalla porta, si impianta la mia puntuale domanda: “ Ma dove credeva di andare, questo qui?”.

 

March 11, 2005

EDITORIALE (?)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:38 pm

Mi sono rotto le palle di leggere la cronaca, la politica estera e interna, lo sport. Mi sono rotto le palle di leggere romanzi, saggi, discussioni, forum. Mi sono rotto le palle di scrivere. Mi sono rotto le palle di leggere ciò che ho scritto. Mi sono rotto le palle dei blog. Mi sono rotto le palle di tutto ciò che ha a che fare con la parola scritta, letta, detta.

Perciò sto  zitto per venticinque minuti e poi vado avanti lo stesso.

POESIA NR.23.567 SU TUTTO E NIENTE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:06 pm

di Culver Beckenstein

Mangio sui prati uova caduche, uova depresse

io mangio l’amore con dovizia di particolari

erotici;

e le briciole dell’amore mi sopravanzano

e m’avanza poi nel petto una crosta di pane intera.

Il sole fa i capricci tra i comignoli industriali

mentre il sereno è una strana canzone, cantata

da un passante sdentato.

Vago nel buio indifferente che si staglia

dinamico e idraulico- nel silenzioso e opaco

fastidio di Chicago, nel mare delle ipotesi.

Nello stagliarsi cereo delle minutaglie assaltate

dal pensiero, io credo di vivere:

ma piango miseria con messaggi

elettronici.

Mi minaccio.

Che vuol dire vivere? L’ho chiesto a una nullità

all’alba, era stesa alla stazione, contro i respingenti d’un treno

e con un coltello

piantato in una schiena senza nome.

Non poteva rispondermi che

con un silenzio giallo come un ghigno molato.

Separati da te stesso fin da quando nasci e fin che puoi, questo

mi diceva il maestro Hopper; sii vivo, dimentica le

paterne certezze, sii uomo, sii persona, sii aquila

o falco o almeno rondine;

ma sii.

Mangiai cuori di nebbia per tutto il tempo

che credevo potesse servirmi; ma questi cuori

modellati con curve paraboliche

mi ferivano nell’orgoglio;

s’era ammaccato tutto. E venne l’onda malevola,

e mi salvai per poche gocce

dal prodigio nero dell’onda malevola.

Stendo i panni dopo il diluvio. Sono vivo

o sono morto;

non so, devo vedere

dove sta scritto.

March 10, 2005

MA LE DONNE NON SI SENTONO PRESE PER IL…?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:10 pm

 

 

  di Riccardo Ferrazzi

  ( Il ritorno di Ferrazzi. Lancia in resta. E polemico, come sempre. E chirurgico. Barnard gli farebbe un baffo, insomma. Buona lettura. M.U.)

Marco Travaglio, un giornalista più abile a far parlare di sé che a partorire analisi accurate o diagnosi impietose, se l’è presa con Ritanna Armeni accusandola (cito a memoria) di stare accucciata sulle ginocchia di Ferrara per tenergli ferma la vittima mentre lui mena.

Dichiaro subito che a me la Armeni sta simpatica (e se si chiamasse Annarita lo sarebbe ancora di più, ma pazienza) e, da come ho esordito, credo sia chiaro che Travaglio mi convince poco. Quindi, in una certa misura, sono prevenuto in favore della Armeni.

Però la sua reazione alla frase di Travaglio mi ha lasciato interdetto. Ma come ? Uno ti accusa di essere appiattita sulle posizioni di un noto eretico come Ferrara e tu fai finta di prendertela per la questione dell’ accucciata sulle ginocchia ? Parliamoci chiaro: o sei una zitella stizzita (e non credo), oppure ciurli nel manico.

Se io ti chiamo “puttana eretica”, tutto quello che sai rispondere è che il mio linguaggio è scurrile ? No, qui i conti non tornano. Io guardo Otto e mezzo ogni volta che posso e credo di aver diritto a sapere come stanno le cose: Armeni, facendo uso della sua intelligenza, libertà di giudizio, cultura, ecc.ecc. si riconosce sulle posizioni eretiche di Ferrara o no ? Fino a che punto è contagiata dal “governismo” bertinottiano ? E, domanda da $ 1.000.000, a questo si è ridotto il femminismo, a fornire scappatoie per divincolarsi dalle accuse che (forse) colgono nel segno ? 

 Che ne pensano le donne di questo modo di fare gesuitico ?     

  A scanso di equivoci, dico subito che, a mio modestissimo parere, le posizioni eretiche sono più interessanti e feconde di quelle ortodosse, e quindi, sempre secondo me, se Armeni si convertisse al Ferrara-verbo forse ci guadagnerebbe. Ma siccome sono certo che l’idea stessa le ripugna, mi ritengo in credito di una precisazione: dica la Armeni cosa la accomuna a Ferrara e cosa la divide da lui.

 

March 9, 2005

LEGGEREZZA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:10 pm

Sono un fioeu de campagna. Anche se sono nato in una specie di metropoli, anche se nella metropoli ci sono invischiato da sempre, mani e piedi, orgoglio e pregiudizio, ragione e sentimento, tra le cime tempestose della pianura padana e… via col vento. (Vento caldo, dell’estate, che non mi porta mai via perchè il vento caldo della metropoli è statico come una statua di Giada, nel senso che Giada è una scultrice, ma questa è un’altra storia).

Ieri ho pubblicato (fanculo al termine "postato", per una volta) una domanda realmente fatta, quand’io non ero ancora nato, I guess,  dal grande editore Angelo Rizzoli al Federico il Grande del nostro cinema, della nostra arte sparata con orgoglio in tutti i continenti. Nei commenti l’argutissimo Toporififi ieri parlava di leggerezza di quei tempi andati (che in realtà la maggior parte di noi non ha proprio vissuto perchè eravamo morti, nel senso che quando non sei ancora nato è come se fossi morto, cioè non esisti, ma questo è un discorso che un non filosofo come me non si azzarda a protrarre).Si, parlo della leggerezza della Dolce Vita, che poi così leggera, quella dolce vita, non era, e quel capolavoro assoluto del cinema mondiale lo mostra (non lo dimostra, l’arte mostra). Dove voglio andare a parare? Al fatto che manca, un po’ dappertutto, la leggerezza. La leggerezza degli spettacolini televisivi è una leggerezza non solo forzata, ma violenta. E’ una leggerezza di cartapesta vetrata, di cartapesta di legno e terriccio lanciato verso le nostre teste che ci investe tutti i giorni fino agli occhi. Ci sono le eccezioni, e non crediate che io sia un passatista: ma se vedo (magari videoregistrata) una puntata dell’ultimo Arbore, rivedo, risento, ricomincio a rivivere la leggerezza intelligente. Non il sussurro, non il bisbiglio minimale, non un’ennesima versione di una specie di  crepuscolarismo antispettacolare: rivedo e risento e riprovo in me la realizzazione della Grande Possibilità dell’ Intellettuale: quella di essere profondo con leggerezza. Ecco- anche- perchè amo la Francia. Ma insomma: la letteratura, l’arte in genere, è anche bene (per il mio gusto) che colpisca duro, e senza mezzi termini. Io amo le storie forti, come amo la bistecca con l’osso e la birra scura e i sigari cubani. E il whisky, ma di quello buono. In giro leggo e sento poca leggerezza, comunque. Se io m’impegno in cose pesanti, cose tipo la vita (che spesso, troppo spesso, è pesante, e non sto a dirvi perchè, non voglio farvi perdere tempo con cose che Lapalisse definirebbe delle cazzate) ho bisogno - soprattutto perchè l’impegno e la fatica di vivere fanno parte del mio fardello - di ammorbidire ammorbidendomi. Ho bisogno di canzoni intelligenti (quelle che fanno cantar tutta la gente…) tra Pascal, Kierkegaard, la visione di un quadro di Munch (uno qualsiasi, Munch era un genio), la lettura di Proust, di Musil, di Pynchon, di De Lillo, di Dino Campana, di Cesare Pavese, di Gadda, di Testori, di Pasolini, ecc. Ho bisogno di Cristian De Sica per poi poter affrontare al meglio Kiarostami. Per rileggere Kafka devo prima ascoltare Bruno Martino (E la chiamano estate) o Franco Califano (a parte il suo pezzo per Sanremo tiromancinesco - orribile). Per entrare a viva forza nel mondo estremamente tormentato di Gustav Mahler devo poi, necessariamente, leggere Sanantonio. Simenon no, lui era troppo duro, con Mahler il cocktail diventa un Negroni sbagliato: provare per credere, come mantricamente diceva quel fine intellettuale aiazzonico di Guido Angeli. Alto e basso (e l’alto quanto è alto, e il basso quanto è basso, poi?) mi devono stare a pennello come un bel vestito, un bel completo rigorosamente senza cravatta (odio da anni le cravatte). Voglio la leggerezza in tutto, anche nella tragedia.

March 8, 2005

UNA DOMANDA DA UN MILIONE DI RUBLI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:15 pm

"Ma quel Tolstoj lì, l’è sempre il Dostoevskij?!"

(Angelo Rizzoli a Federico Fellini)

March 7, 2005

GLI ATEI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:46 pm


di Riccardo Ferrazzi

Mentre su Nazione Indiana c’è chi lancia un appello in favore dell’ateismo (e c’è anche chi si preoccupa e gli scrive, no, guarda che sbagli, ecc. ecc.) sta per scadere il duecentoventiquattresimo anniversario della prima edizione di un libro che, fra pochi eletti (a quanto pare) gode ancora di una certa rinomanza.

L’aveva scritto un professore di Koenigsberg, un tizio che, umanamente, do-veva essere un rompicazzo di prima categoria. Tanto erano acute le sue idee quanto lui era incapace di esporle con un minimo di chiarezza. Ma a quei tempi i lettori avevano le palle quadre e non facevano filosofia con i sentimenti.

In quel libro pubblicato a Riga nel 1781 c’erano molte cose rivoluzionarie. In particolare ce n’era una a proposito di Dio: l’autore DIMOSTRAVA che non è possibile DIMOSTRARE che Dio esista o che non esista.

Naturalmente, tutti rimasero scioccati dalla prima parte. Ma come ? E Aristotele, e san Tommaso ? E l’ argomento ontologico ? Quanto a Aristotele e Tommaso, diceva l’autore, buttateli nel cesso. Quanto all’argomento ontologico, trattatelo con maggior rispetto ma mettetelo da parte: non funziona.

Credete che questo abbia tagliato la testa al toro ? Mai più ! Tutti quanti (tutti quelli che erano riusciti a leggere il libro) si resero conto che le argomentazioni del professore baltico avevano i controcazzi, ma presero ogni strada possibile tranne quella giusta. Qualcuno cercò di dimostrare che Dio esiste arrampicandosi sugli specchi, altri dichiararono con bella semplicità che, se non si po-teva dimostrarLo, voleva dire che non esisteva. Insomma: nessuno si rassegnò a NON SAPERE. Come al caffè, ognuno gridava che lo sapeva lui come stava-no le cose, e naturalmente uno gridava che c’è, l’altro urlava che non c’è.

Non sono particolarmente soddisfatto nel riconoscerlo, ma devo ammettere che la reazione migliore l’ebbero le Chiese. Tanto i cattolici che i protestanti, digrignando i denti, dissero che loro l’avevano sempre detto: l’esistenza di Dio è una questione di fede, non di ragione. Sputavano su secoli e secoli di filoso-fia cristiana con disinvolta ipocrisia, ma non avevano altra scelta. Scoperti, mettevano in atto il piano B.

Invece i laici non furono altrettanto coerenti. Rifiutarono di accorgersi che anche la non esistenza di Dio era impossibile da dimostrare, proclamarono che “l’uomo è ciò che mangia” e proseguirono con allegre boutades come quella dell’astronauta che, di ritorno da un volo nella stratosfera, dichiarava seria-mente di non aver trovato Dio e di non aver neanche visto indizi o tracce della sua presenza. Onestamente, i loro argomenti non erano gran che. Ma li grida-vano con molta convinzione, tanto da far nascere in molti una specie di nostalgia per i bei tempi in cui si viveva di certezze assolute.

A furia di vedersi sbertucciare per la banalità di certi argomenti, anche i laici presero il toro per le corna e si divisero in due. Gli agnostici dissero più o me-no: vabbe’, non lo so e non me ne frega gran che. Gli atei tirarono fuori un ar-gomento più consistente. Dissero cioè: in questo mondo il male è drammaticamente presente, quindi o Dio non esiste, o se ne disinteressa, o è cattivo. Ma (e guarda un po’ che argomenti da gesuita ti tirano fuori i laici !) come fa Dio a essere cattivo ? Non è possibile. Non sarebbe Dio. Come fa Dio a creare il mondo e poi a disinteressarsene ? Non è possibile. Non sarebbe Dio. Quindi non esiste.

A tutti, a tutti, ma proprio a tutti, permettetemi di ricordare che nel 1781, a Riga, fu pubblicato un libro nel quale si DIMOSTRAVA che non è possibile dire che Dio esista o non esista. Anche perché (e questo lo dico io) se fosse possibile dimostrare che esiste non ci sarebbe alcun merito a crederci.

Ah, dimenticavo: quel libro si intitola “Critica della ragion pura”. L’aveva scritto un certo Immanuel Kant.

March 5, 2005

IL NUOVO LETTORE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:56 pm

  di Ezio Tarantino

(Prendo di peso e pubblico ovviamente con il consenso dell’autore questo pezzo di Ezio di Blogsenzaqualità - tra i miei link. Buona lettura M.U.)

 

Di che cosa si parla nel Quasi dialogo fra il Lettore e lo Scrittore ?
Il lettore, non un lettore. Lo scrittore. Non uno scrittore.
Si parla di un cambiamento antropologico, e sociologico, secondo me indiscutibile.
Si parla del rapporto fra scrittore e lettore come si è modificato negli ultimi dieci anni con l’avvento di internet, come si dice.
Con la presa del palazzo d’inverno da parte di lettori che hanno cominciato, come mai era successo in precedenza, a parlare in pubblico dei libri letti, di quelli non letti, e infine (questa è l’ultima trasformazione) a rivolgersi direttamente, familiarmente, anche con protervia qualche volta, allo scrittore.
(non si parla, invece, di lettori che si fanno scrittori, blogger che diventano writer: di tutto questo non v’è traccia).

Lo scrittore qualche volta non ci sta.
Non ricordo ora se era Caliceti, o chi altro. No, non era Caliceti. Covacich? Vabè. Ricordo un grido di insofferenza e di sfastidiamento nei confronti del Nuovo Lettore che fa domande, vuole interrogare, mettere alle strette. Dimostrare la propria sagacia interpretativa. E lo Scrittore si difende. E’ naturale. Non è antropologicamente abituato, e vuole mantenere intatti i propri privilegi. Se tali possono essere considerati.
 Il proprio ruolo. La propria aura.
Non ritiene giusto che venga confuso con il narratore.
 
Lo scrittore viene invece trascinato, qualche volta, sul palcoscenico di un Costanzo Show itinerante e perpetuo e fatto oggetto di domande, curiosità. Deve aprire la propria cucina, il proprio cervello e dare spiegazioni, inventarsi risposte credibili e divertenti. In platea ci stiamo tutti, noi Lettori. Le nostre osservazioni sono più o meno intelligenti. Poco importa, ora. Importa che fino a dieci anni fa, quella platea era vuota. Erano occupate solo le prime file (quelle con il cartoncino “riservato”), destinate alle autorità: critici, giornalisti, b-jay. I mediatori.
Oggi un esercito (piccolo, grosso: comunque qualificato) di lettori ha passato il rubicone e indossato un’altra casacca, se non rifiutando, almeno affiancando i Mediatori. La conseguente ridondanza ne limita il potere e permette al lettore di avvicinarsi direttamente, in modo elettrizzante, al luogo dove si emana l’energia dell’atto creativo: lo scrittore.
Ma non solo. A mio parere è già sufficiente, a marcare il cambiamento, il solo fatto di poter esprimere pubblici giudizi. Senza dibattito - il dibattito viene dopo, se viene. Il solo fatto di avere voce è qualcosa che prima non c’era. Che ha cambiato antropologicamente il Lettore, e lo ha fatto diventare un’altra cosa.
Tutto qui.
Tutto questo è successo oppure no? Ha qualche significato oppure no? Forse no. Forse sì. E’ una novità oppure no? Cambia qualcosa o no? Ci saranno scrittori condizionati, nel loro atto creativo, dal rumore di fondo generato dalle discussioni in rete e fuori dalla rete? Ne terrà conto? Non cambierà niente? (può essere benissimo)
A me interessa farmi queste domande. Mi interessano tante altre cose (non il Festival di Sanremo)
Ovviamente non ho le risposte.

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