
di Riccardo Ferrazzi
Mentre su Nazione Indiana c’è chi lancia un appello in favore dell’ateismo (e c’è anche chi si preoccupa e gli scrive, no, guarda che sbagli, ecc. ecc.) sta per scadere il duecentoventiquattresimo anniversario della prima edizione di un libro che, fra pochi eletti (a quanto pare) gode ancora di una certa rinomanza.
L’aveva scritto un professore di Koenigsberg, un tizio che, umanamente, do-veva essere un rompicazzo di prima categoria. Tanto erano acute le sue idee quanto lui era incapace di esporle con un minimo di chiarezza. Ma a quei tempi i lettori avevano le palle quadre e non facevano filosofia con i sentimenti.
In quel libro pubblicato a Riga nel 1781 c’erano molte cose rivoluzionarie. In particolare ce n’era una a proposito di Dio: l’autore DIMOSTRAVA che non è possibile DIMOSTRARE che Dio esista o che non esista.
Naturalmente, tutti rimasero scioccati dalla prima parte. Ma come ? E Aristotele, e san Tommaso ? E l’ argomento ontologico ? Quanto a Aristotele e Tommaso, diceva l’autore, buttateli nel cesso. Quanto all’argomento ontologico, trattatelo con maggior rispetto ma mettetelo da parte: non funziona.
Credete che questo abbia tagliato la testa al toro ? Mai più ! Tutti quanti (tutti quelli che erano riusciti a leggere il libro) si resero conto che le argomentazioni del professore baltico avevano i controcazzi, ma presero ogni strada possibile tranne quella giusta. Qualcuno cercò di dimostrare che Dio esiste arrampicandosi sugli specchi, altri dichiararono con bella semplicità che, se non si po-teva dimostrarLo, voleva dire che non esisteva. Insomma: nessuno si rassegnò a NON SAPERE. Come al caffè, ognuno gridava che lo sapeva lui come stava-no le cose, e naturalmente uno gridava che c’è, l’altro urlava che non c’è.
Non sono particolarmente soddisfatto nel riconoscerlo, ma devo ammettere che la reazione migliore l’ebbero le Chiese. Tanto i cattolici che i protestanti, digrignando i denti, dissero che loro l’avevano sempre detto: l’esistenza di Dio è una questione di fede, non di ragione. Sputavano su secoli e secoli di filoso-fia cristiana con disinvolta ipocrisia, ma non avevano altra scelta. Scoperti, mettevano in atto il piano B.
Invece i laici non furono altrettanto coerenti. Rifiutarono di accorgersi che anche la non esistenza di Dio era impossibile da dimostrare, proclamarono che “l’uomo è ciò che mangia” e proseguirono con allegre boutades come quella dell’astronauta che, di ritorno da un volo nella stratosfera, dichiarava seria-mente di non aver trovato Dio e di non aver neanche visto indizi o tracce della sua presenza. Onestamente, i loro argomenti non erano gran che. Ma li grida-vano con molta convinzione, tanto da far nascere in molti una specie di nostalgia per i bei tempi in cui si viveva di certezze assolute.
A furia di vedersi sbertucciare per la banalità di certi argomenti, anche i laici presero il toro per le corna e si divisero in due. Gli agnostici dissero più o me-no: vabbe’, non lo so e non me ne frega gran che. Gli atei tirarono fuori un ar-gomento più consistente. Dissero cioè: in questo mondo il male è drammaticamente presente, quindi o Dio non esiste, o se ne disinteressa, o è cattivo. Ma (e guarda un po’ che argomenti da gesuita ti tirano fuori i laici !) come fa Dio a essere cattivo ? Non è possibile. Non sarebbe Dio. Come fa Dio a creare il mondo e poi a disinteressarsene ? Non è possibile. Non sarebbe Dio. Quindi non esiste.
A tutti, a tutti, ma proprio a tutti, permettetemi di ricordare che nel 1781, a Riga, fu pubblicato un libro nel quale si DIMOSTRAVA che non è possibile dire che Dio esista o non esista. Anche perché (e questo lo dico io) se fosse possibile dimostrare che esiste non ci sarebbe alcun merito a crederci.
Ah, dimenticavo: quel libro si intitola “Critica della ragion pura”. L’aveva scritto un certo Immanuel Kant.