PROPOSTE SEMISERIE DI RIFORMA COSTITUZIONALE
di Riccardo Ferrazzi
Mentre i nostri massimi reggitori (e relativi reggicoda) di governo e di opposizione si affannano a discettare di premierato, cancellierato, presidenzialismo, ecc.ecc. io me ne sto doglioso e grave in riva al naviglio e penso che le uniche due riforme necessarie, per quanto minime, non si faranno mai.
Cominciamo da una questione di principio.
Una volta, il senato era tutto quanto di nomina regia. In Inghilterra esiste ancora la Camera dei Lords, dove entri solo se sei figlio primogenito di un Lord o se la Regina ti crea Pari del Regno. Sul continente, a partire dal 1848, a uno a uno, i re dovettero accettare la “volontà della nazione” e i Parlamenti divennero elettivi. Certo, prima di arrivare al vero e proprio suffragio universale l’operazione fu lunga e tormentata, ma se Dio vuole ormai ci siamo e ci resteremo.
Solo che 630 deputati e 315 senatori sono troppi. Negli USA sono rispettivamente 300 e 100, e gli Stati Uniti hanno una popolazione cinque o sei volte superiore alla nostra. Intendiamoci: non è una questione di demagogia. I Parlamenti costano, non c’è dubbio, ma anche dimezzandoli non salveremmo il bilancio dello stato.
Il fatto è un altro: un deputato che non conta niente, un peòn, cosa fa tutto il giorno ? Si dedica a “sveltire” le pratiche di quegli elettori del suo collegio che potrebbero votare per lui. Risultato: il parlamentare lavora non per lo stato, ma spesso contro lo stato, al solo scopo di rimanere lì per continuare a danneggiare lo stato.
Se fossero di meno, ognuno avrebbe cose serie di cui occuparsi e non avrebbe tempo per dedicarsi al sottogoverno. Starebbe nelle commissioni a lavorare e quando ne esce sarebbe così stanco da non aver voglia di andare neanche a Porta a porta o a Ballarò (e già questo sarebbe un risultato importantissimo).
Se poi si eliminassero i senatori a vita, la Patria ne trarrebbe solo giovamento. Sono più di cinquant’anni che ne facciamo esperienza e mai una volta che siano serviti a qualcosa. Cinque o sei vecchi bacucchi (perché, ovvio, non si può mica nominare senatore a vita uno che rischia di campare ancora trent’anni !) che sputano catarro e arteriosclerosi starebbero meglio a casa loro, amorevolmente assistiti da una nipote zitella, decorati con le massime onorificenze della Repubblica e magari anche locupletati da una pensione pari allo stipendio di un senatore. Ma a Palazzo Madama, no.
Quanto agli ex Presidenti della Repubblica, altro che senatori a vita ! Propongo che al momento di deporre la carica si impegnino al silenzio più assoluto. Per chi si azzardasse a parlare, scrivere o apparire in televisione, propongo il taglio della lingua o l’internamento (a vita, questo sì) in un carcere di massima sicurezza.
L’altra faccenda che mi sta a cuore riguarda l’ordinamento amministrativo. Abbiamo comuni, province, regioni, uno stato e una simil-federazione. Non c’è dubbio che i comuni e lo stato siano necessari. Sulla necessità della UE si possono scrivere intere biblioteche; comunque ci siamo e uscirne sarebbe assurdo. Anche delle regioni sembra che non si possa fare a meno. Ma le province ?
Anche qui, intendiamoci: esistono funzioni specifiche attribuite alle province. Ma il motivo per cui debba esserci un controllo democratico diretto su queste funzioni, se mai c’è stato, oggi non esiste più. Le funzioni istituzionalmente attribuite alle province sono poche e insignificanti. Per controllare la manutenzione delle strade provinciali e dei licei è necessario chiamare il popolo a votare (seggi, schede, scrutatori, ecc.), eleggere un consiglio provinciale, una giunta e un presidente (macchine blu, indennità, viaggi, ecc.) ? Non è più semplice mettere la burocrazia provinciale sotto la responsabilità delle regioni ? Cos’hanno di diverso i licei della provincia di Varese rispetto a quelli della provincia di Mantova ? Sono così lontani i capoluoghi regionali da non assicurare il controllo democratico sull’asfaltatura del tratto Spotorno-Noli della S.P. 1 ? Date retta: abolite i consigli provinciali e dopo un anno non vi ricorderete più nemmeno cosa erano e se mai sono esistiti.
Poi, per amor del cielo, la provincia non sparirà. L’Aci e il Ministero dell’Interno continueranno a organizzarsi come meglio credono. Le targhe saranno sempre su base provinciale; i Prefetti, figuriamoci, resteranno. Sparirà soltanto un’elezione della quale in realtà ai cittadini non frega niente, se non per il gusto festivaliero o derbystico o paliodisienistico di vedere chi ha vinto.
di Anna Setari

Ci sono libri che non si possono non leggere, a mio parere. Per carità: esistono libri capitali, come Il Capitale, guarda caso, che andrebbero letti senz’altro. Io non l’ho fatto e forse ho fatto male, magari sarei diventato comunista. Ho fatto comunque sicuramente benissimo a leggere per la prima volta parecchi anni fa “La promessa” di Friedrich Duerrenmatt. Definito da più parti un “antiromanzo giallo”. Definito dall’autore stesso, nel sottotitolo, “Requiem per un romanzo giallo”. Nel quale romanzo-requiem del grande svizzero (autore definito dal critico tedesco Reich-Ranicki “la nostra coscienza, una coscienza che non ci lascia mai in pace”) le consuete regole del genere vengono distorte senza però stravolgere o soppiantare lo stesso genere, che in effetti ha continuato a prosperare fino ad oggi con –artisticamente parlando – alterne fortune.