The FK experience

March 21, 2005

PROPOSTE SEMISERIE DI RIFORMA COSTITUZIONALE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:01 pm

di Riccardo Ferrazzi  

Mentre i nostri massimi reggitori (e relativi reggicoda) di governo e di opposizione si affannano a discettare di premierato, cancellierato, presidenzialismo, ecc.ecc. io me ne sto doglioso e grave in riva al naviglio e penso che le uniche due riforme necessarie, per quanto minime, non si faranno mai.

Cominciamo da una questione di principio.

Una volta, il senato era tutto quanto di nomina regia. In Inghilterra esiste ancora la Camera dei Lords, dove entri solo se sei figlio primogenito di un Lord o se la Regina ti crea Pari del Regno. Sul continente, a partire dal 1848, a uno a uno, i re dovettero accettare la “volontà della nazione” e i Parlamenti divennero elettivi. Certo, prima di arrivare al vero e proprio suffragio universale l’operazione fu lunga e tormentata, ma se Dio vuole ormai ci siamo e ci resteremo.

Solo che 630 deputati e 315 senatori sono troppi. Negli USA sono rispettivamente 300 e 100, e gli Stati Uniti hanno una popolazione cinque o sei volte superiore alla nostra. Intendiamoci: non è una questione di demagogia. I Parlamenti costano, non c’è dubbio, ma anche dimezzandoli non salveremmo il bilancio dello stato.

Il fatto è un altro: un deputato che non conta niente, un peòn, cosa fa tutto il giorno ? Si dedica a “sveltire” le pratiche di quegli elettori del suo collegio che potrebbero votare per lui. Risultato: il parlamentare lavora non per lo stato, ma spesso contro lo stato, al solo scopo di rimanere lì per continuare a danneggiare lo stato.

Se fossero di meno, ognuno avrebbe cose serie di cui occuparsi e non avrebbe tempo per dedicarsi al sottogoverno. Starebbe nelle commissioni a lavorare e quando ne esce sarebbe così stanco da non aver voglia di andare neanche a Porta a porta o a Ballarò (e già questo sarebbe un risultato importantissimo).   

Se poi si eliminassero i senatori a vita, la Patria ne trarrebbe solo giovamento. Sono più di cinquant’anni che ne facciamo esperienza e mai una volta che siano serviti a qualcosa. Cinque o sei vecchi bacucchi (perché, ovvio, non si può mica nominare senatore a vita uno che rischia di campare ancora trent’anni !) che sputano catarro e arteriosclerosi starebbero meglio a casa loro, amorevolmente assistiti da una nipote zitella, decorati con le massime onorificenze della Repubblica e magari anche locupletati da una pensione pari allo stipendio di un senatore. Ma a Palazzo Madama, no.

Quanto agli ex Presidenti della Repubblica, altro che senatori a vita ! Propongo che al momento di deporre la carica si impegnino al silenzio più assoluto. Per chi si azzardasse a parlare, scrivere o apparire in televisione, propongo il taglio della lingua o l’internamento (a vita, questo sì) in un carcere di massima sicurezza.

L’altra faccenda che mi sta a cuore riguarda l’ordinamento amministrativo. Abbiamo comuni, province, regioni, uno stato e una simil-federazione. Non c’è dubbio che i comuni e lo stato siano necessari. Sulla necessità della UE si possono scrivere intere biblioteche; comunque ci siamo e uscirne sarebbe assurdo. Anche delle regioni sembra che non si possa fare a meno. Ma le province ?

Anche qui, intendiamoci: esistono funzioni specifiche attribuite alle province. Ma il motivo per cui debba esserci un controllo democratico diretto su queste funzioni, se mai c’è stato, oggi non esiste più. Le funzioni istituzionalmente attribuite alle province sono poche e insignificanti. Per controllare la manutenzione delle strade provinciali e dei licei è necessario chiamare il popolo a votare (seggi, schede, scrutatori, ecc.), eleggere un consiglio provinciale, una giunta e un presidente (macchine blu, indennità, viaggi, ecc.) ? Non è più semplice mettere la burocrazia provinciale sotto la responsabilità delle regioni ? Cos’hanno di diverso i licei della provincia di Varese rispetto a quelli della provincia di Mantova ? Sono così lontani i capoluoghi regionali da non assicurare il controllo democratico sull’asfaltatura del tratto Spotorno-Noli della S.P. 1 ? Date retta: abolite i consigli provinciali e dopo un anno non vi ricorderete più nemmeno cosa erano e se mai sono esistiti.

Poi, per amor del cielo, la provincia non sparirà. L’Aci e il Ministero dell’Interno continueranno a organizzarsi come meglio credono. Le targhe saranno sempre su base provinciale; i Prefetti, figuriamoci, resteranno. Sparirà soltanto un’elezione della quale in realtà ai cittadini non frega niente, se non per il gusto festivaliero o derbystico o paliodisienistico di vedere chi ha vinto.   

UN CALOROSO APPELLO…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:57 pm

(Ricevo e pubblico. M.U.)

di Gianni Biondillo

 

Carissimi,

Se non volete farlo per me fatelo per Pietro Cheli, che la sera di mercoledì 23 marzo parlerà del mio nuovo romanzo.

Se non volte farlo per lui fatelo per Roberto Barbolini, che, quella sera alla Feltrinelli di Corso Buenos Aires, dirà la sua.

E se non volete farlo neppure per lui, fatelo per Gigio Alberti che dalle 18.00 leggerà alcune pagine del mio romanzo.

E se non volete venire neppure per lui, be’… fate un po’ come vi pare!

 

Saluti e baci,

Gianni.

March 20, 2005

YARDBIRD SUITE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:43 pm

di Rififi

 

(Prendo di peso dal suo omonimo blog – tra i miei link- e pubblico con il consenso dell’autore questo a mio avviso bellissimo e recente pezzo di Rififi sull’immenso Charlie Parker, scritto in occasione dei 50 anni dalla sua prematura scomparsa. Buona lettura. M.U.)

 

Ha suonato tre sax: un King super 20, un Conn 6m "Naked Lady" e persino un sax di plastica Grafton.
Suonava il contralto, una volta provò un tenore, ma gli venne strappato di mano da Ben Webster; non si suona così un tenore, no problem, il suo strumento non è il sax, è lui stesso, ma suonò, da allora, sempre il contralto.

"CHARLIE PARKER
assomigliava a
Buddha
CHARLIE PARKER
che è morto da
poco, sorride a
un gioielliere alla Tv
dopo settimane
di dolore
e di malattia
Lo chiamavano
il musicista perfetto
e l’espressione sul suo
viso era calma, bella e
profonda come
l’immagine del
Buddha"

(Jack Kerouac 1959)

Il musicista perfetto, lo davano per rivoluzionario del jazz, ma lui era il jazz, è il jazz.
"Bird lives" si scriveva sui muri poco dopo la sua morte, lo scrissi anch’io, in bomboletta blu, ventotto anni fa.
Lo chiamano "Bird", ma il nick vero è "Yardbird", pollastro; si era guadagnato quel nomignolo quando aveva trovato un galletto e se lo era tenuto nelle camere degli alberghi pulciosi per tutta una tournè; Yardbird, a chi non lo conosce è difficile raccontarlo.
E’ insieme l’alibi e la tomba del moderno saxofonista, "era pazzo", "nei suoi temi c’è l’alfabeto del jazz", ne ho sentite d’ogni su di lui, ma quello che fece fu di mettersi in gioco totalmente, musicalmente e umanamente intendo, si trascinava dietro un fallito di talento, Miles Davis, amava e odiava il Maestro e amico Dizzy Gillespie, che non lo seguiva nelle sue visite al lato oscuro, ma, diceva, è l’unico che può capire veramente quello che suono.

Gli aneddoti su Charlie Parker sono simili a luoghi comuni, si dice ad esempio che se ci fossero le royalties sull’improvvisazione tutti i musicisti jazz dovrebbero pagargliele indipendentemente dallo strumento che suonano, non conosco nessuno di cui si possa dire la stessa cosa e nessuno che andrebbe esentato da questa decima.
E’ vertiginoso, tocca tutti i tasti dell’anima, mai si ha l’impressione che sia dominato dalla tecnica, ha la freschezza di un bambino e la sottigliezza di un serpente affilato, dolcezza e precisione infallibile, "impara lo strumento, poi dimenticalo e suona" diceva.
Un petto scoperchiato che spara le macerie del cuore in ritmi perfetti, in stringhe armoniche senza fiato, scivola come una lontra dove molti arrancano su pendii impossibili, gioca dove tutti lavorano per anni, trova dove tutti cercano.
E’ l’oriente e l’occidente, l’Africa e la grande mela, nato a Kansas City, da li venivano i "duri" ma non è un duro, Bird, non è niente, è solo il suo suono.
Non c’è biografia, qualche aneddoto soltanto, Chan moglie amata che lo amava, ma amava Charlie Parker, Yardbird, amava un suono insieme all’uomo.
Dire che era un drogato è inesatto, è meglio pensare che rimosse, smantellò tutto quello che non serviva, che passò il suo suono e il cuore nel crogiuolo Hipster al calor bianco traendone tutto l’oro, la luce e la tenebra.
Si ricorda di solito la lezione più grande che i mister muscolo dell’attuale jazz non vogliono sentire, l’incisione di Lover man per la Dial, cui seguì uno degli innumerevoli ricoveri; la voce cola sangue, la rima sonora canta un singhiozzo, a un tratto gli senti la nostalgia di stare bene, di essere felice; a tradimento fu registrata, solo per il piccolo cinismo di una persona che lo amava  possiamo ascoltarla.

March 19, 2005

DIVERTIMENTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:17 pm
di Anna Setari

Quel traffico che senti brulicare
sommesso nella notte dentro i muri
dietro gli armadi o sotto gli scaffali
non sono topi nè altri clandestini
animaletti ch’abbiano i loro oscuri
nidi lungo i cunicoli in cui i fili
si snodano della corrente. Dice
più d’uno che siano gli insistenti
larvali andirivieni dei defunti
in cerca di lor cose nei cassetti.
Ma giudicando dalla somiglianza
col sordo scricchiolar delle mie ossa
in quei piccoli schianti riconosco
il quieto fervore con cui avanza
la volontà d’inerzia delle cose.

LA RESTAURAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:12 pm

Sempre a proposito di Antonio Moresco, invito alla lettura del suo pezzo "La restaurazione" su Nazione Indiana. Da meditare.

L’INSURREZIONE - DI A.MORESCO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:21 am

lunedì 21 MARZO 2005, Ore 21
Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11 – 20123 Milano

Quarto appuntamento di Nazione Indiana al Teatro i
L’INSURREZIONE
di Antonio Moresco

Lettura scenica della sceneggiatura inedita per un film sul Risorgimento di Antonio Moresco.

Voce dell’autore.
Musica di Giuseppe Verdi.

Ingresso gratuito su prenotazione 02.58319484 / info@teatroi.org
Il teatro ha capienza limitata; è consigliabile la prenotazione (al telefono o via e-mail).
Tram 2, 14 – MM 2 S.Agostino, Porta Genova – bus 94.

 

March 18, 2005

LETTERA A CHARLIE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:10 pm

9 Marzo 2005

Caro Charlie,

fanculo, ti rendi conto che sono undici anni che stai lì sottoterra? Noi qua, quelli che stanno sopra, incominciamo lentamente a dimenticarci di te. Te lo dicevo che non ti conveniva morire. Ma tu no. Sempre di testa tua.

Quando avrò finito questa lettera magari non te le spedisco, magari la brucio, bevendoci su un bicchiere di Montepulciano (anch’io faccio delle eccezioni alle regole di tanto in tanto). Se li hai fregati e sei capitato in cielo (ma forse in questo caso sono stati loro a fregare te!), ti beccherai le esalazioni del fumo, i ghirigori che salgono su, la densità del niente; se invece ti ritrovi ad abbrustolirti le chiappe all’inferno (come credo fosse tuo desiderio e convinzione) confido nella comunicazione tra fuochi.

C’è stato un periodo della tua vita, caro il mio Charlie, che non facevi altro che bere, ti sbronzavi, vomitavi e ricominciavi. Allora non avevi una casa e stavi in giro cincischiandoti nei pub, facendo il pieno tutta la notte. Di giorno andavi in biblioteca e schiacciavi un pisolino. Nel tardo pomeriggio, dopo il caffè alle macchinette, davi un’occhiata ai libri, a volte un manuale di teologia o un saggio di matematica. Mi ricordo di quando t’eri fissato con la geografia e l’ortopedia. Poi hai scoperto John Fante. Eri euforico appena cominciasti a leggerlo, ti piacque un casino e così, la decisione di riprendere a scrivere. E ci hai dato sotto con le poesie, i racconti, qualche romanzo, cazzi, fighe, cavalli, dollari, puttane, vino.

E sei diventato famoso, Charlie, sei diventato il signor scrittore Charles Bukowski. E io, ah, Charlie, quanto t’ho imitato, sempre a spappolarmi il fegato, a sputare l’anima, un bicchiere dietro l’altro. Poi ho capito che non sarei diventato come te, nonostante le notti insonni, il vino e John Fante. E ho lasciato perdere. Scrivevo solo stronzate. Ma non forti come le tue.

Adesso vado a letto alle nove di sera, faccio yoga e mangio tanta insalata.

E sono ancora vivo, caro vecchio Charlie, mentre tu schiattavi undici anni fa. Chi ha fatto meglio?

Ovunque tu sia, questo goccio di Montepulciano, prodotto con uva biologica, è alla tua. Stammi bene, Charletto.

Vins Gallico.

March 17, 2005

CALIFFO 1-2

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:39 pm


( Il Califfo mi piace da tempi non sospetti. Cioè da almeno 25 anni… Pubblico i testi di due sue canzoni secondo me molto belle - la prima è forse la sua più famosa. M.U.)

TUTTO IL RESTO E’ NOIA
Si, d’accordo l’incontro
un’emozione che ti scoppia dentro
l’invito a cena dove c’è atmosfera
la barba fatta con maggiore cura.
La macchina a lavare ed era ora
hai voglia di far centro quella sera
si d’accordo ma poi…
tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia,
maledetta noia.
Si, lo so il primo bacio
il cuore ingenuo che ci casca ancora
col lungo abbraccio l’illusione dura
rifiuti di pensare a un’avventura.
Poi dici cose giuste al tempo giusto
e pensi il gioco è fatto è tutto a posto
si,d’accordo ma poi…
tutto il resto è noia
no, non ho detto gioia,ma noia, noia,noia
maledetta noia.
Poi la notte d’amore
per sistemare casa un pomeriggio
sul letto le lenzuola color grigio
funziona tutto come un orologio.
La prima sera devi dimostrare
che al mondo solo tu sai far l’amore
si, d’accordo ma poi…
Tutto il resto è noia
no,non ho detto gioia
ma noia,noia, noia
maledetta noia.
Si d’accordo il primo anno
ma l’entusiasmo che ti resta ancora
è brutta copia di quello che era
cominciano i silenzi della sera
inventi feste e inviti gente in casa
così non pensi almeno fai qualcosa
si, d’accordo ma poi…
Tutto il resto è noia,
no, non ho detto gioia,ma noia,noia,noia
maledetta noia.

SULLE DITA DI UNA MANO
Che uomo è, chi si perde in una tazza di caffè
chi ti attacca e si nasconde
se lo cerchi per chiarire lui non c’è.
Ma è un uomo chi nella vita a far la coda non ci sta
è un uomo chi sa pagare il prezzo della libertà.
Si contano…
sulle dita di una mano, quelli che fanno sul serio
senza tanti santi in cielo, sono pochi per davvero
sanno cosa c’è… e sempre i perché.
Tutti in una mano questo conto lo fai svelto
li conosco bene, ogni dito ha un nome e un volto
per fortuna che qualcuno ce n’è.
Che amico è, uno che non si fa in quattro anche per te
se sparisce per dei mesi, ma la sua finestra è accesa e sai che c’è.
Ma che donna è, se hai bisogno e allora lei non è con te
che donna è, se continua a bruciar terra intorno a te.
Si contano…
Sulle dita di una mano, quelle che ci sanno fare
quelle brave da morire, che ti fanno innamorare
donne come te, qualcuna ce n’è.
Tutti in una mano, quelli che mi sono amici
stretti in una mano i momenti più felici
una mano che non aprirò mai.

March 16, 2005

A proposito di un vecchio romanzo giallo

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:51 pm

di Franz Krauspenhaar

duerrenmatt.jpgCi sono libri che non si possono non leggere, a mio parere. Per carità: esistono libri capitali, come Il Capitale, guarda caso, che andrebbero letti senz’altro. Io non l’ho fatto e forse ho fatto male, magari sarei diventato comunista. Ho fatto comunque sicuramente benissimo a leggere per la prima volta parecchi anni fa “La promessa” di Friedrich Duerrenmatt. Definito da più parti un “antiromanzo giallo”. Definito dall’autore stesso, nel sottotitolo, “Requiem per un romanzo giallo”. Nel quale romanzo-requiem del grande svizzero (autore definito dal critico tedesco Reich-Ranicki “la nostra coscienza, una coscienza che non ci lascia mai in pace”) le consuete regole del genere vengono distorte senza però stravolgere o soppiantare lo stesso genere, che in effetti ha continuato a prosperare fino ad oggi con –artisticamente parlando – alterne fortune.
(more…)

L’HOMO DEMENS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:00 pm

di Lorenzo Galbiati

Che cos’è la natura umana? Quali sono i tratti fondamentali che contraddistinguono la comparsa dell’uomo sulla Terra? Un’ipotesi di risposta è in questo mio patchwork compiuto su   un libro di Edgar Morin, “Il paradigma perduto”, Ed. Feltrinelli.

 

Contrariamente all’opinione comune, vi è meno disordine nella natura che nell’umanità. Il regno dell’ Homo sapiens corrisponde a un massiccio aumento dell’errore all’interno del sistema del vivente. Ciò che caratterizza sapiens non è una maggiore razionalità, non è una diminuzione dell’affettività a favore dell’intelligenza, ma al contrario è una vera e propria eruzione irrazionale e psico-affettiva. L’uomo non soltanto si fa realisticamente cosciente della morte, ma rifiuta la morte, la supera e la risolve nel mito e nella magia. Il sogno notturno diventa polarizzato secondo ossessioni permanenti, si fa selvaggio e disordinato, e si confonde con stati della veglia; nascono i fantasmi. Compaiono il sorriso, il riso e le lacrime, che   sono in   relazione con l’attitudine di sapiens da un lato al piacere, all’ebbrezza, all’estasi e dall’altro alla rabbia, al furore e all’odio. La violenza, circoscritta negli animali alla difesa e alla preda del cibo, si scatena nell’uomo gratuitamente.

L’eros, che nei primati è ancora circoscritto al periodo fecondo, pervade nell’uomo tutte le stagioni, tutte le parti del corpo e alimenta anche le attività intellettuali più sublimi. La verticalizzazione del corpo rende anatomicamente possibile la congiunzione frontale – senza dubbio da subito sfruttata da sapiens. Muovendo dall’amore frontale si sono sviluppate caratteristiche erogene attrattive quali le labbra prominenti, i seni turgidi, il pene grosso e ciò senza che la zona posteriore venga sacrificata, poiché le natiche, piene e carnose, calamitano l’attenzione e le mani. Inoltre, e sebbene vi siano in questo campo grandissime variazioni individuali, forse anche etniche, l’orgasmo risulta, in sapiens, molto più violento e convulso che nei primati in generale; la donna prova un piacere profondissimo e spasmodico. Nelle società arcaiche come nelle società storiche troviamo la ricerca, il tentativo di raggiungere stati di ebbrezza, di parossismo, di estasi che talvolta sembrano unire il disordine estremo nello spasimo e l’ordine supremo nella pienezza di una integrazione con l’altro, la comunità, l’universo. Sarebbe impossibile concepire un’antropologia fondamentale che non facesse posto alla festa, alla danza, al rito, alle convulsioni, alle lacrime, al godimento, all’ebbrezza, all’estasi.

Di conseguenza si palesa la faccia dell’uomo nascosta dal concetto rassicurante e distensivo di sapiens. È un essere dotato di un’affettività intensa e instabile che sorride, ride, piange, un essere ansioso e angosciato, un epicureo ante litteram, ebbro, estatico, violento, furioso, incline ad amare, un essere che conosce la morte e che non può crederci, un essere che secerne il mito e la magia, un essere posseduto dagli spiriti e dagli dei, che si nutre di illusioni e di chimere, un essere soggettivo i cui rapporti con il mondo oggettivo sono sempre incerti. E nello stesso modo che chiamiamo follia il congiungersi dell’illusione, della mancanza di misura, dell’instabilità, dell’incertezza tra reale e immaginario, della confusione tra soggettivo e oggettivo, dell’errore e del disordine, siamo costretti a vedere l’ Homo sapiens come Homo demens. Lo sviluppo impetuoso dell’immaginario, le derivazioni mitologiche e magiche, le confusioni della soggettività, la moltiplicazione degli errori e la proliferazione del disordine lungi dall’essere un handicap per l’ Homo sapiens-demens, sono al contrario legati al suo prodigioso sviluppo e alla sua affermazione.

L’uomo è folle e savio. La vita umana comporta l’errore. L’ordine umano comporta il disordine.

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