LUCI ROSSE (Seconda parte)

di Kristian Betti
Da quando assume la cattedra di Fisica a Leipzig, nel 1927, Heisenberg non smette mai di viaggiare per tenere conferenze. Zurigo, Copenhagen, Cambridge, Chicago. Nel 1933 gli viene assegnato il Nobel per la Fisica. Nel 1939, i suoi colleghi espatriati in America, tentano ripetutamente di convincerlo a non tornare in Germania. Al suo ritorno in patria, il fisico tedesco assiste, come tutto il mondo del resto, all’invasione nazista della Polonia. Pronostica che la Guerra si concluderà prima che sia possibile costruire la bomba atomica. Nel 1942 diviene professore di Fisica a Berlino, con l’incarico preciso di fornire la bomba atomica all’esercito nazista. Gli vengono dati tutti i poteri necessari al conseguimento di tale scopo. La sua famiglia confinata a Monaco, Heisenberg lavora instancabilmente ai propri progetti, che non coincidono necessariamente con quelli del regime di Hitler. Nei laboratori di ricerca da lui gestiti, la fissione nucleare, realizzata per la prima volta da due chimici tedeschi nel 1938, non produrrà mai una reazione a catena in grado di scatenare la potenza dirompente dell’energia atomica. Di tutt’altra rilevanza le acquisizioni nel campo della fisica delle particelle ad alta energia.
Chi ottiene la reazione a catena è il gruppo di Enrico Fermi, negli Stati Uniti. Nell’estate del 1939, alcuni scienziati di origine ebraica che erano riusciti a sfuggire alle epurazioni naziste e avevano trovato asilo in America, convincono Einstein a scrivere al presidente Roosevelt, affinché si studi il modo di pervenire all’arma atomica prima di Hitler. L’amministrazione americana tergiversa fino al 1941, quando i servizi segreti inglesi certificano il progetto atomico tedesco. Con l’entrata diretta nel conflitto a fianco delle nazioni che contrastano il dispotismo nazi-fascista, gli USA smettono di fornire unicamente sovvenzioni economiche e forniture militari ai paesi in guerra. Prende avvio la più grande operazione coordinata, economica, tecnologica e militare, della storia moderna. La sperimentazione dei più importanti ricercatori mondiali disponibili, nelle università più prestigiose; gli appalti per l’edificazione delle 3 città fantasma, dove progettare e produrre i reattori nucleari e la bomba a fissione, che coinvolgono decine di migliaia di imprese, dagli uffici per il reclutamento della manovalanza ai colossi energetici, come la General Electric, o chimici, come la Du Pont; la segretezza assoluta delle finalità dell’operazione, garantita dai servizi dell’esercito e dalla CIA; tutto questo forma il Progetto Manhattan, garantito da fondi pressoché illimitati e presieduto dal generale Groves e dal fisico Oppenheimer. A cui partecipa anche Fermi, fin dal 1942, quando attraverso la ‘pila atomica’ dimostra che è possibile ottenere una reazione a catena stabile e controllata dalla fissione dell’atomo dell’uranio 235.
Nonostante negli USA si sia a conoscenza dell’arretratezza del progetto atomico tedesco di Heisenberg, i lavori proseguono a tappe forzate, e non basta nemmeno la dissipazione delle armate nazi-fasciste ad opera degli eserciti alleati, e il cambio della guardia alla presidenza americana, per distogliere la politica dei governi dalla determinazione ad arrivare alla bomba. La cui fabbricazione viene finalmente ultimata nella primavera del 1945 e, col beneplacito del comitato scientifico di cui fa parte pure Fermi, viene sperimentata con successo (dapprima nel New Mexico, in luglio, quindi, di lì a un mese, sul Giappone).
La volontà e la possibilità di sviluppare e indirizzare la ricerca analitica, dal Progetto Manhattan in poi, sono sempre state indissolubilmente legate alla volontà di profitto economico dei grandi gruppi industriali e al desiderio egemonico degli apparati militari. Heisenberg morì di cancro nel 1976, dopo aver largamente contribuito alla rinascita dello stato tedesco. Grazie alle sue ricerche, alla sua influenza e alla sua inesauribile volontà proattiva, la Germania sviluppò un piano energetico nucleare che le permise di concorrere cogli stati più moderni del dopoguerra, tanto da divenire leader nelle esportazioni di tecnologia per i reattori atomici. Per molti anni Heisenberg collaborò e fu presidente della commissione che presiede il CERN di Ginevra. Nel 1948 fondò l’istituto Max Planck per la ricerca astrofisica e la sperimentazione della fisica quantistica e delle particelle elementari.
Max Planck è il padre della meccanica quantisica. Grazie ai suoi studi sui pacchetti discreti, oggi sappiamo che i fatti in natura sono discontinui, e la loro descrizione deterministica è largamente insoddisfacente e contraddittoria. Si sposò ed ebbe quattro figli. Nel 1918 gli assegnarono il Nobel. Nel frattempo aveva perso moglie e tre figli in guerra. L’ultimo figlio venne giustiziato per aver partecipato all’attentato ad Hitler, nel 1944. Planck morì tre anni dopo.
Alla stazione, seduto su di una panchina, sotto le fronde di un pino. Devo terminare il libro prima di rientrare a casa. Cristina è già tornata a quest’ora. Se mi presento col libro in mano, e le dico: prima di tutto, devo finire di leggere – esiste la possibilità che lei me lo sfili dalle mani e me lo infranga di taglio sui denti, il libro da finire. È che mi manca davvero poco. Sempre meno. Sempre così. Si viaggia a velocità discontinua, durante la lettura di un libro. La fine è sempre una precipitazione. Se il flusso della lettura fosse stato interrotto ad un’altra stazione, magari non mi troverei in queste condizioni. Adesso, l’accelerazione centripeta della storia che sto leggendo ha una forza gravitazionale a cui non mi riesco a sottrarre. Devo concludere la storia. Le particelle virtuali positive e le antiparticelle virtuali negative, stanno accoppiate nella fluttuazione quantica del vuoto. A volte recuperano dell’energia che passa, si formano nella realtà e si fanno un giro, poi quando tornano indietro e si reincontrano, finiscono per distruggersi, restituendo l’energia che avevano preso in prestito.
Nell’orizzonte degli eventi di un buco nero, la gravità possiede una forza intensissima. Le particelle quantiche virtuali che fluttuano limitrofe all’orizzonte degli eventi, una volta caricate di energia, non si annichiliscono più: restano separate. La particella positiva, spinta dalla gravità, si rassoda e si lancia incontro ai nostri strumenti rivelatori universali. La particella negativa entra nell’orizzonte degli eventi del buco nero per beccarsi la sua dose energetica, e così facendo contribuisce all’evaporazione del buco nero stesso, come postulato da Hawking nel 1974.
A volte i buchi neri esplodono. È una questione di energia. Per questo ho deciso di dedicarmi a Maspes. E alla retina colle biglie di plastica per giocare sulla spiaggia di Jesolo. Per via della fluttuazione del vuoto, dei campi gravitazionali e dell’entropia dei buchi neri. Non so. Non sono un credente, ma certe evidenze non fanno che ripropormi la tensione dell’amore, che la curvatura del tempo non riesce ad indebolire.
Suono. Mi apre. Salgo. Entro. Mi saluta. Mi tolgo le scarpe. Infilo il libro che ho finito tra gli altri, nel settore della mia libreria dedicato alla letteratura italiana. Mentre mi cambio spiego a Cristina della musicassetta che ho fortunosamente recuperato al lavoro. Non le interessa granché. Cambio argomento infilandomi la tuta.
Per strada mi son sentito delle canzoni che ho scaricato stanotte. Roba nuova.
Chi, mi chiede Cristina, recuperando i vestiti sporchi da lavare.
Uno nuovo. Giovane. Americano. Devendra Banhart.
Che nome strano, dice Cristina osservando i miei pantaloni.
Ho raccolto qualche notizia su di lui. Ascolta…
No, scusa. Ascolta tu, piuttosto, mi dice lei corrucciando lo sguardo, come hai fatto a sporcarti così i pantaloni? Sembra…ma…è resina! Ma lo sai che non viene via la resina? Come hai fatto a sporcarti?
San Francisco, senza fissa dimora. Gli piace aver sogni da far germogliare. È uno che si spende. Che si arrangia. Che riesce ancora a lasciarti a bocca aperta. Che a 21 anni si ritrova ad avere un po’ di fortuna che gli balla intorno. Lo convocano a New York e lui porta con sé la scabra essenzialità low-fi della sua attitudine.
Ottiene di poter registrare in una camera in casa di una, sul confine tra l’Alabama e la Georgia, una che aveva lavorato per uno che quarant’anni prima aveva registrato alcune tracce del giovane Dylan. C’è chi insegue ancora gli spiriti. Gli piazzano in camera un tot di microfoni e di strumentazione vintage. Gli pagano l’affitto per 10 giorni. Incide una sessantina di brani. Ne tengono 32. Nel fruscio dietro, di notte colle finestre aperte per colpa del caldo, dietro le registrazioni, si riescono a sentire le cicale frinire.
C’è una canzone di Nino Rojo, terzo album di Devendra Banhart, precisamente Little yellow spider, che a un certo punto dice: “hey there, Mrs. lovely moon, you’re lonely and you’re blue/It’s kind of strange, the way you change/But then again, we all do too”. È vero, per me, che siamo come la luna, perché l’ho verificato nella vita. La mia vita a luci rosse.
Valdir Peres, Leandro, Junior, Cerezo, Oscar, Luisinho, Socrates, Falcao, Serginho, Zico ed Eder. Così si schierò il Brasile, il pomeriggio del 5 di luglio del 1982, allo stadio Sarrià di Barcellona. Per arrivare a casa in tempo per le cinque, ero uscito prima dall’oratorio feriale, scavalcando i cancelli. Avevo corso a perdifiato, arrivando stremato a citofonare per farmi aprire. Ero entrato che la partita era iniziata da un minuto. Il tempo di rendermi conto che, col caldo e l’afa che c’erano, mia madre stava stirando in soggiorno, e Rossi aveva già segnato l’uno a zero per l’Italia. Mio padre giunse dal lavoro nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Aveva la sigaretta in bocca e sudava come un disperato. Prima di salutare chiese come andava la partita. Angelo la partita se la guardava in carcere, insieme agli altri detenuti del suo braccio: tossici, ladri e fiancheggiatori. Quando Rossi firmò la propria tripletta, portando l’Italia sul tre a due, ebbi chiara l’impressione che quel giorno iniziava una nuova storia, un po’ per tutti.
La tipa che mi doveva tatuare conviveva con uno, in una palazzina oltre la circonvallazione ovest. Appena entrati in casa, cercai subito con lo sguardo la biblioteca. Di solito giudico le persone dai libri che leggono, se proprio devo formarmi dei preconcetti. E dalle affissioni. I libri saranno stati un centinaio. Le uniche edizioni rilegate erano L’accumulazione del capitale di Rosa Luxemburg e Casi Clinici di Freud. Marcuse stava fianco a fianco con Erica Jong. Foucault reggeva il moccolo a La strage di stato.
La cosa andrà per le lunghe, mi disse la tipa. Scegliti qualcosa da leggere, mi disse ancora.
Optai per La notte di Valpurga, una raccolta di racconti sui vampiri. La tipa mi fece sedere su di una sedia. Mi disse di togliermi la maglietta. Il suo compagno stava servendo il caffè. Gabriele guardava la tipa ricalcare su una pellicola la foto ritagliata dal giornale che avevo portato con me. Dopo che ebbe trasferito il disegno sul mio petto, la tipa si infilò i guanti di lattice e prese a trafficare con una macchinetta, a cui applicò un paio di aghi.
Bel libro, mi disse sedendosi di fronte a me. Il racconto di Polidori fu scritto in una villa di Ginevra, mentre in un’altra stanza Mary Shelley componeva il suo prometeico Frankenstein, mi disse ancora. Quindi accese il motorino della macchinetta per tatuare.
Quando avevamo la tua età, mi disse Gabriele, una situazione come questa sarebbe bastata agli sbirri per portarci via col cellulare.
Quando avevamo la sua età, disse Angelo, in una situazione come questa avremmo fatto ben altri lavori cogli aghi.
Calò un silenzio imbarazzato. A parte il motorino del tatuaggio e la musica in sottofondo. Tutti e quattro sapevano che era vero. Nonostante le maschere afro appese alle pareti, nonostante la musica degli U2 diffusa dallo stereo, nonostante Freud e Marcuse. Nonostante fossero tutti e quattro sopravvissuti a enormi sbagli. La tipa emaciata; il suo compagno che sembrava il Fabio Traversa di Ecce Bombo; Gabriele che portava il ciuffo alla Elvis e accompagnava Angelo, il quale aveva trovato la salvezza in fondo al pozzo. Lo sapevo pure io che era vero.
Lui è uno scrittore, disse Angelo.
Ma dai, disse la tipa.
Non è vero, protestai.
Legge un sacco di libri, disse ancora Angelo.
Bravo, si complimentò con me il compagno della tatuatrice.
Come vi conoscete, chiesi alla tipa, per parlare d’altro. Che si imbarazzassero pure tra loro, senza coinvolgere le mie timidezze.
Pensa un po’, Gabriele lo conoscemmo durante una manifestazione contro l’installazione dei missili nucleari americani in Italia. Che illusi che eravamo, vero?
Non so, risposi, Chernobyl ha sconvolto le coscienze di molti, mostrando che un reattore nucleare è un’arma letale.
Anche questa lo è, se non stai fermo, mi disse la tipa che iniziò a tatuarmi colla sua macchinetta ad aghi.
Quando fui allenato alla tensione costante del dolore della ferita che mi stavo procurando, iniziai a leggere il libro che avevo preso. Decisi di partire da Le Fanu.
(Fine. Nella foto: Werner Heisenberg)