LUCI ROSSE (Prima parte)

di Kristian Betti
(Ricevo e pubblico questo racconto diviso in due parti. La seconda e ultima parte andrà in rete domani. Buona lettura e buon ritorno dalle feste pasquali. M.U.)
Vedi, mi disse prima di alzarsi dalla panchina, stando al principio di indeterminazione di Heisenberg, a prescindere da qualsiasi progresso tecnologico, è impossibile determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella. È una questione di energia. Dritto in piedi davanti a me, dopo aver passato le mani a mo’ di spazzola sui pantaloni stazzonati, mi rivolse un limpido sorriso, quindi mi disse ancora: c’è una vibrazione, da sempre, un’oscillazione persistente, ovunque. Anche nel nero, tutto l’oscuro che riesci a immaginare. Il vuoto fluttua. Iniziò ad allontanarsi, senza che potessi percepire anche un solo movimento del suo corpo, elasticamente, e io a mia volta mi allontanavo da lui, io ancora incassato nella panchina resinosa degli umori dei pini del parco.
Come l’onda che ti risucchia dalla riva, spingendoti al largo, per poi nuovamente spumeggiante risospingerti verso i castelli di sabbia e le piste delle biglie, così io mi ritrovai di nuovo al suo sereno cospetto, quando finalmente riuscii a ricordarmi i rudimenti della lallazione e a chiedergli di mio padre, come stava.
Angelo, gli dissi, lo so che è solo il mio pensarlo. Un mare di pensieri che lo pensano. Lo so che sono solo io.
Oh, disse lui facendomi il segno del matto in testa, ma lo vuoi capire che i buchi neri si possono rimarginare? Tu, ad esempio, perché sceglievi sempre il biglione rosso colla foto rotonda di Baronchelli? Beh, gli risposi, perché Gimondi ha la bici scassata. E poi perché mai, nessun bambino della spiaggia ha mai esibito la biglia di Maspes.
Maspes? E chi è, mi chiese Angelo, facendosi talmente vicino che mi vidi riflesso nei suoi occhi nocciola.
Papà diceva sempre che era il migliore in pista. Che poteva stare le ore in surplace.
Bravo! esclamò Angelo, e lo spazio tra noi si tese nuovamente. Pensa a Maspes, mi esortò mentre l’elastico ci tirava via, ricuci lo strappo. Usa la formazione del Brasile contro l’Italia, il cinque di luglio.
Non nutro un affetto particolare per la sveglia. Quella nera Braun che alle sette mi induce il bisogno di spegnerla per alzarmi. Quella che una volta tanto che stavo sognando Angelo. Poi sono di pessimo umore tutto il giorno, nonostante i caffè e gli esercizi di training autogeno. Poi sono intrattabile e rancoroso. Per forza. Già che sogno, una volta tanto che son lì che mi sto producendo il mio bel bagaglio onirico, lì impegolato a tirar fuori qualche buon alibi inconscio – quella non trova di meglio che scattare precisina e tittì tittì, tittì tittì, vaffanculo il sogno è bello che sfumato, e ora di sera me lo sarò ultrascordato.
Oh, dico a Cristina che si stropiccia gli occhi, ho sognato Angelo.
Buongiorno, mi dice lei atona, spezzando uno sbadiglio.
Chissà perché l’ho sognato.
Forse perché è l’anniversario. Sono otto anni – e si gira per alzarsi.
Merda, di già, bofonchio grattandomi intorno, prima di estrarmi dalle lenzuola.
Milano, nel 1990. In autunno, tipo novembre. Tutto in toni grigi, freddi. Un freddo umido. Angelo mi aveva portato in giro con un suo amico, anche lui ex tossico. Anche lui segnato in faccia. Lo sbaglio tatuato sul viso, come un po’ per tutti gli eroinomani che hanno fatto progetti per il lungo periodo. Per il tatuaggio c’ero andato, a conoscere il rebonzo amico suo, perché Angelo gli avevo detto che volevo farmi tatuare un monile che avevo visto fotografato sul giornale, e lui mi aveva detto che non c’era problema, che certa gente che era stata in comunità con lui sapeva farlo benissimo, tatuare. Per cui, un giorno di novembre, coi mezzi pubblici, e avevamo trovato quel suo amico di fronte al negozio che vende parrucche.
Si chiamava. Aspetta. Io coi nomi. Si chiamava Gabriele. Angelo di secondo nome ha sempre fatto Giuseppe - che al prete gli sembrò davvero opportuno, come abbinamento, battezzarlo Angelo Giuseppe, nell’aprile del 1953. Invece era per Stalin, il suo secondo nome, perché per il nonno Stalin era il padre buono del mondo nuovo su cui radioso splendeva il sol del trallallero. Il nonno crepò nel maggio del 1968, e c’è da capirlo. Di suo in casa sono rimaste le fotografie di quando lavorava come operaio alla Caproni, e la copia di un foglio anarchico del 1903, che esortava la classe operaia a rigettare ogni forma di riformismo politico. Nell’ultima pagina c’erano le pubblicità delle stufe a legna per riscaldare gli inverni proletari.
Comunque era Gabriele, ci aspettava davanti alla vetrina delle teste di legno imparruccate e aveva una gran voglia di farsi una birra e di parlare, non so perché. A me parlare non. Ascoltare mi vien meglio. Anche far finta di ascoltare. Far finta di ascoltare, sono un vero gallo. Al bar ci sedemmo ad un tavolino, ordinammo da bere e Gabriele mi chiese che cosa volessi farmi tatuare.
Tipo un monile.
E dove.
Qui, e indicai sul cuore.
Non hai paura del male?
Non ci ho pensato.
Angelo mi ha detto che scrivi.
Batto a macchina.
E cosa scrivi?
Lettere e parole. Per allenare le dita.
Che cosa usi?
Una Olivetti Tropical. Fa abbastanza schifo. Si inceppano i tasti.
Mi faresti leggere qualcosa?
No.
E perché?
Così.
È timido, disse Angelo, e io l’avrei odiato per tutta la vita, se non fossero arrivate le birre. Bevemmo in silenzio. Il bar non aveva voglia di riempirsi. Il barista guardava una piccola televisione, in alto. Sotto, il bancone avrebbe avuto bisogno di una ripulita. Di fronte a me, sul muro, un calendario senza figure, solo numeri grandi, manco i santi.
Guarda, mi disse Gabriele, distogliendomi dal vuoto bianco dei giorni a venire, anch’io me lo son fatto, qui - disse arrotolandosi il polsino sbottonato, su per la manica della camicia, per mostrare un tatuaggio, una frase di un blu stinto, che aveva sull’avambraccio.
Rido per te che non sai sognare - compitai .
Esatto. Ti piace? Te lo sei fatto da solo?
No. Uno che conoscevo, quando stavo dentro.
Pure tu ti sei fatto la galera?
Beh, sì, disse Gabriele, recuperando il polsino arrotolato fino all’incavo del braccio. Di sfuggita notai i segni scuri dei buchi di lungo corso. È da sempre la cosa più sconcertante degli eroinomani, almeno per me: la mimica dell’inzicchio, col cucchiaino brunito, il risucchio nella siringa, il laccio emostatico e il pollice che pistona la roba in vena. Con la stessa aria indifferente con cui un tabagista caccia dal pacchetto l’ennesima sigaretta, se la infila nelle labbra e l’accende. Hardcore. Per questo casa mia è sempre stata V.M. 18.
In quel periodo quasi tutti son finiti in un buco, disse Angelo, alzandosi per andare a pagare, che era ora di uscire a prender un po’ di freddo.
Suonavo in un gruppo, mi disse Gabriele per strada, il basso. Tipo Jaco Pastorius. Sai chi era?
No, gli risposi.
Che musica ascolti, mi chiese.
Quella che capita.
Non scegli mai la musica da ascoltare, mi chiese.
Ho una radio. Quando ero piccolo la tenevamo sintonizzata su di una stazione commerciale. Adesso è sempre spenta.
Angelo! si infervorò Gabriele, arrestandosi alla fermata del tram, ma non gli hai insegnato proprio niente?
No, gli rispose Angelo, ma lui ha imparato ugualmente. Diglielo, che ascolti Negazione, CCCP e Litfiba.
Davvero, mi chiese Gabriele.
Un po’, gli risposi.
Non sei mai stato ad un concerto?
No.
Ahia. Qui le cose vanno male. Angelo ti ha mai raccontato del Parco Lambro?
No, rispose Angelo al mio posto. Arrivò il tram. Salimmo e restammo in piedi.
Fu una cosa eccezionale, disse Gabriele.
Fu un gran casotto, sentenziò Angelo.
È al Parco Lambro che presi la decisione di farmi fare la scritta sul braccio, disse Gabriele. È un verso di Gioia e rivoluzione, disse ancora. Non dirmi che non conosci gli Area di Demetrio Stratos.
Mi piace Pugni chiusi.
Ma quelli erano i Ribelli, non gli Area! I Ribelli erano pop. Gli Area facevano parte del Movimento. Si sbattevano per le stesse cause in cui noi credevamo. Facevamo lotta politica a tutti i livelli, ai nostri tempi.
Anche in amore, chiesi a Gabriele.
Beh, mi rispose mentre Angelo si era messo a ridacchiare, l’amore è sempre stato un casino. Certe rivendicazioni appartenevano più ai frichettoni. Capisci, la Summer of Love non era roba da anni Settanta. Il libero amore… guarda, in una comune ci sono stato, per un po’. A Cinisello Balsamo. C’era rispetto reciproco e scopare non era un problema. Ma l’amore è un’altra cosa, non credi?
La prossima fermata dobbiamo scendere, disse Angelo.
Otto anni. Ovvero, marzo del 1997. All’epoca, convivevo con Cristina da un anno e mezzo. Angelo era sposato da tre. Sua moglie si chiamava Grazia. Si erano conosciuti in un centro di recupero gestito da una comunità cattolica milanese. Angelo ci era finito per sbaglio. Il suo posto era al cimitero.
Lo avevamo sbattuto fuori di casa nel 1989. Per decidersi a farlo, mia madre ci aveva messo una vita. Lui intanto entrava e usciva dalle nostre esistenze, sottraendoci ogni volta qualcosa: i soldi, i pochi oggetti preziosi, l’affetto. Quando c’era, se ne stava chiuso nella sua stanza, a farsi di eroina e a poltrire nel letto. Oppure deambulava tra il bagno e la televisione, fumando decine di Gauloises senza filtro, e finiva abbioccato sulla sedia, a ciondolare il testone tra il portacenere intasato di mozziconi e lo schienale della sedia, ruminando tutta una serie di discorsoni imperniati sulla necessità di un’autentica rivoluzione libertaria condivisa, al fine di permettere la nascita della nazione italiana. Rivoluzione che sarebbe dovuta scaturire dalla coscienza individuale di ciascuno, e compito specifico di ognuno era svegliarsi, prima che fosse troppo tardi per tutti. Detto questo chiudeva definitivamente gli occhi e se ne restava così, come addormentato a bocca aperta davanti al televisore, mentre la sigaretta si consumava fino a bruciargli le dita. Se mio padre tornava dal lavoro prima del suo risveglio, per Angelo erano cazzi. Se poi mio padre aveva tazzato il suo pessimo vino, allora erano cazzi per tutti. Quando non c’era, stava in carcere, oppure in una comunità per disintossicarsi. Dalle comunità Angelo è scappato un sacco di volte. Dal carcere è evaso una volta sola, insieme a suo cugino Roberto, quando stavano reclusi all’Asinara. Quando non c’era, si scrivevano continuamente, lui e mia madre. A me mandò una sola cartolina, colla foto di una motocicletta. Dietro c’era scritto: Scordò la sua terra, scordò la sua casta: rimase una vecchia che salta coll’asta. Ricordati della mia promessa, quando sarai maggiorenne. Nel 1989 Angelo era uno zombie. Eroina non riusciva più a procurarsene, un po’ per i soldi che non era più in grado di racimolare in un modo o in un altro, un po’ per il credito che nessuno più gli faceva, perché erano tutti spariti quelli che gliel’avevano fatto per anni, facendogli poi pagare degli interessi salatissimi, che in confronto l’usura è santa. Per cui era passato agli sciroppi oppiacei che si faceva prescrivere dal medico della mutua; al metadone che ritirava al Sert e poi barattava con qualche scoppiato sopravvissuto tra i suoi amici; ai medicinali antidepressivi di mia madre; ai prodotti per la pulizia della casa, quelli potenti contro il calcare e le peggiori incrostazioni dello sporco. Nel 1989 invidiavo i tempi in cui si faceva di eroina. Anche lui. Un pomeriggio che c’era il sole, tornai dalle superiori e mia madre era agitatissima, perché Angelo si era chiuso in bagno per lavarsi e non ne usciva più. Mi toccò sfondare la porta, come nei telefilm polizieschi, solo che era casa mia e nessuno avrebbe mandato la pubblicità al culmine della suspance. Lo trovammo riverso nell’acqua marrone. Tabacco che galleggiava. La siringa ancora nel braccio. Fu il suo ultimo viaggio colla roba. Lo tirammo fuori dall’acqua che aveva la faccia blu. Non morì quel giorno, nonostante le urla di mia madre. Venne l’ambulanza e gli infermieri lo estrassero dalla vasca, lo misero in un telo e nudo com’era lo portarono via. C’era anche una ragazza, tra quelli che vennero a soccorrerlo. C’erano i vicini di casa curiosi, quando l’ambulanza partì per il pronto soccorso. Vennero pure i carabinieri, che sapevano la strada a memoria. Mio padre non trovò di meglio da fare che incazzarsi di brutto colla mamma, per poi andare a giocare alle bocce. Quando lo dimisero, Angelo tornò da noi e c’era la porta chiusa. Non c’era più posto per lui. Solo la strada. E la sua roba in un paio di borsoni. Non mi fu permesso di salutarlo. Ma lo vidi lo stesso. Tutti i giorni.
Quando andavo alla stazione a prendere il treno. C’era una macchina parcheggiata discretamente. Una FIAT coi vetri schermati da fogli di giornale. Seppi subito che ci dormiva Angelo. Non lo dissi a mia madre - fu lei a dirmelo, perché in paese l’avevano riconosciuto e gliel’erano andati a dire, a mia madre, che suo fratello il drogato dormiva in una macchina nel parcheggio della stazione. Un giorno non ci furono più i giornali sui finestrini, non ci fu più la FIAT che era stata rimossa forzatamente. Ci fu invece un articolo di giornale, un trafiletto con foto, nella cronaca locale, che spiegava l’arresto da parte dei carabinieri di un pericoloso latitante, noto borseggiatore. Ci rimasi male per l’articolo, soprattutto perché avevano storpiato il cognome dello zio (e della mamma). Fu mia madre a farlo uscire dal carcere. Insieme ad un prete, e ad un referto medico che indicava come Angelo avesse contratto il virus HIV. Lo mandarono nell’ennesima comunità. Non avemmo sue notizie per quasi un anno. Poi ebbe il permesso di venirci a trovare, accompagnato. Era bellissimo. Ebbe il permesso di frequentarci ogni tanto. Era bellissimo. Gli dissi che volevo farmi un tatuaggio per festeggiare la mia licenza superiore. Mi disse che non c’era problema. Fu un lungo, piacevolissimo periodo di sospensione. Quando partii per il militare, nel luglio del 1992, Angelo era stato assunto in una tintoria e si era fatto la Panda di seconda mano. Passava lui alla stazione Garibaldi a recuperarmi, le volte che tornavo in permesso da Udine. Aveva l’autoradio, sentivamo le cassette e discutevamo fittamente mentre mi riportava a casa. Le cose che stavano succedendo in Italia, quelli della sua generazione le avevano paventate quasi vent’anni prima. Solo che quelli della sua generazione erano scoppiati tutti, oppure giravano a bordo di piccole utilitarie sfidando il caos cittadino. E l’amore, gli chiesi. Sai, mi rispose lui, in comunità ho conosciuto una. Stiamo bene insieme. Forse andiamo a convivere in un monolocale. Ricky Gianco tirò un bestemmione sul palco, che è immortalato nelle registrazioni dei concerti che si tennero al Parco Lambro nel 1976. Me l’ha procurata uno al lavoro, la bestemmia. Non me lo ricordo come si chiama. Io coi nomi non ci sto proprio dentro. VI Festa del Proletariato Giovanile – Parco Lambro, 26-30 giugno, organizzata dalla rivista Re Nudo in collaborazione con le redazioni di altri periodici controculturali, e di alcune organizzazioni politiche della sinistra extraparlamentare. I gruppi musicali che si esibirono in concerto appartenevano a piccole etichette indipendenti, tipo la Cramps (colla scritta verde e la faccia del mostro di Frankenstein) e lo fecero a titolo gratuito. Fu un evento totalmente autogestito, dall’organizzazione iniziale alla tracimazione finale. Centinaia di migliaia di giovani, più o meno identificati nel movimento antagonista extraparlamentare, accorsero carichi di desiderio libidico e poveri di denaro da barattare in cambio dei servizi offerti. La giunta Tognoli si era rifiutata di fornire l’acqua e l’energia elettrica; inoltre, aveva lasciato totalmente a carico degli organizzatori il servizio di pulizia igienica del parco. Tanto fu l’afflusso di pubblico, che quelli addetti alla ristorazione ebbero la gran pensata di alzare i prezzi perché l’offerta non era assolutamente in grado di competere con la domanda. La gente non la prese troppo bene. Prevalse la volontà dell’esproprio proletario, vennero saccheggiati e distrutti tutti gli stand ritenuti responsabili di voler far la cresta al mercato. La furia fu tale che anche gli incolpevoli ne pagarono le conseguenze. L’assemblea collettiva che fu indetta per discutere dell’accaduto, fu seguita da uno sparuto numero di persone, in una zona laterale del parco, mentre intorno impazzavano i concerti e gli esercizi meditativi, le sedute di massaggio e gli spettacoli teatrali, e fuori dal parco la polizia caricava quelli che tentavano di fare rifornimento al supermercato. La televisione e i giornali misero in sordina gli eventi del Parco Lambro. Se ne occupò solo la rivista Variety, che gli dedicò la copertina e un ampio reportage, in cui si spiegavano diffusamente i disordini e la disorganizzazione degli antagonisti, confrontandoli con l’ordine e la funzionalità delle feste di massa organizzate dalla sinistra ufficiale italiana. Sarebbe venuto anche a me da bestemmiare, constatare come tutto andava in vacca. Per fortuna che qualcuno degli anni Settanta ha conservato una memoria sonora. Per fortuna la casualità dei discorsi può materializzare la registrazione di un evento che l’elasticità dei ricordi aveva seppellito sotto strati di macerie. Colla musicassetta in tasca, leggo e mi assopisco, sul treno che mi riporta a casa dal lavoro. Che non faccio andare una cassetta sono anni, ormai. Il computer, la masterizzazione, i formati compressi, il P2P, lo stereo NAD e le casse Celestion che fanno la loro porca figura in soggiorno, i lettori mp3 sparsi per casa. La tecnologia ha fatto il suo corso, da quando ho facoltà di spendere i soldi che guadagno. Cristina ogni tanto mi chiede di scaricarle le canzoni pop che sente alla radio, mentre anche lei va e viene dal lavoro. Del Parco Lambro conosce l’ubicazione, il resto si stufa presto di sentirselo raccontare. Quello che non le interessa, lo lascia a me.
Cristina non mi ha mai lasciato solo. L’ho conosciuta che aveva vent’anni e siamo subito andati a convivere. Le ho sbocconcellato la mia storia a piccole dosi. Angelo l’ha conosciuto che era già sposato con Grazia. Un’altra persona. Guarito dall’eroina e malato di AIDS. Si stavano simpatici. Anche mio padre ha sempre avuto un debole per lei. Cristina c’era, quando Angelo si è consumato, prima all’ospedale Sacco, tra gli infetti, poi in una clinica privata, dove si è rattrappito fino a diventare di carta velina. Cristina c’era, quando mio padre è imploso a Niguarda, mangiato dal cancro. Una delle ultime volte che fummo al suo capezzale, Angelo mi disse che aveva voglia di far l’amore con sua moglie, che era talmente delicata che doveva prima leccarle per bene la figa, per non farle male penetrandola. Era ormai cieco e Grazia aveva rinunciato a venirlo a trovare. Quando si erano sposati, circa tre anni prima, Angelo le aveva promesso dieci anni di luna di miele. Non aveva mantenuto la promessa, tanto per cambiare. Una delle ultime volte che fummo al suo capezzale, mio padre mi raccontò che la nonna Angela, moglie del fu Mosè stalinista, in punto di morte si era fatta promettere da lui e da mia madre che non avrebbero mai abbandonato Angelo a se stesso. Mia nonna morì nella primavera del 1976. Angelo nella primavera del 1997. Mio padre nella primavera del 2002. Io stamattina mi son svegliato da un sogno che mi ha lasciato perplesso. Al lavoro ero più svogliato del solito. Ho fatto una ricerca in rete dal mio terminale, per verificare che fine avesse fatto Werner Heisenberg. E ho questa cassetta magnetica in tasca. Non so, non riesco ad odiare fino in fondo la primavera.
(C ontinua domani. Nella foto: Demetrio Stratos degli Area)