STORIA BREVE DELL’APT
di Mario Bianco
(La APT è l’Agenzia Poetica Torinese. Eccovi l’ intensa storia narrata da un protagonista, l’amico Mario Bianco. Buona lettura. M.U.)
Il caso poetico andò così:
avevo ed ho un amico fraterno, tale Massimo Tosco detto l’eretico, che come me dipinge e scrive, passavamo ore a discutere, sparare frignacce, sostituire il reale con fantastiche prospettive di palingenesi, trasformavamo le albe in tramonti.
Scrivevamo pure racconti, poesie e ce le leggevamo declamandole peripateticamente mentre i nostri piccini (abbiamo grandi famiglie) ci accompagnavano di sottofondo frignando come protesta al triste destino dell’aver dei padri sedicenti poeti.
Massimo aveva addirittura pubblicato un volumetto di poesie, qui in Torino, per una editrice da leggenda: la Pitecantropus.
Poi in una sera fatale del 1976 salta fuori questa notizia. Massimo mi vuole con lui insieme ad altri due scombinati poeti/insegnanti ( Ugo Gomiero detto Il navigante Ugo da Zovon di Vho e Piegianni Curti ovvero l’abate Erasmo da Mondovì) per condurre una trasmissione radiofonica di poesia presso una delle prime radio libere o private italiane, la Radio Torino Alternativa presso di cui già il suddetto eretico conduceva una sua singolare, intellettuale e giullaresca performance settimanale detta “L’eresia notturna”.
La nuova trasmissione prende il nome di “I denti d’oro del dinosauro”, e viene annunciata come l’eterea emanazione della Agenzia Poetica Torinese (così abbiamo deciso di chiamarci) fondata, pare, nel 1776 da Alessandro Sappa poeta alessandrino e come lui affermiamo di fare poesia anche d’occasione.
Andiamo in onda tutti i venerdì sera verso le 21.30.
L’eretico è bravissimo a far la regia, nello scrivere barocchi, surreali testi, nel declamare stentoreamente qualsiasi baggianata o meravigliosa opera d’ARTE.
Noi cerchiamo di imparare, leggiamo grandi, famose poesie, testi di poemi antichi, cose nostre, brani di cronaca quotidiana, vaghiamo da Sanguineti, Fortini, a Carducci, Pascoli, Orazio, Catullo, Anacreonte, Saffo, Nazim Hikmet, Eluard, Neruda, Octavio Paz, Gozzano e Borges, Belli e Porta: facciamo dell’apostolato poetico, elargiamo poesia alla plebe, inframezziamo la retorica con musiche serissime, valzerini ed anche terribili kiccerie o pop. Ci eccitiamo, esageriamo, ci umiliamo, osanniamo qualsiasi pubblico, sollecitiamo telefonate, le otteniamo, ci vengono commissionate poesie d’occasione che bellamente scriviamo, anzi saranno una nostra specialità.
Diventiamo nel giro di anni due abbastanza bravi nel condurre queste trasmissioni,( sia chiaro, non compensate in denaro), che sono tematiche ed ironicamente bestiali: impariamo a recitare con calma, con effetti, con enfasi, sussurrando, urlando, tossendo, sciroppando melliflui e così via.
Il bello della nostra trasmissione è proprio che noi non siamo seri o meglio seriosi; sulla poesia scherziamo sopra, stiamo facendo una operazione semiinvolontaria di destrutturazione, tiriamo giù dai polverosi scaffali accademici la poesia curiale e la diamo in pasto alle plebi giovanili, la portiamo sui tavolacci delle osterie imitando forse François Villon e non certo i futuristi.
Impariamo a dominare il batticuore e l’impaperamento conseguente che ci prendevano all’inizio; ci divertiamo anche un mondo, noi, però; anche la redazione della radio, anche qualche ascoltatore, sembra, dalle telefonate ricevute.
Ci specializziamo in Inni politici in onore di quanto mai ambigue personalità quali Bokassa, Idi Amin o Pol Pott, sollecitiamo la direzione FIAT a commissionarci un Inno alla Ritmo ma il celestiale Avvocato ci ignora.
In questi antichi tempi, tra l’altro, anche per opera nostra andavasi diffondendo un certo entusiasmo per la poesia: devote e solerti insegnanti fanno illustrare poesie a poveri infanti, provincie, enti locali, comuni grandi e piccini bandiscono concorsetti di poesia, sorgono singolari iniziative di poesia e terapia, poesia e archeologia, poesia e gastronomia.
Erano, da poco, già arrivati in Italia a leggere in qualche sotterranea libreria poeti americani della beat generation che mescolavano tiritere musicali alla declamazione, come Ginsberg; diventava famoso Evtusenko e la sua straordinaria recitazione a memoria di centinaia di versi piena di enfasi e gloria.
Fatto sta ed è che anche nella città di Torino il comune erige un tendone ove oltre ai concerti si bandiscono e si tentano manifestazioni poetiche cioè i famosi primi readings.
Naturalmente ci iscriviamo a questa tenzone poetica notturna dove, per due sere, in una specie di fumosa bolgia si succedono tantissimi versificatori di varie tendenze, dai postbeatniks ai surrealisti, ermetici, sessantatreisti, impegnati, melensi, urlatori, suonatori di flauto etc.
Quando salgo su quel palco ed agguanto il microfono mi tremano visibilmente le gambe, temo di balbettare e ciò non succede, leggo anzi declamo con autorevolezza una mia drammatica poesia su di un novello Ulisse: il tutto finisce con molti applausi, così dicasi per i mie confratelli dell’APT (comincio a capire allora cosa sia l’ebbrezza del palcoscenico).
Gli organizzatori pubblici di cotesta manifestazione ci invitano pure ad altre minori sparse per la città e periferia per dilettare il popolo: punti d’incontro, parchi pubblici, sedi di quartieri, luoghi persi nelle periferie; leggiamo con gioia e piacere, entusiasmo senza remunerazione alcuna e con un risibile ritorno di immagine.
Siamo devoti di Maria Beffarda ovvero della matrigna dea nostra: la Poesia.
Altri incontri ce li cerchiamo noi, troviamo ulteriori poeti persi, ci gemelliamo con alcuni disperati cronici. Ma scriviamo e scriviamo e scriviamo e declamiamo:
Oh! Come ci piace declamare in pubblico!
Una volta, in una affocata sera d’agosto sono l’unico a rappresentare l’APT che gli altri sono tutti in ferie: insieme a pochi altri poveracci sconosciuti leggo in un parco periferico metalmeccanico cittadino le poesie mie e dei miei amici ad un pubblico accaldato e descamisado, sventagliante fazzoletti e cartoncini, leccante gelati: un auditorio svogliato e sbuffante.
Faccio del mio meglio per sedare lo sconforto interiore, quasi la disperazione e leggo, declamo, ce la metto tutta con l’espressività e ottengo applausi particolari insperati da uno stuolo di casalinghe ciccione e da operai cassintegrati.
Mi sento ormai all’altezza della pantofola di Majakovski.
Potenza della poesia!
Poi, un giorno scoppia l’estate romana e contemporaneamente si svela la multiforme mostruosità del primo Festival di Poesia di Castelporziano.
Correva l’anno 1979, post Crhistum natum.
Abbandoniamo mogli incazzate e figli piangenti.(siamo quattro poeti ed abbiamo dieci figli) e ci buttiamo sul treno per l’Urbe con sacchi a pelo e la mia canadese a tre posti che verrà sovrapopolata.
Arrivati semidistrutti e perduti sul litorale agognato subito intoniamo un peana ad Enea ed a Maria Beffarda. Scopriamo la singolarità del popolo ivi convenuto, scapigliato, povero, affumicato da fuochi interni e esterni da spiaggia, desiderante più hascisc che poesie, in attesa più di Patty Smith che di Dario Bellezza. Ci scopriamo piuttosto vecchiotti oramai di fronte alle orde dei ventenni urlanti.
Io ho compiuto in quei giorni anni 38, sono un tecnico di un museo pubblico e stupisco a vedere quegli squattrinati poverini che vanno mendicando 100 lire. Stupiamo, sudiamo e ci lustriamo gli occhi al rimirare le forme lussureggianti di molte fanciulle che nude si aggirano per le fratte ed i canneti laziali, meno, molto meno godiamo al vedere tanti peni esibiti e ballonzolanti in danze approssimative del Kerala o del Karnataka.
La nostra tenda che inasta un cartello ben evidente dell’APT, dove è visibile qualche vettovaglia e beveraggio alcoolico, tipo Barbera, diviene meta incessante di postulanti ed eremiti poveracci. Devolviamo in assistenza “tecnica” gran parte delle nostre magre risorse.
Sentiamo, vediamo i mostri sacri: Ginsberg con l’organetto suo indiano che fa gnet, gnet, gnet, Gregory Corso molto brillo, Dacia Maraini, Dario Bellezza, Evtuscenko declamante alla grande nella notte lucente. Molti poeti illustri.
Benissimo, è giusto; però c’è un gran casino anarchico di molti giovinotti che vorrebbero rovesciare la situazione ed i programmi stabiliti. Ci tocca recitare al pomeriggio, che la sera, la notte, è riservata ai poeti laureati, ai grandi, ai noti.
Saliamo su quel palco scannato da un sole bestiale mentre sotto di esso stazionano in penombra decine di ragazzi dormienti, erotizzanti, imbambolati dal loro bambulè continuo.
Io non bambulo per niente perché le canne mi fanno malissimo: ne sono allergico, la giustificazione è che sono cannato già al naturale. Insomma leggo da quel palco precario e ballonzolante due, tre, quattro mie composizioni, ne leggo una pure in dialetto monferrino, preceduta da una in vercellese del bravo poeta Franz Cielsin.
Dalla platea sorgono inni, bestemmie, imprecazioni, urli, applausi infine, come commento finale, una voce potente, squassata, bassa ed imperiosa annuncia che il minestrone è pronto: fa piacere. Un gruppo aveva portato un nero calderone da 50 litri ed aveva cucinato sulla spiaggia un minestrone generale. Me ne vado alla tenda un poco scazzato, un tale giovincello smandrappato mi apostrofa: che fate qua? E’ poesia? Io credevo che ce fusse Patty Smitte…nun c’è concerto?…che me dai cento lire?!
Io scuoto la testa e gli do cento lire.
I miei amici ed io abbiamo distribuito in quei tre giorni un quantità di monete, vino laziale e piemontese, pani, formaggi, wusterl, salami.
Però ci tirava già un filo di una brutta, tragica aria e la si vedeva dalla poesia appesa ad una specie di chioschetto, diceva così: Ero… Ero… Eroina.
Mi faceva paura.
Poi l’ultimo giorno, quasi come simbolica nemesi storica, crollò con enorme fracasso il terribile palco con sconquasso di pali e di assi: fortunatamente i soggiornanti sotto ( ormai pochi) sentirono scricchiolare e fuggirono in tempo.
Questo fu il primo, emblematico, eccelso, sderenato, schizofrenico festival di Castelporziano del 1979.
Ce ne tornammo stupiti, galvanizzati, straniati alle nostre mansioni quotidiane.
di Michel Delahaye
di Manuela Sferrazza
"Una delle ragioni per cui si trovano così poche persone dalla conversazione ragionevole e piacevole, è che non c’è quasi nessuno che non pensi a ciò che vuol dire piuttosto che a rispondere opportunamente a ciò che gli dicono. I più accorti e i più compiacenti si accontentano di manifestare soltanto un’aria attenta, mentre nei loro occhi e nella loro mente si legge uno smarrimento riguardo a ciò che si è detto loro, e una precipitazione per tornare a ciò che vogliono dire; tutto ciò invece di considerare che una ricerca tanto insistente di piacere a se stessi è un pessimo mezzo per piacere agli altri o per convincerli, e che saper ascoltare, come saper rispondere, è una delle maggiori perfezioni che si possano avere nella conversazione."


(Ricevo da Cristiano Prakash e pubblico. M.U.)