The FK experience

February 11, 2005

STORIA BREVE DELL’APT

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:21 pm

di Mario Bianco

(La APT è l’Agenzia Poetica Torinese. Eccovi l’ intensa storia narrata da un protagonista, l’amico Mario Bianco. Buona lettura. M.U.)

Il caso poetico andò così:

avevo ed ho un amico fraterno, tale Massimo Tosco detto l’eretico, che come me dipinge e scrive, passavamo ore a discutere, sparare frignacce, sostituire il reale con fantastiche prospettive di palingenesi, trasformavamo le albe in tramonti.

Scrivevamo pure racconti, poesie e ce le leggevamo declamandole peripateticamente mentre i nostri piccini (abbiamo grandi famiglie) ci accompagnavano di sottofondo frignando come protesta al triste destino dell’aver dei padri sedicenti poeti.

Massimo aveva addirittura pubblicato un volumetto di poesie, qui in Torino, per una editrice da leggenda: la Pitecantropus.

Poi in una sera fatale del 1976 salta fuori questa notizia. Massimo mi vuole con lui insieme ad altri due scombinati poeti/insegnanti ( Ugo Gomiero detto Il navigante Ugo da Zovon di Vho e Piegianni Curti ovvero l’abate Erasmo da Mondovì) per condurre una trasmissione radiofonica di poesia presso una delle prime radio libere o private italiane, la Radio Torino Alternativa presso di cui già il suddetto eretico conduceva una sua singolare, intellettuale e giullaresca performance settimanale detta “L’eresia notturna”.

La nuova trasmissione prende il nome di “I denti d’oro del dinosauro”, e viene annunciata come l’eterea emanazione della Agenzia Poetica Torinese (così abbiamo deciso di chiamarci) fondata, pare, nel 1776 da Alessandro Sappa poeta alessandrino e come lui affermiamo di fare poesia anche d’occasione.

Andiamo in onda tutti i venerdì sera verso le 21.30.

L’eretico è bravissimo a far la regia, nello scrivere barocchi, surreali testi, nel declamare stentoreamente qualsiasi baggianata o meravigliosa opera d’ARTE.

Noi cerchiamo di imparare, leggiamo grandi, famose poesie, testi di poemi antichi, cose nostre, brani di cronaca quotidiana, vaghiamo da Sanguineti, Fortini, a Carducci, Pascoli, Orazio, Catullo, Anacreonte, Saffo, Nazim Hikmet, Eluard, Neruda, Octavio Paz, Gozzano e Borges, Belli e Porta: facciamo dell’apostolato poetico, elargiamo poesia alla plebe, inframezziamo la retorica con musiche serissime, valzerini ed anche terribili kiccerie o pop. Ci eccitiamo, esageriamo, ci umiliamo, osanniamo qualsiasi pubblico, sollecitiamo telefonate, le otteniamo, ci vengono commissionate poesie d’occasione che bellamente scriviamo, anzi saranno una nostra specialità.

Diventiamo nel giro di anni due abbastanza bravi nel condurre queste trasmissioni,( sia chiaro, non compensate in denaro), che sono tematiche ed ironicamente bestiali: impariamo a recitare con calma, con effetti, con enfasi, sussurrando, urlando, tossendo, sciroppando melliflui e così via.

Il bello della nostra trasmissione è proprio che noi non siamo seri o meglio seriosi; sulla poesia scherziamo sopra, stiamo facendo una operazione semiinvolontaria di destrutturazione, tiriamo giù dai polverosi scaffali accademici la poesia curiale e la diamo in pasto alle plebi giovanili, la portiamo sui tavolacci delle osterie imitando forse François Villon e non certo i futuristi.

Impariamo a dominare il batticuore e l’impaperamento conseguente che ci prendevano all’inizio; ci divertiamo anche un mondo, noi, però; anche la redazione della radio, anche qualche ascoltatore, sembra, dalle telefonate ricevute.

Ci specializziamo in Inni politici in onore di quanto mai ambigue personalità quali Bokassa, Idi Amin o Pol Pott, sollecitiamo la direzione FIAT a commissionarci un Inno alla Ritmo ma il celestiale Avvocato ci ignora.

In questi antichi tempi, tra l’altro, anche per opera nostra andavasi diffondendo un certo entusiasmo per la poesia: devote e solerti insegnanti fanno illustrare poesie a poveri infanti, provincie, enti locali, comuni grandi e piccini bandiscono concorsetti di poesia, sorgono singolari iniziative di poesia e terapia, poesia e archeologia, poesia e gastronomia.

Erano, da poco, già arrivati in Italia a leggere in qualche sotterranea libreria poeti americani della beat generation che mescolavano tiritere musicali alla declamazione, come Ginsberg; diventava famoso Evtusenko e la sua straordinaria recitazione a memoria di centinaia di versi piena di enfasi e gloria.

Fatto sta ed è che anche nella città di Torino il comune erige un tendone ove oltre ai concerti si bandiscono e si tentano manifestazioni poetiche cioè i famosi primi readings.

Naturalmente ci iscriviamo a questa tenzone poetica notturna dove, per due sere, in una specie di fumosa bolgia si succedono tantissimi versificatori di varie tendenze, dai postbeatniks ai surrealisti, ermetici, sessantatreisti, impegnati, melensi, urlatori, suonatori di flauto etc.

Quando salgo su quel palco ed agguanto il microfono mi tremano visibilmente le gambe, temo di balbettare e ciò non succede, leggo anzi declamo con autorevolezza una mia drammatica poesia su di un novello Ulisse: il tutto finisce con molti applausi, così dicasi per i mie confratelli dell’APT (comincio a capire allora cosa sia l’ebbrezza del palcoscenico).

Gli organizzatori pubblici di cotesta manifestazione ci invitano pure ad altre minori sparse per la città e periferia per dilettare il popolo: punti d’incontro, parchi pubblici, sedi di quartieri, luoghi persi nelle periferie; leggiamo con gioia e piacere, entusiasmo senza remunerazione alcuna e con un risibile ritorno di immagine.

Siamo devoti di Maria Beffarda ovvero della matrigna dea nostra: la Poesia.

Altri incontri ce li cerchiamo noi, troviamo ulteriori poeti persi, ci gemelliamo con alcuni disperati cronici. Ma scriviamo e scriviamo e scriviamo e declamiamo:

Oh! Come ci piace declamare in pubblico!

Una volta, in una affocata sera d’agosto sono l’unico a rappresentare l’APT che gli altri sono tutti in ferie: insieme a pochi altri poveracci sconosciuti leggo in un parco periferico metalmeccanico cittadino le poesie mie e dei miei amici ad un pubblico accaldato e descamisado, sventagliante fazzoletti e cartoncini, leccante gelati: un auditorio svogliato e sbuffante.

Faccio del mio meglio per sedare lo sconforto interiore, quasi la disperazione e leggo, declamo, ce la metto tutta con l’espressività e ottengo applausi particolari insperati da uno stuolo di casalinghe ciccione e da operai cassintegrati.

Mi sento ormai all’altezza della pantofola di Majakovski.

Potenza della poesia!

Poi, un giorno scoppia l’estate romana e contemporaneamente si svela la multiforme mostruosità del primo Festival di Poesia di Castelporziano.

Correva l’anno 1979, post Crhistum natum.

Abbandoniamo mogli incazzate e figli piangenti.(siamo quattro poeti ed abbiamo dieci figli) e ci buttiamo sul treno per l’Urbe con sacchi a pelo e la mia canadese a tre posti che verrà sovrapopolata.

Arrivati semidistrutti e perduti sul litorale agognato subito intoniamo un peana ad Enea ed a Maria Beffarda. Scopriamo la singolarità del popolo ivi convenuto, scapigliato, povero, affumicato da fuochi interni e esterni da spiaggia, desiderante più hascisc che poesie, in attesa più di Patty Smith che di Dario Bellezza. Ci scopriamo piuttosto vecchiotti oramai di fronte alle orde dei ventenni urlanti.

Io ho compiuto in quei giorni anni 38, sono un tecnico di un museo pubblico e stupisco a vedere quegli squattrinati poverini che vanno mendicando 100 lire. Stupiamo, sudiamo e ci lustriamo gli occhi al rimirare le forme lussureggianti di molte fanciulle che nude si aggirano per le fratte ed i canneti laziali, meno, molto meno godiamo al vedere tanti peni esibiti e ballonzolanti in danze approssimative del Kerala o del Karnataka.

La nostra tenda che inasta un cartello ben evidente dell’APT, dove è visibile qualche vettovaglia e beveraggio alcoolico, tipo Barbera, diviene meta incessante di postulanti ed eremiti poveracci. Devolviamo in assistenza “tecnica” gran parte delle nostre magre risorse.

Sentiamo, vediamo i mostri sacri: Ginsberg con l’organetto suo indiano che fa gnet, gnet, gnet, Gregory Corso molto brillo, Dacia Maraini, Dario Bellezza, Evtuscenko declamante alla grande nella notte lucente. Molti poeti illustri.

Benissimo, è giusto; però c’è un gran casino anarchico di molti giovinotti che vorrebbero rovesciare la situazione ed i programmi stabiliti. Ci tocca recitare al pomeriggio, che la sera, la notte, è riservata ai poeti laureati, ai grandi, ai noti.

Saliamo su quel palco scannato da un sole bestiale mentre sotto di esso stazionano in penombra decine di ragazzi dormienti, erotizzanti, imbambolati dal loro bambulè continuo.

Io non bambulo per niente perché le canne mi fanno malissimo: ne sono allergico, la giustificazione è che sono cannato già al naturale. Insomma leggo da quel palco precario e ballonzolante due, tre, quattro mie composizioni, ne leggo una pure in dialetto monferrino, preceduta da una in vercellese del bravo poeta Franz Cielsin.

Dalla platea sorgono inni, bestemmie, imprecazioni, urli, applausi infine, come commento finale, una voce potente, squassata, bassa ed imperiosa annuncia che il minestrone è pronto: fa piacere. Un gruppo aveva portato un nero calderone da 50 litri ed aveva cucinato sulla spiaggia un minestrone generale. Me ne vado alla tenda un poco scazzato, un tale giovincello smandrappato mi apostrofa: che fate qua? E’ poesia? Io credevo che ce fusse Patty Smitte…nun c’è concerto?…che me dai cento lire?!

Io scuoto la testa e gli do cento lire.

I miei amici ed io abbiamo distribuito in quei tre giorni un quantità di monete, vino laziale e piemontese, pani, formaggi, wusterl, salami.

Però ci tirava già un filo di una brutta, tragica aria e la si vedeva dalla poesia appesa ad una specie di chioschetto, diceva così: Ero… Ero… Eroina.

Mi faceva paura.

Poi l’ultimo giorno, quasi come simbolica nemesi storica, crollò con enorme fracasso il terribile palco con sconquasso di pali e di assi: fortunatamente i soggiornanti sotto ( ormai pochi) sentirono scricchiolare e fuggirono in tempo.

Questo fu il primo, emblematico, eccelso, sderenato, schizofrenico festival di Castelporziano del 1979.

Ce ne tornammo stupiti, galvanizzati, straniati alle nostre mansioni quotidiane.

February 9, 2005

IO PENSO CHE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:31 pm

di Michel Delahaye

All’implementazione di robot autoevolutivi si accede

con nuove applicazioni autoassemblanti

di riprogettazione delle cellule staminali del boia.

A Lione lo sanno, mangiano lumache robotiche

e negli scafandri della società del malessere topi grigi con la nuca a mezzaluna.

I porci gozzovigliano sul dna delle scimmie planetarie vedi uomo,

in ambiente fluido, su transistor unificanti e termovivibili,

mangiano ghiande autoricaricanti per mezzo di mandibole self-repair

a circuiti elettronici multicellulari.

Mia zia mangia uova sode termodistanziate dal piatto,

mia zia morirà, mia zia è brava, ottima persona,

solo gli androidi le piacevano da giovane, ora morto il marito (non) lo piange nemmeno morta,

la stilla di una lacrima sottile come compensato millimetrato non le sfiora le guance scavate nemmeno in sogno.

Il dna artificiale di mio figlio, figlio di una robotica evolutiva e nipote di un vecchio IBM cassintegrato,

è provvisto di neuroni sapienziali che distinguono tra i 22000 logos

attualmente a disposizione nel mercato dei logos.

Nell’evoluzione programmativa di mio figlio un posto preponderante

lo ha il classico sistema binario, nel quale vanno distanziate le rotaie

per mezzo di un hardware sintetico costruito in ambiente fluido.

Per mezzo di chip affetti da mononucleosi del trigemino bigaminico,

l’on-off di separata sede si installa da un deja vu sincronico

sulla corteccia decerebrale di mio figlio,

il quale è cresciuto con il senso dell’umorismo di una rapa cruda

grazie alle amorevoli cure della mia ex moglie,

la quale è stata il prodotto di due sensori a flange combinatorie di sistemi biologici

ad alta temperatura, una donna rigida su posizioni missionarie

ma attenta anche di schiena alla natura animale dell’uomo di Cro-Magnon

mentre infilava una zolletta di zucchero nel caffè dell’Uomo,

dopo che l’Uomo aveva infilato il suo Black&Decker nell’apposito buco a estensione elastica.

I dna migliori sono quelli che si propongono di dimostrare il contrario di quello che affermano.

I sistemi artificiali di sinterizzazione del pensiero

non servono ad altro che ad accrescere la fame nel mondo

a detrimento della sete di vendetta,

la quale si vede costretta ad abbassare le sue pretese

nei confronti della vita ultima delle persone.

Si calcola che 1, 25 miliardi di maschi e 1, 24 miliardi di femmine

di età compresa tra i 2 e i 102 anni

abbiano avuto voglia almeno 1123,3 volte nell’intera loro vita

di sterminare il resto del genere umano.

La biodinamica rende affetti da psicosi acuta e le informazioni ricevute ci rendono paranoici,

i neuroni si salvano buttandosi dal ponte della nave da un’altezza

di 14.000 trilioni di anni luce,

considerando il sistema biochimico

e l’entropia del mandrino ad alesaggio corsa in carta kraft.

Io penso che

February 8, 2005

INTERNATIONAL SOCIETY OF GIRL WATCHERS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:26 pm


di Kanji

( C’è la Weight Watchers, lo sappiamo. Ora manca la Girl Watchers. La proposta – che tale è per modo di dire – viene da Kanji. Buona lettura. M.U.)

Gli uomini mi hanno insegnato a stimare la femminilità, da loro ho imparato ad amarla, a cercarla, a scoprirla. In questo senso gli uomini sono equanimi, li ho visti girarsi e commentare allupati donne splendide e donne vistosamente difettose.

In spiaggia li ho sentiti esclamare:

“Girati, girati, guarda un po’ quella”, facendo scattare nervosamente la testa due o tre volte in direzione dell’ignara creatura.

“Ma quale? Quella con il costume a righe? Ma non vedi che ha i buchi della cellulite sulle cosce?”

“Guardale le caviglie. Guarda, guarda che caviglie! Guardala, guardala adesso, guarda che mani, guarda come le muove! Ma t’immagini quelle mani…”

La donna in questione, presumibilmente complessata, se sentisse tali apprezzamenti forse ricoprirebbe di amorose attenzioni le proprie mani e i propri piedi. Appagata, forse il giorno dopo uscirebbe di casa con le unghie smaltate e un paio di scarpe con il tacco alto a sostituire le infradito; e l’edicolante, il barista, persino i colleghi di lavoro, la sorprenderebbero con dichiarazioni tipo: “Come sei carina, oggi. Ma cos’hai di diverso? Stai così bene!”

Di fronte a quel tormentone che è la figura televisiva di Megan Gale ho sentito i pareri più disparati; ma il migliore è stato: “Carina è carina, però non è proprio il mio tipo. A me piacciono le donnine minute con il seno piccolo e il culetto tondo, eppure davanti al suo leggero strabismo divento pazzo!”

Detto, fatto! Gli uomini cercano, radiologicamente cercano e scoprono panorami femminili anche tra i nostri difetti. Un’amica mi raccontò di aver avuto problemi ad accettare il proprio corpo, nuda si sentiva a disagio. Finché incontrò un uomo che s’innamorò delle sue fattezze, un uomo che passava ore a contemplare il suo corpo, a celebrarlo centimetro dopo centimetro. Ora noto che quest’amica è quasi sempre a proprio agio, è spontanea e disinvolta anche nelle circostanze più difficili. Noi donne aggrappate ai trent’anni siamo state battezzate con i jeans, le prime tute da ginnastica felpate e le Clarks ai piedi; molte di noi avevano madri che all’epoca erano state femministe e che ci tagliavano i capelli corti e ci coprivano soddisfatte con Eskimo piccoli piccoli. Quelle stesse madri, ora divenute molto formali, ci vorrebbero con ai piedi un bel paio di scarpe col tacco, con indosso una gonnellina aderente appena sopra al ginocchio e qualche bel gioiello d’oro bianco, perché quello giallo risulta un po’ troppo vistoso. Peccato che a scoprire ed apprezzare la femminilità non ci abbiano educate loro ma i nostri uomini.

“Mi piace, ma non lo porterei” è il commento più ripetuto dalle trentenni davanti a un vestito semitrasparente che lascia la schiena completamente nuda. Fino a quando un uomo non glielo regalerà, obbligandole inconsciamente ad indossarlo. Davanti allo specchio, allora, si ammireranno trasognate, e il giorno dopo andranno a comperarsi un paio di sandali con il tacco da dodici centimetri che indosseranno in casa per ore ed ore, esercitando polpacci e postura; dopodiché, alla prima uscita pubblica, e leggermente imbarazzate, verranno ricoperte da decine di sguardi lusinghieri e scopriranno il piacere di essere femmine.

Sfogliando un settimanale di costume, spesso accade che un uomo preferisca alla modella efebica la giornalista ritratta nella foto piccola in alto accanto all’articolo da lei redatto. Una donna probabilmente leggerà l’articolo di un giornalista parola per parola, ma difficilmente si soffermerà ad ammirarne la pancetta che si delinea sotto la camicia, le maniglie dell’amore o le sopracciglia folte. La maggior parte delle donne, infatti, sono avare di complimenti; forse per imbarazzo, sicuramente per distrazione. Gli uomini no, loro ci ricoprono di complimenti spontanei, spesso disinteressati. Capita che, incontrandoti all’improvviso, di soprassalto e un po’ stupiti, ti guardino con gli occhi sbarrati ed esclamino: “Come sei carina! Ti trovo benissimo!”. Noi donne non nutriamo lo stesso grado di ammirazione nei confronti della virilità. Personalmente mi sento particolarmente femminile in compagnia di amici gay, che mi osservano estasiati, che sottolineano con gridolini il modo in cui muovo il cucchiaino per sciogliere lo zucchero sul fondo della tazzina del caffè. Frequentando amiche lesbiche non ho riscontrato la stessa disposizione verso gli atteggiamenti virili. Anche le più mascoline tra loro non si soffermano ad ammirare la postura di un uomo o un movimento marcatamente virile, o se lo notano non lo danno a vedere, e piuttosto che elogiarlo lo deridono, magari scimmiottandolo.

Insomma, ho riscontrato che le donne spesso si accontentano della fisicità dell’uomo che sta loro accanto a favore di pregi caratteriali, mentre gli uomini hanno la capacità di scoprire in quasi tutte le donne uno o più particolari che corrispondono al loro ideale femminile.

Forse, per sentirci belle, belle femmine, non dovremmo metterci a dieta, cercare di armonizzare le nostre misure fino a sfiancarci l’umore, o farci maltrattare da isteriche estetiste; basterebbe guardare, osservare, scoprirci e ammirarci, dedicando un po’ del nostro tempo a praticare del sano Girl Watching.

February 7, 2005

LA SETE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:40 pm

  di Manuela Sferrazza

(Ricevo da Manuela e pubblico questo racconto che fa parte dell’antologia “Appunti di Viaggio- Il meglio del XIII premio letterario Interlingue Montagne d’argento” pubblicata dalla Keltia Editrice di Aosta. Buona lettura. M.U.)

-Quanto?-
-Trecentosessanta lire. Grazie.-

Il vecchio bancone della drogheria cominciò a tremare; il pacchetto di sigarette sdraiato sulla superficie ruvida e fragile sussultò. Stava passando il diretto delle diciannove e venti.
Il cliente non badò al tintinnio dei vasi di vetro, che tremavano stringendosi uno all’altro col ventre rigonfio di caramelle appassite. S’infilò il pacchetto di sigarette nella tasca interna dell’impermeabile e ripiegò sotto la spessa cortina di pioggia che rivestiva il mondo esterno.
Da lontano, arrivò il fischio del treno.
Il gestore del piccolo tabacchi accanto alla stazione rimase un secondo a sentir scrosciare la pioggia. Poi si rassegnò all’umidità del retrobottega, dove un frigorifero piccolo e malfermo gli partorì un fascio di fredda luce al neon dritta sulla faccia.
Non c’era rimasto granché. Formaggio, pane in cassetta, verdura sott’olio. C’erano anche delle svizzere di prosciutto da scaldare nel forno. Lui aveva una piccola cucina, con padelle e scaldavivande, ma non quella sera non gli andava di spignattare nella scomodità di quell’angusto angolo-cottura. Certo, poteva tornare a casa. Ma se il frigo della bottega era sguarnito, figurarsi quello di casa.
Si fece un panino con gli ultimi avanzi. Si riempì un bicchiere d’acqua gasata e si sedette lentamente su uno dei due tavolini. Tirò fuori un volume vecchio, bisunto e privo di alcune pagine, e iniziò stancamente a leggere, mentre gli ingranaggi gracchianti dell’orologio e lo scrosciare incessante della pioggia riempivano l’insopportabile rumore del silenzio.
Le parole del libro gli si paravano davanti con il tedio di un amico svegliato nel cuore della notte. L’aveva già letto molte volte, la prima senza bisogno degli occhiali: le dita che scorrevano sotto le lettere nere non tremavano come ora. Erano ferme, decise, si trattasse si sfogliare un giornale o di piantare un chiodo in un muro. Tremavano solo quando le alzava per sfiorare la pelle dorata di lei, mentre i suoi occhi bruni gli sorridevano sotto le ciglia sottili. Ma le primavere correvano, e l’oro della sua pelle si accasciava. A poco a poco, quello sguardo smise di sorridergli. Le mani di lui cessarono di sfiorare le sue guance; rimasero fredde e ferme per tutti gli anni a venire, anche la sera in cui le ciglia sottili si chiusero nella luce buia di un ospedale. Arrivò a casa, si stese sul letto: di colpo era diventato insopportabilmente grande. Da quella notte le sue dita presero a tremare senza possibilità di controllo.
Il boccone gli s’impastò in gola. L’acqua frizzante non fu abbastanza convincente nel cercare di farlo scendere. Si alzò inseguendo l’idea di un bicchierino di marsala. Fu allora che lo notò: un piccolo talloncino di cartone rannicchiato sul pavimento. Doveva averlo gettato lì l’unico cliente della serata. Si chinò a fatica e lo raccolse. Non era una cartaccia: era un biglietto ferroviario. Forse gli era scivolato dalla tasca al momento di pagare. Lo avvicinò alla luce: la destinazione era… In quel momento, si aprì bruscamente la porta: una ventata spazzò la stanza e proprio l’uomo con l’impermeabile entrò, umido e trafelato.
- Buonasera. Si ricorda? Sono venuto qui poco fa.-
Nell’attimo in cui aprì la bocca per rispondere si rese conto che le mani gli si erano aggrappate alla fodera delle tasche, che la salivazione gli si era azzerata e il biglietto si era misteriosamente intrufolato nella tasca del panciotto.
- Si…si, certo.-
- Mi scusi sa, è che, come un idiota!, ho perso il biglietto del treno. Parte fra meno di un ora, la biglietteria è chiusa e mi chiedevo se… no, eh?-
- Oh! No, mi dispiace: non ho trovato nulla.-
- Capisco. Bè, mi arrangerò, grazie.-
- Aspetti.-
Andò dietro al bancone e tirò fuori un orario ferroviario.
- Dove deve andare?-
- A L’Aquila.-
- L’Aquila… il prossimo treno passa alle sette e mezza di mattina. C’è la pensione Rosa qui accanto, meglio che ci vada. Tanto il biglietto non lo ritrova.-
Lo sconosciuto si rassegnò e tornò a far parte del buio.
Lui rimase solo, con le pareti della stanza che gli si stingevano addosso.
Aveva rubato. Era un ladro. E aveva messo una persona nei guai.
Ma perché l’aveva fatto? Voleva andare a L’Aquila?
Era solo uno dei tanti nomi imparati a pappagallo in lontane lezioni di geografia, poi relegati nei retrobottega della memoria. Non aveva mai desiderato andare a L’Aquila. Non desiderava andare da nessuna parte. Da molti anni non desiderava più.
Ora, però, quel nome gli appariva come un romantico presagio di cieli azzurri e di imponenti roccaforti che si ergevano a sfidare il tempo nel cuore verde delle montagne.
Ebbe l’impressione che qualcuno, qualcosa, lo stesse attendendo laggiù. Non c’era una fontana a L’Aquila? La fontana delle novantanove bocche. Novantanove teste semiumane dalla favella eloquente che regalavano ai pellegrini l’acqua fresca dei monti.
D’un tratto, si ricordò di avere sete. Una sete forte, secca, insopprimibile.
Quell’uomo aveva detto: “il treno parte tra meno di un’ora”.
E il negozio? E il libro, il marsala?
Afferrò cappello e ombrello e scappò. Spalancò la porta di casa, accese tutte le luci, rivoltò i cassetti e improvvisò una valigia. Quando tornò in stazione stava già spiovendo. Il treno era in arrivo. Strinse forte il biglietto tra le dita, come per assicurarsi che non fuggisse. E attese. Senza stupore, notò che le mani non gli tremavano.

February 6, 2005

SULLA CONVERSAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:20 pm

"Una delle ragioni per cui si trovano così poche persone dalla conversazione ragionevole e piacevole, è che non c’è quasi nessuno che non pensi a ciò che vuol dire piuttosto che a rispondere opportunamente a ciò che gli dicono. I più accorti e i più compiacenti si accontentano di manifestare soltanto un’aria attenta, mentre nei loro occhi e nella loro mente si legge uno smarrimento riguardo a ciò che si è detto loro, e una precipitazione per tornare a ciò che vogliono dire; tutto ciò invece di considerare che una ricerca tanto insistente di piacere a se stessi è un pessimo mezzo per piacere agli altri o per convincerli, e che saper ascoltare, come saper rispondere, è una delle maggiori perfezioni che si possano avere nella conversazione."

(François de La Rochefoucauld - Riflessioni morali)

 

DA "IL CUSTODE"

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:30 pm

 

MICK. Ti piace la mia stanza?

DAVIES La tua stanza?

M. Si.

DAVIES Questa non è la tua stanza. Io non so chi sei. Non ti ho mai visto prima.

MICK Ascolta, che ti piaccia o no, rassomigli stranamente a un tizio che ho conosciuto una volta a Shoreditch. Però abitava a Aldgate. Io stavo con un cugino a Camden Town. Questo tale gestiva un campetto a Finsbury Park, vicino al deposito degli autobus. Quando lo conobbi meglio, scoprii che era cresciuto a Putney. Per me faceva lo stesso. Conosco un sacco di persone che sono nate a Putney. E se non a Putney, a Fulham. Il guaio era che lui non era nato a Putney, ma solo cresciuto a Putney. Venne fuori che era nato in Caledonian Road, poco prima   di arrivare all’”Insegna del Ronzino”. La sua mamma invece viveva ancora a Angel. Tutti gli autobus passavano proprio davanti a casa sua. Lei poteva prendere il 38, il 581, il 30 o il 38A giù per la Essex Road e arrivare alla stazione di Dalston Junction in un attimo. Col 30 avrebbe potuto salire per la Upper Street, passando per la Highbury Corner, e giù fino a San Paolo; ma alla fine sarebbe arrivata lo stesso alla Dalston Junction. Io lasciavo sempre la bicicletta nel suo giardino quando andavo a lavorare. Era una faccenda davvero curiosa. Lui era il tuo ritratto sputato. Forse con il naso un po’ più grosso, ma roba di poco.

Pausa

Hai dormito qui l’altra notte?

DAVIES. Si.

(Harold Pinter – Il Custode)

February 5, 2005

Note maccheroniche e dell’assurdo

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:20 pm

di Franz Krauspenhaar
tango.jpg

“Soy muy grado a la buena suerte d’esser venido en possession, en una manera absolutamente casual, de las copias autenticas de los diarios de dos guapos milanés risalentes a los anos de la estrema crisis expiritual, economica y politica de la ciudad la mas grande del norte del pais, a nosotros muy querido, de los spaghettos, de Michelangelo, de la Mafia y de Raffaella Carrà.
(more…)

February 4, 2005

DA UNO SKETCH DI HAROLD PINTER

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:13 pm

WILLS: C’è il terminale a cappuccio e il raccordo a cappuccio, e c’è il comparatore meccanico verticale.

FIBBS: No!

W:E poi c’è una cosa che a parlarne diventano nevrotici, la ganascia per il mandrino autocentrante da usare con il trapano portatile.

F:Il mio mandrino autocentrante? Vuole mica dire proprio il mio mandrino autocentrante?

W: Non gli va, è inutile, tutta ‘sta roba non gli va più, le sto dicendo. Giunti a gomito maschi, dadi per tubazioni, viti di bloccaggio, guarnizioni per ventilatori interni, punte dentate d’arresto, semipunte dentate, boccole in metallo satinato…

F: Ma i miei splendidi giunti di accoppiamento maschi paralleli no, quelli no!

W:Non ne possono più, ne hanno fin sopra i capelli dei suoi giunti di accoppiamento maschi paralleli, dei collegamenti per la pompa a flangia rigida, dei dadi e controdadi, e anche della valvola di decompressione in trafilato con comando e della valvola di decompressione in trafilato senza comando a mano!

F:Mica la valvola di decompressione in trafilato con comando a mano?

W: E senza comando a mano.

F: Senza comando a mano?

W: E con comando a mano.

F: Mica con comando a mano?

W:E senza comando a mano.

F:Senza comando a mano?

W: Con comando a mano e senza comando a mano.

F: Con comando a mano e senza comando a mano?

W: Con o senza!

Pausa

F: ( stravolto). Mi dica. Che cosa vogliono produrre invece di quella?

W: Grappa in palle.

(Harold Pinter – da “Grane in fabbrica”, sketch di rivista presentato per la prima volta al teatro Lyric di Hammersmith il 15 luglio 1959)

February 3, 2005

APPUNTI SPARSI SUL "POPOLARE"

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:14 pm

 

Sapete una cosa? (Sempre che ve ne importi). Io non ci capisco quasi più niente. Resto però fermo su poche convinzioni: al momento attuale la letteratura non è popolare. Perché dovrebbe esserlo? Non è abbastanza popolare nemmeno il cinema. E’ popolare la fiction televisiva, specie quella propagandistica. Sto leggendo i commenti su Lipperatura, l’intervento di Beppe Sebaste e  quello di Giuseppe Genna. Ieri l’articolo di Cristina Taglietti sul Corriere, il parere di Edoardo Sanguineti, grandissimo poeta, fumatore accanito, tombeur de femmes. Ma io continuo a non capire. E’ un mio limite. Intendiamoci: è stato salutare questo scambio d’idee, e  sono sempre dell’avviso che certe cose andavano dette dagli scrittori, da critici credenti nella letteratura come Carla Benedetti, da scrittori con più o meno copie vendute all’attivo, da anonimi, da addetti ai lavori editoriali, da lettori, da aspiranti scrittori, da cazzari in servizio permanente effettivo. Ma a me resta una sensazione di omologazione anche in questa polemica. Perché lo è, una vera polemica? Ci sono davvero schieramenti contrapposti? E’ in atto una vera guerra? Se così fosse, a mio modesto parere, forse sarebbe meglio: da una parte, schierati a baionette innestate, i fautori di una letteratura di progetto; e  dall’ altra coloro che amano il popolare che con la letteratura di progetto, al momento attuale, non ha proprio nulla a che spartire. Invece molti di noi – questa è la mia impressione- stanno contemporaneamente da una parte   e dell’altra, me compreso; non riescono a schierarsi, non ce la fanno proprio. Non riusciamo a schierarci; e questo credo sia un limite proprio della nostra società spettacolarizzata ma anche del fatto che molti di noi, cioè i quarantenni e i trentenni di oggi, sono figli di una società spettacolarizzata da gran tempo; la quale infatti è nata molto prima dell’avvento delle tivu del Biscione che Striscia Non Solo La Notizia. Siamo cresciuti a merendine Kinder tuttora presenti sugli scaffali degli ipermercati, i più “anziani” di noi non ricordano ovviamente i propri vagiti ma lo slogan di Calimero si: il pulcino che usciva dall’uovo totalmente inzuppato d’inchiostro… Siamo figli della televisione e della cultura di massa, la quale cultura di massa è – come sempre è stata- cultura popolare. Ecco, io credo di intravedere nella mancanza di una vera guerra tra le due parti proprio il fatto – apparentemente banale – che i contendenti vengono più o meno tutti dalle stesse esperienze di cultura popolare del vagito. Aldo Nove, e cito uno scrittore importante, è figlio di questa cultura con la consapevolezza dell’intellettuale avvertito, ma non viene a parlarci dell’India e delle sue suggestioni, non ci parla idealmente da un campo di battaglia, non è il Boell a me tanto caro che racconta la sua guerra e il suo dopoguerra in Germania, non è neanche Piero Caleffi con il suo “Si fa presto a dire fame” dove egli parla di lager nazisti nei quali si faceva presto a morire di fame; lui viene a parlarci, tra le altre cose, di Santo Domingo, laddove Fininvest investe a tappeto rollante, laddove sbarcano veline e suggestioni da prima serata palinsestica. Lui prende il mondo deflagrato dalla tivu e ne fa in certo modo carne di porco con la sua personale poetica.   Potrei fare innumerevoli altri esempi di scrittori contemporanei di valore e che agiscono fuori e dentro i cosiddetti generi. Si, cosiddetti. Perché il discorso è che secondo me non esistono più i generi, in letteratura. Forse, azzardo, non sono mai esistiti. La letteratura a mio avviso è soltanto un   genere artistico. Come il cinema. Come le altre arti. Tra letteratura e cinema ( e televisione per quanto riguarda il cascame) c’è più familiarità, ci sono suggestioni interscambiate, c’è un abbraccio anche se talvolta mortale. Forse non ha più senso parlare di libri e film, sono in fondo la stessa cosa. Anche perché la scrittura oggi più che mai s’abbevera alla fonte delle  immagini cinematografiche, così come a loro volta le immagini cinematografiche s’abbeverano alla fonte delle parole scritte su di una sceneggiatura che a sua volta si è creata sulle pagine di un romanzo. Figuriamoci se esistono davvero i generi all’interno di quella che ci ostiniamo ancora a chiamare letteratura: il noir, il giallo, il romanzo di denuncia, il romanzo sociale, il romanzo popolare… Sono solo etichette e pure ingiallite, e mi pare che molti cadano ancora nell’equivoco di nominarle a ogni piè sospinto - che però, questo, non è proprio un vero equivoco bensì una semplificazione commerciale. E’ naturale, per chi vende un prodotto (e l’arte è un prodotto, su questo non si scappa né da questo si scampa) creare delle scaffalature. Altro discorso è, da parte di chi l’arte la fa,  ripetere i “mantra dello scaffale”: “il noir è, meglio di tanti altri, il genere che più rappresenta la realtà che stiamo vivendo”, per esempio. E’ un decennio almeno che lo sento ripetere, il mantra. Ma vi siete mai fatti, una volta, questa semplice domanda? E cioè: ce ne dobbiamo proprio fottere per forza della realtà? Siamo pieni zeppi di realtà, - quella delle nostre vite quotidiane nelle quali sono oltretutto entrate a frotte di pixel le reality vite da show della televisione; e dunque  perché bisognerebbe per forza farne arte? Il romanzo sociale? Il grande affresco che tutto spieghi, come se la letteratura dovesse per forza spiegare e non evocare? Sarebbe bello, lo dico anch’io; solo che penso che sia sempre più difficile farlo fino in fondo. L’epica? Non è cosa buona per queste nostre stagioni del disincanto, queste quattro stagioni saltate di palo in frasca in padella. Insomma: rappresentare la realtà, io credo,  è addirittura fare un passo indietro, poiché oggi come non mai la realtà si rappresenta da sola, e resistere a questa realtà con le pagine dei libri è uno sforzo spesso inutile; poiché la tivu, sulla realtà benché distorta e fittizia ma vera comunque, (perché il fittizio e il distorto, e finanche le allucinazioni e le psicosi collettive sono vere, sono fatti) vince la partita sulla letteratura ma anche sul cinema col punteggio di dieci a zero. Rivolgerci alla musica per capire la realtà? Peggio che andar di notte: la musica ci fa evadere totalmente, è evasione totale dalla realtà; se ascolti Mahler, Stravinsky, un compositore contemporaneo come Arvo Parti, se ascolti Charles Ives, se ascolti per esempio l’Aaron Copland di “Short Simphony”, sei meravigliosamente fuori dalla realtà, sei nella gioia o nel mito o nel dolore o nello struggimento più pieno e avvertito o tutto questo insieme; tutto meno che nella realtà esterna, però, nella realtà sociale. Sei nella tua realtà interna di sensazioni, invece, sei nel tuo piccolo o grande o miserevole privato. E allora perché la letteratura dovrebbe sempre e comunque attaccarsi come in un dogma alla rappresentazione o alla svelazione di ciò che succede   in realtà e al di fuori?

Io, tra parentesi, sono un amante appassionato del noir, il noir lo pratico da anni; e   lo pratico a tal punto nella mia “officina” che il mio prossimo libro sarà per l’appunto- scaffalamente parlando- un noir. Ma anticipo subito che di raccontare la società che ci circonda non m’è importato nulla, nello stenderlo. Altri colleghi sono bravissimi nel far questo, nel fare questo tentativo spesso riuscito. Io no; io penso alla musica, ho delle visioni di ferro, di fuoco, mi faccio suggestionare dalla fantasia mia e di altri che sono venuti prima di me.

Cosa è popolare? La televisione, un po’ meno il cinema. Cosa è popolare ma solo  a tratti? La letteratura. Il tentativo da fare, anzi la battaglia da compiere, è quella di rendere popolare anche la letteratura di qualità, cioè di rendere questo “insindacabilmente alto” popolare a un pubblico molto più vasto. Per far questo un dibattito come quello che ancora si sta svolgendo sul web e ormai anche sui giornali credo sia utile, perlomeno per creare un circolo di idee e suggestioni, per capire, per imparare, per imparare a capire, per conoscersi. Contrapporsi duramente potrebbe essere un choc insopportabile in un momento storico nel quale siamo tutti troppo coinvolti dal magma, troppo dentro al magma, troppo asfissiati da un mondo e da una società confuse che ci rende confusi. E’ anche un bene, questo; significa in qualche modo che le ideologie politiche che nel Novecento ci hanno portato fino al baratro di milioni di morti innocenti sono in via di disfacimento, sono cascame. Ora nello scaffale “propaganda” impera il dispotismo morbido della televisione non più pedagogica ma pubblicitaria. Non aggiungo propagandistica perché è lapalissiano che lo è, come lo era  ai tempi di Bernabei e delle calzamaglie indossate per “pudore” dalle Kessler che facevano arrapare i maschi italiani di una volta. E ho il sospetto, detto per inciso, che quegli arrapamenti italianomedi fossero molto più forti di quelli provocati dalle nostre simpatiche veline acqua e Danone.  

Per concludere: a mio avviso tutto è potenzialmente popolare. Anche le cose più avvertite come impopolari, magari compiute col preciso scopo di non essere popolari. Tutti vorrebbero vendere milioni di copie (non riesco a credere diversamente) ma il problema è che gli spazi di popolarità sono davvero ristretti. Il vero nemico della letteratura, presa come genere di fatto impopolare, (nel senso che il popolo al momento attuale non è né interessato né a conoscenza di ciò che accade nel mondo della letteratura) è la televisione. Non è Faletti il nemico, lui fa il nostro mestiere, lui scrive. Il nemico è una fiction propagandistica che non ci porta da nessuna parte, sulla quale non s’innesca nessun dibattito serio, nessuno spunto reale e vitale. Mentre il cinema ha con la letteratura rapporti strettissimi, di contaminazione continua. Io credo molto nella contaminazione tra le arti; ecco perché, in questi miei appunti sparsi e probabilmente confusi, ho insistito – forse fino a sfiancare- su questo punto.  

February 2, 2005

PAROLE DI KRISHNAMURTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:19 am

(Ricevo da Cristiano Prakash e pubblico. M.U.)

“Prima di esaminare il problema del conflitto e se sia possibile esserne liberi, dobbiamo credo, comprendere la struttura delle parole, il senso che diamo ad una determinata parola e, attraverso la consapevolezza delle parole, capire come la mente resti intrappolata nella loro rete. La maggior parte di noi vive infatti di formule, di concetti creati da noi o tramandati dalla società, che chiamiamo ideali, insomma vive della necessità di avere determinati modelli in base ai quali comportarsi. Se esaminate queste formule, idee, concetti e modelli vedrete che sono parole e che queste controllano le nostre azioni, modellano i nostri pensieri e ci fanno sentire in un certo modo.

Una mente intrappolata nelle parole non può essere libera. Una mente che funziona entro lo schema di una formula è ovviamente una mente condizionata, schiava. Non sa prendere in modo nuovo, fresco, e la maggior parte del nostro pensare, delle nostre azioni, del nostro pensiero, è dentro i confini delle parole e formule. Prendete parole come “Dio” o “amore”. Che immagini, che formule straordinarie nascono nella vostra mente! Una persona che voglia scoprire se esiste Dio, che voglia scoprire il significato dell’amore, deve ovviamente essere libera da tutti i concetti, da tutte le formule. Ma la mente rifiuta di sfondare tutto ciò ed essere libera dalla formula, dal concetto perché ha paura. La paura si annida nelle parole, e ci scontriamo sulle parole. Quindi, la prima cosa da fare per una persona che voglia indagare per scoprire seriamente se c’è o non c’è una realtà, qualcosa al di là della portata delle parole, è capire e a fondo e liberarsi dalle formule.

*

Ora vorrei discutere il conflitto interno ed esterno, e se sia possibile, continuando a vivere nel mondo, essere totalmente, e non solo parzialmente, liberi dal conflitto. È possibile essere liberi da qualunque conflitto? Non rispondete “sì” o “no”. Una mente seria non prende posizione in questo modo, indaga, e per indagare deve essere libera dal conflitto che crea confusione, contraddizione, e varie forme di nevrosi. Se non è libera dalla confusione, come potrà vedere, osservare, capire? Potrà soltanto tessere una montagna di parole sulla verità, la non violenza, Dio, il nirvana, parole che non hanno nessun senso.

Una mente che voglia scoprire la realtà dev’essere libera dal conflitto a tutti i livelli di coscienza, il ché non significa cercare la pace, ritirarsi dal mondo, entrare in un monastero o meditare sotto un albero; queste sono tutte fughe. Deve essere completamente libera, a tutti i livelli di coscienza, da qualunque conflitto: essere sgombra. Solo una mente sgombra può essere libera, e solo nella totale libertà potrete scoprire che cos’è vero.

Perciò dobbiamo esaminare l’anatomia, la struttura del conflitto. Non ascoltate me, ascoltate la vostra coscienza. Ascoltate, osservate, guardate il conflitto nella vostra vita: in ufficio, con vostra moglie o marito, i vostri vicini, i vostri figli, i vostri ideali: osservate il vostro stesso conflitto. Ciò di cui infatti ci stiamo occupando è la rivoluzione dentro di voi, non dentro di me; una rivoluzione radicale dentro ciascuno di noi, alle radici stesse del nostro essere. Altrimenti è un cambiamento superficiale, un aggiustamento privo di ogni valore. Il mondo sta attraversando enormi cambiamenti, non solo tecnologici ma morali, etici, e adattarsi semplicemente a un cambiamento non reca lucidità di visione, chiarità di mente. Ciò che porta straordinaria lucidità è una mente che abbia compreso fino in fondo il conflitto interno ed esterno, perché questa stessa comprensione produce libertà. Una tale mente è chiara, e in tale chiarità c’è bellezza. Questa mente è la mente religiosa, non la mente fasulla che va al tempio, che ripete continuamente parole, che celebra cerimonie decine di migliaia di volte. Tutto ciò non ha nessun senso.

Ciò che ci interessa è la comprensione del conflitto, non come sbarazzarci del conflitto, non come sostituire al conflitto una serie di formule chiamate pace, e neppure opporci o evitare il conflitto, ma comprenderlo. Spero di essere chiaro quando uso la parola comprendere. Comprendere una cosa significa convivere con essa, e non possiamo convivere con qualcosa se la respingiamo, se dissimuliamo per paura quello che è un fatto, se scappiamo o se, trovandoci in conflitto con noi stessi, cerchiamo la pace che è un’altra via di fuga. Uso la parola comprendere in un senso speciale, cioè affrontare il fatto che siamo in conflitto e convivere totalmente con esso senza evitarlo, senza fuggirlo. Osservate se potete vivere con esso, senza tradurlo, senza applicarvi l’opinione di qualcun altro, ma vivere con esso.

Prima di tutto il conflitto non è solo a livello conscio della mente, ma anche inconscio, nel profondo. Siamo una massa di contraddizioni non solo a livello del pensiero, ma anche al livello che il pensiero conscio non raggiunge. Ciò richiede totale attenzione da parte vostra. Che lo vogliate o no siete in conflitto; la vostra vita è confusione, sofferenza, una serie di contraddizioni, violenza e non violenza. I santi vi hanno rovinato con le loro particolari idiosincrasie, particolari modelli di violenza e non violenza. Infrangere tutto ciò, scoprire da soli, richiede attenzione la sincerità di indagare il problema fino in fondo.

Tutto ciò che facciamo provoca conflitto. Non abbiamo passato un solo momento, dai giorni della scuola a ora, in cui non siamo stati in conflitto.andare in ufficio, che è una noia terribile, pregare, la ricerca di Dio, le discipline, i rapporti: tutto ha in sé un seme di conflitto. È evidente a chiunque voglia conoscere se stesso: quando si guarda allo specchio, vede di essere in conflitto. Allora, che cosa fa?cerca immediatamente di fuggire o di trovare una formula che assorba il conflitto. Ma ciò che noi cerchiamo di fare è osservare il conflitto, non fuggirlo.

Il conflitto nasce quando c’è contraddizione nella nostra attività, nel nostro pensiero e nel nostro essere, esteriormente e interiormente.accettiamo il conflitto come un mezzo per progredire. Prendiamo il conflitto come una lotta. I compromessi, le repressioni, gli innumerevoli desideri contraddittori, le varie pulsioni contraddittorie, le sollecitazioni, tutto questo crea conflitto dentro noi. Veniamo educati ad essere ambiziosi, ad avere successo nella vita. Dove c’è ambizione c’è conflitto, ma ciò non significa che dobbiamo metterci a dormire o meditare. Quando comprendete la vera natura del conflitto sgorga una nuova energia, un’energia che non è contaminata dallo sforzo, ed è questa che esamineremo.

Quindi per prima cosa, essere consapevoli di essere in conflitto; non cercare di capire come trascenderlo, che cosa fare al proposito o come reprimerlo, ma esserne consapevoli e non fare niente: questa è la cosa necessaria. Faremo qualcosa più tardi, ma per prima cosa non intervenite su ciò che avete scoperto, sul fatto di essere in conflitto, sul fatto che cercate di fuggire dal conflitto in molti modi diversi. Il fatto è questo, e rimanendo sul fatto anche per pochi minuti, vedrete come la mente si rifiuta di rimanere con esso. Vuole fuggire, intervenire, fare qualcosa. Non riesce mai a convivere con il fatto. Per comprendere qualcosa dovete vivere con esso, e per conviverci dovete essere estremamente sensibili. Vivere con un bellissimo albero, un dipinto o una persona, vivere con esso significa non abituarsi ad esso. Nel momento in cui vi abituate perdete la sensibilità. Questo è un fatto. Se mi abituo alla montagna su cui vivo tutta la mia vita, non sono più sensibile alla bellezza del suo profilo, alla luce, alla forma, al suo straordinario splendore al mattino e alla sera. Mi sono abituato, il che significa che sono diventato insensibile. Anche convivere con una cosa brutta richiede la stessa sensibilità. Se mi abituo alle strade sporche, ai pensieri sporchi, alle situazioni brutte, a tollerare le cose, divento di nuovo insensibile. Vivere con qualcosa, che sia bello o brutto o doloroso, vivere con esso significa essere sensibili ad esso, non abituarsi. Questa è la prima cosa.

Il conflitto esiste non solo perché abbiamo pensieri contraddittori, ma perché tutta l’educazione, la pressione psicologica sociale, crea in noi questa divisione, crea questa spaccatura tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere, tra il reale e l’ideale. Siamo dominati dagli ideali. Una mente chiara non ha ideali. Funziona passando da un fatto all’altro, non da un’idea all’altra. Il conflitto non è solo a livello conscio, ma anche a quello inconscio. Ma ne parlerò un’altra volta. Adesso ci interessa il conflitto, in tutto il nostro essere, a livello conscio e inconscio. Il conflitto esiste. Qualunque sforzo per liberarsene crea a sua volta conflitto. Questo è evidente, perfettamente logico. Quindi la mente deve trovare un modo per essere libera dal conflitto senza bisogno di sforzo. Se mi oppongo al conflitto, se mi oppongo agli schemi e alle intimazioni comprese nel conflitto, questa mia stessa opposizione è un’altra contraddizione, e cioè conflitto.

Mettiamola in termini molto semplici. Capisco di essere in conflitto, sono violento, tutti i santi e i libri dicono che non devo esserlo. In me ci sono due cose in contraddizione: la violenza, il non dover essere violento. È una contraddizione, che mi sono imposto da solo o che mi è stata imposta da altri. In questa contraddizione c’è conflitto. Se mi oppongo ad essa, sia per comprendere il conflitto, sia per evitarlo, sono comunque in conflitto. È evidente. Per comprendere il conflitto ed essere libero, non devo oppormi ad esso, non devo scappare. Devo osservarlo, ascoltarlo nella sua globalità: con mia moglie, i miei figli, la società, con le mie stesse idee. Se affermate che in questa vita non sia possibile liberarsi dal conflitto, il rapporto tra me e voi è finito. È finito anche se affermate che è possibile. Ma se dite: “ voglio scoprire, voglio indagare, voglio sviscerare la natura del conflitto che è stato creato in me e di cui io sono parte”, allora siamo in rapporto e possiamo procedere insieme.

Qualunque forma di fuga, esitamento, resistenza al conflitto non fa che accrescerlo, e il conflitto implica confusione, brutalità, durezza. Una mente in conflitto non può esser compassionevole, non può avere la lucidità della compassione. Perciò la mente deve essere consapevole del conflitto senza opporsi, senza evitarlo, e senza formarsi opinioni. In questo stesso atto nasce una disciplina, flessibile, che non si basa su alcuna formula, modello o repressione. Si osserva cioè l’intero contenuto del conflitto interiore, e questa stessa osservazione porta con sé, naturalmente, senza sforzo, una disciplina. Tale disciplina è necessaria. Uso la parola disciplina nel senso di lucidità , nel senso di una mente che pensa con precisione, in modo sano; non potete avere una mente così se c’è conflitto.

Quindi, l’essenziale, è in primo luogo comprendere il conflitto. Potreste dire: “non sono libero dal conflitto, dimmi cosa fare per liberarmene”. Questo è il modello che vi hanno insegnato. Volete vi si dica come essere liberi dal conflitto, ma seguendo questo modello per liberarvi dal conflitto continuerete a essere in conflitto. È abbastanza semplice. Non c’è nessun “ come”. Cercate di capirlo. Non c’è nessun metodo nella vita. Dovete viverla. Una persona che disponga di un metodo per raggiungere la non violenza, o qualche stato straordinario, è semplicemente imprigionata in un modello; il modello può produrre dei risultati, ma non condurrà mai alla realtà. Perciò, quando chiedete: “ come posso fare per esser libero dal conflitto? “, state ricadendo nel vecchio modello, il che indica che siete ancora in conflitto, che non avete compreso. E questo significa che ancora una volta non avete vissuto con chiarezza il fatto.

Esser in conflitto implica una mente confusa, cosa che potete notare in tutto il mondo. Tutti gli uomini politici del mondo sono confusi e hanno creato sofferenza al mondo. Anche i santi hanno creato sofferenza al mondo. Se quindi siete sinceri e volete essere liberi dal conflitto, dovete abolire completamente qualunque autorità dentro di voi, perché per chi vuole la verità non c’è alcuna autorità, né la Gita, né i vostri capi, nessuno. Ciò significa essere completamente soli. E si può essere soli quando la mente è libera dal conflitto.

La maggior parte di noi vuole evitare la vita, e abbiamo trovato modi e metodi per farlo. La vita è qualcosa di totale, non una cosa parziale. La vita include la bellezza, la religione, la politica, l’economia, i rapporti, le dispute, la sofferenza, il tormento, l’angoscia dell’esistenza, la disperazione. Tutto ciò è la vita, e non solo un pezzo, un frammento; perciò dovete comprenderla nella sua globalità. Ciò richiede una mente sana, assennata, chiara. Perciò dovete avere una mente priva di conflitto, una mente che non ha nessuna traccia di conflitto, che non è stata scalfita. Ecco il motivo per cui il conflitto, in qualunque sua forma, può esser compreso solo essendone consapevoli.

Per “esserne consapevoli” intendo osservarlo. Osservare vuol dire guardare senza opinioni. Dovete guardare, ma senza le vostre idee, i vostri giudizi, paragoni e condanne. Se c’è condanna, opposizione, non state osservando, e quindi il vostro interesse non è il conflitto. Non potete osservare niente senza avere già un’idea, e questo diventa il vostro problema. Volete osservare il conflitto, ma non potete farlo se vi sovrapponete un’opinione, un’idea o un giudizio circa il conflitto, oppure se fate resistenza. Allora il vostro interesse sarà scoprire perché fate resistenza, non comprendere il conflitto, ma perché vi opponete. Vi siete spostati dal conflitto, e diventate consapevoli della vostra resistenza. Perché resistere? Scopritelo da soli. Per la maggior parte di noi, il conflitto è diventata un’abitudine. Ci ha resi così ottusi che non ne siamo più nemmeno consapevoli. L’abbiamo accettato come parte della vita, e quando lo incontriamo, quando lo vediamo come un fatto, allora cerchiamo di evitarlo o di fare opposizione, di trovare una via d’uscita. Così, osservare il fatto della vostra resistenza, diventa molto più importante che comprendere il conflitto. Quindi come fate ad evitarlo, la formula che vi evitate così iniziate a osservare le vostre formule, opinioni e resistenze.. diventandone consapevoli spezzate il vostro condizionamento, e siete in grado di affrontare il conflitto.

Dunque, capire il conflitto e perciò esserne liberi, non in seguito, non alla fine della vita, non dopodomani, ma immediatamente e totalmente ( si può fare), richiede una straordinaria capacità di osservazione, che non è qualcosa da coltivare perché nel momento in cui la coltivate siete ricaduti nel conflitto.ciò che occorre è la percezione immediata del processo globale, del contenuto totale della coscienza; l’osservazione immediata che ne vede la verità. Nel momento in cui ne vedete la verità, ne siete fuori. Non potete vederne la verità, in qualunque forma, a nessun livello, se cercate di opporvi, di fuggire o di sovrapporvi determinate formule che avete appreso.

Ciò solleva un problema molto importante: non c’è tempo per il cambiamento. O cambiate adesso o mai più. Non intendo “mai più” nel senso tradizionale o nel senso cristiano di “ dannati in eterno”. Intendo che il cambiamento avviene ora, nell’attivo presente. L’attivo presente può essere domani, ma è sempre l’attivo presente; e solo nell’attivo presente c’è il cambiamento, non dopodomani. È molto importante capirlo. Siamo abituati ad avere un’idea, e a tradurre l’idea in atto. Prima formuliamo, in modo logico o illogico, ma il più delle volte illogico, un’idea o un ideale, e poi cerchiamo di metterla in atto. Così c’è una frattura tra l’azione e l’idea, una contraddizione. L’azione è il vivo presente, non l’idea. La formula è solo un’idea fissa; l’attivo presente è l’azione. Dire: “ devo essere libero dal conflitto”, diventa un’idea. C’è un intervallo di tempo tra l’idea e l’azione, e voi sperate che in questo intervallo di tempo avvenga qualche speciale, misterioso evento che porti con sé un cambiamento.

Se chiamate in causa il tempo, non ci sarà mutamento. La comprensione è immediata, e potete comprendere solo se osservate totalmente, con tutto il vostro essere. Come ascoltare questo aereo, il suo rombo con tutto il vostro essere, senza interpretarlo, senza dire: “ è un aereo”, “ che fracasso”, “ voglio ascoltare, ma sta passando un aereo”. Così diventa una distrazione, una contraddizione, e vi siete persi. Ascoltare quell’aereo con tutto il vostro essere è ascoltare chi vi parla con tutto il vostro essere. Non c’è divisione tra i due ascolti. C’è divisione solo quando volete concentrarvi su ciò che viene detto, e allora diventa una resistenza. Se siete totalmente attenti, potete ascoltare l’aereo e chi vi parla.

Allo stesso modo vedrete che, se siete totalmente consapevoli dell’intera struttura, dell’anatomia del conflitto, avverrà un cambiamento immediato. Allora sarete completamente fuori del conflitto. Ma se dite: “ sarà sempre così, sarò sempre libero dal conflitto?”, state ponendo una domanda stupida. Indica che non siete liberi dal conflitto, che non ne avete compreso la natura. Volete soltanto vincerlo e stare in pace.

Una mente che non ha compreso il conflitto non può mai essere in pace. Può rifugiarsi in un’idea, in una parola che dice “ pace”, ma che non è la pace. Esser in pace richiede lucidità, e la lucidità viene soltanto quando non c’è conflitto di nessun tipo, il che non è un processo di autoipnosi. Solo la mente che ha compreso il conflitto, con tutta la sua violenza, la sua follia ( e la non violenza è una forma di follia perché la mente non ha ancora compreso la violenza), può spingersi molto più lontano. Una mente che si costringe ad essere non violenta è una mente violenta. La maggior parte dei vostri santi e maestri è tutta presa dalla violenza, essi non conoscono la chiarezza della compassione. E solo la mente compassionevole può comprendere ciò che va al di là delle parole”.

(J Krishnamurti, New Delhi 27 ottobre 1963)

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