The FK experience

February 18, 2005

LA SIGNORA ICARO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:44 am

  di Carol Ann Duffy

(Rubo da un commento fatto su Nazind questa breve poesia. M.U).

Non sarò la prima né l’ultima
che se ne sta su un costone,
a guardare al marito
che dimostra al mondo
di essere un totale, perfetto, emerito, assoluto coglione.

(Nella foto: la signora Icaro a casa, dopo il volo, in un momento di relax.M.U.)

February 17, 2005

UNA SAGGEZZA SENZA CONFINI…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:09 pm

 

"L’ottimismo della ragione contro il pessimismo del torto".

(Max Mescia)

February 16, 2005

LO CREATURI STA PER NASCIRI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:07 pm

  Interrompo le tramissioni su Radio Uffenwanken Rigorosamente International (Modestamente) per annunciare che lo secondo creaturi masculo del me amis Gianni Biondillo sta per nasciri. Esattamente domani giovedì 17 (c’è mancato poco, per il venerdì, dico…) in tutte ma dico tutte le librerie-nursery d’Italia sarà disponibile il pupo masculo, al quale il padre ha dato il nome di "Con la morte nel cuore". Io ho avuto modo di fare un’ ecografia al pupo (insomma ho già letto il libro) e posso dirvi che il guaglione è ancora più bello del fratello maggiore "Per cosa si uccide". Ma non ditegli che ve l’ho detto. Il nuovo guaglione - da ecografiche informazioni assunte - pesa 443 pagine - ma tutto è relativo, perchè il pupo è una piuma, nel senso che è come quando vi attaccavate anche voi al biberon, il latte ve lo succhiavate di gusto quasi in un sorso. E insomma 443 pagine ve le succhiate in fretta, e a libro chiuso (anzi a pupo addormentato) vi dispiacerà anche, perchè l’avrete finito.

In culo alla balena Blondell!  

GIORNALISMO E VERITA’

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:01 pm

Programma

Sabato 19 febbraio 2005

NAZIONE INDIANA organizza una giornata d’incontro con voci libere e tenaci del giornalismo d’inchiesta.
A cura di Carla Benedetti, Jacopo Guerriero, Roberto Saviano.

Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11, 20123 Milano – ingresso da Conca del Naviglio – Tel. 02.58319484.
MM2 S. Agostino, MM2 Porta Genova – Tram 2, 14 – bus 94.

ore 9.30

Francesco Vignarca : Armi e mercenari.

Roberto Saviano : Camorra e imprenditoria criminale.

Gianni Saporetti : Un’altra pratica di giornalismo, l’esperienza della rivista “Una città”.

Umberto Lucentini : Storie di Cosa nostra oggi.

Angelo Miotto : Le notizie che non passano.

DICUSSIONE

ore 15

Peter Gomez: Meandri della prima e seconda repubblica.

Riccardo Orioles: Cosa nostra e il ruolo del giornalismo d’inchiesta.

Emiliano Fittipaldi: Il nuovo giornalismo d’inchiesta.

Lorenzo Fazio, direttore della collana BUR.

Antonella Tarpino, editor di Einaudi.

Interverranno nella discussione: Carla Benedetti, Jacopo Guerriero e altri collaboratori di Nazione Indiana.

Notizie sui partecipanti

Francesco Vignarca , autore di Mercenari S.p.a, Bur, 2004, coordinatore nazionale della Rete italiana per il disarmo.

Roberto Saviano, scrive su “il manifesto”, “Diario” e l’inserto campano del “Corriere della sera”. Collabora a Nazione Indiana. Un suo testo, “Annalisa. Cronaca di un funerale” è uscito su Best off, a cura di Antonio Pascale, minimum fax, 2005.

Gianni Saporetti, coordinatore del mensile “Una città”.

Umberto Lucentini, autore di Paolo Borsellino, San Paolo, 2004, lavora per il “Giornale di Sicilia”.

Peter Gomez, coautore assieme a Marco Travaglio di Regime, BUR, 2004. Lavora per “L’’Espresso”.

Riccardo Orioles è stato tra i fondatori del settimanale “Avvenimenti”, con Pippo Fava (giornalista ucciso dalla mafia nel 1984) ha condiviso l’esperienza de “I Siciliani”. Cura in rete ” La Catena di San Libero”, un notiziario gratuito.

Emiliano Fittipaldi, coautore assieme a Dario Di Vico di Profondo Italia, BUR, 2004. Lavora per la pagina economica del “Mattino”.

Angelo Miotto lavora a Radio Popolare. Sta preparando con Gigi Gherzi e Matteo Scanni un saggio sulle notizie accantonate dal circuito dell’informazione.

Lorenzo Fazio, direttore della collana BUR.

Antonella Tarpino, editor di Einaudi.

February 15, 2005

SAHARA CONSILINA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:09 pm


di Elio Paoloni

Giulio Mozzi ha scritto recentemente che un libro sbagliato non è recuperabile: dalla sua esperienza di lettore, di insegnante di scrittura creativa, e poi di editor, ha tratto la conclusione che è inutile mettere mano a un libro strutturalmente manchevole tentando di rimetterlo in sesto. Si fa prima, e meglio, a riscriverlo completamente. Oppure, si potrebbe dire, a pubblicarlo com’è.

Ma che dire dei tanti libri che non hanno gravi difetti strutturali ma soltanto zone mosce o parti ripetitive o pezzi ciondolanti, e ciononostante si lasciano passare così come sono? Sono stato a lungo incerto prima di decretare la pura e semplice assenza di qualsivoglia sforzo redazionale in molti dei libri che ho letto recentemente; temevo una mia incapacità di afferrare lo spirito dei libri, che poteva consistere appunto in un’irruenza sperimentale, in uno squilibrio cercato, in una logorrea peculiare. Ho rammentato le accuse a molte scuole di scrittura per la loro insistenza sul limare, sull’espungere, sull’asciugare, che aveva portato alla creazione di tanti nipotini di Carver.

E’ giusto, mi sono detto, evitare la monotonia del bello e rifinito, quell’omogeneità tombale attribuibile a un certo editing, che rende indistinguibili gli scrittori come la barrique rende uguali i vini da qualsiasi vitigno provengano. Il lavoro di chi pretende di incanalare la lava della scrittura nelle regolette della “buona composizione”, è stato tanto criticato che l’evidente mancanza di interventi appare come un segno di un buon costume.

Si ritiene infatti che asciugare, sforbiciare, contrarre, sia affare da minimalisti. Ma sproloquiare non ci trasporta automaticamente nel paese del massimalismo. Dilatare un pregevole tondo a dimensioni da Cappella Sistina ottiene un unico risultato: il dispiegarsi della grana da pixel. Spesso non si vuol rinunciare all’effetto orale. Ma l’oralità non esiste, in letteratura. E’ un’invenzione. Un artificio sorvegliatissimo. Tutto da “editare”. Abbassare continuamente il tono inseguendo la mimesi non serve a raggiungere nuovi lettori ma a scoraggiare i vecchi.

Troppi libri insomma guadagnerebbero molto da una buona revisione.

Uno di questi, a parer mio, è il notevolissimo Sahara Consilina di Vincenzo Corraro, romanzo corale sulla nuova emigrazione meridionale, quella degli universitari e dei laureati, specie dei lucani come l’autore, ” che non teniamo niente, eternamente retorici nei nostri Orazi e Scotellari, petroli in Val d’Agri e briganti, le due varianti di pini: i Loricati e il Mango (cantante), Isabelle Morre e nient’altro. Cioè per quanto ci sforziamo quattro cose, che basta una tarantella per riassumerle”.

Atto primo, la partenza: ” si smarrirono e ingarbugliarono le strade, la Volvo fu venduta per dire degli oggetti, la casa abbandonata, aumentarono le promozioni, si diversificarono le esigenze, si addolcirono le incazzature, gira la carta, pensammo”. Atto secondo, l’esilio. Addolcito dalle mamme ” che salivano al Nord dai figli per due giorni”, che ” fatta la spesa al Gs e regalati sinceri buongiorno in strada a chi non glieli chiedeva, ci accudivano di ritorno dai corsi. Le sante e benedette mamme grasse e con la terra nelle unghie smaltate per farsi signore, con le camicette colorate di una stoffa che non si usava più da cinquant’anni, che si confondevano al mercato con le slave e le rumene, e la casa si riempiva di sole che per un anno non andava via”. Atto terzo, il rientro: ” il paese più avanti ci avrebbe in qualche modo a uno a uno risucchiato, riprendendosi scotellaramente i suoi figli dopo averli visti nel giusto partire, già mezzo stempiati dalle marce illusioni, rivendicando i suoi doni come Andromaca”.

In questo romanzo l’occasione per il rientro degli esuli, componenti di una band, è la prossimità delle elezioni comunali nell’amato-odiato paesello (ma il luogo dell’anima - o meglio dell’assenza di anima - è la vicina Sala Consilina richiamata nel titolo). Il gruppo di amici dà vita alla lista civica Catena solidale, “ alleanza triste, servile e tribale di gente inaridita dall’amarezza, assoldata dall’utopia” che rimette agli altri, “ ai salvati e ai potenti, la propria fragilità sommersa, il proprio fondo cristallino di disperazione, che si incaponisce a mettere pezze al proprio destino”, che “ diventa, nel rutto dei birraioli, catena di sant’Antonio… Forse stiamo violando ferocemente l’intimità del paese, come i gesuiti spagnoli in terre azteche. Anche noi, come loro, per passione, fede imposta”. E deve combattere proprio contro la donna che anni prima, al liceo, aveva rappresentato la rivolta agli occhi del protagonista: ” il suono della rivoluzione poteva essere senza dubbio questo: l’ilarità disarmante di Annina, questo borioso scoppio di neuroni che piglia per il culo il sistema e se lo imprigiona dentro al cesso, per pisciarci sfottente sopra”.

Sahara Consilina è ricco di pagine pregevoli: l’autore riesce a scolpire periodi netti, con frasi che si accavallano scabre come scaglie di pino loricato. Finendo spesso, però, sommerse dal chiacchiericcio o disperse nello smontaggio cronologico che è ormai divenuto un’afflizione, al cinema e nei libri.

Ne ho voluto parlare con Michele Trecca. Trecca è il critico che, dopo averci regalato, insieme a Gaetano Cappelli e Enzo Verrengia, una delle più significative antologie degli ultimi decenni, Sporco al sole, e aver messo mano a diversi progetti editoriali (nella collana zerozerosud era uscito il libro di Francesco Dezio Via da qui, poi divenuto per Feltrinelli Nicola Rubino è entrato in fabbrica), dirige ora la collana Cromosoma Y di Palomar nella quale sono stati pubblicati, tra l’altro, Discoteca di Andrea Di Consoli, I Lanzillotti di Francesco Lanzo, e, appunto, Sahara Consilina.

Da un critico mi aspettavo - forse ingenuamente - un’idea dell’editing molto incisiva. Invece Trecca si defila: “In fin dei conti, io affianco l’autore (e con lui discuto tutti gli aspetti del lavoro), non mi sostituisco a lui”. Un atteggiamento rispettoso e collaborativo che probabilmente entusiasmerà gli autori. Trecca mi rimanda quindi all’autore.

Ed è a Vincenzo Corraro che pongo domande volutamente brutali, da avvocato del diavolo.

Per tratteggiare il donchisciottismo di Catena Solidale non sarebbe stato meglio che lessico e sintassi del narratore principale venissero raffreddati, invece di tendere al calco dei personaggi, ricorrendo di continuo all’ammiccamento naif?

Il narratore/personaggio principale gioca con una lingua zuzzurellona, ironica e scanzonata quando ha da raccontare i momenti della campagna elettorale (è un modo per demistificare qualcosa che in toni seri poteva diventare stucchevole e indigeribile o forse “poco coinvolgente”), ma utilizza una lingua più fredda e distaccata quando riflette sul contesto, quando tenta di “fare denuncia”, quando si fa professorale (ma non intellettuale). Questo mix a me sembra che dia più musicalità alla pagina, quel ritmo – chiamiamolo - “sincopato”, che permette di osservare la realtà in una prospettiva quantomeno bidimensionale, e ricca di luce.

Del romanzo fa parte un bellissimo racconto in prima persona di Annina, la barricadera divenuta “signora” e riformista, un personaggio che, secondo Michele Trecca “è la vera sorpresa della storia, l’elemento perturbante che svela i limiti dell’autoreferenzialità narcisistica di certi gruppi”. Penso che se avesse lo stesso spazio del suo innamorato-antagonista, avremmo uno di quei libri a più voci, con visioni diverse, contrapposte o complementari. Ma relegata in fondo la voce notevole di questo personaggio - con il suo tono tradizionale – non suona semplicemente estranea?

Annina è l’altra parte della storia, e penso che abbia anche un notevole peso nel libro, certo non lo stesso spazio - è vero - di Johnny, ma è il personaggio più importante dopo il narratore. Tieni conto che è un romanzo ossessivamente maschile e arrabbiato (cfr. il capitolo “Contracanto”), Annina doveva per forza di cose venir fuori dalle ceneri della rabbia.

“Giulia” (una delle donne del protagonista) fa davvero parte del libro?

E’ un personaggio marginalissimo. Che poi abbia preso pagine e spazio fino a confondersi tra i personaggi principali (credo che qui mi voglia portare capziosamente la domanda) rispondo che intanto non è così, e poi Giulia (così come l’odore di malva, i desideri inespressi della voce narrante, ecc.) fa parte delle dolci ossessioni (o fantasmi) del protagonista.

Per un Senatore “pittato” come Dio comanda e una scena in casa sua perfettamente “recitata”, mi sembra di trovare molte ripetizioni e qualche sciatteria in altri passi dove si racconta dell’attività di Catena Solidale. Anche per Trecca “tagli - probabilmente - se ne potevano ancora fare”.

Ho calibrato nel capitolo sul Senatore ogni scelta stilistica, estetica, antropologica e scenografica, modellando al meglio una materia narrativa che doveva mostrarsi “barocca” e ridondante, non di un mero intellettualismo però, ma di una forza comunicativa che tenesse assieme grottesco (il senatore, la cricca, la bibliografia) e drammatico (le cameriere polacche, il tempo andato tra le mura di quel palazzo senza età, il potere recidivo dei piccoli uomini).

Rileggendo a mente fredda il romanzo parecchie cose non mi piacciono e tante altre le avrei scritte in diverso modo. Quella che si può trovare un po’ troppo pesante l’analisi socio-politica (che interessa a pochi) di certi capitoli (forse il testo, avendo avuto un po’ più di tempo, avrei potuto asciugarlo ulteriormente)

Mi sembra che molti degli autori e delle personalità elencati poi in appendice siano collocati nel libro, ognuno con la sua frasetta in fronte, quasi un link, senza una reale necessità o un affinità profonda ma solo per donare più universalità al libro. Come dire: questa figurina mi mancava, vediamo, in quale casella dell’album va incollata

In questa scelta stilistica – intellettual-smoff e orgasmatica – l’uso delle citazioni lo rivedo appropriato e in fondo necessario. Significa rispetto verso un mondo di immagini, di autori e di sensi che interseca con le situazioni che ho descritto.

Una confessione: oggi le epigrafi toglierei dal libro. Quando scrivo ne metto sempre una prima di ogni pagina bianca, è uno stimolo a non farmi abbandonare il lavoro che ho intrapreso. E non sempre ci azzeccano qualcosa con quanto segue. Ecco: molte di quelle contenute in Sahara Consilina oggi mi sembrano ridondanti, patetiche, esagerate. Quelle “frasette” si potevano, concordo con te, eliminare.

Perché il capitolo “senza rischio” inizia con la solita voce narrante, impedendo di comprendere agevolmente che a un certo punto, nella pagina seguente, è Thomas, l’unica figura tragica del romanzo, a dire “io”?

Tutti i cambi dei personaggi sono “preparati” dalla voce narrante. Mi chiedo piuttosto come mai questo non abbia funzionato bene, da non passare inosservato.

Il libro non finisce - bene - prima delle ultime due righe?

Forse. Ma Sahara è un romanzo prima di tutto “musicale”. Ci tengo che sia definito così. Anzi il prologo si apre con un’invocazione dei cantastorie siciliani: “sentite perché c’è da sentire”… non poteva non chiudersi con un sipario analogo, una formuletta di chiusura che è appunto di richiamo musicale. Un po’ come faceva Omero e come gli portano rispetto, ancora oggi, i cantori di tradizione orale.

February 14, 2005

Appunti sparsi sul “popolare”

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:36 pm

di Franz Krauspenhaar

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Sapete una cosa? (Sempre che ve ne importi). Io non ci capisco quasi più niente. Resto però fermo su poche convinzioni: al momento attuale la letteratura non è popolare. Perché dovrebbe esserlo? Non è abbastanza popolare nemmeno il cinema. E’ popolare la fiction televisiva, specie quella propagandistica. Ho letto i commenti su Lipperatura, l’intervento di Beppe Sebaste e quello di Giuseppe Genna, l’articolo di Cristina Taglietti sul Corriere, il parere di Edoardo Sanguineti, grandissimo poeta, fumatore accanito, tombeur de femmes, e poi il parere di Sebastiano Vassalli, la replica di Carla Benedetti, e poi ancora, sul Corriere, l’intervento di un editore, Fanucci, e altri post qui, come l’intervento di Antonio Moresco.
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BUON SAN VALENTINO A TUTTI!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:25 pm

  Che siate sposati, fidanzati, vedovi, soli, solinghi, solitari, tristi (solitari), binari tristi y solitari, tristi solitari y final, all’inizio della vita o al suo principio, che siate bastardi dentro, bastiancontrari, ridibastiani, ballerini, frufru, orsubellesignore, mangiapaneatradimento, ricchi ricchissimi praticamente in mutande, fini intellettuali, fini pseudointellettuali, Fini, fini tortellini, tate, tutte, tits, tarelli, biciclette Carnielli, uomini che non devono chiedere mai, uomini dal braccio d’oro, donne sull’orlo di una crisi di nervi, donne cosa si fa per voi, Donne Rose, (il mio nome è…), Katie Ricciarelli, Pippi Baudi, professori, professoroni, professorini, professoresse, sado, maso, Pietro Maso, Sacher-Masoch con o senza (panna), Tarte Tatin, (sorelle), Sorelle Materassi, Tigri del Materasso, Mister Permaflex, Mister Spermaflex, Mister Parmalat, reggiani, reggini, ruggiti, Cipputi, medioborghesi, bassoborghesi, simpaticoni, antipaticoni, rimbambiti, salme, salmì umani, divi di Hollywood, scrittori incazzati neri, scrittori incazzati e basta, scrittori calmissimi, tromboni, suonatori di trombone, suonatori di eccetera eccetera, amici nemici amici degli amici nemici degli amici nemici dei nemici…

Buon San Valentino da Tutta la Redazione (cioè io)!

Al risveglio, col caffellatte

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:38 am

di Franz Krauspenhaar

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Sono nell’appartamento di Parigi del professor Jean-Claude Kaufmann, insigne sociologo. Lo intervisto a proposito del suo libro “Quando comincia l’amore”. Un libro che parla di quando ci si sveglia al mattino accanto a una sconosciuta. O a uno sconosciuto. Insomma, a scelta dell’ interessato. O dell’interessata. Insomma, a scelta e basta.
(more…)

February 13, 2005

DARWIN, UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:59 pm

di Lorenzo Galbiati

(Ecco la terza e ultima parte della biografia non autorizzata di Darwin. La prima è andata in rete gio. 20 gennaio e la seconda lun 31 gennaio. Buona lettura. M.U.)

Terza parte

Charles e Alfred

In apparenza Darwin e Wallace avevano ben poco in comune: il primo era un ricco gentiluomo con una solida preparazione universitaria, il secondo uno sfigato senza istruzione che per campare fece anche il collezionatore di uccelli e insetti in malsani paesi tropicali. Tuttavia, entrambi erano naturalisti nati che avevano letto Malthus e Lyell, ed entrambi fecero il giro del mondo per raccogliere esemplari viventi in arcipelaghi tropicali. Wallace nel 1848 partì per il Brasile allo scopo preciso di “raccogliere fatti”, ossia insetti, scimmie, uccelli che lo aiutassero a comprendere il problema dell’origine delle specie. Dopo quattro anni di spericolate avventure lungo il Rio delle Amazzoni, IndianaJones-Wallace salpò dal Brasile con la più gigantesca collezione di animali tropicali che nessuno avesse mai raccolto. E che nessuno in Inghilterra vide mai, perché il 6 agosto 1852 la nave su cui viaggiava prese fuoco e affondò con tutti i “fatti” raccolti, e con la maggior parte dei suoi diari. Ma figuriamoci se questo poteva fermare DieHard-Wallace, che riuscì a tornare in patria senza riportare danni fisici (su quelli psichici però non saprei dire). Dimostrando di possedere memoria e forza di volontà non comuni, Wallace stese ugualmente una mappa sulla distribuzione delle specie raccolte lungo gli affluenti del Rio delle Amazzoni e subito dopo programmò un’altra spedizione, questa volta per l’arcipelago malese (come avrete capito, Alfred, al contrario di Charles, non aveva problemi con l’acqua ma, semmai, con il fuoco). Questa volta i “fatti” malesi non furono abbrustoliti durante il viaggio cosicché Wallace, al suo ritorno, potè osservarli con calma.

Nel 1855 Alfred scrisse il saggio Sulla legge che regola l’introduzione di nuove specie, con il quale poneva implicitamente le basi per lo sviluppo della teoria della discendenza di specie affini da un progenitore comune. Come abbiamo detto, Darwin lo lesse dopo aver concluso il lavoro sui cirripedi e non reagì fino a che Wallace nel 1857 gli scrisse una lettera per chiedergli la sua opinione. A quel punto, essendo un gentiluomo, dovette rispondergli: “confermo la fondatezza di quasi ogni parola del suo saggio”, gli scrisse nella sua lettera di ritorno. Ma, a parte questo, Darwin non fece granché. Se Charles dormiva, non così il suo amico Lyell, che fu molto turbato dal saggio di Wallace e decise di far visita al Nostro per discutere con lui il problema dell’origine delle specie. Si rese conto (e ne fu terrorizzato) che le idee di Darwin coincidevano con quelle di Wallace, anzi si inserivano in un discorso di ben più ampio respiro, che rappresentava una vera e propria rivoluzione per le scienze naturali. Benché non fosse ancora convinto delle argomentazioni evoluzionistiche, Lyell incoraggiò il suo ex discepolo a pubblicare in tempi brevi un’opera sulle specie: “scrivi, vecchio mio! Vuoi farti scavalcare da quello sfigato di Wallace?” E, finalmente, Darwin si ripigliò, rilesse il suo Essay del 1844 e si mise a scrivere di buona lena una nuovo grande libro. E questo migliorò anche la sua salute: cessarono la dissenteria e gli incubi in cui veniva sodomizzato da un cirripede.

Nel 1858 il Nostro ricevette un manoscritto di Wallace, Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario. Darwin fu sbalordito, e ne scrisse a Lyell: “non ho mai visto una coincidenza più sorprendente, […] tutta la mia originalità, qualunque essa fosse, va in fumo.” Il 20 agosto 1858 nei Proceedings della Linnean Society di Londra vennero pubblicati il manoscritto di Wallace insieme a estratti dell’ Essay di Darwin: per la prima volta veniva chiaramente proposta la teoria dell’evoluzione per selezione naturale. A questo punto, tutti aspettavano il grande libro di Darwin, che però tornò a farsela nelle mutande, e non parlo solo in senso metaforico. Esasperato, Lyell gli chiese un compendio dell’opera che stava scrivendo, “è l’unico modo per fregare quel cacasotto”, disse a un amico. E il miracolo avvenne. Il compendio, pubblicato il 24 novembre 1859, divenne il libro più importante delle scienze biologiche: l’ Origine delle specie. Afred Russel Wallace non provò invidia nei confronti di Darwin, anzi ne fu un grande ammiratore e continuò imperterrito le sue pericolose ricerche naturalistiche. Nel 1862 tornò nell’arcipelago malese e al suo ritorno scrisse alcune delle più importanti opere di zoogeografia degli ultimi due secoli. Morì a stento nel 1913, a novant’anni.

L’origine delle specie

Il compendio che Darwin diede alle stampe (l’editore riuscì a convincerlo a pubblicarlo omettendo la parola “compendio”, e Darwin ne fu molto dispiaciuto: era un lavoretto di sole 490 pagine) non è un’opera in cui viene presentata una teoria monolitica sull’evoluzione, ma un insieme di teorie che possono essere così suddivise: teoria della discendenza da un progenitore comune, teoria della moltiplicazione delle specie, teoria dell’evoluzione graduale, teoria della selezione naturale; senza contare la teoria basilare secondo cui il mondo vivente non è statico ma in evoluzione, così come lo sono le specie che lo compongono.

Cominciamo da quest’ultima: Darwin non fu certo il primo a sostenerla, ma fu il primo a proporre un meccanismo verosimile che la spiegasse, la selezione naturale, e a raccogliere una quantità impressionante di prove, tanto che prima del Novecento non rimase nessun grande biologo che non accettasse la realtà dell’evoluzione. Oggi il fatto che le specie viventi siano in continua evoluzione (così come il pianeta su cui si sono formate) è considerato un fatto, non una semplice teoria. Come scrisse il grande genetista russo Dobzhansky, “in biologia nulla ha senso se non alla luce dell’evoluzione”. A sostegno di questo fatto ci sono innumerevoli testimonianze fossili, dalle quali Darwin riuscì perfino (e fu l’unico) a proporre un’età per il nostro pianeta (decine di miliardi di anni) che si è rivelata quasi esatta (la Terra è vecchia circa 4 miliardi e mezzo di anni).

La teoria della discendenza comune. Se si abbandona il concetto della costanza delle specie si apre un varco che porta diritti al concetto di discendenza comune. Darwin osservando tutte le varietà di tordi raccolti sulle isole Galapagos, e notando la loro somiglianza con quelli del continente sudamericano, arrivò alla conclusione che il progenitore comune dovesse essere un tordo del continente, che in tempi remoti colonizzò le Galapagos e col tempo si differenziò nelle varie specie esistenti oggi. Volete altri esempi? Pensate alla somiglianza che c’è tra tutti i felini (prendete ad esempio un gatto e un puma) ed escludete che il Creatore decine di milioni di anni fa li abbia creati dal nulla così come sono ora: che altra ipotesi vi resta se non pensare che discendano tutti da un antenato comune, un felino ancestrale ora scomparso? E, allargando l’orizzonte, potreste pensare che felini, cani e orsi derivino tutti da un antenato comune che ha dato origine a tutti i mammiferi carnivori. Applicando coerentemente questo assunto a ritroso nel tempo si arriva alla conclusione che “la totalità delle nostre piante e dei nostri animali [discendono] da un’unica forma particolare in cui per prima la vita respirò” (Darwin).

Nel 1859 si sapeva ben poco del mondo dei microrganismi, ma ora si presume che le prime forme di vita fossero simili ad alcuni batteri, gli organismi microscopici più semplici che conosciamo. Come dite? Ora volete sapere come hanno avuto origine queste prime forme di vita? Non chiedetelo a me, scrivete una lettera Dio! Lui forse c’era tre miliardi e passa di anni fa, quando comparve la vita, io no!

La teoria della moltiplicazione delle specie. La storia della vita si può quindi interpretare come un continuo moltiplicarsi di nuove specie (a fronte di altre che si estinguono). Ma quali sono i meccanismi con cui si creano nuove specie? Ne abbiamo già accennato uno parlando dei tordi delle Galapagos di Darwin, ora descriviamo il caso più semplice di speciazione geografica. Poiché con il termine specie si tende un insieme di individui riproduttivamente isolati da altri (individui di specie diverse non sono in grado di riprodursi per evidenti impedimenti fisici, o credete che un topo possa fecondare il vostro pappagallo? Tutt’al più specie simili possono incrociarsi, ma daranno vita a un ibrido sterile), il meccanismo più facile da immaginare per generare nuove specie è la formazione di una barriera fisica all’interno di una popolazione, dimodoché questa venga suddivisa in due popolazioni riproduttivamente isolate. Per intenderci: tanto tempo fa la Sardegna era attaccata alle coste francesi del Mediterraneo, e quindi (verosimilmente) condivideva con queste terre le stesse specie viventi. Ora che si è frapposta una barriera (il mare), contiene molte specie endemiche, che non si trovano in nessun’altra parte d’Europa.

I meccanismi con cui si formano nuove specie sono a tutt’oggi oggetto di studio di molti scienziati.

La teoria del gradualismo. Secondo Darwin il cambiamento evolutivo è sempre e solo graduale: “la natura non fa salti” borbottava di continuo (in compenso lui Emma la faceva saltare, eccome!). Il rigido gradualismo di Darwin deriva dalla concezione attualistica di Lyell, ed è dovuto anche al fatto che accettare l’improvvisa comparsa di una nuova specie sarebbe stata un’eccessiva concessione al creazionismo. La teoria del gradualismo dell’evoluzione ebbe fin da subito molte obiezioni, soprattutto da parte degli stessi evoluzionisti. Oggi su questo punto, grazie allo studio delle testimonianze fossili, la teoria di Darwin è stata riveduta e corretta: la natura non si evolve sempre in modo graduale ma talvolta, anzi spesso, tramite dei lunghi periodi di stasi alternati a (relativamente) brevi periodi di cambiamento.

La teoria della selezione naturale. Se in natura esiste la struggle for life poiché le risorse non bastano per tutti gli individui, allora alcuni sopravvivranno e avranno maggiore possibilità di riprodursi rispetto ad altri. La sopravvivenza nella lotta per l’esistenza non è casuale ma dipende dalle caratteristiche fisiche e quindi genetiche degli individui in competizione. Gli organismi “selezionati” avranno modo di trasferire gran parte delle loro caratteristiche individuali ai loro discendenti, mentre quelli “eliminati” non avranno discendenti, o ne avranno pochi. Come conseguenza di questa “sopravvivenza differenziata”, nel corso delle generazioni si avrà un cambiamento nelle caratteristiche degli individui di una popolazione che potrebbe sfociare, in un dato momento, nella formazione di specie nuove.

L’espressione selezione naturale può risultare ambigua. Non crediate che ci sia in natura una “forza della selezione” che agisca attivamente sui viventi: la selezione naturale non è un concetto direttivo della natura, ma un concetto descrittivo di ciò che avviene sotto i nostri occhi. Con la debita prudenza si potrebbe usare anche l’espressione “sopravvivenza del più adatto” (che coniò per primo Herbert Spencer), come fece Darwin nelle ultime edizioni dell’ Origine, precisando che il “più adatto” è colui che “ha una maggiore probabilità di sopravvivere e riprodursi”. In soldoni, chi fa più figli degli altri. E quel mandrillo di Darwin aspirava al titolo di super-adatto: voleva fare il record di figli, ma non ci riuscì, poverino.

L’origine e la fine dell’uomo

Passarono 12 anni tra la pubblicazione dell’ Origine della specie e la prima edizione dell’ Origine dell’uomo. Darwin aveva aspettato di avere dalla sua buona parte dei biologi del suo tempo prima di dare un’altra mazzata nei denti alla religione cristiana, alla filosofia e al buon senso dell’epoca affermando che l’uomo non è il risultato ultimo e premeditato della creazione divina, bensì un animale come gli altri, che condivide con scimmie antropomorfe come lo scimpanzé un antenato comune estinto da non molto tempo (qualche milione di anni fa, si pensa oggi). Con la selezione naturale aveva detronizzato Dio, ora detronizzava anche l’uomo.

Il Nostro lasciò ad altri il compito di difendere le sue tesi sull’origine dell’uomo, per conto suo era già convinto che gli scavi dei paleontologi avrebbero fornito in futuro abbondanti prove della sua teoria (ed ebbe ancora ragione, che fosse un mago?), così cambiò interessi e passò l’ultimo decennio della sua vita a studiare il comportamento animale e la botanica. Tanto per ammazzare il tempo, nel 1872 diede alle stampe L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, un lavoro d’avanguardia che anticipava di vari decenni l’etologia, quindi, non ancora soddisfatto, pensò di dare un contributo fondamentale anche alla botanica con lo scritto del 1876 Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale. Stiamo parlando di due opere talmente anticipatrici e rilevanti che basterebbero da sole a rendere famose uno scienziato, a farlo entrare nella storia.

Darwin tuttavia non si curò della fama e continuò la sua vita appartata nella casa a Down House, restio a ogni contatto con la comunità scientifica, ma non con la moglie, che continuò a impollinare fino all’ultimo scampo di vita, fino a quando il Nostro si spense il 19 aprile 1882. Darwin ricevette funerali di stato e fu sepolto nell’abbazia di Westminster, accanto a Newton.

Sottoscrivo senza riserve il giudizio di coloro che hanno scritto che fra gli aspetti di diversità tra l’uomo e gli animali inferiori, il senso etico o coscienza è di gran lunga il più importante. Charles Robert Darwin.

February 12, 2005

ARTHUR MILLER

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:04 pm


arthur se ne andato, drammaturgo romanziere arthur, se ne andato dove c’è marylin, nei parchi immensi lì la raggiunge, le vuole bene.

morte di un commesso viaggiatore la più famosa, il conflitto familiare, la responsabilità spersonalizzante il sistema, arthur ne parlava nelle sue commedie, arthur.

arthur nasce a manhattan nel 15, ebreo bene. dopo il 29 crisi wallstreet pescecani suicidi crisi

pure lui se la passa male, arthur, fa la scuola di giornalismo della università del michigan.

dopo la laurea arthur nel 38 fa corso drammaturgia, con borsa di studio ammesso seminario theatre guild.

scrive per radio, debutta broadway l’uomo che ebbe tutte le fortune nel 44, critici ok pubblico no – solo 4 repliche.

narratore con situazione normale nel 45, e con focus, tema antisemitismo società americana

primo successo teatrale erano tutti miei figli – 47 - nel 49 morte di un commesso viaggiatore, grandissimo evento, 742 repliche broadway.

(willy loman è uno sfigato, capolavoro)

53 il crogiuolo, ammicca a sen. mac carthy, successo

55 uno sguardo dal ponte, tragedia incestuosa

dal 56 al 60 sposato con marylin, marylin seconda delle tre mogli, per arthur seconda ma mai dimenticata - impossibile

64 la caduta – storia tra un intellettuale e un’attrice, risvolti autobbb, arthur nega. stesso anno incidente a vichy – ebrei arrestati dai nazisti

seguono molti altri titoli

73 creazione del mondo e altri affari // 80 orologio americano // 82 due atti unici, una specie di storia d’amore / elegia per una signora //86 pericolo: memoria //88 specchio a due direzioni //91 discesa da mount morgan //92 l’ultimo yankee //94 vetri rotti, con psicanalisi, drammi sottile denuncia responsabilità individuale

sempre ossessionato da marylin, arthur non si libera mai dell’ossessione, a 88 anni scrive infatti finishing the picture - terminando il film, o il quadro - l’anno scorso, era malato di cancro, é morto a 89 anni, ormai è ieri

grazie arthur miller, raggiungi nei parchi lei, raggiungila nei parchi immensi

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