The FK experience

February 25, 2005

HASTA LA SINCERITA’ SIEMPRE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:13 am

 

Il calcio argentino secondo me è il migliore del mondo: perché è astuto e coriaceo, fantasioso quasi quanto quello   brasiliano ma con molto più acume nella testa e nei piedi,  drammatico come un ultimo tango a Parigi, cattivo, senza pietà, viscerale come un assolo al sax di Gato Barbieri. Il calcio argentino ha infatti espresso perlomeno tre geni assoluti: Alfredo Di Stèfano (per me soltanto un grande personaggio letterario per motivi anagrafici, ma mi fido ciecamente del madridista Javier Mariàs che ne è appunto il cantore più accreditato- vedi il suo bel libro “Selvaggi e sentimentali”, Einaudi), Omar Sivori e  l’ amatissimo Diego Maradona, il Michelangelo, insomma il più grande di tutti i tempi, futuro compreso. C’è chi ancora ritiene Pelè il più grande, soprattutto Trapattoni e altri   parrucconi della sua generazione: O Rey era il negus corretto, il bravo ragazzo negro un po’ viziato, era l’artista di regime dei brutti tempi - oscurantisti a qualsiasi latitudine-, era freddo e politicamente corretto come la maggior parte degli intellettuali. E ora non a caso fa parte dell’establishment della FIFA Associazione A Delinquere. E peraltro, mi chiedo, dove sta tutta la sbandierata allegria del calcio brasiliano? Il futebol bailado è più o meno una gradevole rottura di scatole fatta di belle triangolazioni, di leziosità da balera lusitana, di fulminee accelerazioni nei pressi dell’area di rigore avversaria dopo un estenuante piccolo trotto per tutto il resto del campo servito con contorno di melensi passaggi laterali. Il Brasile vero si esprime molto di più nella musica, dalla bossa nova di Jobim fino ai suoi derivati contemporanei, Ivan Lins e Milton Nascimento in testa al gruppo. Ma il futebol bailado è un samba calcistico senza capo né coda, senz’anima nera, (e quindi con poca anima tuuut kuuurt) senza nemmeno un pretesto di carnevale. E’ splendidamente triste, alla fine, anche se quella fine coincide spesso con un gol di eccezionale fattura o addirittura con una vittoria mondiale. E’ triste come un post-coitum in una camera d’albergo a brevi ore liete.

Ora che se ne è andato Omar Sivori, El Cabezon per amici e nemici, sono abbastanza triste. E’ un post-coitum calcistico, il mio. A me francamente dispiace quando un personaggio così scorretto ci lascia un po’ più soli in questa valle di lacrime e di ipocrisia. Non l’ho mai visto giocare per via della mia età non ancora giurassica (ma è solo questione di tempo…); soltanto spezzoni di filmati in bianco e nero fin da quand’ero un piccolo nerazzurro in fiore e ancora- innocente com’ero- non sapevo quali umiliazioni calcistiche avrei dovuto subire nella mia età della ragione persa: ma tanto, o poco, mi è bastato. Enrique Omar era un funambolo cattivo, uno scorretto proprio andante, uno che sapeva stare in campo senza essere un vero atleta. Certo,  uno come lui non potrebbe giocare nelle bolgie odierne dei tatticismi supermuscolari, oggi uno come lui verrebbe fermato al primo dribbling, e non per capacità tecniche dei difensori, ma perché i difensori d’oggi sono ancor più armadieschi dei loro padri e alle 4 ante 4 dei loro fisici ramboidali aggiungono la velocità che ai tempi di Sivori solo un Mazzola e pochi altri speedygonzales potevano raggiungere. Se ti arriva addosso un comodino a 40 all’ora puoi anche sopravvivere, ma se alla stessa velocità di crociera ti s’impatta tra capo collo e soprattutto ginocchi un’intera libreria in ciliegio naturale, allora sono cazzi acidissimi e policlinici. La correttezza, nel calcio, mi fa ridere. E’ un’ipocrisia. Sivori non era un ipocrita e a fine partita aveva le gambe sanguinanti come un San Sebastiano pedatorio. Niente parastinchi: lui  teneva i calzettoni a cagarola come a dire a quei fresconi dei suoi marcatori: menate pure, beli, che io ve mato lo steso, io ve ridicolizo, ve facio vedere i topi morti verdi. E glieli faceva vedere davvero, i sorci, e in tutte le gradazioni del colore della speranza di stenderlo, che infatti lui   spesso disilludeva. Li umiliava fino all’ultimo, i mastini terzini, li voleva vedere cadere sulle chiappe, inferociti, odianti la sua angelicata faccia sporca da indio, fino alla morte. Era troppo bravo per andare in gol al solito modo degli altri, degli innumerevoli magutt del football. Doveva dribblare anche se stesso – l’avversario più ostico, sempre, per tutti e in tutti i campi – e alla fine piazzare il colpo di grazia con lo svolazzo del tocco fino. Era un torero che matava la porta e gli avversari.   “Io te digo Sandro che Omar Batistuta non vale meza gamba de Derticya”, disse una volta davanti a milioni di telespettatori della Domenica Sportiva al grande Amante di Lady Chesterfield Sandro Ciotti, il giornalista sportivo dalla voce transistorizzata e dai collettoni della camicia che gli arrivavano alle reni. Anche Omar sbagliava talvolta i suoi colpi, soprattutto da opinionista televisivo: perché Batistuta sarebbe diventato di lì a poco un grandissimo campione, mentre Derticya si dimostrò uno dei tanti brocchi venuti dall’ Argentina a cercare fortuna, a non trovare la linea di porta mentre quella di una repentina uscita di scena si, e alla velocità della luce.

Ma Argentina, nel calcio, vuol dire anche il Mundial della dittatura del 78 vinto in maniera che dire sporca è dire poco. E infatti dico che quella fu una maniera lercia. Però Argentina calcistica vuol soprattutto dire Diego Maradona: Diego il sublime, l’artista puro, il genio. Diego, che Sivori capì perfettamente fin dall’inizio: “Diego Maradona è tropo buono” disse infatti di lui El Cabezon, lapidario. E infatti. Troppi approfittarono della bontà di Maradona, e non solo a Napoli. Vittima del suo genio e soprattutto del suo carattere generoso fino all’autolesionismo. Sivori pensava solo a se stesso, Maradona pensava ai compagni. Tutti e due hanno lasciato un segno indelebile tra gli appassionati della corrida calcistica, una corrida che sarebbe maledettamente ipocrita chiamare incruenta. Anche perché una corrida incruenta è come una birra senza schiuma e soprattutto senz’alcol. El Cabezon se ne è andato e El Pibe de Oro se la passa maluccio: entrambi tendevano a dire quello che passava loro per la mente: viva la sincerità, comunque. E hasta la victoria della sincerità siempre, nonostante il costo esorbitante dell’ “articolo” siempre più raro a trovarsi negli scaffali dell’onestà vera del mondo.

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