SIGNORI, I FATTI
di Riccardo Ferrazzi
L’apprendista stregone mette in moto il sortilegio ma non sa come fermarlo e se ne lascia travolgere. Quando è partito il revival della solita, eterna, immutabile discussione su “letteratura popolare” e ruolo della critica, con l’inevitabile codicillo della solita, immutabile, eterna “questione della lingua”, confesso di aver guardato alla cosa con un certo fastidio. Ho una certa età, e questa manfrina l’ho già vista ripetersi non so più quante volte. Sarà un mio limite, ma faccio fatica a convincermi di una cosa: che prima si debba scegliere una idea e poi si debba interpretare la realtà alla luce di quella. Scusate tanto, ma io resto attaccato al vecchio metodo: prima esamino i fatti, poi, se proprio non se ne può fare a meno, ci elaboro sopra una teoria.
Ammetto subito che non ho fatto uno studio approfondito, ma mi pare che tra le grandi opere della narrativa di tutti i tempi, di best seller immediati non ce ne siano stati molti. Se lasciamo da parte i romanzi pubblicati a puntate, forse restano solo il “Don Chisciotte” e “I dolori del giovane Werther”. Addirittura, il Chisciotte è il primo caso di un best seller che ha richiesto un sequel. Ma tutti gli altri ? Seriamente, cosa mi dite di “Il monaco”, “Il boia di Béthune”, “Ettore Fieramosca” ? I successi di fine ottocento si intitolavano “I misteri di Parigi”, “L’ebreo errante”, “Sepolta viva”, e compagnia bella. Negli stessi anni c’erano fior di scrittori che scrivevano fior di capolavori, però dovevano pubblicarli a proprie spese, quando non uscivano postumi a cura degli amici. Perché dobbiamo meravigliarci o scandalizzarci per il successo di Faletti ? E, a rovescio, perché dobbiamo prendere lucciole per lanterne e celebrarlo come “il più grande scrittore italiano vivente” ?
Faletti è un onesto scrittore di gialli che ha avuto successo. Ne sono contento per lui (che mi è simpatico fin dal suo primo apparire a Drive in), ma ne sono contento anche per la letteratura: non riesco a togliermi dalla testa l’idea che, dei due milioni di lettori che si è accaparrato, qualcuno insisterà a leggere, ci prenderà gusto e un giorno arriverà ad apprezzare anche Faulkner e Musil. Però ogni cosa va collocata nel giusto contesto. E a questo punto bisogna guardare i fatti in prospettiva storica.
Di nuovo: io non ho fatto uno studio approfondito (e dubito che esistano statistiche in merito) ma quanti erano, all’inizio del seicento, gli spagnoli che sapevano leggere e scrivere? Quando parliamo del Chisciotte best seller di quale pubblico stiamo parlando ?
E ancora: alla fine del diciottesimo secolo, per quanto fossero progredite la cultura, la stampa e la pratica della traduzione, quanti erano in tutta Europa a leggere il best seller del signor Goethe ? E soprattutto chi erano ?
Be’, qualche risposta possiamo darla. Nella Spagna del seicento leggevano i nobili, i preti e pochi altri. In Europa, alla vigilia della rivoluzione francese, leggevano i nobili, i preti e i borghesi. Ma i borghesi erano dieci volte più dei nobili e dei preti messi assieme. La loro cultura era più d’accatto, i loro gusti erano più terra terra, il loro pane quotidiano era il feuilleton. Per ogni Dickens, per ogni Balzac, c’erano centinaia di scribacchini pagati un tanto a colonna per riempire il supplemento del sabato delle gazzette, e molto spesso questi pennaioli avevano più successo di quelli le cui opere hanno retto al vaglio dei secoli. La “letteratura popolare” era già nata allora e ha sempre goduto di ottima salute.
Sul finire dell’ottocento il movimento socialista portò all’alfabetizzazione le masse operaie che, fino a quel momento, si erano formate una cultura solo sulle opere di Verdi. Ai primi del novecento arrivò il cinema. Crisi, superamento e rilancio. A metà del secolo arrivò la televisione. Altra crisi. Ma la letteratura non muore. Ogni allargamento della base è benvenuto, ma l’espansione del mercato è progredita a tappe forzate. Non si può chiedere ai nuovi venuti di essere già smaliziati lettori di Joyce o di T.S. Eliot, di averli assimilati e digeriti, di aver gustato il postmoderno e di averlo superato. Non si può chiedere al salumiere (o perlomeno non a tutti i salumieri) di lavorare dieci ore al giorno per poi vegliare meditando sui versi di Neruda o di Kavafis.
Se la cosiddetta “letteratura popolare” ha dilatato i suoi numeri, perché dovremmo temere per la letteratura con la Elle maiuscola ? Certo, sono esistiti, esistono anche scrittori di valore che vendono centinaia di migliaia di copie, ma non sono la regola. Di solito, chi vive di diritti d’autore è schiavo di un cliché e raramente entra nei libri di letteratura. Si può scrivere per fare soldi, diventare famosi e scopare le veline; oppure si può scrivere per dire qualcosa. In questo caso sarà meglio non farsi illusioni, elaborare una strategia di nicchia e rivolgersi a una fetta di pubblico bene individuata. Che c’è di male in tutto questo ? È poi così desiderabile che milioni di (rispettabilissimi) salumieri acquistino e leggano (possibilmente in originale) “Der Mann ohne Eigenschaften” ? Oppure è indispensabile che ogni scrittore legga ogni anno l’ultimo Faletti o l’ultima Cornwell per “documentarsi” ?
Invece di certi dibattiti inutili e ripetitivi, non sarebbero meglio delle serie e oneste recensioni che aiutino i lettori a orientarsi nel mare magnum delle moderne librerie?