The FK experience

February 15, 2005

SAHARA CONSILINA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:09 pm


di Elio Paoloni

Giulio Mozzi ha scritto recentemente che un libro sbagliato non è recuperabile: dalla sua esperienza di lettore, di insegnante di scrittura creativa, e poi di editor, ha tratto la conclusione che è inutile mettere mano a un libro strutturalmente manchevole tentando di rimetterlo in sesto. Si fa prima, e meglio, a riscriverlo completamente. Oppure, si potrebbe dire, a pubblicarlo com’è.

Ma che dire dei tanti libri che non hanno gravi difetti strutturali ma soltanto zone mosce o parti ripetitive o pezzi ciondolanti, e ciononostante si lasciano passare così come sono? Sono stato a lungo incerto prima di decretare la pura e semplice assenza di qualsivoglia sforzo redazionale in molti dei libri che ho letto recentemente; temevo una mia incapacità di afferrare lo spirito dei libri, che poteva consistere appunto in un’irruenza sperimentale, in uno squilibrio cercato, in una logorrea peculiare. Ho rammentato le accuse a molte scuole di scrittura per la loro insistenza sul limare, sull’espungere, sull’asciugare, che aveva portato alla creazione di tanti nipotini di Carver.

E’ giusto, mi sono detto, evitare la monotonia del bello e rifinito, quell’omogeneità tombale attribuibile a un certo editing, che rende indistinguibili gli scrittori come la barrique rende uguali i vini da qualsiasi vitigno provengano. Il lavoro di chi pretende di incanalare la lava della scrittura nelle regolette della “buona composizione”, è stato tanto criticato che l’evidente mancanza di interventi appare come un segno di un buon costume.

Si ritiene infatti che asciugare, sforbiciare, contrarre, sia affare da minimalisti. Ma sproloquiare non ci trasporta automaticamente nel paese del massimalismo. Dilatare un pregevole tondo a dimensioni da Cappella Sistina ottiene un unico risultato: il dispiegarsi della grana da pixel. Spesso non si vuol rinunciare all’effetto orale. Ma l’oralità non esiste, in letteratura. E’ un’invenzione. Un artificio sorvegliatissimo. Tutto da “editare”. Abbassare continuamente il tono inseguendo la mimesi non serve a raggiungere nuovi lettori ma a scoraggiare i vecchi.

Troppi libri insomma guadagnerebbero molto da una buona revisione.

Uno di questi, a parer mio, è il notevolissimo Sahara Consilina di Vincenzo Corraro, romanzo corale sulla nuova emigrazione meridionale, quella degli universitari e dei laureati, specie dei lucani come l’autore, ” che non teniamo niente, eternamente retorici nei nostri Orazi e Scotellari, petroli in Val d’Agri e briganti, le due varianti di pini: i Loricati e il Mango (cantante), Isabelle Morre e nient’altro. Cioè per quanto ci sforziamo quattro cose, che basta una tarantella per riassumerle”.

Atto primo, la partenza: ” si smarrirono e ingarbugliarono le strade, la Volvo fu venduta per dire degli oggetti, la casa abbandonata, aumentarono le promozioni, si diversificarono le esigenze, si addolcirono le incazzature, gira la carta, pensammo”. Atto secondo, l’esilio. Addolcito dalle mamme ” che salivano al Nord dai figli per due giorni”, che ” fatta la spesa al Gs e regalati sinceri buongiorno in strada a chi non glieli chiedeva, ci accudivano di ritorno dai corsi. Le sante e benedette mamme grasse e con la terra nelle unghie smaltate per farsi signore, con le camicette colorate di una stoffa che non si usava più da cinquant’anni, che si confondevano al mercato con le slave e le rumene, e la casa si riempiva di sole che per un anno non andava via”. Atto terzo, il rientro: ” il paese più avanti ci avrebbe in qualche modo a uno a uno risucchiato, riprendendosi scotellaramente i suoi figli dopo averli visti nel giusto partire, già mezzo stempiati dalle marce illusioni, rivendicando i suoi doni come Andromaca”.

In questo romanzo l’occasione per il rientro degli esuli, componenti di una band, è la prossimità delle elezioni comunali nell’amato-odiato paesello (ma il luogo dell’anima - o meglio dell’assenza di anima - è la vicina Sala Consilina richiamata nel titolo). Il gruppo di amici dà vita alla lista civica Catena solidale, “ alleanza triste, servile e tribale di gente inaridita dall’amarezza, assoldata dall’utopia” che rimette agli altri, “ ai salvati e ai potenti, la propria fragilità sommersa, il proprio fondo cristallino di disperazione, che si incaponisce a mettere pezze al proprio destino”, che “ diventa, nel rutto dei birraioli, catena di sant’Antonio… Forse stiamo violando ferocemente l’intimità del paese, come i gesuiti spagnoli in terre azteche. Anche noi, come loro, per passione, fede imposta”. E deve combattere proprio contro la donna che anni prima, al liceo, aveva rappresentato la rivolta agli occhi del protagonista: ” il suono della rivoluzione poteva essere senza dubbio questo: l’ilarità disarmante di Annina, questo borioso scoppio di neuroni che piglia per il culo il sistema e se lo imprigiona dentro al cesso, per pisciarci sfottente sopra”.

Sahara Consilina è ricco di pagine pregevoli: l’autore riesce a scolpire periodi netti, con frasi che si accavallano scabre come scaglie di pino loricato. Finendo spesso, però, sommerse dal chiacchiericcio o disperse nello smontaggio cronologico che è ormai divenuto un’afflizione, al cinema e nei libri.

Ne ho voluto parlare con Michele Trecca. Trecca è il critico che, dopo averci regalato, insieme a Gaetano Cappelli e Enzo Verrengia, una delle più significative antologie degli ultimi decenni, Sporco al sole, e aver messo mano a diversi progetti editoriali (nella collana zerozerosud era uscito il libro di Francesco Dezio Via da qui, poi divenuto per Feltrinelli Nicola Rubino è entrato in fabbrica), dirige ora la collana Cromosoma Y di Palomar nella quale sono stati pubblicati, tra l’altro, Discoteca di Andrea Di Consoli, I Lanzillotti di Francesco Lanzo, e, appunto, Sahara Consilina.

Da un critico mi aspettavo - forse ingenuamente - un’idea dell’editing molto incisiva. Invece Trecca si defila: “In fin dei conti, io affianco l’autore (e con lui discuto tutti gli aspetti del lavoro), non mi sostituisco a lui”. Un atteggiamento rispettoso e collaborativo che probabilmente entusiasmerà gli autori. Trecca mi rimanda quindi all’autore.

Ed è a Vincenzo Corraro che pongo domande volutamente brutali, da avvocato del diavolo.

Per tratteggiare il donchisciottismo di Catena Solidale non sarebbe stato meglio che lessico e sintassi del narratore principale venissero raffreddati, invece di tendere al calco dei personaggi, ricorrendo di continuo all’ammiccamento naif?

Il narratore/personaggio principale gioca con una lingua zuzzurellona, ironica e scanzonata quando ha da raccontare i momenti della campagna elettorale (è un modo per demistificare qualcosa che in toni seri poteva diventare stucchevole e indigeribile o forse “poco coinvolgente”), ma utilizza una lingua più fredda e distaccata quando riflette sul contesto, quando tenta di “fare denuncia”, quando si fa professorale (ma non intellettuale). Questo mix a me sembra che dia più musicalità alla pagina, quel ritmo – chiamiamolo - “sincopato”, che permette di osservare la realtà in una prospettiva quantomeno bidimensionale, e ricca di luce.

Del romanzo fa parte un bellissimo racconto in prima persona di Annina, la barricadera divenuta “signora” e riformista, un personaggio che, secondo Michele Trecca “è la vera sorpresa della storia, l’elemento perturbante che svela i limiti dell’autoreferenzialità narcisistica di certi gruppi”. Penso che se avesse lo stesso spazio del suo innamorato-antagonista, avremmo uno di quei libri a più voci, con visioni diverse, contrapposte o complementari. Ma relegata in fondo la voce notevole di questo personaggio - con il suo tono tradizionale – non suona semplicemente estranea?

Annina è l’altra parte della storia, e penso che abbia anche un notevole peso nel libro, certo non lo stesso spazio - è vero - di Johnny, ma è il personaggio più importante dopo il narratore. Tieni conto che è un romanzo ossessivamente maschile e arrabbiato (cfr. il capitolo “Contracanto”), Annina doveva per forza di cose venir fuori dalle ceneri della rabbia.

“Giulia” (una delle donne del protagonista) fa davvero parte del libro?

E’ un personaggio marginalissimo. Che poi abbia preso pagine e spazio fino a confondersi tra i personaggi principali (credo che qui mi voglia portare capziosamente la domanda) rispondo che intanto non è così, e poi Giulia (così come l’odore di malva, i desideri inespressi della voce narrante, ecc.) fa parte delle dolci ossessioni (o fantasmi) del protagonista.

Per un Senatore “pittato” come Dio comanda e una scena in casa sua perfettamente “recitata”, mi sembra di trovare molte ripetizioni e qualche sciatteria in altri passi dove si racconta dell’attività di Catena Solidale. Anche per Trecca “tagli - probabilmente - se ne potevano ancora fare”.

Ho calibrato nel capitolo sul Senatore ogni scelta stilistica, estetica, antropologica e scenografica, modellando al meglio una materia narrativa che doveva mostrarsi “barocca” e ridondante, non di un mero intellettualismo però, ma di una forza comunicativa che tenesse assieme grottesco (il senatore, la cricca, la bibliografia) e drammatico (le cameriere polacche, il tempo andato tra le mura di quel palazzo senza età, il potere recidivo dei piccoli uomini).

Rileggendo a mente fredda il romanzo parecchie cose non mi piacciono e tante altre le avrei scritte in diverso modo. Quella che si può trovare un po’ troppo pesante l’analisi socio-politica (che interessa a pochi) di certi capitoli (forse il testo, avendo avuto un po’ più di tempo, avrei potuto asciugarlo ulteriormente)

Mi sembra che molti degli autori e delle personalità elencati poi in appendice siano collocati nel libro, ognuno con la sua frasetta in fronte, quasi un link, senza una reale necessità o un affinità profonda ma solo per donare più universalità al libro. Come dire: questa figurina mi mancava, vediamo, in quale casella dell’album va incollata

In questa scelta stilistica – intellettual-smoff e orgasmatica – l’uso delle citazioni lo rivedo appropriato e in fondo necessario. Significa rispetto verso un mondo di immagini, di autori e di sensi che interseca con le situazioni che ho descritto.

Una confessione: oggi le epigrafi toglierei dal libro. Quando scrivo ne metto sempre una prima di ogni pagina bianca, è uno stimolo a non farmi abbandonare il lavoro che ho intrapreso. E non sempre ci azzeccano qualcosa con quanto segue. Ecco: molte di quelle contenute in Sahara Consilina oggi mi sembrano ridondanti, patetiche, esagerate. Quelle “frasette” si potevano, concordo con te, eliminare.

Perché il capitolo “senza rischio” inizia con la solita voce narrante, impedendo di comprendere agevolmente che a un certo punto, nella pagina seguente, è Thomas, l’unica figura tragica del romanzo, a dire “io”?

Tutti i cambi dei personaggi sono “preparati” dalla voce narrante. Mi chiedo piuttosto come mai questo non abbia funzionato bene, da non passare inosservato.

Il libro non finisce - bene - prima delle ultime due righe?

Forse. Ma Sahara è un romanzo prima di tutto “musicale”. Ci tengo che sia definito così. Anzi il prologo si apre con un’invocazione dei cantastorie siciliani: “sentite perché c’è da sentire”… non poteva non chiudersi con un sipario analogo, una formuletta di chiusura che è appunto di richiamo musicale. Un po’ come faceva Omero e come gli portano rispetto, ancora oggi, i cantori di tradizione orale.

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