DARWIN, UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA
di Lorenzo Galbiati
(Ecco la terza e ultima parte della biografia non autorizzata di Darwin. La prima è andata in rete gio. 20 gennaio e la seconda lun 31 gennaio. Buona lettura. M.U.)
Terza parte
Charles e Alfred
In apparenza Darwin e Wallace avevano ben poco in comune: il primo era un ricco gentiluomo con una solida preparazione universitaria, il secondo uno sfigato senza istruzione che per campare fece anche il collezionatore di uccelli e insetti in malsani paesi tropicali. Tuttavia, entrambi erano naturalisti nati che avevano letto Malthus e Lyell, ed entrambi fecero il giro del mondo per raccogliere esemplari viventi in arcipelaghi tropicali. Wallace nel 1848 partì per il Brasile allo scopo preciso di “raccogliere fatti”, ossia insetti, scimmie, uccelli che lo aiutassero a comprendere il problema dell’origine delle specie. Dopo quattro anni di spericolate avventure lungo il Rio delle Amazzoni, IndianaJones-Wallace salpò dal Brasile con la più gigantesca collezione di animali tropicali che nessuno avesse mai raccolto. E che nessuno in Inghilterra vide mai, perché il 6 agosto 1852 la nave su cui viaggiava prese fuoco e affondò con tutti i “fatti” raccolti, e con la maggior parte dei suoi diari. Ma figuriamoci se questo poteva fermare DieHard-Wallace, che riuscì a tornare in patria senza riportare danni fisici (su quelli psichici però non saprei dire). Dimostrando di possedere memoria e forza di volontà non comuni, Wallace stese ugualmente una mappa sulla distribuzione delle specie raccolte lungo gli affluenti del Rio delle Amazzoni e subito dopo programmò un’altra spedizione, questa volta per l’arcipelago malese (come avrete capito, Alfred, al contrario di Charles, non aveva problemi con l’acqua ma, semmai, con il fuoco). Questa volta i “fatti” malesi non furono abbrustoliti durante il viaggio cosicché Wallace, al suo ritorno, potè osservarli con calma.
Nel 1855 Alfred scrisse il saggio Sulla legge che regola l’introduzione di nuove specie, con il quale poneva implicitamente le basi per lo sviluppo della teoria della discendenza di specie affini da un progenitore comune. Come abbiamo detto, Darwin lo lesse dopo aver concluso il lavoro sui cirripedi e non reagì fino a che Wallace nel 1857 gli scrisse una lettera per chiedergli la sua opinione. A quel punto, essendo un gentiluomo, dovette rispondergli: “confermo la fondatezza di quasi ogni parola del suo saggio”, gli scrisse nella sua lettera di ritorno. Ma, a parte questo, Darwin non fece granché. Se Charles dormiva, non così il suo amico Lyell, che fu molto turbato dal saggio di Wallace e decise di far visita al Nostro per discutere con lui il problema dell’origine delle specie. Si rese conto (e ne fu terrorizzato) che le idee di Darwin coincidevano con quelle di Wallace, anzi si inserivano in un discorso di ben più ampio respiro, che rappresentava una vera e propria rivoluzione per le scienze naturali. Benché non fosse ancora convinto delle argomentazioni evoluzionistiche, Lyell incoraggiò il suo ex discepolo a pubblicare in tempi brevi un’opera sulle specie: “scrivi, vecchio mio! Vuoi farti scavalcare da quello sfigato di Wallace?” E, finalmente, Darwin si ripigliò, rilesse il suo Essay del 1844 e si mise a scrivere di buona lena una nuovo grande libro. E questo migliorò anche la sua salute: cessarono la dissenteria e gli incubi in cui veniva sodomizzato da un cirripede.
Nel 1858 il Nostro ricevette un manoscritto di Wallace, Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario. Darwin fu sbalordito, e ne scrisse a Lyell: “non ho mai visto una coincidenza più sorprendente, […] tutta la mia originalità, qualunque essa fosse, va in fumo.” Il 20 agosto 1858 nei Proceedings della Linnean Society di Londra vennero pubblicati il manoscritto di Wallace insieme a estratti dell’ Essay di Darwin: per la prima volta veniva chiaramente proposta la teoria dell’evoluzione per selezione naturale. A questo punto, tutti aspettavano il grande libro di Darwin, che però tornò a farsela nelle mutande, e non parlo solo in senso metaforico. Esasperato, Lyell gli chiese un compendio dell’opera che stava scrivendo, “è l’unico modo per fregare quel cacasotto”, disse a un amico. E il miracolo avvenne. Il compendio, pubblicato il 24 novembre 1859, divenne il libro più importante delle scienze biologiche: l’ Origine delle specie. Afred Russel Wallace non provò invidia nei confronti di Darwin, anzi ne fu un grande ammiratore e continuò imperterrito le sue pericolose ricerche naturalistiche. Nel 1862 tornò nell’arcipelago malese e al suo ritorno scrisse alcune delle più importanti opere di zoogeografia degli ultimi due secoli. Morì a stento nel 1913, a novant’anni.
L’origine delle specie
Il compendio che Darwin diede alle stampe (l’editore riuscì a convincerlo a pubblicarlo omettendo la parola “compendio”, e Darwin ne fu molto dispiaciuto: era un lavoretto di sole 490 pagine) non è un’opera in cui viene presentata una teoria monolitica sull’evoluzione, ma un insieme di teorie che possono essere così suddivise: teoria della discendenza da un progenitore comune, teoria della moltiplicazione delle specie, teoria dell’evoluzione graduale, teoria della selezione naturale; senza contare la teoria basilare secondo cui il mondo vivente non è statico ma in evoluzione, così come lo sono le specie che lo compongono.
Cominciamo da quest’ultima: Darwin non fu certo il primo a sostenerla, ma fu il primo a proporre un meccanismo verosimile che la spiegasse, la selezione naturale, e a raccogliere una quantità impressionante di prove, tanto che prima del Novecento non rimase nessun grande biologo che non accettasse la realtà dell’evoluzione. Oggi il fatto che le specie viventi siano in continua evoluzione (così come il pianeta su cui si sono formate) è considerato un fatto, non una semplice teoria. Come scrisse il grande genetista russo Dobzhansky, “in biologia nulla ha senso se non alla luce dell’evoluzione”. A sostegno di questo fatto ci sono innumerevoli testimonianze fossili, dalle quali Darwin riuscì perfino (e fu l’unico) a proporre un’età per il nostro pianeta (decine di miliardi di anni) che si è rivelata quasi esatta (la Terra è vecchia circa 4 miliardi e mezzo di anni).
La teoria della discendenza comune. Se si abbandona il concetto della costanza delle specie si apre un varco che porta diritti al concetto di discendenza comune. Darwin osservando tutte le varietà di tordi raccolti sulle isole Galapagos, e notando la loro somiglianza con quelli del continente sudamericano, arrivò alla conclusione che il progenitore comune dovesse essere un tordo del continente, che in tempi remoti colonizzò le Galapagos e col tempo si differenziò nelle varie specie esistenti oggi. Volete altri esempi? Pensate alla somiglianza che c’è tra tutti i felini (prendete ad esempio un gatto e un puma) ed escludete che il Creatore decine di milioni di anni fa li abbia creati dal nulla così come sono ora: che altra ipotesi vi resta se non pensare che discendano tutti da un antenato comune, un felino ancestrale ora scomparso? E, allargando l’orizzonte, potreste pensare che felini, cani e orsi derivino tutti da un antenato comune che ha dato origine a tutti i mammiferi carnivori. Applicando coerentemente questo assunto a ritroso nel tempo si arriva alla conclusione che “la totalità delle nostre piante e dei nostri animali [discendono] da un’unica forma particolare in cui per prima la vita respirò” (Darwin).
Nel 1859 si sapeva ben poco del mondo dei microrganismi, ma ora si presume che le prime forme di vita fossero simili ad alcuni batteri, gli organismi microscopici più semplici che conosciamo. Come dite? Ora volete sapere come hanno avuto origine queste prime forme di vita? Non chiedetelo a me, scrivete una lettera Dio! Lui forse c’era tre miliardi e passa di anni fa, quando comparve la vita, io no!
La teoria della moltiplicazione delle specie. La storia della vita si può quindi interpretare come un continuo moltiplicarsi di nuove specie (a fronte di altre che si estinguono). Ma quali sono i meccanismi con cui si creano nuove specie? Ne abbiamo già accennato uno parlando dei tordi delle Galapagos di Darwin, ora descriviamo il caso più semplice di speciazione geografica. Poiché con il termine specie si tende un insieme di individui riproduttivamente isolati da altri (individui di specie diverse non sono in grado di riprodursi per evidenti impedimenti fisici, o credete che un topo possa fecondare il vostro pappagallo? Tutt’al più specie simili possono incrociarsi, ma daranno vita a un ibrido sterile), il meccanismo più facile da immaginare per generare nuove specie è la formazione di una barriera fisica all’interno di una popolazione, dimodoché questa venga suddivisa in due popolazioni riproduttivamente isolate. Per intenderci: tanto tempo fa la Sardegna era attaccata alle coste francesi del Mediterraneo, e quindi (verosimilmente) condivideva con queste terre le stesse specie viventi. Ora che si è frapposta una barriera (il mare), contiene molte specie endemiche, che non si trovano in nessun’altra parte d’Europa.
I meccanismi con cui si formano nuove specie sono a tutt’oggi oggetto di studio di molti scienziati.
La teoria del gradualismo. Secondo Darwin il cambiamento evolutivo è sempre e solo graduale: “la natura non fa salti” borbottava di continuo (in compenso lui Emma la faceva saltare, eccome!). Il rigido gradualismo di Darwin deriva dalla concezione attualistica di Lyell, ed è dovuto anche al fatto che accettare l’improvvisa comparsa di una nuova specie sarebbe stata un’eccessiva concessione al creazionismo. La teoria del gradualismo dell’evoluzione ebbe fin da subito molte obiezioni, soprattutto da parte degli stessi evoluzionisti. Oggi su questo punto, grazie allo studio delle testimonianze fossili, la teoria di Darwin è stata riveduta e corretta: la natura non si evolve sempre in modo graduale ma talvolta, anzi spesso, tramite dei lunghi periodi di stasi alternati a (relativamente) brevi periodi di cambiamento.
La teoria della selezione naturale. Se in natura esiste la struggle for life poiché le risorse non bastano per tutti gli individui, allora alcuni sopravvivranno e avranno maggiore possibilità di riprodursi rispetto ad altri. La sopravvivenza nella lotta per l’esistenza non è casuale ma dipende dalle caratteristiche fisiche e quindi genetiche degli individui in competizione. Gli organismi “selezionati” avranno modo di trasferire gran parte delle loro caratteristiche individuali ai loro discendenti, mentre quelli “eliminati” non avranno discendenti, o ne avranno pochi. Come conseguenza di questa “sopravvivenza differenziata”, nel corso delle generazioni si avrà un cambiamento nelle caratteristiche degli individui di una popolazione che potrebbe sfociare, in un dato momento, nella formazione di specie nuove.
L’espressione selezione naturale può risultare ambigua. Non crediate che ci sia in natura una “forza della selezione” che agisca attivamente sui viventi: la selezione naturale non è un concetto direttivo della natura, ma un concetto descrittivo di ciò che avviene sotto i nostri occhi. Con la debita prudenza si potrebbe usare anche l’espressione “sopravvivenza del più adatto” (che coniò per primo Herbert Spencer), come fece Darwin nelle ultime edizioni dell’ Origine, precisando che il “più adatto” è colui che “ha una maggiore probabilità di sopravvivere e riprodursi”. In soldoni, chi fa più figli degli altri. E quel mandrillo di Darwin aspirava al titolo di super-adatto: voleva fare il record di figli, ma non ci riuscì, poverino.
L’origine e la fine dell’uomo
Passarono 12 anni tra la pubblicazione dell’ Origine della specie e la prima edizione dell’ Origine dell’uomo. Darwin aveva aspettato di avere dalla sua buona parte dei biologi del suo tempo prima di dare un’altra mazzata nei denti alla religione cristiana, alla filosofia e al buon senso dell’epoca affermando che l’uomo non è il risultato ultimo e premeditato della creazione divina, bensì un animale come gli altri, che condivide con scimmie antropomorfe come lo scimpanzé un antenato comune estinto da non molto tempo (qualche milione di anni fa, si pensa oggi). Con la selezione naturale aveva detronizzato Dio, ora detronizzava anche l’uomo.
Il Nostro lasciò ad altri il compito di difendere le sue tesi sull’origine dell’uomo, per conto suo era già convinto che gli scavi dei paleontologi avrebbero fornito in futuro abbondanti prove della sua teoria (ed ebbe ancora ragione, che fosse un mago?), così cambiò interessi e passò l’ultimo decennio della sua vita a studiare il comportamento animale e la botanica. Tanto per ammazzare il tempo, nel 1872 diede alle stampe L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, un lavoro d’avanguardia che anticipava di vari decenni l’etologia, quindi, non ancora soddisfatto, pensò di dare un contributo fondamentale anche alla botanica con lo scritto del 1876 Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale. Stiamo parlando di due opere talmente anticipatrici e rilevanti che basterebbero da sole a rendere famose uno scienziato, a farlo entrare nella storia.
Darwin tuttavia non si curò della fama e continuò la sua vita appartata nella casa a Down House, restio a ogni contatto con la comunità scientifica, ma non con la moglie, che continuò a impollinare fino all’ultimo scampo di vita, fino a quando il Nostro si spense il 19 aprile 1882. Darwin ricevette funerali di stato e fu sepolto nell’abbazia di Westminster, accanto a Newton.
Sottoscrivo senza riserve il giudizio di coloro che hanno scritto che fra gli aspetti di diversità tra l’uomo e gli animali inferiori, il senso etico o coscienza è di gran lunga il più importante. Charles Robert Darwin.