The FK experience

January 6, 2005

AVVERTENZA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:03 pm

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POSTPOSTRECENSIONE DE "L’EREDITA’ DI ESZTER"

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:23 pm

(Esordisce oggi una nuova rubrica: le Postpostrecensioni. Recensioni o semplici segnalazioni di opere d’arte pubblicate, viste, udite udite, filmate, replicate per la prima volta 2, 15, 75, 100 anni fa. Dite che sono cose che si fanno già? Si. E allora lo faccio anch’io… Buona lettura).

 

“Una volta trascorso un certo periodo di tempo, non c’è più nulla che si possa “mettere a posto” tra gli esseri umani; questa verità disperata la compresi allora, mentre sedevamo fianco a fianco sulla panchina di pietra. Si vive, e nel frattempo si ripara, si aggiusta, si edifica e più tardi qualche volta si distrugge la propria esistenza; ma con il passare del tempo ci si accorge che l’insieme, così come si è formato a causa degli errori e grazie all’intervento del caso, non è modificabile. Lajos non poteva più farci niente. Quando qualcuno riemerge dal passato per annunciare con voce commossa di voler mettere a posto ogni cosa, si può soltanto compiangerlo, o sorridere delle sue intenzioni; il tempo ha già messo a posto tutto, a modo suo, nell’unico modo possibile.”

(Sandor Marai, L’eredità di Eszter)

 

Dovrei leggere l’ultimo Foster Wallace. Ho mancato l’ultimo Palahniuk (il penultimo, “Ninna nanna”, mi ha fatto molto pensare a cose tipo: “come diavolo è possibile che questo signore venga considerato un grande scrittore?”) e ora manco l’ultimo Wallace, lo mando direttamente nell’oblio. Ho tentato con altre sue opere, nel passato, ma non ce l’ho fatta. Una enorme mole di belle parole mi sovrastava dall’alto e io, in basso, nel cono d’incubo, urlavo un angoscioso “fatemi uscire”. “Perché?” di rimando chiedeva in un ottimo inglese un gigante genere Polifemo-da-Peplum. “Perché non trovo il senso” rispondevo io in italiano con un filo ritorto di voce prima di risvegliarmi sudato da capo a piedi e col cuore in preda a un infartuabile tumulto… In realtà, se ultimamente devo proprio leggere qualcosa di cartaceo che un minimo mi appassioni, mi rivolgo direttamente e senza alcun senso di colpa alla Sachertorteliteratur, insomma a quei vecchi prodotti di alta pasticceria letteraria di marca Centroeuropa hergestellt che comunque, caschi il mondo e tutti giù per terra, non vanno mai in scadenza, perlomeno per quanto riguarda il mio apparato intestinale di uomo dallo stomaco d’oro. E dunque mi sono recentemente imbattuto in una delicatissima torta a forma di libro, cioè in un breve romanzo scritto nel lontanissimo ( ma chi se ne frega, in fondo, no?…) 1939 dal grande scrittore ungherese Sandor Marai dal titolo l’Eredità di Eszter, il cui nocciolo d’uranio ho ricopiato qui in testa. Una storia narrata in prima persona proprio da Eszter, una donna non più giovane che dopo vent’anni attende previa telegramma l’inaspettato ritorno del ciclone umano rappresentato da Lajos, il suo unico amore, l’uomo che ne sposò la sorella per puro calcolo. Ma in Lajos, perlomeno per come la donna lo descrive ricordandone le gesta, questo calcolo apparentemente non c’è, il suo profilo psicologico è piuttosto quello di un idealista tardoromantico nel senso comunque negativo del termine. Il romanzo è senza dubbio la confessione di una morta vivente, di una donna che s’è arresa all’ineluttabile. Lajos per lei è l’amore ma è anche il destino. O meglio, è il Destino sotto forma d’amore, sotto forma umana che fu – troppo tempo prima, ormai- amatoria. La grandezza di questo libro breve e intensissimo sta a mio avviso in questa mise en scene dell’ineluttabilità: Lajos è un simpatico sognatore bugiardo, un idealista fanfarone, ma è anche un cinico, un calcolatore, un farabutto. Gli opposti – o presunti tali – non si escludono, la natura umana è spesso contraddittoria fino all’inverosimile e spesso fino alle estreme conseguenze, perché secondo me è vero che ciascuno di noi è il suo carattere. Eszter tutto questo lo sa benissimo, sa benissimo il motivo per cui, dopo vent’anni, Lajos fa ritorno nella sua casa per una breve visita assieme ai figli ormai cresciuti, i figli della sorella di lei che lui ha sposato e che nel frattempo è morta. Eszter è presente a sé stessa e prevede in anticipo lo svolgimento della prossima e definitiva messa in scena (della messa in scena nella messa in scena, in realtà); e proprio per questo, forse, non fa quasi nulla per combattere, per districarsi – ancora dopo 20 anni – dal groviglio di romanticismo insano che quell’uomo per lei rappresenta. Lajos è un fantasma d’amore che sta per riapparire in carne ed ossa. Sa quasi tutto, Eszter, prevede e ciononostante si rischiara di vita nell’attesa. Un libro dolcissimo e disperato, questo, dallo stile lieve, leggerissimo ma come una piuma di crine - nonostante ciò che quello stile contiene come in una morsa leggera ma persistente. Quel brano che ho citato in apertura sta quasi a metà del libro: Eszter scrive a metà della sua confessione la propria definitiva sentenza prima ancora che il boia sia giunto sul patibolo, prima ancora, anzi, che una qualsiasi condanna sia stata pronunciata. La donna sa già quello che grosso modo l’aspetta, e ciononostante spera in qualcosa che, lei stessa per prima, sa impossibile. La speranza di questa vittima di sé stessa è proprio l’ultima a morire anche se – è lei stessa a dirlo- “una volta trascorso un certo periodo di tempo, non c’è più nulla che si possa ‘mettere a posto’ tra gli esseri umani”. Ma dopo vent’anni può accadere anche di molto peggio: in un finale che naturalmente non svelo.

January 5, 2005

FALLACIE?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:02 pm

di Elio Paoloni

Si discuteva post fa della Fallaci. Più che discuterne la si lapidava. Raccolgo ora le mie idee sulla faccenda.

Comincio col citare:

” Di recente, padre Piero Gheddo ha risposto ad una provocazione di un sociologo americano (R. Scott Appleby, “Il Papa fra tre fuochi”, in Global Foreign Policy, marzo-aprile 2004, pp.28-34), il quale ha addirittura proposto una alleanza tra cristianesimo e Islam contro l’Occidente. Ha ricordato padre Gheddo: “in nessun paese islamico i cristiani sono totalmente liberi, come i musulmani lo sono in Occidente… I musulmani dovrebbero fare un bell’esame di coscienza sui loro comportamenti collettivi: la violazione sistematica dei diritti dell’uomo, il terrorismo, le pratiche oppressive contro le donne e i bambini, la mancanza di democrazia, il formalismo religioso e sociale che schiaccia la persona”.

È così, se si vuole dire ciò che si vede. Mentre noi consentiamo che accanto alle chiese delle nostre parrocchie fioriscano moschee, nella stragrande maggioranza dei paesi musulmani non è concesso costruire una chiesa. Peggio, mentre i musulmani non consentono la reciprocità dei nostri principi e valori, noi ci concediamo la decostruzione relativistica di quegli stessi princìpi e valori e teorizziamo il dialogo, anche quando – come scrive ancora padre Gheddo – “occorre riconoscere che il dialogo come lo concepivano i padri del Concilio ha portato scarsi frutti”. Forse mi sbaglio o mi preoccupo inutilmente. Ma vedo un rischio: che il timore delle scelte induca i cristiani a pensare che, se il cristianesimo comporta oneri gravosi, allora è meglio affievolire la fede, indulgere al dialogo a qualunque costo o abbassare la voce piuttosto che rischiare un conflitto. Ma il cristiano debole, come il pensatore debole, alla fine diventa un cristiano arrendevole.

Perché i popoli cristiani dell’Europa non si sono mobilitati per innalzare la loro bandiera, mentre a milioni si sono messi in marcia per la pace e il dialogo anche con coloro che attaccano espressamente i valori fondanti dell’Occidente? La mia risposta è: perché – nell’era del relativismo trionfante – il vero non esiste più, la missione del vero è considerata fondamentalismo, e la stessa affermazione del vero fa paura o solleva timori. Forse si sta avverando la profezia negativa della Veritatis splendor (n.101), l’“alleanza fra democrazia e relativismo etico”.

Il relativismo – e questa è la vera ragione morale della mia critica ad esso – affievolisce le nostre difese culturali e ci prepara o rende inclini alla resa. Perché ci fa credere che non c’è niente per cui valga combattere e rischiare. Perché non ci dà più argomenti o ce ne dà di sbagliati persino quando altri volesse toglierci il Crocifisso dalle scuole. O perché, mentre vuol farci credere di essere alla base dello Stato laico, liberale e democratico, alla fine, messo alle strette, si converte in quel dogmatismo laicista di Stato che vieta alle ragazze di fede islamica di indossare lo hijab a scuola.

Sono alla conclusione. Mi si potrà chiedere: ma perché combattere e rischiare? C’è forse una guerra? La mia risposta è: dall’Afghanistan al Kashmir alla Cecenia alle Filippine all’Arabia Saudita al Sudan alla Bosnia al Kosovo alla Palestina alla Turchia all’Egitto all’Algeria al Marocco, e altrove, in gran parte del mondo islamico e arabo gruppi consistenti di fondamentalisti, radicali, estremisti – Talebani, al Qaeda, Hezbollah, Hamas, Fratelli musulmani, Jihad islamica, Gruppo armato islamico, e molti altri ancora – hanno dichiarato guerra all’Occidente, la jihad. Lo hanno detto, scritto, diffuso a chiare lettere. Perché non prenderne atto?

Si dirà: sono atti di terrorismo da parte di gruppi di fanatici. Rispondo: temo di no, il terrorismo è lo strumento di una guerra culturale e armata. Si dirà ancora: non si può a nostra volta combattere con le armi. Rispondo: spero sinceramente che non si debba, ma se, come già accade, l’Occidente fosse costretto ad usare la forza, perché escluderla? Se la forza giusta e di difesa, lo stesso cristianesimo non ammette forse una forza giusta e per difesa?

Non mi si fraintenda, per disattenzione o magari deliberatamente. Non si speculi sotto o dietro le mie parole. Non sto perorando una dichiarazione di guerra dell’Occidente. Sto perorando un’altra cosa, che a me sembra anche più importante: sto perorando la consapevolezza che esiste un conflitto di cultura e in armi che alcuni – molti, troppi – hanno dichiarato all’Occidente. Non sto chiedendo il rifiuto del dialogo. Sto chiedendo un’altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza che il dialogo non serve a niente se, in anticipo, uno dei dialoganti dichiara che una tesi vale l’altra. Questa duplice consapevolezza la vedo poco presente in Occidente, soprattutto in Europa. E non la trovo diffusa nello stesso cristianesimo europeo, che a me oggi appare timido, sconcertato, angosciato. C’è una ragione profonda di questa scarsa consapevolezza, che capisco e rispetto. L’idea stessa di una guerra di civiltà o di religione fa paura. Accanto a questa che capisco, c’è una ragione che invece non capisco: si tratta dell’idea della “colpa dell’Occidente”.

Ora, l’Occidente è costato al mondo colonialismo, imperialismo, nazionalismo, antisemitismo, nazismo, fascismo, comunismo. Avendo mangiato i frutti avvelenati dell’albero della conoscenza, non è un paradiso terrestre. E però non possiamo fermarci agli errori e anche orrori dell’Occidente. Se si deve fare un bilancio corretto, occorre mettere i meriti accanto ai torti, e se si vuole celebrare un processo equo, occorre contrapporre la difesa all’accusa. “La civiltà occidentale – ha affermato un penetrante scrittore, Pietro Citati – ha grandissime colpe, come qualsiasi civiltà umana. Ha violato e distrutto continenti e religioni. Ma possiede un dono che nessuna altra civiltà conosce: quello di accogliere… tutte le tradizioni, tutti i miti, tutte le religioni, tutti o quasi tutti gli esseri umani” (P. Citati, “L’Occidente senza forza e l’esercito del terrore”, Repubblica, 31 marzo 2004). E un altro grande scrittore, Mario Vargas Llosa, ha detto della civiltà occidentale: “il suo merito più significativo, quello che, forse, costituisce un ‘unicum’ nell’ampio ventaglio delle culture mondiali… è stata la capacità di fare autocritica” (M. Vargas Llosa, “Occidente. L’agonia del paradiso”, La Stampa, 18 aprile 2004).

Fare autocritica, ammettere gli errori, correggerli, punire chi ha sbagliato, è linguaggio e dovere laico. Riconoscere le colpe ed espiarle è espressione ed esperienza cristiana. Si può seguire l’una o l’altra strada, ma non possiamo dimenticarci chi siamo, chi vogliamo essere, chi dobbiamo essere. “La democrazia – ha scritto ancora Vargas Llosa – è un evento che provoca sbadigli nei paesi in cui esiste uno stato di diritto”. Spero che non sia così. Ma se lo è, allora, io credo, dobbiamo cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci.”

Di chi sono questi passi? Non di un giornalista, non di uno storico, non di un politico. Sono brani della Lectio magistralis sulle Radici spirituali dell’Europa tenuta il 13 maggio 2004 nella Sala capitolare del Chiostro della Minerva dal cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Perdonate la lunghezza ma neanche questi ampi stralci rendono la complessità e l’acutezza del testo integrale ( http://www.korazym.org/news1.asp?Id=7337 ). Risultano anzi squilibrati. Danno comunque l’idea di una visione del mondo. Questa visione può essere o no condivisa. Non si può dubitare però che appartenga a un uomo di buona volontà, non incline alla sguaiataggine e al solletico di bassi istinti.

Nella sostanza, queste considerazioni non sono per nulla distanti dall’assunto di base della Fallaci. Solo che la Fallaci lo esplicita nel suo modo uterino. Risultato: Ratzinger non l’hanno letto neanche i praticanti. I Senatori, a cui il discorso era diretto, forse non l’hanno recepito. La Fallaci invece è andata in mano a un bel po’ di gente, credente o no, abituata alla lettura o no. Con quale effetto? Sbilanciato, non c’è dubbio. Molte delle persone che l’hanno letto sono incapaci di fare la tara. Di valutare la personalità dell’autrice. Di rendersi conto che un pamphlet non è un saggio. Di goderne la valenza letteraria (pessima letteratura, dite? Può darsi ma uno scritto che ha forza è comunque letteratura). Hanno soprattutto ricevuto conferma dei loro pregiudizi.

A questo punto cito ancora:

“Qual è, secondo questa impostazione, la differenza sostanziale fra i due (…)? Che il primo riesce a essere discretamente analitico come piace all’ISM. Il secondo non ha in sostanza nulla da scoprire, da argomentare, da rivelare, che noi europei intelligenti e avvertiti non sappiamo già; quindi preme alla grande il pedale del patetico, dell’effettistico. E’ inarticolato come un grido, greve come un cazzotto.

Certe parti ultraretoriche di Fahrenheit hanno infastidito anche me, volendo considerare l’opera come prodotto estetico tout court; valutando l’insieme come macchia, come pozzanghera di significato, come gesto estetico-politico, il fastidio l’ho mandato giù ed è rimasta l’ammirazione. Grezzo, potente, diretto, Fahrenheit 9/11 ha le stimmate del capolavoro ed è un film superiore al precedente, per essenzialità narrativa e importanza dei contenuti. Uno spettatore non particolarmente interessato al tema potrebbe perfino perdersi un po’ nel labirinto argomentativo di Bowling; nessuno rimane indifferente a Fahrenheit. Al limite, ti arrabbi”.

Sono parole tratte da questo blog. Non importa chi le ha scritte: molti le hanno condivise. E quelli che le hanno apprezzate dovrebbero ammettere che, per chi abbraccia la visione del mondo che diremo, per comodità, di Ratzinger, i pamphlet fallaciani non hanno fatto che divulgare, in modo scorretto ma efficace, l’idea di questo disamore dell’Occidente per se stesso. In modo “grezzo, potente, diretto”(”inarticolato come un grido, greve come un cazzotto”). E’ accettabile, questo modo? Possiamo approvarlo?

Condivido parola per parola tutti i passi della Lectio. Non sono d’accordo invece con molte delle opinioni della Fallaci. Ritengo, per esempio, che l’entrata della Turchia in Europa, avversata dalla scrittrice nell’ Apocalisse, sia una scommessa da fare, un tentativo che non possiamo permetterci di evitare, foss’anche soltanto per avere la prova provata dell’impossibilità di una convivenza con l’Islam. Ma potrebbe aver ragione lei: se la Turchia si rivelasse un Cavallo di Troia? Apprezzo perciò i suoi tentativi – anche quelli eccessivi – di metterci in guardia. Si può riderne, come sì è sempre riso delle cassandre:

“Una Cassandra, se comparisse - ed esiste tra le donne di qui, a giudicare dall’aspetto - non la riconoscerei… e se lei, come l’antica Cassandra, fosse colta da furore, non riuscirei a essere critica nel caso che uno di questi… rabbonendola ma anche ammonendola, rimproverandola, più o meno a buon diritto, la trattenesse per il braccio e la consegnasse all’ambulanza già in attesa in una delle strade secondarie… La questione del momento in cui andò smarrito il senso della patria (l’attimo che nella vita di Cassandra forse ha significato capire che i suoi ammonimenti erano insensati, perché la Troia che voleva salvare non esisteva affatto. Peggio per lei. Che diavolo poteva farci Troia?)”.

(Christa Wolf, Premesse a Cassandra )

Ma non dobbiamo “ cominciare a stropicciarci gli occhi e a svegliarci”?

L’autrice. Livorosa, reclusa, inselvatichita. Il suo narcisismo mi disturbava già parecchio tempo fa. La sua permalosità giunge alla farsa: ha querelato il basito Feltri, che la incensava un giorno sì e uno no, perché a lui o a un collaboratore è scappata, in mezzo alle lodi, non so quale parolina. Non si dimentichi, però, che la donna è giornalista di razza, che ha girato il mondo e spernacchiato i potenti. Geneticamente antifascista, ha attraversato epoche intere. Ha vissuto guerre, rivoluzioni e transizioni in molti paesi. Le sue considerazioni (tolta la cupezza visionaria) non sono affatto infondate. La pericolosità oggettiva della cultura islamica, così come viene vissuta da milioni di persone, cioè supinamente, senza alcuna conoscenza di tesori come la mistica Sufi o le vette di Al Hallawi e senza alcuna possibilità di contestualizzazione (chi ha tentato la storicizzazione del Corano, se ancora non è stato accoppato, è completamente ignorato) è un dato. E’ una minaccia maggiore dello strapotere statunitense mal bilanciato da un’Europa rissosa e inconcludente e da una Russia più asiatica della Cina, tornata ai tempi dei boiardi, anzi a Caterina (non di Russia, ma de’ Medici).

Non amo l’esaltazione della Rabbia (anche se non posso fare a meno di provarla, a volte) ma condivido l’esaltazione dell’Orgoglio. Senza amore di sé non si può migliorare né trattare ma solo arrendersi.

January 4, 2005

PETROLINI UNO-DUE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:52 pm

(Un "uno-due" del grande attore e scrittore romano, scomparso nel lontanissimo 1936 ma ancora, secondo me, attuale. Il testo al punto 2 è quello di una canzone che è rinata, arrivando al successo discografico nazionale, moltissimi anni dopo, nell’interpretazione di Nino Manfredi. Io ero un bambino e quella canzone mi ricorda una gita con genitori e zii a Lugano, un cantante da locale e mia zia Giovanna che parte a spron battuto con la richiesta di "Tanto pe’ cantà"… Buona lettura. M.U.)

 

 

 

 

1. (Parlando di un commediografo)

E’ modesto, ma se ne vanta.

 

2. TANTO PE’ CANTA’

Parlato…
È ‘na canzone senza titolo,
tanto pe’ cantà,
pe’ fà quarche cosa…
nun è gnente de straordinario
è robba der paese nostro,
che se pò cantà puro senza voce…
basta ‘a salute…
quanno c’è ‘a salute c’è tutto…
basta ‘a salute e ‘n par de scarpe nove
pòi girà tutt’er monno…
e m’accompagno da me…

 

Canto…

Pe’ fa la vita meno amara
me so comprato ’sta chitara,
e quann’er sole scende e more
me sento ‘n còre cantatore.
La voce è poca ma ‘ntonata,
nun serve a fà la serenata,
ma solamente a fà in magnera
de famme un sogno a prima sera.

Tanto pe’ cantà,
perché me sento ‘n friccico ner còre,
tanto pe’ sognà,
perché ner petto me ce naschi ‘n fiore.
fiore de lillà
che m’ariporti verso er primo amore,
che sospirava le canzone mie,
e m’arintontoniva de bucìe.

Canzoni belle e appassionate
che Roma mia m’ha ricordate,
cantate solo pe’ dispetto,
ma co ‘na smania drent’ar petto;
io nun ve canto a voce piena,
ma tutta l’anima è serena;
e quanno er cèlo se scolora
de me nessuna se ‘nnamora.

Tanto pe’ cantà,
perché me sento ‘n friccico ner còre,
tanto pe’ sognà,
perché ner petto me ce naschi ‘n fiore.
fiore de lillà
che m’ariporti verso er primo amore,
che sospirava le canzone mie,
e m’arintontoniva de bucìe.

LORENZO IL NETTURBINO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:28 am

 

 

di Max Mescia

 

Quant’è bella

la monnezza

che si butta tuttavia.

Chi vuol esser

lindo sia.

Ché doman

non v’è nettezza.

(1982)

January 3, 2005

IL CORDLESS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:24 pm

di Anna Setari


Entrò nell’ospizio il giorno dopo Santo Stefano.
Era stata lei a decidere di andarci. I figli avrebbero voluto metterle una badante in casa, ma lei, in casa sua, a contrastarla nelle sue abitudini, a trattarla come una bambina, magari anche frugare tra le sue cose, non voleva nessuno.
"Meglio l’ospizio", aveva detto.
"Sarà come stare in una pensione, dopotutto…"
Fu il figlio ad accompagnarla. Con le labbra strette e la fronte corrugata. Si vedeva che si sforzava d’essere meno impaziente del solito mentre le faceva vedere il letto, il tavolo, l’armadio a lei assegnati nella camera che avrebbe condiviso con altre tre vecchie.
C’era molto più spazio di quanto si fosse figurata. Anche il tavolo era abbastanza grande, dopotutto, anche se sacrificato in un angolo cieco: c’era spazio per farci i solitari e poteva disporci anche con comodo i suoi quaderni. Come a casa. Quasi.
Da quando la memoria aveva cominciato a farle scherzi, aveva preso l’abitudine di scrivere su un quaderno i nomi delle persone - del medico, per esempio, o di certe ragazze che erano venute talvolta a farle alcuni servizi, o il nome di alcune vicine, che conosceva da anni, ma che

inspiegabilmente le svaniva di mente quando doveva nominarlo.
Aveva annotato anche i nomi dei nipoti che tendeva a chiamare con i nomi dei suoi figli o delle sue sorelle, a volte, combinando su in tal modo una gran pasticcio. Li aveva messi su un quaderno a parte. Per mantenere un maggiore ordine. Ma alla fine le capitava sempre di scrivere sul primo quaderno che le veniva sottomano, salvo poi ricopiare a sera, quando si ricordava, in quelli giusti. Così i quaderni si erano moltiplicati, pur contenendo però, in definitiva, più o meno le stesse cose. Fatto, questo, che la irritava, ogni volta che se ne rendeva conto, ma cui non aveva saputo opporre nessuna strategia praticabile.
Tra l’altro, aveva trascritto più volte anche il nome di certi oggetti nuovi, di cui si sforzava di tenere a mente le caratteristiche: il cellulare, per esempio, che non era mai riuscita ad usare - come del resto anche il cordless, che si scaricava sempre e non si capiva di che utilità fosse se poi bisognava tenerlo in carica tanto a lungo, ed era allora come tenere il solito telefono.
Il suo telefono vecchio era ancora appeso alla parete, vicino alla porta della cucina, come sempre era stato da quando l’aveva fatto mettere per la prima volta, negli anni Cinquanta.
Il cordless glielo aveva regalato la figlia, in una di quelle sue rare e chiassose visite che finivano sempre con una sequela di rimproveri. Per sua figlia tutto ciò che lei faceva - i suoi orari, le cose che mangiava, le medicine a cui era affezionata – tutto era sbagliato. La trattava come se avesse l’intenzione di educarla o ri-educarla, forse.
Per il trambusto che le portava in casa nell’animo, la vecchia vedeva andar via la figlia ogni volta con un sollievo pari solo all’allarme che le procurava sentire la violenta scampanellata che ne annunciava l’arrivo.
Capitava raramente, tuttavia. Perché abitava a una certa distanza e anche perché in realtà non si erano mai molto sopportate. Fin dalla nascita quella bambina aveva mostrato nei tratti qualcosa del marito. Anzi, non qualcosa, ma precisamente quegli atteggiamenti e quelle espressioni del marito che più le davano fastidio. Sempre, poi, crescendo, la figlia aveva continuato a somigliare al padre. Pignola e perfezionista, come lui. Esperta sempre di tutto. Infallibile, come lui. Gli stessi gesti. La stessa ruga sulla fronte.
Insopportabile come lui - pace all’anima sua, che se ne era andato ormai da un pezzo. Poveraccio.
Chissà poi perché lei lo aveva sposato? A novanta anni passati ancora non avrebbe saputo rispondere a questa domanda. Che fosse stato un errore, un grande errore, se ne era accorta piuttosto presto. Ma erano arrivati i bambini. Lei non aveva un diploma, un mestiere, nulla: avrebbe potuto solo arrangiarsi con cosette da poco. Sì, certo, non aveva avuto il coraggio di separarsi. Non era tanto comune, allora, farlo. Occorreva sul serio coraggio. Lei non l’aveva avuto. Aveva sbagliato. Era stato il suo secondo errore, forse.
D’altra parte il marito non era cattivo. Era solo petulante, pesante, dispotico.
Donnaiolo, anche. Insopportabile a lei. Non un uomo davvero cattivo. Capace persino di qualche generosità. Comunque, era morto a meno di sessant’anni. Poveraccio. O fortunato, forse. Se ne era andato con una malattia breve, non dolorosa, per la quale si era intestardito a volersi operare, contro il parere del cognato medico. Era morto sotto i ferri. Senza accorgersene, e senza aver avuto il tempo di sapere che la sua idea di svegliarsi guarito in barba ai pronostici del cognato era sbagliata. Era morto senza ricevere smentite, insomma, sicuro fino all’ultimo di aver ragione, reso impermeabile per sempre ad ogni smentita da quell’anestesia destinata a proteggerlo in saecula
saeculorum…

Quando era entrata nella stanza dell’ospizio sulle prime aveva visto solo una delle sue compagne. Una donna all’apparenza più giovane di lei, non paralitica, ma come bloccata nei movimenti, col viso paonazzo affondato nelle spalle, senza collo. Se ne stava seduta sul proprio letto, senza far nulla e l’aveva guardata entrare mantenendo un atteggiamento del tutto impassibile. La vecchia l’aveva salutata, facendo l’atto di presentarsi, le aveva sorriso persino. Ma quella non aveva mutato minimamente la sua positura, né aveva risposto allo sguardo né al saluto. Come se fosse sorda, o muta. Ma non doveva essere sorda, né pareva stordita o attonita: era solo indifferente, di quell’indifferenza che a volte ostentano i parenti, quando sono ostili.
La vecchia aveva guardato il figlio con un mezzo cenno d’intesa, come per dire "Ma guarda che tipo…", e aveva abbozzato anche un sorriso, come per farsi coraggio, e sperando di incoraggiare un sorriso di risposta del figlio. Quando lui era ragazzino, tante volte si erano lanciati simili sorrisi d’intesa. Si capivano al volo. Lei a quel tempo usava dire che non c’era nessuno che la capisse così bene e prontamente, quasi senza parole, o prima delle parole, quanto lui.
Ma questa volta il figlio, evitando il suo sguardo, aveva stretto ancor più le labbra e si era fatto più brusco, come se tutto il suo impegno si fosse all’improvviso concentrato nel vedere come sistemare la roba portata da casa.
Aveva aperto la valigia e ne stava ora estraendo gli oggetti e la biancheria.
"La sveglia, vedi? la metto qui sul comodino. Con la radiolina"
"Sì", rispondeva lei, più con la testa che con la voce. Ubbidiente.
"E qua nel cassettino, metto le pile. Vedi?"
"Qua, nel primo cassetto ci sono le camicie da notte."
Lei annuiva. Ma non stava attenta. Quando il figlio fosse andato via, avrebbe passato in rassegna da sola, a modo suo, le cose che lui aveva sistemato, scrivendosi poi sul quaderno il contenuto dei cassetti. Non poteva fidarsi della memoria. Ora, però, davanti a lui, non osava mettersi a scrivere, per non fargli perdere tempo e pazienza.
S’irritava, il figlio, di questi "riti", come lui li chiamava, quando non diceva direttamente "manie".
Quando tutto fu sistemato, il figlio la accompagnò dal capo reparto.
Fu solo allora, uscendo dalla camera, che la vecchia si accorse dell’altra sua compagna di stanza: stava distesa nel letto più vicino alla porta, tutta nascosta sotto le coperte e ronfava di là una specie di sibilo o lamento.

Il capo reparto, un giovanotto dalla faccia di ragioniere, li accolse con un sorriso un po’ distaccato, freddo - forse lui lo avrebbe definito professionale, pensò la vecchia, ricordandosi subito, però, che non avrebbe potuto condividere con nessuno quel suo commento. Il figlio sembrava troppo teso per tentare un nuovo scambio di sguardi.
Dopo un po’ di informazioni sugli orari e sul resto, il ragioniere le chiese, affettando professionalmente un tono più delicato, se avesse mai usato il pannolone.
"La notte", disse lei. "Perché di notte…" cominciò a spiegare. Ma il ragioniere la interruppe. "Di giorno - chiese - non ritiene di averne bisogno?"
Non sapeva cosa rispondere.
"Finora, no…" disse, già incerta. E aggiunse: "Perché? …Dovrei… forse?"
"No, signora! cosa dice?" esclamò il capo reparto, come se avesse sentito un vero sproposito. "Voi ospiti qui siete come a casa vostra: noi ci teniamo che ognuno mantenga le sue abitudini. Non ci sono obblighi, qui…"
Sembrava quasi che la volesse rimproverare per quei pregiudizi negativi sulla loro istituzione. "…Signora, gliel’ho chiesto giusto perché il personale, lei capirà, ha bisogno di sapere… In linea generale, noi incoraggiamo, per praticità, gli ospiti ad abituarsi al pannolone. Così poi,"concluse sorridendo, "se ne avranno bisogno, tutto viene più semplice."
Somigliava a una madre badessa. Un ragionier-madrebadessa - si disse la vecchia cercando di sorridere tra sé, ma sentendosi in realtà un po’ allarmata. Non tanto dalle cose che quello diceva, ma appunto dal suo tono: da quella maschera di cortesia con cui quell’uomo pallido e ulceroso (tutti i pallidi, secondo lei, soffrivano di ulcera) si difendeva contro il rischio di un rapporto più umanamente amichevole - no, macché amichevole: rispettoso - sì, rispettoso - verso gli ospiti. Di rispetto si trattava,
altroché..

"È già ora di pranzo", disse infine il caporeparto. "Cosa vuole fare? Può mangiare in camera, se preferisce. In questi primi giorni, forse è meglio, non crede?". Di nuovo distese le labbra nel suo freddo sorriso. "C’è anche suo figlio," aggiunse, volgendo a quest’ultimo uno sguardo come di complicità: "Se volete restare da soli, vi portano da mangiare in camera…"
"No, no," si affrettò a rispondere lei, "vado con gli altri. Dovrò pure far conoscenza.
No?"
Il capo reparto rispose con un sorrisino, che a lei parve non privo di commiserazione, forse anche di disprezzo. Un sorrisino degno di suo marito. Come se volesse dirle: "Fa pure di testa tua, ché presto imparerai come funziona. Sei qui perché nessuno più ti può soffrire. E anche gli altri, sono qui per questo. Altro che fare amicizia…"

La sala da pranzo era allegra, con le pareti colorate di giallo, di rosso e di verde. C’erano tanti tavolinetti da quattro o anche da sei, con le loro brave tovaglie candide, ben stirate. Proprio come in quelle pensioncine familiari di montagna dove tante volte era stata d’estate con i bambini.
Anche il figlio poteva sedersi con lei in quel primo giorno, dissero le signorine addette al servizio, indicando un tavolino da quattro proprio accanto alla grande finestra che dava sul giardinetto. Le parve un tavolo carino, lieto, e si avviò verso quell’angolino quasi di buon umore, anche perché intanto le era venuto appetito.
La donna vista prima in camera era già seduta, con le spalle alla finestra e con in faccia la stessa espressione indifferente di prima. Come prima, non rispose al suo saluto quando lei si sedette, giusto di fronte a lei.
L’altro commensale, alla sua destra, era un uomo: vecchissimo, pareva, forse perché irrigidito da un Parkinson avanzatissimo. Forse volle salutare, ma il suo cenno fu infinitesimale e si capiva che non sarebbe comunque riuscito a parlare.
Venne l’inserviente a presentare la scelta del menù. Il figlio intanto cercava di distrarla da quei commensali, che chiaramente gli facevano impressione, e ai quali non sapeva relazionarsi, avrebbe detto la nuora, sua moglie, la psicologa. Ignorantella, dopotutto. Una supeficialona. Buona ragazza le era parsa, all’inizio. Almeno quello. Poi, col tempo, nemmeno più quello. Troppo superficiale per essere buona. Grandi sorrisi, e grande fretta: questa la sua ricetta per evitar conflitti. La psicologa.
Si lasciava distrarre intanto dai laconici discorsi del figlio: voleva distrarsi. Addirittura trovò buona la minestra di fagioli che venne servita. Forse perché si aspettava di peggio.
Sorrideva ogni tanto ai suoi commensali, accennava ancora a qualche tentativo di contatto chiedendo il permesso di prendere l’oliera, o il sale. Ma quelli niente: difendevano gelosamente il loro diritto alla solitudine.
A un certo punto la donna dal viso paonazzo ebbe un attacco di tosse che quasi soffocava. Forse qualcosa le era andato per traverso. Si fece ancora più paonazza, quasi cianotica e sputò in giro, quasi vomitò nel piatto e sul tovagliolo quel po’ di minestra o pane masticato che aveva in bocca.
La vecchia si mosse, tentò persino d’alzarsi, per come poteva, per aiutarla. Ma accorsero le inservienti e in breve l’attacco passò. La donna si ricompose tornando alla sua impassibilità.
"Tutto bene, ora?" azzardò lei.
La donna riprese a mangiare, con lentezza e qualche difficoltà nel trangugiare, senza alzare lo sguardo.

Il figlio tornò a trovarla nel pomeriggio e restò con lei fino all’ora di cena, che venne
presto, alle cinque, come negli ospedali. Poi la riaccompagnò nella stanza.
"Ora me ne vado, " disse. "Vedo che tutto è a posto. Hai bisogno di niente? la radiolina è qui. Qui ci sono gli auricolari. Le pile, le ho messe qui nel cassetto. Va bene?"
"Sì, sì. Va’ pure. Va tranquillo. Ora io faccio un solitario qui, ascoltando la radio, e poi mi metto a letto." Sorrise: "Vai, vai pure. Grazie, sai?" Lui le diede un bacio sulla fronte e se ne corse via. Con sollievo probabilmente, anche se con qualche peso sul cuore. Chissà?

La vecchia fu sola, con le due impassibili compagne di stanza. Il quarto letto era vuoto.

Accese la radiolina. La vecchia paonazza, girandole la schiena guardava una sua piccola televisioncina. Con gli auricolari, per fortuna.
A casa la vecchia era abituata ad andare a letto tardi la sera. Anche qui cercò di rimandare il momento, anche se le luci si andavano spegnendo, e le infermiere erano già passate a salutare, a dare le ultime medicine.
"Può andare a letto quando vuole" le aveva detto il capo reparto. "Non c’è nessun obbligo di orario".
Però le luci erano basse. Non riusciva a disporsi a fare un solitario mentre in camera una giaceva nel letto semiaddormentata, ronfando il suo lamento, e quell’altra le girava le spalle. Con fatica allora si avviò col suo passo incerto, sostenuta dal bastone, verso il corridoio.
Fuori, eccetto che nella malinconica saletta della TV, dove davanti all’apparecchio acceso su un chiassoso programma c’erano due solitari uomini che parevano appisolati, tutto era deserto. Vuoti i corridoi e le sale. Non un infermiere, non un inserviente, non un ospite.
Ospiti, li chiamavano. Ospiti. Giusto: nell’Ospizio che altro si può essere, del resto? ridacchiò amara, con una smorfia.
Finì con il tornare in camera e stendersi.
Nella stanza ora le pareva che aleggiasse un certo odore d’orina.
Non avrebbe mai voluto sporcarsi nel sonno. Non le era mai successo, ma qui temeva che potesse succederle. Era vero che la notte da un po’ di tempo s’era abituata a mettere il pannolone. Ma a casa sua non le era mai davvero capitato di sporcarsi: aveva sempre fatto a tempo a raggiungere il bagno che era proprio attaccato alla sua camera. Qui il bagno era, sì, in camera, ma più distante, e poi soprattutto era diverso, non c’erano i soliti suoi riferimenti di appoggio: avrebbe dovuto imparare a muoversi tra i nuovi. Tra l’altro la sua vista era ormai molto debole. Sempre era stata miope, ma ormai poteva quasi dirsi cieca.
Questo pensiero le impediva di prendere sonno. Così dopo vani tentativi di avviare i pensieri verso immagini più serene - arrivò persino a mormorare qualche avemaria, in memoria di sua madre che le diceva quando da piccola si svegliava la notte: "Di’ un’avemaria, girati sull’altro lato, e vedrai che ti addormenti…" - fu presa da un’ansia che non sapeva spiegare e volle alzarsi, per andare a telefonare a suo figlio.
Così, tanto per sentire la sua voce, per salutarlo. "Tutto bene", gli avrebbe detto. "Ora vado a letto: non ti preoccupare per me." Non era tardi, in fondo. Lo avrebbe trovato forse che ancora cenava.
Si avviò verso la porta col suo passo zoppicante e cercò il telefono sul muro.
Ma non c’era nessun telefono.
Si incamminò allora lungo il corridoio, sempre scrutando il muro in vicinanza delle altre
porte.
"Dove avrò messo il cordless?" si chiedeva, sempre più in ansia. "Forse me lo hanno preso…"
Non riusciva a trovare il soggiorno. Si era persa. Non c’era più nessuno dei suoi mobili laggiù dove si era persa.
Fu allora che un uomo, un giovane, le si avvicinò: "Cosa stai cercando?" le chiese.
Non lo riconosceva. Che fosse uno dei suoi nipoti? Tanto cresciuto, troppo cresciuto… Le dava il tu, però. Chi era?
"Vieni, vieni, su. Andiamo in camera. È ora di dormire, questa. È notte, sai?"
Ma sì, certo, era un infermiere dell’ospizio. Certo. Ma perché le dava il tu? La stava trattando come una bambina.
"Cercavo il telefono", disse indicando il muro. " L’hanno portato via…"
"Non c’è, non c’è mai stato qui il telefono", disse lui.
"Ma come?" s’irritò lei. "È sempre stato qui…"
"Dai, dai, che è ora di dormire, questa", disse l’infermiere prendendola per il braccio. "Telefonerai domani. Ora tutti dormono." E intanto la guidava lungo il corridoio verso la camera. Lei protestava. Insisteva che anche il cordless era sparito.
"Su, su! non fare i capricci. È notte: è ora di dormire."
"In cucina…" disse lei. "L’avrò lasciato in cucina…"
"Ora ti porto in cucina, ti bevi un bel bicchiere d’acqua, e poi a letto. Senza capricci. Va bene?"
La cucina era tutta di metallo. Grande. Senza niente, né una tazza, né una pentola, né un pezzo di pane, niente. Vuota. Deserta. Grigia. Come quella dell’ ospedale dove si era operato ed era morto il marito.
Piano piano, bevendo il suo bicchiere d’acqua, si rese conto di dove si trovava e smise di protestare. Si sentiva stanca e avvilita. Non disse più nulla e si lasciò condurre dall’infermiere fino alla stanza, fino al letto. Lui l’aiutò a coricarsi.
"Basta andare in giro, adesso" disse prima di allontanarsi. "Ora si dorme. Mi raccomando. Eh?" aggiunse, alzando anche un dito di minaccia. Ed uscì.
Fu allora, nel buio della camera, al suono discorde del lamento ronfato da una vicina e del russare dell’altra, che infine lei si vide come era: una vecchia finita ad aspettare la morte nell’odore di piscio di un ospizio. Una vecchia che aveva fatto l’ultima grande sciocchezza della sua vita.

January 2, 2005

IL PROPOSITO DI UNO SCRITTORE-BLOGGER

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:48 pm

Mentre l’apocalisse continua a spostarsi da una rete televisiva all’altra, gonfi di panettone e auguri sbocconcellati a destra e a manca (con qualche benedizione al centro) ci apprestiamo a vivere un nuovo anno di morte e devastazione. Quest’anno il tempismo della natura però è stato perfetto: poco prima che il mondo occidentale – qui nell’effettivo occidente e poi nelle isole del paradiso occidentale prefabbricato ad arte nell’altrove- scoccasse i suoi auguri di buon e soprattutto imbecille 2005, la terra ha tremato follemente e la pioggia si è rimessa a piovere come sempre sul bagnato - ma questa volta concentrandosi in maniera alquanto superba. Questi sono gli auguri neri per il Buon Annodelcazzocheglisifrega 2005: migliaia e migliaia di morti.

Qualcuno mi potrebbe dire: e allora? E in Africa? Insomma, Uffenwanken, fancazzista di ritorno, incazzato nero, scrittore, blogger, coglione qualsiasi di 44 anni, bianco occidentale e cristiano soprattutto quando hai la strizza al culo, che cazzo vuoi? Lo sai anche tu che ogni porco anno muoiono milioni e milioni di persone di fame e di malattie. E tu hai mai fatto qualcosa per alleviare le sofferenze di qualcuno di questi predestinati? Guardati nelle palle degli occhi al tuo specchio appannato, ora, dopo esserti fatto la tua maledetta barba con la tua maledetta schiuma comprata al maledetto supermercato dietro al maledetto angolo: hai mai mandato un centesimo all’umanità sofferente, tu? Hai mai prestato soccorso come volontario da qualche parte? No, tu pensi ancora ai cazzi tuoi come quando avevi 14 anni. Ormai non fai più nemmeno l’elemosina, hai anche la faccia tosta di dire ai mendicanti: “Non c’ho una lira” e di sottolineare il concetto muovendo il pollice e l’indice della mano destra nell’italico gesto del “ghe ne minga” o “bambole non c’è una lira”. Tu fai la morale, t’incazzi, credi di essere un tipo intelligente; sotto sotto (o anche sopra sopra) sei un fesso e dunque sei in buona e soprattutto numerosa compagnia. Non hai capito un cazzo. Vivi nel tuo bozzolo di letteratura, di musica ascoltata ossessivamente, di cinema trito e ritrito, di amici che al fondo ti somigliano. Vissi d’arte, vissi d’amore… Ma quale arte? Ma quale amore?

Hai fatto del tuo peggio, questa è la verità. T’indigni con chi s’è messo a brontolare in televisione per aver perso la sua vacanza alle Maldive. E tu chi sei, per fare la morale? Tu in vacanza non ci vuoi proprio andare, tu delle vacanze te ne freghi da anni e anni, sei l’uomo sbagliato per parlare di queste cose, tu credi di essere superiore anche se te ne vai in piscina comunale. Ma superiore non lo sei, stanne certo. E ci mancherebbe altro. Hai solo avuto la grandissima fortuna di poter scegliere, ad un dato punto della tua vita, dove andare a sbattere la testa dopo innumerevoli tentativi fatti per tutt’altre strade, sempre a testa inutilmente bassa e a fronte inutilmente spaziosa.

Te ne freghi di tutto, alla fine è così. Provi a scrivere i tuoi libretti che quasi nessuno conosce e dei quali giustamente a nessuno frega niente mettendoci l’anima, questo te lo concedo. Ma la tua anima non serve a un cazzo. Dovresti trovare dentro di te anche tu il libro che spieghi il momento storico che stai vivendo, dovresti provare anche tu a scrivere un grande affresco sociale che inchiodi la contemporaneità alle sue responsabilità, come viene invocato da tutte le parti dai critici che la sanno lunga. Invece sai solo scrivere delle tue ossessioni. Trasfiguri il tutto, si, a barare sei bravo, sei diventato addirittura un esperto, dai e dai, prova e riprova; ma la tua paura di vivere non sarai mai stanco di sputarla per iscritto fino a quando qualcuno non ti strapperà la penna dalle mani e non ti darà un meritato calcio in culo. Ma si, tanto lo sai anche tu che scrivere non serve a niente. A niente che veramente serva a qualcosa.

Non sei nemmeno uno dei tanti cialtroni e venditori di fumo che ci sono in giro in tutti gli ambienti, non ultimo quello letterario. Sei una specie di uomo onesto. Anche qui, hai avuto fortuna; cioè sei stato allevato da brave persone che ti hanno regalato dei buoni esempi. Non hai mai rubato nulla in vita tua – a parte un po’ di libri anni fa…- e tenti di non prendere in giro il prossimo. Se ti prendono in giro (nel senso cattivo del termine) t’incazzi come una belva, come quando eri un adolescente e facevi a botte con cani e porci. Ma alla fine ciò che t’importa è soddisfare te stesso. Il tuo ego. Qualsiasi tema può andare bene, l’importante è che a venir fuori provvisoriamente dal bozzolo sia tu. Mi fai quasi pena. Sei un uomo fortunato e non lo sai nemmeno. Sei vivo e vegeto e hai persino la libertà di mandare a puttane la tua salute a furia di sigarette aspirate compulsivamente come un cartaio da quattro bische. Sei libero di scegliere, grosso modo, dove andare a parare con la tua vita.

Ecco perché, e te lo dico solennemente, se in quest’anno nuovo proverai a lamentarti più del dovuto giuro che ti prendo a schiaffoni davanti allo specchio del bagno fino a farti sanguinare dalle guance e, perché no, anche dalle orecchie.

January 1, 2005

UN PROTOBLOGGER?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:08 pm

 

 

 

 

 

 

“Mi interessa la vita, tutta la vita, in ogni suo aspetto. E la vita che conosco meglio è la mia. Esaminando la mia vita, descrivendola nei dettagli, mettendola spietatamente a nudo, ho la sensazione di rendere la vita, potenziata ed esaltata, a coloro che mi leggono. E questo mi sembra un degno compito per uno scrittore, un compito nel quale ho degli illustri predecessori”.

 

(Henry Miller)

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