The FK experience

January 13, 2005

VIVA LA REVOLUCION!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:24 pm


di Riccardo Ferrazzi

Gli storici che si affannano a suddividere la storia in periodi sono condannati a riconoscere che gli avvenimenti ai quali assegnano la funzione di spartiacque sono privi di significato. È poi così importante la deposizione di Romolo Augustolo ? Il viaggio di Cristoforo Colombo avrà pure portato cacao, tabacco e pomodori, ma ha cambiato la nostra civiltà ?
Se proprio non si vuol fare a meno di suddividere la storia in periodi, bisognerebbe almeno individuare gli avvenimenti che hanno influenzato i secoli successivi. Per esempio, si potrebbe confinare nella preistoria tutto ciò che avvenne prima dell’abolizione dei sacrifici umani (il che protrarrebbe la preistoria americana fino al 1492 d.C. e quella dei selvaggi antropofagi fino ai giorni nostri). Quanto alla storia propriamente detta, si potrebbe dividerla in un periodo antico e uno moderno: prima e dopo la rivoluzione francese del 1789. Rifiutando di sacrificare Isacco l’umanità uscì da una condizione animalesca. Ghigliottinando Luigi XVI uscì da una condizione servile.
Naturalmente continueremmo a parlare di greci e romani, conquistatori, avventurieri e artisti. Ma se la storia vuole individuare le pietre miliari del cammino percorso, non può che evidenziare una fase (lunga, lunghissima) in cui i comportamenti umani furono più istintivi che razionali, una fase successiva in cui i popoli esorcizzarono i loro terrori sottomettendosi a un padrone al quale delegavano il rapporto con il soprannaturale, e infine una terza fase in cui ciascun individuo reclamò la responsabilità di se stesso.
Ora, chi guarda la storia in sequenza può pensare che l’umanità sia in costante progresso. Proiettandola nel futuro qualcuno è arrivato a ipotizzare il superuomo o una palingenesi sociale. Ma gli sviluppi della realtà sono meno lineari di come appaiono a tavolino. Ciò che chiamiamo progresso (se non si tratta di una riforma largamente condivisa) è la lacerazione di un sistema di rapporti. È una rivolta contro l’autorità costituita. È un ammutinamento contro i Padri. E non sempre ha successo.
Le rivoluzioni hanno inizio con una fase distruttiva. Raccolgono consenso finché possono indicare idoli da abbattere, re e imperatori da deporre: padri da uccidere. In questa fase prevale l’assemblearismo e le assemblee sono dominate dall’estremismo in nome della purezza ideologica. Non può essere altrimenti: per commettere un parricidio bisogna essere tutti complici, duri e puri, legati da un patto esplicito. Ma una volta abbattuti gli idoli il problema è costruire l’ordine nuovo, e l’assemblearismo non funziona più. Nelle fasi di edificazione serve il carisma del capo: occorre un nuovo padre perché l’ordine nuovo deve essere più imposto che proposto.
Però nessuno può vantare la stessa legittimità del padre che la rivoluzione ha decapitato. Le istituzioni rivoluzionarie (un ossimoro !) non incutono rispetto se non con il terrore. Il ricordo del passato suscita nostalgie e alimenta rigurgiti controrivoluzionari. Il rimpianto di una fantomatica età dell’oro si unisce al rimorso del parricidio e genera il senso di colpa.
Ciò che spesso non si dice è che il rivoluzionario vorrebbe capovolgere il mondo, ma lasciandolo così com’è. Nessuno è più conservatore di chi vuol cambiare tutto. I giacobini tagliarono la testa a Babeuf per non abolire la proprietà privata, i bolscevichi chiamarono Stalin “piccolo padre”: il nomignolo degli zar. E siccome la legittima difesa sembra un po’ poco per giustificare un parricidio, la rivoluzione è costretta a sbandierare un volto umanitario e progressista anche quando diventa reazionaria e conservatrice. Il rivoluzionario è un moralista.
Ogni essere umano nel corso della sua esistenza passa per un periodo rivoluzionario. Ogni tappa della vita espande la consapevolezza di essere agli antipodi del padre, ogni passo avanti nel tempo è un riconoscersi uguale e contrario a lui. Ma tagliare i ponti con i padri significa perdere contatto con le convinzioni più profonde. Per questo, una volta detronizzati, i padri assurgono a depositari di una scienza perduta, archivi di un mondo delle idee dal quale il rivoluzionario si è autoesiliato. Il prezzo dell’indipendenza è lo smarrimento di una presunta sapienza primordiale e il senso di colpa che ne deriva. L’insicurezza alimenta il senso di perdita, e la perdita viene sentita come il castigo di una colpa irreparabile. Il rivoluzionario è un naufrago nell’immensità di un oceano: sulla sua zattera riprogetta il passato, denigra i padri per dare un senso al suo ammutinamento, esorcizza la paura della morte. Non si sentirà sicuro finché non avvisterà una terra, quale che sia, l’America o l’isoletta di Pitcairn. Lì può sperare di ricominciare, farsi padre e fondare una dinastia. Ma merovingi, ottomani e molti altri dimostrano che si può anche fondare un impero e non progredire affatto.

January 12, 2005

EDIZIONE STRAORDINARIA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 9:47 pm

 

Su Mamma Nazione Indiana sono riapparsi i commenti dopo circa due mesi. Io forse so chi è stato, a riattivare la macchina. Ve lo dico subito: è stato Superman (vedi foto). O no?…;-)

LE ORIGINI POLITICHE DELL’ISTERIA ANTIFUMO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:22 pm

di William T. Whitby

 
(Ricevo da Anna Setari e pubblico. M.U.)

Negli anni sessanta (e anche attualmente) il governo degli Stati Uniti veniva violentemente attaccato da quanti erano contrari all’uso dell’energia nucleare a causa degli effetti della radioattività. Fonte di grave inquietudine per il governo fu la pubblicazione, da parte di alcuni famosi scienziati, di relazioni in cui si sosteneva che l’aumento dei casi di cancro ai polmoni, prima piuttosto raro, era stato causato dalla radioattività dovuta agli esperimenti atomici e alle centrali nucleari. Esperti governativi informarono segretamente il governo di essere d’accordo con tali affermazioni. Il governo si trovava nei guai. Con un vasto settore dell’opinione pubblica già in allarme contro la radioattività, non poteva permettere che notizie simili diventassero di pubblico dominio; d’altra parte, di fronte alle minacce di aggressione di Russia e Cina, non poteva effettuare tagli al programma di armamento atomico.

Nel bel mezzo di questo dilemma, al governo capitò un colpo di fortuna. Due medici inglesi, Doll e Hill, pubblicarono un rapporto nel quale si affermava che dati statistici dimostravano che le persone più frequentemente colpite dal cancro ai polmoni erano i fumatori. Per il governo era la grande occasione e non ebbe esitazioni: sostenne la teoria su vasta scala. Doll e Hill non avevano affermato che fumare causava cancro polmonare, bensì che esisteva una « correlazione » statistica, cioè una connessione, tra i due fatti. Senza tenere in alcun conto le accuse di irrilevanza che alcuni dei principali esperti mondiali di statistica avevano rivolto alle «statistiche» di Doll e Hill, il comitato del Surgeon General sostituì al termine «correlazione» (correlation) il termine «rapporto di causa» (causation), in quanto più definitivo e, naturalmente, più suscettibile di provocare paura. Non esistevano fondamenti medici né scientifici di sorta per una scelta del genere. Avevano forse in mente il detto: «Più la menzogna è grossa,più la gente ci crederà»?
So da fonte ben informata e degna di fiducia che la vera e propria campagna d’informazione fu lanciata col deliberato proposito di distogliere l’attenzione dalle responsabilità dell’energia atomica, scaricandole sul tabacco. Non si badò a spese e vennero investiti milioni e milioni di dollari per una delle più grandi e disoneste campagne della storia. Non si può fare a meno di pensare a Hitler e al suo ministro Goebbels che, per la propaganda antisemita, usavano accuse sul tipo di quella che gli
ebrei erano soliti mangiare i bambini cristiani. Su quell’abitudine innocua e benefica che è il fumo fu steso un drappo funereo. Probabilmente mai nella storia un’accusa fu così priva di fondamento.
La cosa più grave è che la macchinazione non può essere provata. E come sarebbe possibile? I governi, di solito, non si espongono al pericolo di essere smascherati; eppure ogni tanto qualcosa sfugge e attualmente nell’ambiente medico molti, che sanno bene come funzionano le cose a Washington, sono convinti che si è trattato di una manovra a sangue freddo. Averne le prove, però, è tutt’altra faccenda. Nondimeno, un giorno potrebbe succedere qualcosa che porterà alla scoperta di un altro Watergate.
Nei due anni che sono trascorsi da quando è uscita la prima edizione di questo libro, non ho ricevuto una sola parola di smentita.
Far uso della menzogna è ormai una pratica politica sempre più diffusa. Dai tempi delle fandonie del presidente Eisenhower sulla vicenda dell’U2 alla presidenza Nixon essa si è così estesa che è ormai opinione comune fra gli americani che il governo menta abitualmente ai cittadini.
Un fatto che avrebbe dovuto mettere in sospetto la gente è la prontezza con cui il governo ha tirato fuori capitali così ingenti per la campagna. Di solito, il denaro non viene distribuito con tanta liberalità, anzi, è piuttosto vero il contrario. Basta considerare quanti importanti progetti di ricerca medica e scientifica proseguono stentatamente per mancanza di fondi; quante volte la responsabilità dell’arretratezza delle ricerche sul cancro sia stata imputata dagli stessi ricercatori all’insufficienza
dei fondi concessi dal governo. Il denaro, però, non manca per la campagna contro il fumo e questo perché vale la pena spendere tanto se serve ad allontanare la collera della gente dall’energia atomica.
Un’altra cosa che avrebbe dovuto far nascere dei sospetti è l’improvviso interesse del governo per i problemi della salute, per un aspetto molto limitato però. Il cancro polmonare non rappresenta la più grave malattia dell’umanità, vi sono ben altri settori della salute in cui sarebbe necessario intervenire con urgenza. È odioso che quest’unica malattia assorba fondi così esorbitanti.
Quanti sostengono che l’alcool è la maggiore causa di morte fra quelle prevedibili, all’origine di tanti mali e miserie umane, spesso chiedono perché non sia stata data la precedenza a una campagna contro l’alcool. Ma non sarebbe servito a levare dagli impicci l’energia atomica. Bisognava scaricare a ogni costo la responsabilità del cancro polmonare sul tabacco.
Certo il grande panico sul fumo-causa-di-cancro-polmonare non poteva non essere il benvenuto per i governi che usano l’energia nucleare e per le grandi compagnie di elettricità che hanno investito miliardi di dollari nelle centrali nucleari. Per non parlare delle fabbriche da cui escono gli innumerevoli prodotti cancerogeni che inquinano l’ambiente, che grazie a esso hanno visto allontanarsi le accuse di responsabilità.
Le vittime della radioattività e i loro figli chiedono giustizia, ma finché sarà dato credito alla teoria contro il fumo le loro richieste resteranno inascoltate.
Chi si ammala di cancro ai polmoni ha ben poche probabilità di essere risarcito: se aveva l’abitudine di fumare, non importa se tanto o poco, il cancro verrà attribuito al fumo.
Inoltre la classe medica è diventata così fanatica, che è assai diffusa la tendenza a considerare bugiardo chiunque neghi di aver mai fumato se presenta un carcinoma polmonare.
La campagna antifumo è dilagata a macchia d’olio, con i puritani zelanti e sempre pronti a mo’ di quinta colonna. Non è rimasta limitata all’America, ma, grazie all’Organizzazione mondiale della sanità delle Nazioni Unite - apparato inutile ma pericoloso - ha oltrepassato i confini e ora ha preso piede in tutto il mondo. Fornisce una piacevole occupazione a centinaia di medici e migliaia di profani. Un vero esercito di ricercatori, direttamente o indirettamente sul libro paga del Grande Fratello, è occupato a sfornare, apparentemente in maniera inarrestabile, «dati» a sostegno della
campagna. È diventata un’organizzazione così gigantesca che se ne parla spesso come di una vera e propria «industria» ed è solo grazie alla sua incessante attività che la teoria che il fumo sia causa di cancro ai polmoni - che probabilmente, come tante altre teorie ormai decotte, sarebbe defunta -viene mantenuta in vita.
L’Organizzazione mondiale della sanità è sotto la stretta influenza del governo Usa, tanto che spesso viene vista come una filiazione del dipartimento della sanità statunitense. Fornita di medici «governativi» che prendono ordini dall’alto, l’Oms è considerata dai medici indipendenti come un braccio del Grande Fratello e presso di loro gode di uno scarso credito, non diversamente dal dipartimento della sanità. I nemici del fumo si compiacciono di citare i suoi rapporti, quelli che pensano con la loro testa li considerano con sospetto.
La gente dovrebbe sapere che i periodici allarmi contro il fumo non partono da medici indipendenti, liberi da condizionamenti. Quasi senza eccezioni, si tratta di medici stipendiati: impiegati del governo o di enti da esso controllati. Anche il Gran Protettore della campagna, il Surgeon General, è solo un dipendente pubblico. Molti di questi medici stipendiati per le loro tendenze politiche odiano le « capitalistiche » multinazionali produttrici di sigarette perfino più delle sigarette.

Molti importanti scienziati, come per esempio Rosenblatt e Hueper, replicarono immediatamente attaccando la teoria, ma vennero silurati e la loro voce soffocata dal frastuono della propaganda antifumo su larga scala. I sostenitori della campagna si erano rapidamente impadroniti dei mezzi d’informazione e la posizione degli avversari non ebbe quasi nessuno spazio. Sebbene molte persone intelligenti nutrissero seri dubbi, l’incessante lavaggio del cervello ha in gran parte avuto successo e sembra aver tirato dalla parte degli antifumo quasi tutti gli uomini politici del mondo. D’altra parte, ottenere dovunque l’appoggio dei governi era l’obiettivo principale.
Un altro importante obiettivo erano i medici, senza il sostegno dei quali non sarebbero riusciti a fare molto. Sembra sorprendente che ce l’abbiano fatta, perché in genere si pensa che siano persone molto intelligenti, con una preparazione scientifica. E spesso lo sono, ma non sono meno sensibili degli altri al lavaggio del cervello. È sufficiente convincere alcuni dei cosiddetti leaders, perché tutti gli altri si accodino come tante pecore.
I medici amano pensare a se stessi come a uomini di scienza, ma sembrano aver dimenticato gli insegnamenti ricevuti negli anni della formazione: non accettare niente senza prove.
E, naturalmente, non esiste prova di nessun genere, scientifica o meno, a favore della teoria.
II medico medio ammetterà di non aver studiato con molta attenzione le relazioni sulla teoria, ma probabilmente dirà: « Se sono valide per l’Ordine, lo sono anche per me ». È raro trovarne uno che abbia letto, o anche solo sentito parlare delle relazioni scientifiche di parte avversa. Va da sé che non è cosa nuova che teorie scientifiche non sufficientemente provate vengano accettate: la storia della medicina è tristemente piena di esempi del genere. La maggior parte dei medici sembra avere nel cervello un compartimento impenetrabile alla logica, il che rende loro impossibile assumere un
atteggiamento critico verso la teoria. Parecchi di loro, parlando del fumo, diventano rabbiosi, molto più di quando parlano dell’alcool e dell’eroina, le cui miserie non sembrano commuoverli.
Spesso risulta difficile ed estremamente penoso cambiare opinione, anche perché si teme di «perdere la faccia». Forse ciò che rende così rigidi tanti medici sono proprio i dubbi che inconsciamente nutrono sulla teoria. I veri scienziati devono sentirsi male, quando un medico che accetta questa assurdità parla della medicina come di una disciplina scientifica. Come possono pretendere dì essere scientifici, se molti di loro mi hanno insultato quando ho avuto l’audacia di chiedere prove scientifiche? Sì, come tutti gli altri i medici hanno subito il lavaggio del cervello.

(Da William T. Whitby, Il fumo vi fa bene, Rizzoli, 1983. Il dottor William Whitby,
australiano, è stato a lungo presidente della British Medical Association).

PULPICOCINICOTIVU

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:11 pm

Da ieri è su Nazione Indiana - ancora incommentabile- un mio vecchio ed efferato racconto. La prima vittima del mostro di turno somiglia molto a un incommensurabile presentatore televisivo di origine profondosudica. Se avete bisogno di tirarvi su il morale tra una tirata ormai clandestina di Marlboro e l’altra potete andare a darci un’occhiata, pensando anche, magari, ad un noto ministro di origine polentonica… In più, segnalo un interessante pezzo dell’amico Gianni Biondillo su Carlo Levi pubblicato oggi. 

January 11, 2005

Ecco a voi: mio padre (ucciso da me)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:11 pm

di Franz Krauspenhaar

americanstort.jpg22 Dicembre, oggi ucciso mio padre. Semplicissimo, atteso al varco dell’età mia e sua. Giovedì compiuti 18 anni. Ieri lui 59. Entrambi capricorni. Non voglio vederlo compiere sessant’anni, non voglio un altr’anno per la sua cifra tonda, ho pensato. Tanto vale eseguire subito la sentenza, ho pensato. Il mio regalo di compleanno, ho pensato. I regali agli altri rendono gli altri riconoscenti per principio, e la riconoscenza è il prodotto di un ricatto morale, ho pensato. Questo non è il mio caso, che ho scelto di fare a mio padre il regalo più non ricambiabile in assoluto dei regali in assoluto più non ricambiabili.
(more…)

ALDO CIORBA. IL RUMORISTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:20 pm


di Kanji

(Eccovi un originale reportage di Kanji su di un bellissimo personaggio del mondo del cinema italiano. Buona lettura. M.U.)

Colleziono rumori.
Da quando ho visto Lisbon Story, film di Wim Wenders il cui protagonista è un rumorista del cinema, me ne vado in giro con il registratore sempre in borsa, immortalando rumori quotidiani da degustazione. A Roma, lo scorso novembre, dopo una giornata trascorsa imprigionando stridori metropolitani, esco a cena con il mio amico Enzo e gli racconto ciò che ho fatto. Mi guarda stupito e: “Ma tu lo sapevi che sono figlio di uno dei più vecchi rumoristi del cinema italiano?” Lo fisso attonita, deglutisco respiro deglutisco, e poi: “Lo voglio conoscere!” Enzo chiama Aldo, suo padre, e ci accordiamo.
Ho appuntamento con il rumorista storico del cinema italiano, un uomo che Fellini chiamava Maestro.

Sono davanti all’entrata della Fono Roma alle 12.00 di questo lunedì di fine novembre. Puntuale, Aldo apre la porta a vetri e mi viene incontro con passo deciso, sorridendo. Poi con voce profonda esclama: “E’ lei la signora rossa che sto aspettando?”
Come spesso accade tra estranei, telefonicamente ci siamo regalati indizi per facilitare le rispettive identificazioni.
E’ un alto settantaduenne che non sembra nemmeno un sessantenne, ha le spalle larghe, e i capelli bianchi e folti spazzolati all’indietro. Mi precede, entrando negli studi, mentre risponde ai saluti di quelli che incontra. E’ simpatico, e possiede quella vena di ospitalità sincera da galantuomo, che non lascia nulla al caso. Ad ogni cambio di direzione, mentre lungo i corridoi sfoglio a vista decine e decine di locandine storiche appese alle pareti, Aldo mi presenta con orgoglio i tecnici con cui lavora, illustrandomi le loro mansioni.
Alcuni interrompono la sigaretta o il panino e mi fanno vedere e sentire ciò a cui stanno lavorando. Poi oltrepassiamo la porta con il cartello Sala numero 11, lasciandoci il vociare alle spalle.
Entriamo in una piccola anticamera, con un tavolo colmo di apparecchiature, monitor e mixer, a cui lavora il fonico. Oltre il classico vetro, c’è il regno di Aldo Ciorba.
La sala è colma di assi, legni, polistirolo, stoffe, tazzine, caffettiere, telefoni, sturalavandini, bottiglie. C’è una vecchia bicicletta da bambino appoggiata contro uno scaffale, un poster di Padre Pio appeso ad una parete, ci sono borse e scarpe sformate sparse sul pavimento, un paio di grandi bacinelle di plastica azzurra riempite d’acqua, e cocci di ogni materiale. Aldo apre cassetti e mi mostra spade, pistole, carte, collane, pasta.
Questa sala è colma il doppio di una soffitta della nonna!

(….mi disse: Balla con me.
Ma io non sono capace, gli risposi.
Hai mai ballato in sogno?
Si.
E allora sogna!
Non riesco a sognare così, a comando. Raccontami una storia!
Chiudi gli occhi, e segui il rumore dei miei passi….)

“Ho le scarpe per creare il rumore dei passi di una ragazzina, di una donna, di un uomo, di un omone. Ho stivali, scarponi e scarpette col tacchetto, le calzo, e creo il rumore di una camminata, di una corsa, di un salto. Indicando la sequenza di una pellicola,
mi capita di dire ‘Quei passi li ho fatti io’ e la gente spesso risponde ‘Ma come? Non li ha fatti l’attrice?’così accade, anche se fa tintinnare i braccialetti, o se con le unghie si gratta un ginocchio. Quando il mio lavoro è fatto bene, per lo spettatore non esisto, è convinto che il suono nasca naturalmente dalla scena. Lavorando alle puntate di Borsellino, poco tempo fa, un tecnico mi disse: ‘Aldo, sai che quei passi erano meglio della presa diretta!’, si riferiva ai passi della ragazza che cammina nel corridoio, alla fine del film. Sembravano fatti da lei, non da me. Chi sta a casa non immagina che li ho fatti io, qui in sala, indossando un paio di scarpe da donna. Presto orecchio ai rumori e li memorizzo, sempre, in ogni momento della giornata. Ascoltando una pellicola so riconoscere quale rumorista ci ha lavorato. Tutto si crea dal nulla, secondo il proprio orecchio e secondo le indicazioni del regista. Ricordo, quando lavorai al film Diario di una schizofrenica, che Nelo Risi, mi chiese di produrre dei rumori alterati, distorti, come li percepiva la schizofrenica nella sua mente. Alla lavorazione di un altro film, il regista Lizzani mi fece fare il rumore dei passi di una donna con lo zoccolo del cavallo, perché voleva caratterizzare così quel personaggio. Quando devo lavorare a un film seguo il montaggio degli effetti speciali svolto dai tecnici, così ne approfitto per vederlo. Me lo studio, cerco di trovare l’oggetto adatto per ogni rumore. Invece, quando lavoro alle serie televisive, improvviso, produco il rumore mentre vedo la pellicola proiettata sullo schermo, lavoro in diretta, in sincrono con i movimenti degli attori. Questo è possibile grazie al computer, se sbaglio torno indietro e registro nuovamente senza spreco di pellicola. Con l’apporto dell’informatica possiamo creare ambienti, possiamo inventarli sovrapponendo diversi rumori. E’ stimolante, un tempo non era possibile, anche di fronte ad un lavoro semplice mi dovevo preparare, lo dovevo vedere per intero, prendevo appunti e poi partivo. Mi piace questo lavoro, è creativo, ogni film che faccio è un percorso nuovo, i rumori non sono mai gli stessi. Devo improvvisare continuamente, devo avere tutto a portata di mano, mi aiutano l’estro e l’intuizione. In un’occasione, mi fecero notare una cosa che può spiegare meglio quanto detto. Ero in sala, stavo creando i rumori per il film Gli atti degli apostoli, ad un certo punto, in una scena, Cristo fa cadere dalle mani un mazzetto di bastoncini. All’epoca, parlo di trenta, quarant’anni fa, non c’era la marcia indietro. Quando mi accorsi di quel rumore, presi un pezzo di plastica dal tavolino e con le dita tamburellai, a ritmo con i bastoncini che toccavano il terreno sulla pellicola. Fu un gesto istintivo, nemmeno ci feci caso. Finito il rullo, entrò il tecnico in sala e cominciò a girarmi intorno scrutando il pavimento. ‘Che stai cercando?’ gli chiesi. ‘Dove sono i bastoncini?’
‘Quali bastoncini?’
‘Quelli che hai fatto cadere!’
‘Ma non l’ho fatto con i bastoncini. Ho fatto così, con le dita.’
‘Ma no! Non è possibile! Non è possibile, io ho sentito proprio il rumore dei bastoncini che cadevano per terra!’
Nemmeno ci avevo pensato, prima, a come avrei dovuto fare quel rumore. Lo feci in diretta, istintivamente. Ma di queste cose ne capitano tutti i giorni.
Lavorando con i fratelli Frazzi ad un film in cui c’era uno spirito dentro casa che faceva esplodere gli oggetti, dovetti cercare di creare e sovrapporre dei rumori nuovi. Ora,
riascoltandoli, non ricordo nemmeno come li ho fatti. Ci sono effetti speciali che non si possono creare né con le mani né con i piedi, come ad esempio il rumore delle macchine, degli spari, degli aerei, questi li registriamo sul posto, se non li troviamo in archivio. Poi dobbiamo ricreare gli ambienti, gli agenti atmosferici, la pioggia, il vento, il mare. In sala facciamo i movimenti degli attori. Ogni personaggio ha il suo tipo di scarpe, il suo peso, la sua camminata. Ogni superficie mi obbliga a cambiare il tono del rumore, se nel film si cammina su un tappeto, il suono sarà diverso da quando si cammina sul pavimento, il tintinnio degli orecchini è diverso da quello delle collane, e poi ci sono i vestiti, devo usare stoffe diverse. Il rumore che più amo è quello degli zoccoli dei cavalli, mi diverte, mi stimola, non è facile crearlo. C’è un cavalletto in sala, su cui è fissata una base di legno, una specie di cassetta rettangolare con il bordo foderato in pelle a cui sono applicate grosse borchie di metallo dalla testa tonda.”
Aldo riempie la cassetta di materiali diversi, a seconda del tipo di terreno calpestato dai cavalli nelle riprese. Crea il rumore con due gusci cavi di noci di cocco, che tiene in mano e che batte alternativamente sul cavalletto.
“Abbiamo fatto una puntata televisiva di Cime tempestose, in cui comparivano spesso i cavalli, addirittura in alcune scene galoppavano sulla neve. Per creare quel rumore ho dovuto riempire il cavalletto di fecola di patate, pressandola a ritmo con i gusci delle noci di cocco, facendola scricchiolare. Sono fatti talmente bene che, riascoltandoli, mi sembrano davvero dei cavalli in corsa sulla neve. Lo spettatore non si renderà mai conto che li ho fatti io, questo mi da soddisfazione. A proposito di cavalli, mi ricordo un aneddoto. Quando andai a Parigi a lavorare, fissai al portapacchi della macchina il cavalletto con le gambe pieghevoli, che mi sarebbe servito, appunto, per il suono dei cavalli. In frontiera ci fermò il finanziere. Prima di tutto controllò la valigia, e ci trovò tutta questa chincaglieria ammassata apparentemente senza senso, ferro, stoffa, scarpe vecchie, collane, e già iniziò a guardarci in modo strano. Poi vide il cavalletto sul portapacchi, e ci chiese:
‘Questa che roba è?’
‘E’ per fare i cavalli!’ risposi, e lui: ‘Vada, vada!’
Ho fatto un paio di film in Francia, mi piacerebbe lavorare come si fa lì.
A Parigi avevamo delle sale di registrazione con le vasche, i rubinetti dell’acqua, le fontane. Qui abbiamo le bacinelle con dentro l’acqua che dobbiamo ricordarci di cambiare altrimenti puzza! Loro hanno il microfonista in sala, che segue con l’asta i campi inquadrati dalla macchina da presa, quando la camera si allontana dal soggetto lui si allontana dal suono, quando la camera si riavvicina lui si riavvicina alla fonte del rumore. Noi abbiamo i microfoni fissi. Hanno un altro metodo e altri tempi di lavorazione. Quando noi ci mettiamo
una settimana a fare un film, loro c’impiegano due mesi. Non si va avanti finché non si è sicuri della perfetta qualità del lavoro. Piacerebbe anche a me fare una sequenza e poi riascoltarla, se è il caso rifarla, e poi riascoltarla ancora. Lavorando in diretta questo non è possibile, a discapito dell’espressione artistica del rumore, che per necessità economiche passa in secondo piano. In Italia è apprezzato il regista che riesce a fare un film in quattro settimane, e in quattro settimane non si può fare un bel film. Quattro settimane, è il tempo che gli americani impiegano a leggerlo. Quando lavoravo come tecnico del suono, ricordo che in tre giorni registravamo le musiche di un’intera colonna sonora. In un occasione, venne dall’America Mike Tod, il produttore, e fece una settimana di prove con l’orchestra italiana prima di cominciare a registrare. Una settimana di prove! Poi cominciò la registrazione, e andò avanti per altre due settimane. Nello stesso periodo noi avremmo lavorato a sette film! Mi dispiaccio, quando non riusciamo a svolgere il lavoro come meriterebbe. In Italia facciamo i film in economia, si tende a risparmiare su tutto. Il produttore esecutivo riceve i soldi prima che il film finisca, prende la sua parte e con il restante cerca di arrivare dappertutto. E’ necessario lavorare velocemente, spesso a scapito della qualità. Certo, io cerco di fare il mio lavoro al meglio. Ho lavorato, credo, con tutti i registi italiani, ma raramente ho incontrato appassionati della colonna rumori. Ho lavorato bene con Fellini, ma anche con altri. Ho lavorato con Lina Wertmüller, lei pretendeva moltissimo da me, ma è un’amante della musica e alla fine la faceva risaltare sopra a tutto. Ricordo, alla lavorazione di un film con molti effetti, in cui c’erano elicotteri, in cui si sparavano missili, ricordo che alla fine del rullo mentre si stava mixando, riascoltando le dissi: ‘Scusa Lina, ci ho impiegato un sacco di tempo a fare questo lavoro, è stato un lavoro importante, ed ora non sento più niente, ma com’è?’
‘Scusa Aldo, hai ragione’ mi rispose, poi disse al fonico: ‘Vai indietro. Ricominciamo da capo. Abbassa la musica e metti gli effetti.’
‘Che strano’ pensai ‘non è possibile’.
Arrivati alla fine del rullo esclamò: ‘Perfetto! Bene, benissimo! Hai fatto un bel lavoro! Adesso ricominciamo’ e rivolgendosi al fonico: ‘abbassa i rumori e metti la musica!’
‘Mi hai preso in giro’ le dissi.
‘No! Hai visto. Te li ho fatti sentire! Belli, bellissimi! Però adesso abbassiamo i rumori e mettiamo la musica.’
L’effetto sonoro va accentuato solo se ha funzionalità.
Non vorrei mai che dei passi da me eseguiti perfettamente, venissero accentuati. Non mi piacerebbe, tutto deve essere equilibrato, lo spettacolo deve svolgersi naturalmente. A volte un attore cammina e nemmeno si sentono i passi, perché è così anche nella realtà.
Ma ci sono dei casi in cui la colonna effetti ha più valore della musica. Una scazzottata senza il rumore dei pugni, non farebbe effetto.
Bud Spencer, ad esempio, ha ottenuto il suo successo anche grazie ai rumori dei pugni che abbiamo inventato noi. Erano pugni finti, ma ad ogni tranvata lo spettatore rideva o acclamava. In quel caso, la colonna effetti è fondamentale per la resa del film. Questo non vale solo per i film comici, anche nei film del terrore i rumori sono più importanti della musica, vedi ad esempio i film di Dario Argento.
Ora lavoro volentieri con una coppia di gemelli toscani, Andrea e Antonio Frazzi, sono due registi estremamente pignoli, che danno molto valore alla colonna effetti, che pretendono la massima qualità e non hanno problemi di tempo. Mi soddisfa lavorare con loro, mi appaga, è bello!
Guardo raramente i film in televisione, ma quando programmano un mio lavoro lo riascolto, lo guardo si, anche, ma soprattutto lo riascolto. Mi sono appassionato a questo lavoro.
Cominciai a lavorare sulla pellicola ottica. Quando ne parlo mi sembra di tornare con la memoria ai tempi dei fratelli Lumière! Era come imprimere una fotografia, il suono era contaminato dal soffio della pellicola, e se sbagliavi dovevi buttare tutto. Iniziai come tecnico
del suono, avevo circa vent’anni. La prima volta che vidi lavorare il rumorista, Cacciottolo, rimasi affascinato. Lo guardavo lavorare in sala, creare tutti quei rumori dal nulla, con le mani, con i piedi. All’epoca, non avendo a disposizione i mezzi tecnici di oggi, era costretto a creare ogni rumore in sala. Quando faceva i film di cappa e spada, con un fioretto per mano creava i rumori di un duello. Anche se il suono non era preciso come oggi, era uno spettacolo vederlo, e soprattutto ascoltarlo. Ho cominciato con lui. All’epoca, i film stranieri arrivavano
in Italia con la colonna originale, si doppiava e, dove si toglieva il dialogo straniero, si faceva l’identificazione dei rumori. Per non pagare il rumorista, il ragioniere dell’impresa per cui lavoravo, un giorno mi disse: ‘Aldo, prova tu a farmi questi rumori!’
Provai e riprovai, finché imparai a produrre rumori di buona qualità. Così pensò bene di prendere direttamente gli appalti dei film, e far fare a me i rumori, pagandomi lui, invece del cliente. Finché venne Cacciottolo, m’invitò a pranzo e mi chiese: ‘Aldo scusa, ma quanto guadagni?’Io risposi il doppio di quanto effettivamente guadagnavo.
E lui: ‘Se vieni con me, ti faccio guadagnare quattro volte tanto!’
Così divenne il mio maestro.
Questo è un mestiere poco conosciuto, che quasi sempre sta alla fine dei titoli di coda, dopo la sarta. In Italia siamo rimasti solo in otto. Io ho settantadue anni e ancora lavoro, sono diventato indispensabile anch’io oggi, anche se sono il rumorista più vecchio del cinema.
Lo dico spesso ai ragazzi: ‘Ma quando moriamo noi, chi farà i rumori?’
Non esistono scuole, non c’è nessuno, nessuno che stia imparando a creare rumori sala, in diretta al microfono. I figli dei vecchi rumoristi hanno scelto di lavorare al computer, al montaggio degli effetti speciali, sicuramente è un lavoro di gusto, oltre all’abilità di lavorare bene in sincrono devi scegliere tra tutti gli effetti che hai, collocarli al punto giusto, ma è pur sempre materiale di repertorio. In un occasione, fui invitato all’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, dove si tengono studi di regia, di montaggio, un po’ tutti i mestieri del cinema tranne il rumorista. I ragazzi erano ansiosi di conoscere il mio mestiere, mi ricoprirono
di domande per due giorni, fui il più interpellato. Se vuoi diventare rumorista, devi startene in sala per ore e ore, a guardare e provare. Devi scoprire se riesci a stare in silenzio, a non produrre sospiri o fruscii. Devi scoprire se riesci a lavorare in sincrono con i movimenti degli attori, e non solo. Devi imparare a scegliere il rumore giusto con gusto. Devi essere in grado di fare una scelta di qualità. Io imparo sempre, e continuamente mi stupisco scoprendo. Tu puoi essere più bravo di me e non saperlo!E’ un arte, solo provando puoi scoprire il tuo talento.”

Potete ascoltare Aldo Ciorba in:
Certi bambini, di Andrea e Antonio Frazzi (2004);
La vita è bella, di Roberto Benigni (1997),
in collaborazione con Cine Audio;
Credevo fosse amore invece era un calesse,
di Massimo Troisi (1991);
La stazione, di Sergio Rubini (1990);
L’albero degli zoccoli, di Ermanno Olmi (1978);
Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’Agosto,
di Lina Wertmüller (1974);
Roma, di Federico Fellini (1972);
Il giardino dei Finzi Contini, di Vittorio De Sica (1970);
Diario di una schizofrenica, di Nelo Risi (1968);
Faustina, di Luigi Magni (1968);
Gli atti degli apostoli, di Roberto Rossellini (1961).
(Nella foto: Ruediger Vogler in una scena di “Lisbon Story” di Wim Wenders)

January 10, 2005

OGGI E’ UN GIORNO IMPORTANTE!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:42 pm

 

January 9, 2005

AL DI LA’ DEL TEMPO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:39 pm

di Mario Bianco

Dal fondo compaio

e di me non ho memoria

né di questo buio spazio

che in torno si tende lento

pian piano

man mano

che inizio a riconoscere un arto mio

ed a muoverlo

e questa estremità nuova

un piede

tastando nel vuoto

luogo diventa che inizia a pulsare

e ad espandersi

con sottile suono e poi vibra

di urti di particelle palpitanti

risonanti in un flusso alternato

di soffio e riposo

non ho vista

ma scorgo sentendo la luce

che forma i miei occhi ed i raggi

che danzano intorno

come i miei piedi

che lenti si posano a osare

creare un basso

ed un alto

ove la mia mano si manifesta

e

questo ritmo che balla di luce e di ombre

mio diventa

di cuore e confini

di oscuri nembi

remote spiagge

di acque frangenti

che senza posa si dilatano

in forme di vuoti e di pieni

e lunghezze di onde

che danno finalmente colori

a queste sfumate figure

che quasi indistinte sul fondo ho partorito

e

le nostre membra

si conoscono allacciano e slacciano

ed entrano muovono e pulsano

in questo lungo danzare

che sfugge il conosciuto

per l’altrove futuro

ove immagini siamo nuove

e corpi di sentire senso

e passioni patire

all’improvviso ricordo ed affetto

mentre

un immenso mutare

già ci porta a dissolverci

in nuove onde lunghe

che vanno a lambire la porta

il varco già intuito nei nervi

segno per gli occhi

di luoghi remoti o vicini

ove

ci riconosciamo

ed abbiamo coscienza

della nostra consistenza

e dell’angolo di vita

di cui abbiamo nozione

segno del tutto

che in sfere coi sensi oltre

miriamo e sentiamo

rotolare in distese

dal ventre stesso promanate

così del mio

ho fatto e disfatto

danzato e mi sono riconosciuto

nell’interezza

(26.9.2001)

LETTURA SCENICA DI "MACELLO", DI IVANO FERRARI.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:34 pm

 

Secondo appuntamento di Nazione Indiana al Teatro i

MACELLO
Lettura scenica della raccolta di poesie di Ivano Ferrari (pubblicata nella Collezione di poesia Einaudi, 2004)
Voce dell’autore e dell’attrice Federica Fracassi

17 gennaio 2005 0re 21 - Teatro i - via Gaudenzio Ferrari, 11 - Milano.
Per informazioni e prenotazioni: 02.8323156 - info@teatroi.org.

Nello spazio chiuso di un mattatoio, "la grande sala dove si esibisce la morte", Ivano Ferrari mette in scena uno spietato e cruento interregno uomo-animale determinato da una schiacciante sopraffazione. Un Macello che rimanda ad altri macelli che continuano ad attraversare la nostra vita di specie e che è campo di battaglia, lager, laboratorio, chiesa, teatro e dove i macellatori sono carnefici, tecnici, sacerdoti, registi.

In questa raccolta poetica intensa e perentoria, piena di accensioni, implorazioni, crudeltà, straziante sarcasmo e personaggi animali e umani difficili da dimenticare, ogni verso ha un suo ictus determinato da una provocazione lessicale, tonale e psichica che diventa immediatamente lacerazione visiva. La materia, la carne - come la poesia- vengono messe in totale sofferenza e la vita è registrata nel suo punto limite e anche oltre, nelle sue ulteriori degradazioni istologiche eppure non ancora al termine del suo percorso di profanazione e violenza.

Ivano Ferrari è nato a Mantova nel 1948. Ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio cittadino. Presso Einaudi ha pubblicato Macello e la raccolta di poesie La franca sostanza del degrado.

 

 

January 8, 2005

LA PRIMA E ULTIMA VOLTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:22 pm

di Vins Gallico

(Ricevo e pubblico questo racconto dell’amico Vins, del Collettivo “Stern 26″ - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)

C’è chi dice che la Patria sia dove sei nato, altri dove ti riconoscono e altri ancora quella per cui vorresti morire. Non so cosa fosse per me… so soltanto che adesso era venuto il momento di prendere una decisione.

Magari la Patria, quella colla P maiuscola, non c’entrava granché con quello che stavo per fare, anche se il Riciotti mi ripeteva in continuazione: - Va’ sulle montagne ch’ormai sei grande. Oppure giù con noi nei sotterranei ad aiutare gli altri compagni. Per liberare la Patria c’è bisogno anche di te.

E già: la Patria aveva proprio bisogno di un quattordicenne mezzo rachitico! Anche il Mancini, se ben ricordo, quando era caporione fascista - all’epoca che abitava sotto i portici - m’aveva detto che un giorno la Patria avrebbe avuto bisogno di me. Dio, la Famiglia e la Patria. Avevano tutti bisogno di me! A Dio però non mi sembrava gli servisse parecchio aiuto, quanto alla mia famiglia consisteva in mia zia Giusina che se la cavava benissimo da sé, mentre mia madre buon’anima era morta di parto e di mio padre, spedito a Cefalonia, non s’avevano notizie da mesi. Restava la Patria.

Il posto dov’ero nato però non c’era più, sotterrato dalle bombe, sfigurato, calpestato dagli scarponi militari e io stesso, quando guardavo la mia immagine spezzettata nei frammenti dello specchio che zia Giusina teneva sopra il comò, non riuscivo mica a riconoscermi, figurarsi gli altri. La guerra era iniziata quando ero un bambino e col tempo m’aveva stampato una maschera di paura sugli occhi.

Perché mi succedeva tutto questo? Per la Patria, per cui sarei dovuto morire?

Io non volevo morire, me la fifavo, eppure non potevo continuare a far finta di niente. Da quando avevano fatto il rastrellamento solo al pensiero il cuore mi batteva all’impazzata. La notte sognavo di come avevano caricato su un camion il ragionier Levi, sua moglie e loro figlio Samuele, il mio compagno di giochi, che da allora erano svaniti nel nulla. S’erano sentite delle strane cose in giro: dicevano che i nazisti li avevano ammazzati, perché pianificavano di far fuori tutti gli ebrei. E da allora m’erano venuti gli incubi – tipo una malattia – e mi chiedevo che sarebbe successo se ai nazisti gli fosse preso lo schiribizzo di ammazzare tutti i ragazzi come me?

Se oggi ci penso, davvero non so cosa mi spinse allora a fare quel passo, forse furono gli incubi.

Quando scesi nei sotterranei di San Petronio avevo il cervello fumante. Stavo cambiando la mia vita senza accorgermene.

Bologna nascondeva un labirinto sotto di sé, una trama fitta e tenebrosa di canali che s’intrecciavano in un paio di metri sotto l’asfalto. I partigiani usavano quei cunicoli per muoversi per la città, sotto la pelle di Bologna, per conservare armi e provviste, per preparare le offensive contro i nazisti.

Riciotti quasi non mi riconobbe in mezzo a quel buio, poi con una pacca sulla spalla e la sua voce rude commentò soddisfatto: - Ragazzo, finalmente.

Mi presentò gli altri che ci stavano intorno, il compagno Tizio e il compagno Caio, qualcuno dei compagni fece un discorso sulla Patria. Il freddo mi penetrava sin dentro le ossa, ma intanto gli occhi si stavano lentamente abituando all’oscurità e non facevo più caso all’eco di ogni parola rimbombata.

- Che gli facciamo fare al ragazzo?

- Il fucile no.

- Per i collegamenti su con l’aria aperta va benissimo.

Ognuno progettava il mio ruolo nella resistenza, io facevo finta di niente, poi qualcuno urlò: - Arrivano! - e l’aria si fece pesante.

***

Anche i nazisti avevano capito che per dominare Bologna bisognava prenderla dentro le viscere, dagli intestini, sin da laggiù. Schiacciarla sottosopra.

Avanzavano con due imbarcazioni a remi, noi eravamo già nascosti, tutti colle armi in mano tranne me. L’acqua della cloaca puzzava di piscio e di umidità e quell’odore mi invadeva le narici e la bocca senza saliva.

S’iniziò a sparare, per primi noi (cioè gli altri compagni, che io senz’arma non potevo sparare), i nazisti reagirono al fuoco come potevano. Uno alla volta caddero nell’acqua di fogna con tonfi secchi. Siccome a quattordici anni avevo già visto un sacco di morti ammazzati, non mi facevano impressione: erano lezioni di vita che impartiva la guerra.

Ma il Ricciotti che s’accasciò al mio fianco me lo ricordo ancora. L’avevano beccato alla pancia, a pochi metri da me, lui che continuava a sparare. Quando anche l’ultimo nazista fu colpito e cadde e si lasciò trasportare dalla corrente, i partigiani accesero le fiaccole. Il compagno Tizio s’avvicinò di corsa a Ricciotti ormai esangue. La sua voce rude avrebbe taciuto per sempre.

- E’ per quelli come lui che dobbiamo liberare la Patria – disse con le lacrime agli occhi.

Io pensavo ancora a liberare me stesso dagli incubi.

Fu l’ultimo scontro a fuoco a cui presi parte disarmato

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