The FK experience

January 22, 2005

TERRA LONTANA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:58 pm

di Franco Arminio

(Pubblico per puro piacere personale questa poesia già pubblicata da Roberto Saviano su Nazione Indiana tempo fa, quando erano ancora impossibili i commenti. Segnalo che Arminio è anche autore del libro “Viaggio nel cratere”, edito da Sironi. Buona lettura. M.U.)

Ti chiamavo da una terra lontana
era una telefonata che non doveva servire a niente
e invece mi sono lentamente sgretolato
sotto le tue sillabe
e l’isola in cui ero rinchiuso si è dissolta
sotto le onde della voce.

Adesso non posso scrivere, adesso aspetto
che mi chiami:
ho la punta del cuore
che mi trema come una lama
ho la punta delle mani
senza sangue,
chiamami, sfiorami
sul ventre nudo,
ho buttato i pantaloni per terra
come si butta per terra un giornale,
resterò nudo fino a quando non vieni a baciarmi
con la tua voce, resto qui, ti aspetto,
voglio che mi vedi così, inerme,
scomposto, sconsolato,
voglio che mi lecchi la punta del cuore come si lecca
un capezzolo, voglio sentirti con la mano che gira
sul ventre, prendi la mano
che non ha mai toccato nulla
prendila senza sapere se è la mia o la tua
vieni a prendermi senza indugi,
vieni a prenderti, sei qui
tra le mie braccia.

January 21, 2005

SENZA VERSO. INTERVISTA A TREVI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:44 pm

di Piero Sorrentino

(Ricevo da Piero Sorrentino e pubblico questa sua intervista allo scrittore Emanuele Trevi. Buona lettura. M.U.)

In uno dei suoi saggi più malinconici, nutrito da quel disincanto lucido che sempre l’ha contraddistinto e scritto con lo stesso andamento corto e denso che aveva il suo respiro quando parlava, Giuseppe Pontiggia fotografava uno degli elementi che più di ogni altro accomuna da sempre gli scrittori: “C’è una paura che segue il letterato come la sua ombra: quella di non esistere (…) L’attributo dell’inesistenza è però l’unico che i letterati concedono di buon grado ai loro simili. Il mondo dei letterati è popolato da uomini che non esistono, almeno per i loro concorrenti”. Lo scritto si concludeva con una frase altrettanto affilata: “Esistere per i posteri. Ma poi li si confonde sempre con i contemporanei”. Di primo acchito non è facile non dargli ragione. Allo stesso tempo, tuttavia, trovare degli esempi che dimostrino l’esatto contrario non è un’impresa impossibile, soprattutto se l’ inesistenza di cui parla Pontiggia è, purtroppo, da intendersi letteralmente. A leggere e ascoltare in questi anni i ricordi dolorosi, le commemorazioni sincere, gli aneddoti raccontati a proposito di Grazia Cherchi, Maurizio Salabelle, Antonio Porta, Sandro Onofri, oltre che di Pontiggia stesso, si ha la percezione di un sentimento onesto e straziante - nei confronti di scrittori morti più o meno prematuramente - che esula dai rovelli invidiosi e dai crucci vendicativi che pure fanno parte del dna dei letterati: e non perché de mortuis nihil nisi bonum.

Nella sua poeticissima sostanza Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza “Contromano”, pp. 124 con 14 pp. di illustrazioni fuori testo, € 9) si nutre fortemente, sia nel ricordo del poeta Pietro Tripodo che nell’esplorazione delle viscere di Roma nel corso della caldissima estate del 2003, proprio di questo sentimento. Apparentemente svagato e casuale, il titolo racchiude in modo molto efficace le anime del libro. Senza verso (intese come senza direzione) sono le passeggiate romane del flaneur Trevi, esploratore di sotterranei e musei, chiostri e strade, palazzi e appartamenti; ma senza verso sono anche le poesie di Pietro Tripodo (scomparso nel ’99 a cinquantuno anni), “brevi prose che avevano tutte le caratteristiche ritmiche, musicali, visionarie delle sue poesie precedenti, tranne la scansione in versi”; e senza verso, infine, è la forma stessa del libro, che come il precedente I cani del nulla è impossibile da incasellare in un genere codificato e riconoscibile. In questo senso l’onestà della quarta di copertina – che con la formula “Roma, veduta dal basso, luglio-agosto” si limita a suggerire l’idea di una lunga cartolina – si intreccia meravigliosamente con la scrittura di Trevi (col suo passo narrativo breve, in cui raramente le scene superano la lunghezza di tre o quattro pagine) e con l’uso che lo scrittore fa delle fotografie. Nell’apparato di immagini in fondo al libro (intitolato “Colpi d’occhio”) le mappe della Roma antica, le statue, gli affreschi e le incisioni conducono senza soluzione di continuità alla Roma del dopoguerra, per concludersi con gli scatti del luglio 2003 e con un’unica fotografia di Pietro Tripodo. Una scelta stilistica che potrebbe far pensare a W.G. Sebald, uno scrittore molto amato da Trevi, se non fosse per l’uso empatico e emotivamente struggente (piuttosto lontano dalla funzione razionalizzante e ordinatrice assunta dalle immagini nei libri di Sebald) delle fotografie in bianco e nero di Senza verso. Se un senso ha da consegnare al lettore, questo libro, al di là dei motivi che spingono un uomo a ricordare un altro uomo che non c’è più, vissuto in una città che per antonomasia è considerata eterna, è che in fondo un senso vero – alla morte, alla vita, alle estati roventi, alle coincidenze, alle atrocità della Storia - non c’è, o magari c’è ma non riusciamo a trovarlo, e quello che conta sta nell’aver vissuto, e nel ricordare, con le parole, le fotografie, anche, e soprattutto, dopo le parole e le fotografie, i silenzi: “In realtà, se uno potesse capire una storia qualunque, e ricavarne un qualunque tipo di utilità, come si ricava il succo dal frutto, nel mondo non ci sarebbero così tante storie e così poche illuminazioni (…) Non nel suo significato, insomma, ma nel puro fatto della trasmissione è possibile riconoscere un residuo calore umano, la vibrazione di un’intimità reale che è passata tra due persone, che si sono incontrate e sono state amiche”.

Per rendere un po’ più facile la vita ai librai partirei con una domanda “di servizio”: In quale scaffale va collocato il tuo libro? In quello dei romanzi, delle biografie, delle guide turistiche…?

Mettiamola così: la parola “libreria” non ha più senso, perché tra grandi e piccole c’è ormai un abisso, è una filosofia del tutto diversa. Io ovviamente vado bene e vendo in quel tipo di libreria piccola e molto curata nelle scelte, quelle librerie sempre dall’aria “di sinistra”, per capirci, dove tengono i libri di poesia e i saggi d’arte. Vendo anche nelle altre, qualche copia, ma lì sono soggetto a leggi impietose di mercato, fondate sul meccanismo delle rese. Adesso che nelle grandi si è affermato il sistema francese dell’ordine alfabetico, mi fa piacere essere capitato vicino al mio amico Vitaliano Trevisan, ecco tutto!

Ora proviamo a fare felici anche i promotori della casa editrice, che devono raccontare i testi di cui si occupano ai librai: vista l’assoluta laconicità dei paratesti, vuoi provare tu a raccontare Senza verso?

Insisterei sulla trama, sul semplice riassunto degli eventi: un uomo di quarant’anni che si ritrova al punto di partenza, come spesso purtroppo accade, non ha più una casa e un amore e nella sua città inizia una canicola soffocante, che dura settimane e settimane e assottiglia lo spirito, toglie le forze…e in questa situazione ai limiti della disperazione, cerca degli appigli, passeggia in un quartiere dove si sente, chissà perché, più al sicuro che altrove, va a trovare un suo amico edicolante, si ricorda di un altro suo amico, che adesso è morto, che abitava proprio lì, ma questo non è un ricordo triste, perché l’amico era una persona bizzarra e simpatica, per non dire decisamente buffa e comunque molto originale, un vero poeta “all’antica”, insomma, e questi luoghi, e il ricordo della forza di carattere dell’amico, confortano quest’uomo disperato nella calura estiva…

Quanto hanno influito i libri di Sebald sulla scelta dei “Colpi d’occhio” fotografici in fondo al libro?

Sebald è uno scrittore che mi ha influenzato in maniera addirittura imbarazzante, potrei dire che mi ha liberato, insegnandomi molte cose sulla rappresentazione di sé, del proprio mondo interiore e dei propri movimenti nello spazio. Il suo capolavoro, secondo me, è “Gli anelli di Saturno”. Detto questo, che ammetto a denti stretti perché si vorrebbe avere fatto tutto di testa propria, cosa che in letteratura è impossibile, devo però aggiungere che l’uso che fa Sebald delle immagini è suggestivo a prima vista, ma poco ragionato, e finisce, con il piazzarle sempre lì in mezzo al testo, per togliere forza alle sue stesse parole. Adesso sto pensando a delle nuove soluzioni per delle cose che voglio scrivere, vorrei usare alcune foto sui riti degli indiani Pueblos scattate alla fine dell’Ottocento da Aby Warburg, il grande studioso di Botticelli e del Rinascimento.

Sempre che si possa dare per scontata l’assoluta equivalenza biografica e esistenziale tra il personaggio che dice io e l’autore Emanuele Trevi, mi ha molto colpito la radicale solitudine del protagonista: gira da solo per la città, visita i musei e i sotterranei guardandosi bene dall’intrupparsi nei gruppi in visita guidata, si infila in chiostri silenziosi, dorme in grandi stanze vuote, passa il tempo osservando il salvaschermo del suo telefonino nuovo… è stato davvero un periodo così malinconico, quello di cui racconti? E se è così, quanto peso ha avuto questa solitudine sulla decisione di scrivere il libro? È come se avessi richiamato Pietro per tenerti un po’ di compagnia…

Beh, come negarlo, la mia prima persona è abbastanza “doc”, nel senso che a me interessa scrivere quello che vivo, anche a costo di esporre lati di sé non esaltanti come, in questo libro, la mia tendenza periodica a lasciarmi andare a stati di depressione e disordine esistenziale. Ma la solitudine non è solo un argomento, è una tecnica, un principio di messa a fuoco narrativa fondata su un certo uso della prima persona nella quale sono maestri scrittori contemporanei come Houellebecq e W.G.Sebald, che ammiro molto. Ma lo “stile della solitudine” è difficile da descrivere e poi…ci sono dei trucchi del mestiere che mi tengo per me !

A proposito di “stile della solitudine”: ne L’invenzione della solitudine, Paul Auster a un certo punto scrive “Cominciare dalla morte. Procedere a ritroso nella vita per poi, infine, ritornare alla morte. O invece: la vanità del tentativo di dire qualcosa su qualcuno”. Assumeresti questa frase come scheggia di poetica del libro?

Beh, appartiene all’ “Invenzione della solitudine” di Auster, quindi non so se può trapiantare nel mio. Il libro di Auster, senza dubbio il suo capolavoro e in assoluto un libro bellissimo, è centrato sulla relazione padre-figlio, mentre la mia è la storia di un’amicizia. L’amicizia, se posso esprimermi così, è atea, manca di verticalità. La vanità di cui parla Auster è, nella sua essenza profonda, una vanità tragica, che minaccia alle radici l’identità stessa di chi scrive, lo costringe fuori dalla vita, in quella solitudine che dà il titolo al libro. Anche il mio libro parla della “vanità di dire qualcosa su qualcuno”, certamente, ma all’interno di una relazione di amicizia libera e felice, non vincolata dai legami del sangue, esente da violenza e da dolore. Senza che per questo non si tratti di un affetto profondo e coinvolgente. Dunque il risultato di questa impossibilità di dire qualcosa su qualcuno, nel mio caso, è comico, o perlomeno tragicomico. C’è una terza forma di impossibilità di dire qualcosa su qualcuno, e riguarda la persona che amiamo. Qui forse tocchiamo con mano, per rimanere al vocabolario di Auster, la vanità della vanità. Trovo che la letteratura contemporanea sia molto carente di un grande romanzo d’amore, qualcosa al livello della “Principessa di Clèves” o del “Diavolo in corpo”. E’ un terreno per me molto interessante.

Escludendo Musica distante, i tuoi libri sono sempre comparsi presso editori di “rottura”, dai cataloghi sfrontati e diretti (Castelvecchi) o in collane (“Stile libero”, “Contromano”) che raccolgono testi veloci, spesso di esordienti, dall’alto tasso di sperimentalismo linguistico e strutturale. A leggerli, però, si resta sempre colpiti dalla scrittura estremamente sorvegliata, quasi ricercata, con quelle lunghe frasi bellissime… È come se riuscissi sempre a tirare fuori libri che si vanno a installare di soppiatto in territori che non gli spetterebbero, dotati di una green card posticcia costruita dal migliore dei falsari su piazza…

E’ una domanda o un’affermazione ? Comunque sì, non ci avevo pensato molto ma è così in fondo, e questo sai perché succede ? Perché il pubblico è vario, e ce n’è una fettina anche per questo tipo di prosa divagante, come la mia, è un genere letterario indefinibile eppure è sempre esistito. Per carità, io che sono l’ultimo degli scribacchini non voglio paragonarmi a Montaigne, a De Quincey, a Henry Miller, ma insomma, la mia filosofia almeno è la stessa, e questa letteratura “divagante”, chiamiamola così, è sempre esistita e secondo me in qualche forma esisterà sempre, e quindi capisco che a un certo punto un editore alla moda o di tendenza mi chiami, come è sempre successo, e mi chieda un libro, Mondadori non fa eccezione perché Andrea Cane lavorava con la stessa filosofia, curava anche Ammaniti per Mondadori, insomma era un “modaiolo” pure lui, perché pensano che anche io, nella mia maniera assurda, posso andare un po’ di “moda” o perché comunque i miei libri hanno un po’ di recensioni ecc ecc. Però, se guardi i libri che ho fatto, ti rendi conto che ogni volta ho cambiato editore: vuol dire che non sono tanto un buon affare da chiedermi anche un secondo libro!

January 20, 2005

DARWIN, UNA BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:05 pm

di Lorenzo Galbiati

(Comincia oggi una nuova serie in 3 puntate. Di Galbiati. Su Darwin. A scadenza settimanale. Buona lettura e… stay with us! M.U.)

NOTA: L’autore dell’articolo avverte che tutte le informazioni di rilevanza storica e/o scientifica ivi riportate sono attendibili; non altrettanto si può dire delle informazioni riguardanti la vita privata di C. R. Darwin e delle altre persone menzionate. L’autore inoltre si dichiara disponibile a fornire chiarimenti a eventuali domande dei gentili lettori nello spazio dei commenti.

Prima parte

Quant’è bella giovinezza…

Charles Robert Darwin nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury, quinto dei sei figli del medico Robert Darwin. La madre, Susannah Wedgwood, morì quando Charles aveva solo otto anni, ed egli fu allevato dalle sorelle maggiori.

Da piccolo Charles era un bambino come tutti gli altri, ma ciò che lo caratterizzava era una forte attrazione per il mondo naturale e una altrettanto forte repulsione per l’acqua. Non si trattava solo della resistenza che molti bambini manifestano quando si devono lavare, no, era una sorta di allergia che gli provocava vertigini, eritemi, gastroenteriti, sciatalgia e crisi di identità al solo contatto e, a volte, alla sola vista dell’acqua. Per questo motivo Charles iniziò ben presto a bere vino, e sviluppò una forte tolleranza all’alcol che lo immunizzò dalle sbronze. Darwin, insomma, bevve come una spugna per tutta la vita, ma rimase sempre sobrio, dannatamente sobrio e lucido.

Il ragazzo amava pescare, cacciare, andare a cavallo e raccogliere campioni di piante e insetti. Più che uno sportivo, era un animale alla stato brado: non vi sarà quindi difficile immaginare quanto la scuola fosse per lui un pesante fardello di insegnamenti teorici e noiosi. A 16 anni il padre lo iscrisse a medicina, ma quando vide che Charles non riusciva a sopportare la vista del sangue e i metodi usati nelle sale operatorie, decise di spedirlo a Cambridge e di indirizzarlo alla carriera ecclesiastica. Ancora una volta Charles deluse i desideri paterni e a Cambridge si distinse per la sua capacità di raccogliere e classificare animali di ogni tipo. A quel tempo, inoltre, erano numerosi i teologi esperti di zoologia, botanica e geologia, cosicché Darwin nei suoi anni universitari ebbe modo di acquisire un bagaglio di conoscenze naturalistiche fuori dal comune. Scrisse: “a Cambridge nessuna occupazione mi interessò tanto e mi dette tanto piacere quanto la raccolta degli insetti”: Charles li osservava, li toccava, ci giocava e infine li infilzava per avere una collezione con ogni specie che vedeva. E non c’è da stupirsi, cos’altro ha di meglio da fare un giovane di vent’anni se non raccogliere insetti?

Darwin aveva molti amici a cui spiegava la sua passione per gli scarafaggi e la sua visione della vita: “negli stadi giovanili il nostro compito è quello di nutrirci, mantenerci sani e attivi, nella vita adulta il nostro scopo è trovare la femmina, sedurla e farle sfornare tanti cuccioli. Il resto è un dettaglio.” Intorno al 1830 Darwin ritenne di essere diventato adulto e cercò di passare dalle parole ai fatti. E così a Cambridge quasi tutte le ragazze ventenni venivano fermate da un giovane che le ricopriva di complimenti: “quando corri hai la grazia di una cavalletta che salta”, “hai un fondoschiena più bello di quello di una cimice” eccetera; dopo il complimento seguiva invariabilmente la frase: “non credi sia ora di dare il tuo contributo alla specie facendoti montare da una giovane maschio sano e di buona famiglia?” Purtroppo questo approccio, che oggi sarebbe oltremodo gradito da molte ragazze ventenni, allora risultava troppo ardito e non portò fortuna al Nostro.

Nel 1831 Charles Darwin terminò i suoi studi e, pur non avendo un curriculum studiorum brillante, conseguì il baccalaureato in lettere. Era ancora alla disperata ricerca di una femmina (le sue tecniche seduttive andavano perfezionandosi, ma il fatto che non si lavasse non lo aiutava) quando il suo professore di botanica, il teologo Henslow, lo raccomandò come naturalista al capitano Fitz-Roy del brigantino Beagle (in italiano “bracchetto”, un cane da caccia), una nave che stava partendo per un viaggio intorno al mondo. Darwin tremava alla sola idea di imbarcarsi (“io muovermi sull’acqua? Mai!”) ma non ebbe il coraggio di opporsi al suo professore e accettò l’incarico. Fu l’evento che gli cambiò la vita. A ben pensare, cambiò anche la storia.

Darwin e Fitz-Roy

Il comandante del Beagle Robert Fitz-Roy era letteralmente in preda al panico nel periodo antecedente alla partenza, e ne aveva ben donde: veniva da una famiglia che annoverava molti casi di malattie mentali e il suo predecessore sul Beagle, il comandante Pringle Stokes, si era suicidato a bordo. Per scacciare presagi maligni - sognava ogni notte la sua testa dentro a un cappio che pendeva dall’albero maestro - considerò opportuno avere a bordo un suo pari, un uomo che fosse di buona famiglia e interessato alla scienza, esattamente come lui, e quest’uomo non poteva essere altri che il giovane Charles Darwin. Fitz-Roy decise di concedergli l’onore di averlo come ospite nella sua cabina, convinto che Darwin non aspettasse altro che dialogare con lui a proposito di zoologia, medicina, filosofia e quant’altro, come conveniva a un buon gentiluomo.

Non sapeva ancora cosa lo attendesse.

Charles era di umore umbratile e di carattere introverso, e le cose cui più teneva erano cacciare animali da riportare in patria e scrivere il suo diario. Va aggiunto che la sua più grande occupazione a bordo del Beagle fu un’attività corporale che non abbandonò più per il resto della sua vita: il vomito. Vomitava in modo sistematico, mattina, pomeriggio e sera; prima, dopo e durante i pasti. E soprattutto vomitava nella cabina che condivideva con Fitz-Roy. Ma questo non limitò in alcun modo Charles nelle sue attività, era un giovane alto, nerboruto e di bell’aspetto che sprizzava energia da ogni poro, un lavoratore infaticabile che si prodigava senza sosta nella sua doppia veste di medico e naturalista. Aveva imparato anche a scrivere il suo diario tenendolo di lato, e non di fronte a sé, in modo da non sporcarlo mentre vomitava. L’unica cosa che non faceva era parlare con Fitz-Roy: non lo sopportava! Per la sua arroganza con l’equipaggio, per la sua presunzione di naturalista da quattro soldi, per le sue ossessioni mentali: “il temperamento di Fitz-Roy è dei più sfortunati. Ciò per via non solo della sua passionalità, ma anche di attacchi di prolungata stizza verso coloro che, a suo giudizio, lo avrebbero offeso, […] sembra incapace di dare giudizi profondi e privo di senso comune”, così Darwin lo ricorda nell’Autobiografia.

Fitz-Roy avrebbe voluto rendere gloria al progetto divino della creazione attraverso le scoperte a cui lui e Darwin sarebbero giunti nel loro viaggio con il Beagle. Quel che accadde, invece, fu che per via delle scoperte che fece, Darwin cominciò a dubitare non solo delle teorie creazioniste ma addirittura dell’esistenza stessa di Dio. Fitz-Roy ne risentì a tal punto che cadde in preda all’angoscia. Ad ogni modo, era un uomo di buona tempra e riuscì ad arrivare alla fine del viaggio senza suicidarsi. “Ho superato la prova Darwin, la più dura che possa capitare sulla strada di un uomo”, disse fra sé e sé quando il Beagle tornò in acque britanniche. Fitz-Roy ce l’aveva fatta, non si può dargli torto, tant’è vero che si suicidò solo molto tempo dopo, nel 1865.

Il viaggio sul Beagle

Il Beagle lasciò Plymouth il 27 dicembre 1831, quando Darwin aveva 22 anni, e rientrò in Inghilterra il 2 ottobre 1836. Cinque anni passati a fare il giro del mondo. Volete sapere il percorso? Dunque, il Beagle attraversò in mezzo a grandi tempeste la baia di Biscay (dove Charles vomitò l’anima, e la perse del tutto) e arrivò alla sua prima tappa, le Canarie, ma gli abitanti delle isole impedirono al brigantino di attraccare per paura che si diffondessero malattie dell’Inghilterra. Allora, avanti Savoia! fino alle isole di Capo Verde e allo sbarco in Brasile, dove Darwin vide per la prima volta gli schiavi. Quando sentì Fitz-Roy tessere le lodi della schiavitù e sostenere di aver sentito dagli schiavi stessi quanto essi siano soddisfatti della loro condizione, lo lasciò esterrefatto contraddicendolo davanti ai sottoposti: “e così lei crede che, in presenza del padrone, le risposte di uno schiavo abbiano qualche attendibilità?” Fitz-Roy schiumò di rabbia: “lei è un maleducato, mi perseguita, vuole la mia morte!” e così Darwin scappò impaurito e andò a vomitare sul ponte.

Le prime settimane furono talmente dure per Darwin, sia per la presenza di Fitz-Roy sia per il suo continuo mal di mare, che pensò di abbandonare la spedizione in Brasile. Tuttavia le ricerche che condusse in Sud America lo riempirono di entusiasmo e gli diedero la forza di proseguire. A Rio de Janeiro rimase per due mesi a terra per studiare la flora e la fauna del posto, soprattutto i suoi adorati scarafaggi, che raccolse a migliaia (in un solo giorno arrivò a classificarne 68 specie diverse). Ogni sera scriveva il suo diario di bordo (che pubblicò al suo ritorno) e spediva lettere agli amici, nelle quali descriveva le sue scoperte.

Nel giugno del 1834 il Beagle oltrepassò lo stretto di Magellano e si diresse a nord costeggiando il Cile; Darwin ebbe modo di osservare eventi sismici ed eruzioni vulcaniche lungo la Cordigliera delle Ande. Uno dei luoghi fondamentali per la formulazione delle sue teorie furono le isole Galapagos, nelle quali Darwin raccolse varie specie di uccelli che si assomigliavano tanto da sfumare le une nelle altre; nella sua testa cominciò a far capolino il dubbio: “ma sarà poi vero che le specie sono costanti e immutabili?” Nel 1836 il Beagle arrivò in Australia, quindi attraversò l’Oceano Indiano, dove Darwin studiò le barriere coralline e cominciò a riflettere su come potessero formarsi gli atolli. Poi la spedizione toccò l’estremo sud dell’Africa, fece di nuovo tappa in Brasile e risalì l’Atlantico per tornare in Inghilterra, a Falmouth, per la precisione. Mentre poggiava il piede sulla terra natia, Darwin mormorò: “con l’acqua ho chiuso”. E infatti, da allora, il Nostro non attraversò più neanche la Manica. Anzi, non attraversò più neanche un ponte. In compenso continuò a vomitare, ma con minor frequenza.

Nel 1836 Darwin si stabilì a Cambridge per classificare le sue collezioni di animali, ma il 7 marzo del 1837 si trasferì a Londra. Nel 1839 avvenne un fatto singolare: Charles Darwin si sposò. Vi chiederete come ciò sia possibile. Abbiate ancora un po’ di pazienza e ve lo spiegherò. Sappiate però fin d’ora che nel 1842 Darwin e consorte andarono ad abitare nel villaggio di Down nel Kent, in campagna, poco lontano da Londra. A parte qualche spostamento per andare in stabilimenti termali, o per sbrigare delle faccende a Londra, Darwin non si mosse da Down per il resto della sua vita. E forse fece male, perché si sentiva spesso down…

January 19, 2005

COSE MAI VISTE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:13 pm

 

di Filmiko Henricoghezzis

(Ricevo (?) e pubblico il testo per un prossimo Fuori Orario in data da destinarsi che avrà come tema Pippo Baudo e come titolo "Orrende Inquietudini". M.U).

Fuori orario. Fuori e dentro l’orario. L’orario delle ferrovie dello stato. Questa macchina da cinema che si scontra somaticamente con il treno per Yuma, Yuma Thurman, la crisalide spaziale tarantiniana, che svolge la sua pellicola domopack nel pack di una kubrickiana odissea, fin dove Elliott Gould ed Elliott Ness non riescono a spingersi. FBI, CIA, il pericolo giallo, Apocalypse 2001 Space Oddity Bowie, ancora una volta Furyo, Furio Focolari, il Furio verdoniano che chiede di Magda, Magda Schreckenstein in Frankenstein, l’urlo di Tarzan e di Funari, la Mortazzatuavitamea, la carne a grigliata mista castellittico-francescadellerianamisura9 come il Ghiaccio di Vonnegut Jr., la semantica cinematografica rovesciata di Aldo Giovanni e Giacomo Casanova, il Don Giovanni di Crepet "montato" nel 1960 da Eraldo da Roma, Titanus Produzioni, Bernabei Story, Costantino e il porno sofisma di Wenders, chi ucciderà Baby Jane, chi ucciderà l’arrendevole Bette Davis dagli occhi di ghiaccio di un texano di nome Kim Carnes, incarnatasi in un manga po’ o cazzo guapponese quindi napoletano, Napoletan Graffiti, Razdeganmatazz israelopaolocontiano da   serata con Vito, ne parleremo nella notte di Fuori Orario, con Pippo Baudo finalmente, con, senza, in, con, su, per, tra, fra, Tazio Nuvolari da Velletri, Baudo Springsteen, JFK di un bisiachiano bisogno d’immagini a bruciapelo e a sangue freddo alla Oswald in Black & White,whisky a catinelle, esce il sole e prendi le ombrelle, le Ombrelle Colli della tv del dolore in b/n, un Gaber Nino Cerruti Gino, Bramieri e le barzellette di Totti, come in Tracy Lords "montata" da Eraldo da Roma e da Ruggero Mastroianni in doppia penetrazione, double identity, double indemnity, body double di De Palma Jula con Sharon Stone da pippa à la Baudo, Katia e i kili di singulti minogue del piacere, Adua e le compagne, Sandra Milo e il finto colonnello cubano  su Oggi estate 1983, mimetica in stadio avanzato di decomposizione, Piedone l’Africano e Pippo Baudo sempiterno come un sempreverde Arbre Magique, ne parleremo nella notte di Fuori Orario, qui, ora, Orrende Inquietudini, documentari su e per Pippo Baudo, adesso, nella notte, scorrendo una pellicola spuntata come una pallottola di sebo post-trapianto senza soluzioni di discontinuità, senza soluzionishoum, senza shalom, per Pippo, con Pippo, in Pippo, amen, buona visione…

January 18, 2005

COSI’ GIOVANE E GIA’ ATEO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:13 pm

di Elio Paoloni

L’altra sera sono andato a vedere La bottiglia vuota di Moni Ovadia. Contentissimo della banda di zingari e dei suoi canti con la chitarra (certe modulazioni mi ricordavano curiosamente vecchie canzoni di Domenico Modugno, quelle più "siciliane"), incantato dalla sua finta filologia (la chiamo finta perché il racconto che fa delle "Letture" non ha nulla di specialistico e pignolo ma è funzionale alla dichiarazione d’amore per il canto) e dalla sua costante attenzione per l’uomo, per i mistici, per il divino.

Ho dovuto chiedermi però perché mai senta il bisogno, in apertura, di dichiararsi ateo e di riportare la battuta di un cabarettista (credere in Dio è una parola troppo grossa: diciamo che lo stimo). Ha paura di venir tacciato di spiritualismo, o ancor peggio di proselitismo? Ovadia è impregnato di religiosità, o almeno di un senso del sacro, che cerca di trasmettere per quasi tutto lo spettacolo. Ma sente il bisogno di rammentarci, spesso con barzellette da bar, che "sono solo canzonette". Essere spirituali è politicamente scorretto? O non consentirebbe di catturare una quantità sufficiente di spettatori? Se lo scopo è quello di mettere insieme uno spettacolo che vada bene per diverse fasce di pubblico, il risultato non viene raggiunto: ho parlato, dopo lo spettacolo, con due signore. Una era stata respinta dagli abbassamenti di tono e l’altra non era stata strappata alla noia indotta dalla colta spiritualità neppure dall’aneddoto del "Giulietta è ‘na zoccola" della sorniona tifoseria napoletana.

Come scontentare tutti, insomma.

Credo alla necessità dell’ironia, ma l’ironia è freddezza, distanza, riflessione. Non è ammiccamento, complicità. Anche la freddura fa riflettere, certo, ma non la puoi infilare dove capita. Nessuno si sogna più, Bloom a parte forse, di separare nettamente l’alto dal basso, però bisogna comprendere cosa si vuole esattamente ottenere: uscire dal teatro senza aver capito bene a cosa abbiamo assistito potrebbe essere l’effetto di uno spettacolo nuovo e sorprendente, il segno di un’ambiguità che è componente necessaria di ogni opera d’arte, ma in questo caso mi è sembrato il risultato di una vigliaccheria.

 

January 17, 2005

LAYA-ALAM C.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:57 pm

  di Vins Gallico

Il 27 dicembre dell’anno scorso Laya-Alam C. ha trentacinque anni, si trova a Brema, viene dalla Sierra Leone: è un negro. Con ogni probabilità è questo il motivo per cui un paio di poliziotti in borghese gli si avvicinano a fare un controllo. Prima che quelli lo fermino, Laya-Alam butta giù rapidamente un paio di capsule. I poliziotti s’insospettiscono, lo bloccano, gli chiedono (con le buone e con le cattive) che razza di schifezza ti sei calato, negro schifoso. Laya-Alam non reagisce. I poliziotti lo sbattono a terra, stato di fermo, trasporto in caserma, dove si decide per una “Exkorporation bei dem Verdächtigen zum Zweck der Gefahrenabwehr und Beweismittelsicherung„ – ovvero lavanda gastrica da eseguirsi attraverso l’ingestione di due cucchiai di Ipecacuana, un medicinale che provoca conati di vomito. Prima usavano l’Apomorfina, ma a causa dei danni che persistevano nei soggetti sottoposti al trattamento , hanno deciso di sostituirlo con l’Ipecacuana, che ha una base vegetale e pare sia meno nocivo. Soltanto a Brema negli ultimi dieci anni sono stati accertati però più di 400 episodi (si può parlare davvero di episodi quanto il metodo diventa routine?), dove i sospetti sono stati obbligati ad ingerire l’Apomorfina o l’Ipecacuana. In molti casi, anche con l’Ipecacuana, si sono riscontrate difficoltà gastrointestinali perdurate per settimane.

Laya-Alam C. comunque non vuol prendere lo “sciroppo del vomito”, i poliziotti provano a costringerlo, Laya-Alam si ribella, si dimena, si sbraccia per liberarsi. Le forze dell’ordine hanno la meglio su di lui, lo legano ad una sedia e gli ficcano un tubo in bocca e un sondino nel naso per consentire l’immissione dell’Ipecacuana. Laya-Alam sviene. Il medico, controllando le condizioni del sospetto, dichiara che i valori sono normali. I poliziotti ritengono allora che Laya-Alam stia simulando, continuano a pompargli acqua nello stomaco attraverso il tubo, affinché l’Ipecacuana abbia un effetto immediato. Laya-Alam vomita. Vengono ritrovate le capsule contenenti la droga: cocaina per un valore totale di 60 euro. I poliziotti ci avevano visto giusto: era un fottuto criminale!

Solo che adesso Laya-Alam sta male, non riesce più a respirare. La sera entra in coma.

Il 4 gennaio Thomas Röwekamp, senatore del dipartimento di Brema, intervistato sull’argomento nel corso di una trasmissione radiofonica, dichiara che chi è causa del suo male, pianga se stesso.

Il 6 gennaio Laya-Alam C. muore.

Il dottor Jörn Günther, medico del pronto soccorso, diagnostica come causa del decesso l’eccessiva presenza di acqua nello stomaco di Laya-Alam. E’ morto dunque affogato, a causa della condotta di merda del suo collega, l’altro medico, e dei poliziotti. Annegando all’asciutto (come titola il Jungle World del 12 gennaio). Ma è contro il dottor Günther che si è aperto un procedimento disciplinare; nell’ambiente della polizia è ormai considerato un traditore per aver diffuso la notizia.

Ieri, 15 gennaio, si è svolta a Brema una manifestazione in ricordo di Laya-Alam C. e contro la brutalità dei metodi polizieschi (Già nel dicembre 2001 il diciannovenne Michael Nwabuisis era deceduto ad Amburgo in seguito alle conseguenze di un’ingestione forzata di “sciroppo del vomito”).

E’ una notizia triste. Però ho creduto opportuna diffonderla anche in Italia.

 

 

January 16, 2005

L’IMBECILLE DI SINISTRA E LO SCUDOCROCIATO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:52 pm

 

Poco tempo fa un imbecille cosiddetto di sinistra ha colpito il Premier con un’arma contundente per fotografi. L’imbecille, alla domanda sul perché l’aveva fatto, ha risposto: “Perché lo odio”. Poco tempo fa, il Premier si è comprato l’imbecille, se lo è comprato con una telefonata da buon padre di famiglia e magari anche con altro. Prima di tutto gli ha dato, ovviamente,  il perdono. E ha voluto naturalmente parlare, con la sua ben nota affabilità carismatica, anche con la mammina dell’imbecille di sinistra per, in fondo, rincuorarla. Ma che gran brava persona.
Nel frattempo, anzi prima che questa insulsa scenetta avesse luogo, le forze politiche della cosiddetta sinistra erano tutte scese in campo– chi con vigore, chi con la solita fiacchezza da attorucolo spompato – per stigmatizzare l’accaduto. Uniti tutti, comunque, contro l’imbecille attentatore da treppiedi. Sissignori, eccola qua la brava gente di sinistra, per la maggior parte: imbecilli che odiano Berlusconi. Gente che lo odia talmente a  fondo che poi è anche capace di farsi prendere per i fondelli con una bella moina dello stesso comunicator maximo. Basta pagare, alla fine, diciamoci la verità.
Non c’è niente da fare: se ancora qualcuno pensa che in questo Paese esista una sinistra vera (o meglio, una vera opposizione a questo regime forzaitaidiota) ha fatto male i conti con se stesso e con chi lo circonda. E’ perlomeno un ingenuo.
Come disse Indro Montanelli paceallanimasua: “In questo Paese moriremo tutti democristiani…”
Tutti, si, o quasi. Ci sono naturalmente delle eccezioni che non contano nulla o quasi. Ma l’anima degli Italiani è scudocrociata fino al suo punto di evacuazione suprema.
Destra e sinistra: attualmente, sempre di democristiani si tratta. Temo che lo scudocrociato non sparirà mai dai metaforici petti della gran massa dei cittadini di questo Paese dei Campanelli. E se cercate la faccia giusta, la faccia rappresentativa di quest’anima grigia, appiccicate allo scudettone da incubo l’immagine del bel volto da schiaffi di Rutelli.
 

MEMORANDUM

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:40 pm

 

Macello al Teatro i
Secondo appuntamento di Nazione Indiana al Teatro i
MACELLO
Lettura scenica della raccolta di poesie di Ivano Ferrari (pubblicata nella Collezione di poesia Einaudi, 2004)
Voce dell’autore e dell’attrice Federica Fracassi
17 gennaio 2005 0re 21 - Teatro i - via Gaudenzio Ferrari, 11 - Milano.
Per informazioni e prenotazioni: 02.8323156 - info@teatroi.org.
Nello spazio chiuso di un mattatoio, "la grande sala dove si esibisce la morte", Ivano Ferrari mette in scena uno spietato e cruento interregno uomo-animale determinato da una schiacciante sopraffazione. Un Macello che rimanda ad altri macelli che continuano ad attraversare la nostra vita di specie e che è campo di battaglia, lager, laboratorio, chiesa, teatro e dove i macellatori sono carnefici, tecnici, sacerdoti, registi.
In questa raccolta poetica intensa e perentoria, piena di accensioni, implorazioni, crudeltà, straziante sarcasmo e personaggi animali e umani difficili da dimenticare, ogni verso ha un suo ictus determinato da una provocazione lessicale, tonale e psichica che diventa immediatamente lacerazione visiva. La materia, la carne - come la poesia- vengono messe in totale sofferenza e la vita è registrata nel suo punto limite e anche oltre, nelle sue ulteriori degradazioni istologiche eppure non ancora al termine del suo percorso di profanazione e violenza.
Ivano Ferrari è nato a Mantova nel 1948. Ha lavorato per alcuni anni nel mattatoio cittadino. Presso Einaudi ha pubblicato Macello e la raccolta di poesie La franca sostanza del degrado.
 
 

January 15, 2005

VISIONE + QUERELLE (UNO-DUE)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:31 pm


di Gabriella Fuschini

VISIONE

Guardami
sognami
non toccarmi
sono il vuoto
eppure il pieno
mi dilato
a riempire lo sguardo
dolce ossessione
pura visione
nella carne liquida
scarnifico il mio essere
muto forma nel divenire
altro da me stessa
mutilata dell’anima
solo corpo
tagliente ove le mani
come cesoie affilano
come lame affondano
cosa hai visto in me?
rimane mistero l’opera
nello stupore sacrificato
del bestiale svelato
ancora gli occhi
vanno cercando
nell’esistenza l’essenza
si moltiplica emozione
somma della tensione
fra nulla e realtà

QUERELLE

Dicono i poeti stiano zitti
che la politica non è affare loro
dicono anche i poeti parlino
affinché poesia entri nel concistoro
il sublime non entri nel quotidiano
a deteriorarsi per rimanere estraneo
allo srotolarsi del volgare manifestarsi
rimanga là sepolto ai piedi del feticcio
la lingua secondo forma o stile
mai parola di verità ove etica si camuffa
con dispiegamento di filmica ottusità
ognuno circoli armato di legittimità
che il buon gusto flirta con la truffa
allora meglio parlare di cuore
da sempre fa rima con amore
mentre democrazia va in vacanza
e prima o poi di urlare ci si stanca
(Foto di Vito Carta)

January 14, 2005

ACCUSE CONTRO PIO XII

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:58 pm

di Fabio Rampoldi 

(Ricevo e pubblico questa lettera dell’amico Fabio Rampoldi indirizzata al Corriere della Sera e non pubblicata. Buona lettura. M.U.)

La nuova accusa contro PioXII riguardo alla questione dei bambini ebrei battezzati ha ormai sostituito quella ben più grave, in voga sino a ieri, che voleva questo papa complice di Hitler nella Shoah. La vecchia accusa non poteva reggere per le troppe testimonianze a favore di papa Pacelli, pertanto si ripiega ora su quest’ultima, che a ben veder annulla definitivamente la prima, dal momento che sottintende che migliaia di perseguitati sono invece stati protetti dalla Chiesa di allora. Credo che a questo pontefice molti non perdonino ancora la fiera opposizione al comunismo e non trovino di meglio che infangarne la memoria con una serie di accuse infamanti. Così può anche darsi che in vita Pio XII non fosse un santo, ma lo sta diventando da morto per il “martirio mediatico” al quale è sottoposto da più di quarant’anni.
 
 
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