The FK experience

January 25, 2005

sEp and the city. OVVERO: COME E’ POSSIBILE VIVERE A ROMA NONOSTANTE I NEGOZI CINESI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:09 pm

di sEp

(Ecco un nuovo episodio della serie grosso modo mensile della come non mai ellittica sEp. Buona lettura. M.U.)

Certe volte ci vuole proprio e perché negarselo. Dopo una giornata magari faticosa, stressante, dopo avere chiesto tanto al proprio fisico e alla propria mente perché negarsi un buon massaggio. 45 minuti di leggere pressioni su diversi punti del corpo per riattivare la circolazione. Perché no? In fondo non è un trattamento estetico. Sono 45 minuti di semplice pressione ritmata calcolata e calibrata, dalla punta dei piedi alle scapole, davanti e dietro, imbustata in una tuta blu che si gonfia e si sgonfia. Solo 45 minuti. Ogni tanto ci vuole. Specialmente dopo una giornata passata per le stradine che a raggiera circondano, partono da, arrivano a, dietro a, all’incrocio di, passando per Piazza Vittorio. Piazza Vittorio è una Piazza risalente al periodo Umbertino nel mezzo del quartiere Esquilino e sembra un pezzo di Torino a Roma. C’è una leggenda metropolitana: si dice che da dieci anni il numero dei cinesi in città sia rimasto invariato non ostante le continue migrazioni dalla Cina verso l’Italia, questo perché per ogni cinese morto ammazzato dalla mafia cinese, e quindi non denunciato, si sostituisce un altro cinese clandestino, che tanto sono tutti uguali, passandogli il passaporto. Io non lo so se è veramente così, però Piazza Vittorio, ve l’assicuro, è piena di cinesi e di negozi cinesi, e ogni tanto si trova anche qualcuno che parla musulmano, ma per lo più lavora per i cinesi. Perché una signora di Prati si deve spingere fino ai confini etnici della città per ritrovarsi in un posto sovrappopolato di cinesi? Per fare spese. Lì l’argento costa dai 0,50 all’1 € al grammo e sotto natale anche una signora ha delle regole: vietato superare i 700 € di spesa per i regali. Solo che neanche una signora colma di spirito d’avventura si spingerebbe all’interno dell’Esquilino, dietro piazza Vittorio, tra le stradine che vanno da Piazza di Porta Maggiore a Piazza Vittorio, da sola. E la domanda a questo punto è la seguente: perché un fidanzato dovrebbe seguire la signora di Prati all’interno dell’Esquilino, tra Porta Maggiore e Piazza Vittorio, per permetterle di spendere non più di 700 € in regali d’argento da 0,50 fino 1 1€ al grammo? Perché lei ha assistito ad una riunione di movimento pur avendo l’alluce valgo? No. Perché lei, la signora, il giorno precedente, aveva ricevuto una laconico sms: “Mi piace il tatuaggio che hai sul seno”. La firma del messaggio era quella di un collega di lavoro. La signora, come ogni signora di Prati che si rispetti è fedele al suo compagno come una cagna: stupidamente, ed è anche feribile nella sua intimità come solo una signora di Prati può essere: stupidamente. Telefona al suo compagno ed in preda ad una crisi di sudore gli dice “lo sai che mi è arrivato questo messaggio? Che devo fare?” Il compagno che è compagno in tutti i sensi, ma che non è scemo, fa solo una domanda: “C’è qualcosa che devo sapere?” E scoppia l’inferno.

A chi non è capitato di ricevere delle avances, sottintesi commenti sul corpo, su un particolare aspetto o su una particolare zona del corpo. Frasi buttate lì con ingenua indiscrezione. Riflessioni voyeristiche di chi è riuscito a vedere il colore delle calze sotto i pantaloni indossanti con degli stivali, tatuaggi nascosti da reggiseni, piercing celati sotto vestiti ¾. Ci sono situazioni in cui, se non aiuta la natura, dovrebbe aiutare l’esperienza. Ma cosa succede quando è una signora di Prati a ricevere delle avances? Come reagisce quando, camminando per i negozi di Via Cola di Rienzo riceve un sms di un conoscente che le comunica di avere sognato il suo orecchino nascosto da fluenti capelli lunghi; quando riceve una e-mail in cui un collega le comunica di gradire particolarmente il tatuaggio che ha alla fine della schiena? Semplicemente questo non avviene. Le signore di Prati si tengono lontane da un certo tipo di commenti, un certo tipo di ambienti, e, soprattutto, da un certo tipo di sottintesi. Perché i ragazzi di Prati non agiscono così. I ragazzi di Prati li conosci a scuola, al liceo, ci cresci insieme, ti invitano a mangiare una crêpes a via Fabio Massimo, ti portano dei regali all’interno dei quali nascondono bigliettini d’amore che trovi solo dopo anni e allora passi il pomeriggio con l’amica anche lei di Prati a dirle quanto era stato cretino il tale ragazzo che tre anni prima ti aveva scritto ti amo in un bigliettino che non hai mai letto prima di allora. Ma non vanno per sottintesi. Magari se li conosci in terza liceo ti portano a cena fuori, e poi diventano avvocati e allora li incontri durante le file al tribunale che sono amici di amici, ci esci in gruppo, poi lui ti manda un sms sul tempo, tu gli rispondi, poi un altro e poi la cena. Ma se la signora di Prati esce da Prati? Poniamo appunto che si sia “imbastardita” e che non sia un avvocato. Cosa succede quando si spezza una catena di tradizioni codificate e conosciute sin da piccoli? Che si ricevono avances. E a quel punto una si trova a trent’anni a dovere fronteggiare una situazione di emergenza che la spinge quasi a lasciare il lavoro, passando per diversi stadi di angoscia. Ma il mondo le cade veramente addosso quando sente quella domanda: “C’è qualcosa che devo sapere?” Una donna nel panico potrebbe rispondere in molti modi, ma una signora di Prati in preda al panico ha un solo modo: “Sei un’egoista!” La catena di telefonate arriva fino a Londra dove amiche con più esperienza sono in vacanza. Le soluzioni autoprodotte vanno dal “faccio finta di niente” al “ è meglio fare finta di niente”, mentre il fidanzato continua a dare consigli poco praticabili come “manda l’e-mail a tutto l’ufficio” e la sorella ricorda che forse è il caso di parlare al collega della sua splendida luna di miele appena conclusa con la moglie nuova di zecca. Nella sua testa c’è solo una frase terrorizzata: “ma quando mi sono fatta vedere il seno?” e 3 anni di psicoanalisi le rispondono: “un girocollo è un tuo diritto! Questa è molestia sul lavoro!” E la nonna le ricorda a 12 anni che dallo specchio esce il diavolo, mentre il fidanzato domanda se questo tipo è fico e l’amica a Londra non risponde anche quando la signora le manda un sms “Ti prego ti devo parlare! Contattami appena puoi”. Ma l’amore trionfa: “Se non gli rispondi e fai finta di niente lui è legittimato a riprovarci e magari poi tu ti ritrovi in una situazione ben peggiore: a scostarti da un bacio o ti ritrovi una mano sul sedere, e allora sì che è imbarazzante…” All’idea della mano sul sedere che lei non saprebbe togliere prima di essersi domandata: “Sarò scortese?”, decide di trovare una soluzione: in fondo al liceo era brava nei temi e nell’estate tra prima e seconda liceo aveva letto D’Annunzio e risponde: “Grazie, ma non è un argomento di conversazione.” Incerta chiede conferma alla sorella che approva, sempre precisando che secondo lei dovrebbe ricordargli della luna di miele alla quale lei ha contribuito con un beauty case di Oliviero Martini, e al fidanzato che sentenzia “Io non sarei stato così accondiscendente, ma va bene.” Quello che rientra nella normalità dei rapporti quotidiani tra uomo e donna, quello cioè che per chiunque è routine, si trasforma in tragedia e, si sa, nei momenti di tragedia ci sono dei caratteri che si erigono forti e vigorosi, che affrontano il dramma, il problema, senza abbassare lo sguardo e senza cercare il fard nella borsetta; ma poi, superata la tragedia con successi inaspettati, eccolo lì: il crollo. Il passaggio è molto semplice: una signora per reagire ad un evento decide di utilizzare schemi diversi da quelli eteroposti, da quelli cioè con i quali è cresciuta, e la risposta non può che essere quella di chiudersi nel tradizionalismo più assoluto, di rifugiarsi nell’unico comportamento che accomuna tutte le donne in una situazione disperata, in quell’atto che i maschi, non ostante tutto, ancora non riescono ad ignorare: il capriccio. Ebbene sì, spesso, quando si trasgredisce in maniera così evidente alle regole, quando ci si spinge più il là, molto più in là, si sente il desiderio di accoccolarsi per un po’, di rintanarsi, cioè restare nella tana. La tana della tradizione. La tana delle cose che si conoscono. Sotto Natale. Così, come due più due fa quattro ed il sole sorge ad oriente, a Natale il capriccio “non mi fare comprare da sola tutti i regaliiiiiiiiiiiiiiiiii” scalfisce anche il no global più agguerrito (anche perché, diciamola tutta, il “mi nascondi qualcosa?” ancora brucia sotto forma di senso di colpa). Ma la signora di Prati, che comunque è uscita da Prati e ha superato così brillantemente una prova di vita lo sa, sa perfettamente che un così colossale passo indietro non sarebbe ammissibile: e allora al bando via Cola di Rienzo! via Condotti! corso Vittorio! Campo de Fiori! No! I regali di Natale si fanno nei negozi all’ingrosso dei cinesi: spesa minima, spreco pari a zero, fantasia cavalcante e soddisfazione incontenibile. Fino alla prossima amica che dice “I cinesi ci mangeranno vivi. Hanno comprato la De Longhi, 670 dipendenti verranno licenziati.”

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