COSI’ GIOVANE E GIA’ ATEO
di Elio Paoloni
L’altra sera sono andato a vedere La bottiglia vuota di Moni Ovadia. Contentissimo della banda di zingari e dei suoi canti con la chitarra (certe modulazioni mi ricordavano curiosamente vecchie canzoni di Domenico Modugno, quelle più "siciliane"), incantato dalla sua finta filologia (la chiamo finta perché il racconto che fa delle "Letture" non ha nulla di specialistico e pignolo ma è funzionale alla dichiarazione d’amore per il canto) e dalla sua costante attenzione per l’uomo, per i mistici, per il divino.
Ho dovuto chiedermi però perché mai senta il bisogno, in apertura, di dichiararsi ateo e di riportare la battuta di un cabarettista (credere in Dio è una parola troppo grossa: diciamo che lo stimo). Ha paura di venir tacciato di spiritualismo, o ancor peggio di proselitismo? Ovadia è impregnato di religiosità, o almeno di un senso del sacro, che cerca di trasmettere per quasi tutto lo spettacolo. Ma sente il bisogno di rammentarci, spesso con barzellette da bar, che "sono solo canzonette". Essere spirituali è politicamente scorretto? O non consentirebbe di catturare una quantità sufficiente di spettatori? Se lo scopo è quello di mettere insieme uno spettacolo che vada bene per diverse fasce di pubblico, il risultato non viene raggiunto: ho parlato, dopo lo spettacolo, con due signore. Una era stata respinta dagli abbassamenti di tono e l’altra non era stata strappata alla noia indotta dalla colta spiritualità neppure dall’aneddoto del "Giulietta è ‘na zoccola" della sorniona tifoseria napoletana.
Come scontentare tutti, insomma.
Credo alla necessità dell’ironia, ma l’ironia è freddezza, distanza, riflessione. Non è ammiccamento, complicità. Anche la freddura fa riflettere, certo, ma non la puoi infilare dove capita. Nessuno si sogna più, Bloom a parte forse, di separare nettamente l’alto dal basso, però bisogna comprendere cosa si vuole esattamente ottenere: uscire dal teatro senza aver capito bene a cosa abbiamo assistito potrebbe essere l’effetto di uno spettacolo nuovo e sorprendente, il segno di un’ambiguità che è componente necessaria di ogni opera d’arte, ma in questo caso mi è sembrato il risultato di una vigliaccheria.