The FK experience

January 8, 2005

LA PRIMA E ULTIMA VOLTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:22 pm

di Vins Gallico

(Ricevo e pubblico questo racconto dell’amico Vins, del Collettivo “Stern 26″ - tra i miei link. Buona lettura. M.U.)

C’è chi dice che la Patria sia dove sei nato, altri dove ti riconoscono e altri ancora quella per cui vorresti morire. Non so cosa fosse per me… so soltanto che adesso era venuto il momento di prendere una decisione.

Magari la Patria, quella colla P maiuscola, non c’entrava granché con quello che stavo per fare, anche se il Riciotti mi ripeteva in continuazione: - Va’ sulle montagne ch’ormai sei grande. Oppure giù con noi nei sotterranei ad aiutare gli altri compagni. Per liberare la Patria c’è bisogno anche di te.

E già: la Patria aveva proprio bisogno di un quattordicenne mezzo rachitico! Anche il Mancini, se ben ricordo, quando era caporione fascista - all’epoca che abitava sotto i portici - m’aveva detto che un giorno la Patria avrebbe avuto bisogno di me. Dio, la Famiglia e la Patria. Avevano tutti bisogno di me! A Dio però non mi sembrava gli servisse parecchio aiuto, quanto alla mia famiglia consisteva in mia zia Giusina che se la cavava benissimo da sé, mentre mia madre buon’anima era morta di parto e di mio padre, spedito a Cefalonia, non s’avevano notizie da mesi. Restava la Patria.

Il posto dov’ero nato però non c’era più, sotterrato dalle bombe, sfigurato, calpestato dagli scarponi militari e io stesso, quando guardavo la mia immagine spezzettata nei frammenti dello specchio che zia Giusina teneva sopra il comò, non riuscivo mica a riconoscermi, figurarsi gli altri. La guerra era iniziata quando ero un bambino e col tempo m’aveva stampato una maschera di paura sugli occhi.

Perché mi succedeva tutto questo? Per la Patria, per cui sarei dovuto morire?

Io non volevo morire, me la fifavo, eppure non potevo continuare a far finta di niente. Da quando avevano fatto il rastrellamento solo al pensiero il cuore mi batteva all’impazzata. La notte sognavo di come avevano caricato su un camion il ragionier Levi, sua moglie e loro figlio Samuele, il mio compagno di giochi, che da allora erano svaniti nel nulla. S’erano sentite delle strane cose in giro: dicevano che i nazisti li avevano ammazzati, perché pianificavano di far fuori tutti gli ebrei. E da allora m’erano venuti gli incubi – tipo una malattia – e mi chiedevo che sarebbe successo se ai nazisti gli fosse preso lo schiribizzo di ammazzare tutti i ragazzi come me?

Se oggi ci penso, davvero non so cosa mi spinse allora a fare quel passo, forse furono gli incubi.

Quando scesi nei sotterranei di San Petronio avevo il cervello fumante. Stavo cambiando la mia vita senza accorgermene.

Bologna nascondeva un labirinto sotto di sé, una trama fitta e tenebrosa di canali che s’intrecciavano in un paio di metri sotto l’asfalto. I partigiani usavano quei cunicoli per muoversi per la città, sotto la pelle di Bologna, per conservare armi e provviste, per preparare le offensive contro i nazisti.

Riciotti quasi non mi riconobbe in mezzo a quel buio, poi con una pacca sulla spalla e la sua voce rude commentò soddisfatto: - Ragazzo, finalmente.

Mi presentò gli altri che ci stavano intorno, il compagno Tizio e il compagno Caio, qualcuno dei compagni fece un discorso sulla Patria. Il freddo mi penetrava sin dentro le ossa, ma intanto gli occhi si stavano lentamente abituando all’oscurità e non facevo più caso all’eco di ogni parola rimbombata.

- Che gli facciamo fare al ragazzo?

- Il fucile no.

- Per i collegamenti su con l’aria aperta va benissimo.

Ognuno progettava il mio ruolo nella resistenza, io facevo finta di niente, poi qualcuno urlò: - Arrivano! - e l’aria si fece pesante.

***

Anche i nazisti avevano capito che per dominare Bologna bisognava prenderla dentro le viscere, dagli intestini, sin da laggiù. Schiacciarla sottosopra.

Avanzavano con due imbarcazioni a remi, noi eravamo già nascosti, tutti colle armi in mano tranne me. L’acqua della cloaca puzzava di piscio e di umidità e quell’odore mi invadeva le narici e la bocca senza saliva.

S’iniziò a sparare, per primi noi (cioè gli altri compagni, che io senz’arma non potevo sparare), i nazisti reagirono al fuoco come potevano. Uno alla volta caddero nell’acqua di fogna con tonfi secchi. Siccome a quattordici anni avevo già visto un sacco di morti ammazzati, non mi facevano impressione: erano lezioni di vita che impartiva la guerra.

Ma il Ricciotti che s’accasciò al mio fianco me lo ricordo ancora. L’avevano beccato alla pancia, a pochi metri da me, lui che continuava a sparare. Quando anche l’ultimo nazista fu colpito e cadde e si lasciò trasportare dalla corrente, i partigiani accesero le fiaccole. Il compagno Tizio s’avvicinò di corsa a Ricciotti ormai esangue. La sua voce rude avrebbe taciuto per sempre.

- E’ per quelli come lui che dobbiamo liberare la Patria – disse con le lacrime agli occhi.

Io pensavo ancora a liberare me stesso dagli incubi.

Fu l’ultimo scontro a fuoco a cui presi parte disarmato

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