The FK experience

December 9, 2004

VIVA LA FACCIA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:30 pm

"Ha visto dei buoni film ultimamente?" "No. Però rivedo spesso i film di Sam Peckinpah. Il mucchio selvaggio, Voglio la testa di Alfredo Garcia, Getaway. Quelli si che sono film con le palle, altro che la roba di oggi. Sa, ho conosciuto Peckinpah a Hollywood una volta. Un vecchio ubriacone, ma con me fu gentile. Non lo era con tutti, pare". "Cosa ricorda di quell’incontro?" "Gli confessai che avevo scopiazzato a man bassa dai suoi film. Lui mi guardò e rispose: ‘ Lo avevo notato anch’io’. Fine del discorso".

(Da un’ intervista allo scrittore americano James Crumley)

LA STANZA DAI DIVANI VERDI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:06 pm

di A.S.

(Torna Nonalzarsidalletto. Cinico, come sempre. Anzi, di più. Il suo, stavolta, è

un cinismo addirittura terrificante. Buona lettura. M.U.)

La stanza dai divani verdi è piena di fumo, i bicchieri di plastica sono pieni anch’essi, un liquido gasato d’un giallo torbido poco invitante all’apparenza. Birra, la chiamano. Otto mani stringono quattro joypad collegati a un multiplayer a sua volta collegato a una scatola nera, molto minimalchic. Playstation2, la chiamano. Quattro paia d’occhi seguono, su un vecchio televisore, i movimenti di ventidue piccole sagome che corrono dietro un pallone su un prato verde d’un verde brillante. Verde che nella realtà non esiste, le ventidue sagome non esistono, il pallone è frutto di qualche combinazione elettronica. L’urlo che lanciamo tutti e quattro quando il pallone che non esiste entra in una porta che non esiste è reale. Un sorriso, una sorsata di birra, una battuta, un tiro di sigaretta.

Succede proprio mentre appoggio il bicchiere di plastica sul tavolino di legno basso in mezzo alla stanza. Succede e dura tanti di quei secondi che sembrano quattro-cinque vite. Vivere quattro-cinque vite in pochi secondi è un’esperienza devastante. Quello che accade in quei secondi è devastante. Trema tutto d’un tremore irreale come il pallone appena entrato nella porta che non esiste. Nessuno dei quattro parla né pensa, nessuno dei quattro si rende conto di ciò che realmente sta accadendo benché tutti e quattro si sappia che è tutto maledettamente vero.

Buio, sospensione del corpo su un tagada di tessuto verde, rumori assordanti, di un’assordanza impensabile. Passati quei secondi che sembrano quattro-cinque vite ci rendiamo assurdamente conto di essere ancora assurdamente vivi. Quattro accendini illuminano i divani verdi e polverosi mentre una mano cerca a tastoni una torcia. La torcia fa una luce quasi bianca, così diversa da quella giallo-arancione degli accendini, la torcia dalla luce bianca diventa il nostro occhio. Quattro sguardi che diventano un unico occhio che tenta di squarciare un buio totale. I telefonini non funzionano e il buio assurdamente enorme è squarciato di tanto in tanto da boiati che fanno tremare il nostro sguardo di luce bianca. Non ci guardiamo negli occhi, non possiamo e non avrebbe senso farlo. Non avrebbe senso nemmeno parlare, tant’è vero che non lo facciamo.

Il nostro occhio di luce bianca si alza e fa una panoramica della stanza, tutto ha cambiato posizione, ogni cosa è stata spostata, la stanza dai divani verdi non è più lei, anche i divani si sono mossi. E noi con loro.

Siamo in una taverna separata dal resto del mondo da una porta di legno scuro con appiccicato su lo stemma della scuderia Ferrari, una piccola anticamera, una bianca porta di metallo pesante, un garage all’interno del quale riposano una Ferrari 512 TR, una Mitsubishi Evo VII, una vecchia 500 blu, uno scooter, una bicicletta, una catasta di legna, alcune foto appese alle pareti. Il mondo, quello vero, sta poi oltre la porta telecomandata di questo garage. Aprire la porta telecomandata e bloccata di un garage, con un solo occhio di luce bianca, può apparire un’impresa titanica, soprattutto per quattro sfaccendati come noi. La disperazione, però, è un sentimento umano che può spingere anche quattro sfaccendati a compiere imprese titaniche.

Fuori, il mondo o, per meglio dire, il mondo che conoscevamo, non c’è più. Difficile spiegare qualcosa di assurdamente reale ma che non esiste. Come nella stanza dai divani verdi, tutto ha cambiato posizione. Le case non sono più case, crateri, fiamme, smottamenti, fili elettrici che vibrano come serpenti emettendo sibili e scintille, scoppi in lontananza. Le macchine fuori dal garage sparite, saltate come cavvallette chissà dove, al loro posto carcasse semicarbonizzate di altre auto, parcheggiate anch’esse chissà dove e finite davanti ai nostri occhi inconsapevoli. Il buio non è più totale, scariche di scintille come lampi illuminano quella surrealtà condita dalle fiammelle arancioni di diversi incendi piccoli e grandi. Il nostro occhio di luce bianca si spegne. Lo smarrimento è totale, non c’è anima viva che popoli quel vuoto, quel mondo che mondo più non è, quella realtà assurda non può essere condivisa con noi da alcuno.

Improvviso, come uno strato di panna aggiunto da mano sapiente sopra il pan di spagna di una torta fin lì poco allettante, ci invade una sensazione di estrema libertà, tutto ciò che avevamo sino ad allora sognato è diventato realtà: la distruzione di quel mondo assurdamente tanto odiato era avvenuta in pochi secondi. Potevamo godere di quella gioia in assoluta tranquillità, senza timore di essere disturbati, tacciati di mancanza di umanità, di logica, di cuore, di sentimento. Solo noi e il mondo, finalmente depurato da tutte le brutture che lo avevano sin lì popolato. Non era stata la guerra a ripulirlo come speravano i futuristi, un terremoto devastante, pochi secondi e una scura era calata su qualsiasi essere, animato e non, riducendolo a polvere, brandello, scintilla, materia carbonizzata. Tutti tranne noi, quattro fortunati. Un sorriso beffardo si dipinge sui nostri volti sempre più consci del privilegio che ci è stato accordato. Quasi automaticamente, senza parlare, iniziamo a camminare tra le macerie, i crateri e gli orridi creati dallo sconvolgimento totale della terra.

Siamo diretti verso un grande negozio poco distante, un grande negozio che affaccia su un piazzale dove, ogni sabato sera, consumavamo una piadina e una birra battendo a terra i piedi per il freddo, un freddo strano, polare, penetrante, che ogni sabato sera invadeva il piazzale su cui si affacciava il grande negozio. Sappiamo cosa c’è nel negozio, per questo non parliamo ma camminiamo, saltiamo, ci sosteniamo per superare gli ostacoli. Nel breve tragitto, la prima impressione avuta, si conferma ancor di più: niente ha resistito alla devastazione. Una volta arrivati al piazzale ci rendiamo conto che l’asfalto che abbiamo calpestato tante volte per cercare di mettere in circolo il sangue e difenderci dal gelo non c’è più. C’erano solo pezzi di cemento arrivati da lontano, scagliati lì da una forza sovrumana che aveva nel contempo sostituito la superficie della terra con le sue viscere più profonde.

Arrivati davanti al grande negozio scaviamo ferendoci le mani, due auto in fiamme alle nostre spalle facilitano il nostro compito. Il sudore cola abbondantemente, il freddo non esiste più, i nostri maglioni si inzuppano della nostra fatica, scaviamo per chissà quanto tempo fino a che io, privilegiato tra i privilegiati, vedo un riflesso blu. È quello che stiamo cercando. Urlo eccitato come un bambino davanti all’albero la notte di natale e gli altri tre sono al mio fianco cercando di aiutarmi a raggiungere il nostro sogno, il nostro riflesso blu.

Un nuovo urlo, disumano, riempie il silenzio di quel mondo che mondo più non è quando è tra le nostre mani. Lo accarezziamo come fosse un figlio, lo ripuliamo dalla polvere, io mi chinò per depositargli un bacio tenero, come mai avevo fatto. Il viaggio di ritorno è fulmineo. I serpenti di scintille si sono chetati, torrenti di acque di fogna solcano le tracce di quelle che sino a poche ore prima erano strade. Le nostre gambe si muovono veloci, già pienamente adattate a quella nuova condizione, a questo nuovo mondo incredibile fatto di distruzione e di felicità, la nostra.

Ritornati nel garage la luce bianca della torcia diventa nuovamente il nostro unico occhio, “finalmente” sospirano le nostre anime provate.

Un orgasmo, il primo orgasmo di adamo, la gioia della scoperta della ruota, il primo fuoco acceso da un protoumano, il primo passo di un figlio, la vittoria di uno scudetto dell’Inter, sensazioni indescrivibili. Tutto questo ci attraversa insieme ad una scarica di adrenalina quando ci rendiamo conto che tutto funziona alla perfezione: il generatore blu gira a pieno règime, la tv e la playstation sono accese, i joypad funzionano.

Ebbri di una felicità senza fine, ci lasciamo cadere stravolti sui divani verdi e riprendiamo a giocare, aspettando di morire.

December 8, 2004

UNA IGM CALDA CALDA…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:31 pm

Se volete farvi qualche risata "pensante" (?) perchè non andate su www.ellittico.org? C’è in rete da pochissimo una IGM (Intervista Geneticamente Modificata) di Fabio Viola al sottoscritto, calda calda. Ciao. 

LO SPETTACOLO DEVE ANDARE AVANTI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:24 pm

Intervista a Nicola Lagioia raccolta da Sergio Rotino

(Ricevo da Elio Paoloni e pubblico questa intervista a Nicola Lagioia fatta da Sergio Rotino, che tra le altre cose è stato curatore della rivista “Versodove”, definita la “corazzata delle riviste anni 90″. Questo post si aggancia al pezzo di Elio “Un capolavoro. Quasi” postato martedi 30 Novembre. Buona lettura. M.U.)

Ti abbiamo conosciuto nel 2001 col bruciante Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj, pura esplosione della forma-romanzo. Tre anni dopo ecco Occidente per principianti, che mi piacerebbe definire come “forma implosa” del romanzo, se non fosse per la sua compostezza – al di là della grande capacità lessicale e del potente dispiegamento di immagini e concetti – nella costruzione della storia. È bastato un lasso di tempo così risibile per un salto che scollega il tuo esordio narrativo dal tuo essere narratore oggi?

Ma guarda che in questi tre anni mi sono successe un mucchio di cose: ho fatto tre traslochi, letto qualche libro, scritto un romanzo che poi ho buttato, chiuso un paio di storie d’amore, ho iniziato a curare “nichel” per minimum fax e me ne sono andato (quando potevo, o quando venivo temporanemente scaraventato fuori dal grande ventre di Roma) un po’ alla deriva per le citta europee. Insomma, Occidente per principianti è venuto fuori da un’incubatrice che ha contenuto un po’ di tutto, un manicomio interessante al quale mi sono poi sforzato di dare una dignità letteraria. Per Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj volevi dire “forma esplosa”, vero?

Sì, per me è la frantumazione della forma romanzo, la sua estrema parcellizzazione.

Vedi, per come la vedo io, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj era un romanzo imploso, quasi aforismatico, più vicino a un haiku che a un quarto di bue. Occidente per principianti è un quarto di bue a cui spero che gli strumenti dello stile non abbiano tolto un po’ di bella sanguinolenza.

Bene, a quanto vedo ho inteso in modo diametralmente opposto i tuoi due romanzi. Ma a parte questo, è possibile ascrivere un simile salto nella scrittura al tuo lavoro in casa editrice, quindi al tuo contatto con l’establishment culturale (autori, editori, critici)? Oppure è dettato da un ripensamento?

Non il contatto con l’establishment culturale (frequento di solito personaggi abbastanza scassati che solo accidentalmente, e solo in certi casi, hanno la sventura supplementare di essere uno scrittore o un critico), e nemmeno il frutto di un serio e meditato ripensamento. Piuttosto una cosa spontanea nel suo sorgere, un movimento liberatorio che nasce dall’intestino e poi, quando la frittata è fatta, viene raccolto e messo in piedi con la tecnica narrativa, il mestiere e tutto quanto il resto.

Era comunque una trasformazione annunciata. Al “Ricercare” reggiano del 2001 avevi letto l’inizio di quel romanzo poi abbandonato, e già la tua scrittura si spostava su altri fronti. La stessa cosa si percepiva dai racconti pubblicati su giornali e antologie, dal “Corriere di Puglia” a Patrie impure a La qualità dell’aria. Eppure, ancora non riesco a capire il perché questa conversione a “U” stilistica, a parte la naturale evoluzione di ogni scrittore ecc.

Nemmeno io. Ma all’epoca del mio primo romanzo non avevo probabilmente ancora gli strumenti per mettermi a scrivere una cosa come Occidente per principianti. Ed è importante che io non li abbia acquisiti del tutto neanche oggi. Il fatto è questo: ogni volta che provo a scrivere un romanzo, non devo sapere di essere in grado di portarlo a termine. Devo provare a spingermi per territori mai frequentati prima, con la possibilità del fallimento che mi alita sul collo promettendomi, a capitolo chiuso, che con il prossimo capitolo tutto crollerà, la lingua non terrà, la struttura salterà, tutto il romanzo se ne andrà a puttane. Ci deve stare questo continuo conto aperto, tra me e il Fallimento. Un’apertura di credito reciproca. Scrivere Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj parte II, insomma, mi avrebbe annoiato parecchio.

Il 2001 è stato per te, in quanto persona e in quanto autore, un anno mirabile. Da quello che posso capire, ti ha portato all’abbandono del lavoro sommerso, alla pubblicazione del primo romanzo, alla cura di “nichel”, la collana di minimum fax rivolta agli autori italiani. Sei partito da questi elementi autobiografici per organizzare il materiale che sta alla base di Opp?

Guarda che nonostante il “Supercorallo” e la cura di una collana letteraria, la mia continua a essere la vita di un precario. È solo finito (grazie a Dio) il lavoro sommerso. Ma per il resto continuo a coltivare, di tanto in tanto, la nobile arte di farmi invitare a cena a spese altrui. Comunque, sì, una parte degli elementi utilizzati per Occidente per principianti è stato preso dalla mia esperienza di precario intellettuale e dalla frequentazione di precari che stavano peggio di me: registi itineranti senza soldi per comprarsi la pellicola, reduci di Castelporziano con le transaminasi alle stelle, grafici col vizio dello spaccio, intellettuali per scelta che però erano anche truffatori per necessità. Il libro è dedicato a loro.

Quando hai iniziato a scrivere Opp e quanto ci hai messo per completare la prima stesura? La leggibilità delle pagine – logico sia un fattore personale –farebbe pensare a qualcosa di vicino a un “buona la prima”. Ma non è così, vero?

Diciamo “buona la centodiciottesima”. La cartella Occidente per principianti presente ancora sul desktop del mio pc contiene centodiciotto file, tra appunti, scritture, riscritture, capitoli tagliati, aborti di ogni genere. Tra l’altro il buon Fenoglio diceva: «la più limpida e semplice delle mie pagine è il frutto di penosi e lunghissimi tentativi di riscrittura». Ecco.

Sì, ma in quanto tempo realmente hai chiuso la stesura del romanzo? E dopo quanto l’hai consegnato a Einaudi?

Sono stati due anni di lavoro molto duro. Quattro o cinque ore al giorno, inchiodato alla sedia davanti al monitor, saltando pochissimi giorni, e rifugiandomi di tanto in tanto da amici che squattavano in posti molto strani di Siviglia e di Parigi.

Paola Gallo, l’editor di Einaudi che ha lavorato con me, aveva letto le prime cento pagine del romanzo. Sulla base di quelle di mi hanno preparato un contratto. E abbiamo trovato una bella sintonia soprattutto quando da Torino mi hanno detto: “Questo ci sembra un romanzo importante. Non fissiamo una data di consegna. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Sarà finito quando sarà finito”.

Ma lo hai consegnato? Ti faccio questa domanda balzana, perché l’ottica dell’industria culturale non dà più la possibilità (pensa invece all’Arbasino di Fratelli d’Italia) di riscrivere un proprio testo e, quindi, di ripubblicarlo.

Non lo so. Per adesso ho solo voglia di buttarmi su storie e avventure completamente diverse. Spero che l’ideale prosecuzione o l’aggiornamento di Occidente per principianti, se mai ci sarà, vedrà la luce fra molti anni e avrà un titolo diverso. Insomma, un romanzo nuovo.

Fermandosi sulla prima soglia di Opp, al titolo, vengono in mente i manuali della Apogeo, quelli “for dummies”: manuali di consultazione per principianti che vogliono apprendere i rudimenti di una data materia. Come se l’Occidente, soprattutto il nostro Occidente italiano, andasse spiegato per step successivi, perché troppo complesso, impossibile da gestire in un blocco unico…

L’Occidente è un eye wide shut. Nel gioco di parole, “un occhio chiuso completamente spalancato”. Una dilatazione dello sguardo talmente abnorme e mostruosa da non permetterci di vedere più un bel niente. Il nostro approccio al problema, non può non essere quello di una matricola.

Nella prima parte del romanzo sembra di rileggere alcune pagine, per me attualissime, del Diario Notturno di Flaiano o della Vita agra e del Lavoro editoriale di Bianciardi. Ma come stile e come finalità mi sembra che questi due autori ti siano lontanissimi…

La vita agra l’ho amata moltissimo. Luciano Bianciardi l’ho amato moltissimo. Se qualche cosa è passata, ne sono felice. In fondo, col suo romanzo più importante, Bianciardi faceva vedere il “dark side” della Dolce Vita, il risvolto della medaglia. Io ho cercato di fare la stessa cosa in un’epoca che non è più quella della via Veneto sfavillante e delle cantine dei teatri off, ma qualche cosa – nelle apparenze – di molto più mostruoso, più grottesco, più disperato. La diversità di stile, credo, nasce anche da questo.

Proprio nella prima parte di Opp, in quella che titoli “Il contesto”, si ritrovano molte delle indicazioni politiche, e anche sociali e antropoligiche, di questi due scrittori sulla e contro la fauna “artistica” che popolava Roma ai loro tempi e che ancora la popola…

Sì, è vero. Come dicevo prima, Roma è un grande ventre pronto a inghiottire di tutto. Una città meravigliosamente appesantita dall’abbacchio, dal traffico e dal Bernini, il vero simbolo di questo luogo che nei secoli ha macinato e metabolizzato e confuso e conservato (!) di tutto: imperatori e flagellanti, sante e mignotte, miracolati e scalognati, yin e yang. È un maschile che non avrebbe scrupoli a giustiziare il proprio avversario se solo non fosse fiaccato da un femminile ninfomane.

Ma la critica alla spettacolarizzazione della Storia e dell’informazione, che è alla base di Opp, ti è venuta dalle tesi di Debord sulla società dello spettacolo, da un loro scavalcamento?

Più che le tesi (confesso di non aver mai letto neanche una pagina della Società dello spettacolo) mi ha influenzato l’inveramento delle tesi stesse: il mondo che abitiamo.

Nel libro di Alain Joxe, L’impero del caos, si citano le parole del generale Peters sulla Storia che non è più ricerca di informazioni, ma gestione dell’informazione. Il protagonista del tuo romanzo sembra ancora poggiarsi sulla ricerca, anche se involontariamente, mentre Michela Renzi della Lucilla, sua “datrice di lavoro”, è platealmente tutta spostata sulla gestione…

Al protagonista rimane ancora qualche traccia di umanità, che prova a difendere attraverso una ricerca che, purtroppo per lui, non sfocia né su epifanie né su crescite interiori à la Renzo Tramaglino e nemmeno su vere occasioni di fuga. Ma è ancora vivo, e vivo resterà fino alla fine del libro. È già qualcosa, perché Michela Renzi della Lucilla invece, “tutta spostata sulla gestione” come dici tu, non è quasi più un essere umano: è una macchina celibe.

Perciò il personaggio senza nome del giornalista ghost writer racchiude, ancora più di Zelda, l’aspetto romantico e “positivo” del romanzo, la possibilità di un riscatto e di un ravvedimento?

Sì. La mancanza del nome del protagonista testimonia la sua attuale impotenza, ma apre anche spiragli per un riscatto futuro. Riscatto che esiste a livello potenziale (è nello spirito più intimo del protagonista, secondo me) ma nel romanzo non c’è. Esiste nelle pagine non scritte. Forse esiste nelle pagine di un romanzo futuro.

Però nel “Contesto”, quando descrive la società culturale romana e quel che ne deriva, il ghost writer non sembra particolarmente arrabbiato, piuttosto ironicamente schifato. Ancora meglio: catatonicamente adagiato sull’orrore di quella società. Che poi è, compiacentemente, non solo la società della comunicazione, ma anche e soprattutto la società nel suo complesso. Non è una forte indicazione di complicità e di accettazione da parte sua? Passi l’eroe non proprio positivo, ma qui sembra una aperta dichiarazione di spalleggiamento.

Volevo un personaggio quasi completamente schiacciato dal mondo in cui aveva avuto la ventura di nascere e crescere: il mondo in cui esistiamo ci schiaccia e ci comprime con guanti di velluto che però sempre appartengono alle mani dei carcerieri. L’eroe del romanzo non è il protagonista, ma quella piccola sacca di umanità che nel protagonista riesce a salvarsi. Il mio giudizio su di lui è più che altro, come dicevo, un giudizio sospeso perché è la nostra generazione – a cui il ghost writer appartiene – a non essersi ancora riscattata. Voglio verificare, su di me e su chi mi circonda, se abbiamo veramente i numeri (e le occasioni) per farlo.

Curioso il passaggio in cui descrivi la riunione di responsabili ufficio stampa, capaci di farsi venire degli scrupoli sulla veridicità di alcuni documenti. Curioso perché l’ufficio stampa di solito non ha queste remore. In Opp, invece, è la macchina informativa a non farsi scrupoli, a pompare con tutti i mezzi, a montare l’albume dello scoop. Hai scelto un ribaltamento come questo per spingere sul grottesco la critica all’informazione?

Sì, credo ci sia molto di grottesco: una versione allucinata del futuro prossimo, forse. Gli uffici stampa di Opp sono l’ upgrading dell’ufficio stampa come lo conosciamo noi. Hanno capito, definitivamente, che si può veicolare qualunque cazzata, la verità, il suo contrario, quello che si vuole. L’importante è come lo si fa. L’importante è veicolare una notizia (qualunque essa sia), vederla gonfiarsi e poi esplodere nel firmamento mediatico. È un amore (perverso) che investe la dinamica più che la notizia in sé. Insomma, è un po’ la degenerazione estrema della vecchia faccenda del mezzo che è il messaggio.

All’interno di Opp, la Storia riprende a correre, e a ritorcere la spettacolarizzazione dell’informazione contro chi l’ha assunta come valore assoluto. Ecco allora scorrere i fatti dell’estate 2001 (che sembrano descrivere anche la parte per te patita come orribile di quell’anno): da Genova G8 all’11/09 di NY DC. Però sembrano accadimenti marginali per i protagonisti, come se le loro percezioni del reale fossero oramai talmente distorte, con pochissime possibilità di recupero…

Questa cosa degli eventi storici importanti (il G8, le Torri Gemelle) sepolti in un mare di frivolezza nasce però anche da un’esigenza poetica. La frivolezza sull’orlo del collasso, insomma, mi ha sempre affascinato (le serate danzanti sul Titanic; i pigionanti della Montagna incantata che continuano a mangiare torte Sacher a quattromila metri di altitudine mentre ai loro piedi si sta per scatenare la Prima Guerra Mondiale; Liza Minelli che balla nei locali di Cabaret mentre il nazismo si sta per impadronire di mezza Europa).

Vanno letti in questa direzione i riferimenti diretti e indiretti (comprese le citazioni da Noi non ci saremo e da Cronache marziane), ma sempre pessimistici, alla bomba sganciata su Hiroshima?

Hiroshima è la maledizione che il mondo libero si è portato dietro per cinquant’anni di relativa pace e resta il mito fondante della nostra epoca. I miti fondanti sono quasi sempre eventi traumatici, cataclismi che arrivano a stabilire un ordine o a creare una civiltà. Spesso sono anche azioni infami, vergognose (come nel caso di Hiroshima) che però proprio per questo vengono a dirci che il nuovo ordine non sarà retto da creature angeliche ma da uomini, esseri fallaci, armati contemporaneamente di infamia e di begli ideali. I paesi anglosassoni hanno come mito fondante l’assassinio/tradimento del re, l’uccisione del Padre (pensa a Shakespeare). Il nostro mito fondante (e questo viene a dirci molto sul carattere degli italiani) è imperniato invece sulla lotta fratricida tra Romolo e Remo.

L’Occidente novecentesco si fonda sul cataclisma atomico, una situazione in cui i “buoni” sono costretti a macchiarsi di un crimine orrendo. Questo perché, evidentemente, anche i “buoni” covano in sé un qualche tipo di male, di malattia. Pensa alle ultime, splendide pagine della Coscienza di Zeno.

Questa risorgenza della Storia non più come branca dello showbiz, ma come vero collante di quanto avviene nelle nostre vite, è la tua controtesi in Opp? È questo identificarla come possibile àncora di salvezza la chiave di volta di tutto il romanzo?

Sì, credo di sì. La Storia, per quanto traumatica, ci rimette di fronte a noi stessi, alle nostre debolezze, alle nostre responsabilità.

I personaggi che hai tratteggiato in Opp sembrano le versioni inconcludenti (viste oggi) di quelle già proposte da Bianciardi, e scusa se ricito questo autore. Lo spaccato che dai della precariarizzazione a vita di una fascia di popolazione “intellettuale” (ma è giusta questa definizione? non ti sembra troppo restrittiva?) che si posiziona anagraficamente fra i trenta e i quarant’anni è più o meno la stessa. Quindi i personaggi, se trasportati nella realtà, sono anche figure sclerotizzate all’interno di una macchina perfettamente collaudata, e che gattopardescamente cambia per non cambiare mai? Voglio dire, di questo stato nessuno ha colpe: i figli ripercorrono le orme dei padri, e così i figli dei figli… Una cancrena inarrestabile…

Purtroppo c’è una differenza, e non va a lustro dei miei personaggi. Il protagonista della Vitta agra va a Milano perlomeno con l’idea di fare la rivoluzione anche se poi rimane invischiato – e poi sconfitto – dalla macchina del “lavoro culturale” e del conformismo, dai rigurgiti del boom economico insomma. I protagonisti di Opp nascono già in un mondo apparentemente immodificabile. Ma, dal punto di vista squisitamente letterario, la catena inarrestabile di cui tu parli scorre in parallelo con l’esigenza dei romanzi scritti negli ultimi due secoli che più ho amato. Questi romanzi si domandano: come reagisce l’uomo calato in un determinato contesto storico e sociale? Come difende la propria umanità e la propria dignità? Che chances ha un curato dal cuore pavido nella Milano del XVII secolo? E la moglie velleitaria di un medico nella provincia francese dell’Ottocento? Abbiamo la rara capacità, decennio dopo decennio, di costruirci intorno un modo che di per sé è repressivo e castrante. Questa cosa (questa catena inarrestabile) deve essere indagata dalla letteratura. Il vero epicentro di una simile situazione, a mio parere resta però il dottor Bardamu. Il protagonista del Viaggio al termine della notte, sballottato da una parte all’altra del mondo senza capire perché, da una guerra a una catena di montaggio ai sobborghi di Parigi, preso in qualche cosa di mostruoso molto più grande di lui.

Passando alla struttura, Opp sembra ripercorrere la Leggenda del Graal: una preparazione al mistero e poi una cerca “epica” del sangue di Cristo, rivisitate in chiave moderna. Ovvero mettendo una delle icone moderne per eccellenza, Rodolfo Valentino, al posto dell’icona religiosa, e la sua presunta prima amante al posto della coppa contenente il sangue di Cristo…

Sì, una versione un po’ eretica della Leggenda del Graal, se si vuole, ma probabilmente adatta ai nostri tempi. Siamo passati negli ultimi secoli attraverso varie forme di trascendenza: l’ ordo ad unum medioevale, la gnosi, lo spirito mercantile settecentesco, le ideologie del XX secolo. Adesso sembra arrivato il turno della “Teocrazia audiovisiva”.

La seconda parte del romanzo, “Il viaggio”, più che ai vari “viaggi in Italia”, sembra il necessario sviluppo della tesi proposta nel “Contesto”: non è più solo Roma a essere allo sfascio morale e culturale, ma tutto il Paese. E chi vi abita non se ne accorge, oppure ne va fiero…

Torniamo alla faccenda dell’ eye wide shut. Se sei al centro del ciclone è difficile riuscire a capire anche di che sostanza sei fatto.

Andiamo marzullescamente sul personale. Perché da Bari, dopo vari giri per il Nord dell’Italia, decidere di stabilirsi a Roma? Cosa ti ha fatto propendere per la capitale (immorale) d’Italia e cosa ti ha portato a lavorare come ghost writer, a parte il semplice guadagnarsi la quotidiana sussistenza? In altre parole, scrivevi prima di laurearti in giurisprudenza, quindi hai soltanto scelto di appendere la laurea al chiodo e una città valeva un’altra?

Boh, questioni di semplice sussistenza per quanto riguarda il ghost writing. E sempre questioni di lavoro per ciò che riguarda Roma: a una fiera del libro di Torino di otto anni fa, incontrai l’editore Castelvecchi che mi disse: “abbiamo bisogno di un redattore. Perché non ti trasferisci a Roma?” Fatto. Entrato nel gran bordello. Ma un bordello offre parecchi spunti e suggestioni, no? Ho iniziato a scrivere mentre facevo l’università, e non ho mai pensato di intraprendere la carriera forense. Anche se studiare le materie giuridiche mi piaceva molto. Tutte quelle ore passate sui manuali. Un po’ mi mancano. Era quasi una condizione monastica.

Marzullo bis. Vedendo la linea editoriale di minimum fax e della collana che dirigi, non riesco a capire perché Opp sia stato pubblicato altrove. È un fatto di correttezza morale? Di “non si può fare, perché scorretto”?

No, no, nessuna correttezza morale. In queste cose la concepisco poco, la correttezza morale. Tanto è vero che il prossimo romanzo uscirà per minimum fax, e il prossimo ancora magari per Einaudi, chi lo sa? All’Einaudi ho trovato una editor meravigliosa (Paola Gallo, appunto) che credeva moltissimo in questo progetto, e con minimum fax la storia d’amore continua. Il fatto è che, da scrittore, mi sento libero di fare un po’ come mi pare, tenendo conto delle proposte che volta per volta mi vengono fatte. Sono tutti fidanzamenti, però. Sono tresche. Amour fou. Nessun matrimonio. In un matrimonio di questo tipo, l’editore dovrebbe fare la parte del maschio (offrirti una vera sistemazione) e lo scrittore portare in dote le sue opere d’ingegno. Vedi, quello tra D’Arrigo e la Mondadori fu un matrimonio serio (ti passiamo un mensile finché morte non ci separi, e tu nel frattempo scrivi quello che ti pare). A me, una proposta del genere non me l’ha fatta mai nessuno né probabilmente accadrà mai. Quindi, da questo punto di vista resto una simpatica cocotte perennemente sulla piazza, molto tollerante nei confronti di chi saltuariamente mi mantiere a patto però che la tolleranza sia reciproca. Speriamo solo di non trasformarci in vecchie zitelle acide.

( Sergio Rotino)

December 7, 2004

SENTI CHI PARLA…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:54 pm

 

 

 

"Il talento è come la marmellata: meno ce n’é, e più lo devi spalmare".

(Paolo Crepet)

COMO, MADRID, L.A.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:38 pm

di Fabio Viola

 

( Qui a Milano oggi è Sant’Ambrogio. Non lavora nessuno. A parte me, ovviamente. Essendo festa patronale di Milano, pubblico un racconto del romano Viola, già apparso su Ellittico mesi e mesi fa. Il discorso su Beautiful e i suoi protagonisti, insomma, continua. Buona lettura e buon Sant’Ambrogio a tutti… M.U.)

 

Mentre lei parla dormo.
“Tu, come fai a farti un’idea, con tanto sovraccarico, tutto questo non detto… per capire le cose ti serve una capacità di astrazione inverosimile. Non lo so, mi sembra di essermi persa dei passaggi, un volantino in una pozzanghera, è un po’ così che mi sento, tu no?, mi vengono i brividi di freddo solo a pensare a un telegiornale, tutte quelle stupidità, te no?, non lo so cioè…”
Abbasso la gamba e sposto un braccio sopra la faccia, grugnisco.
“A esempio – ha la mania di non usare la d eufonica se le vocali da congiungere non sono uguali, nemmeno quando parla – ieri guardavo Centovetrine no: Vivere, era Vivere ed ero tutta là, proprio al completo, che mi chiedevo che senso avesse nelle soap rappresentare ogni volta suicidi fallimentari, mai uno che riesca ad ammazzarsi per bene, oh, arriva uno all’ultimo secondo che lo tira fuori, oppure si spara ma al massimo buca le mattonelle del bagno perché senza volerlo ha spostato la mano mentre premeva il grilletto, o la scusa è che il suo corpo ha lottato al posto suo per la vita, e ce l’ha fatta, la sua volontà non conta: se vuoi morire in una soap semplicemente non puoi farlo – molto spesso, parlando con me, è ossessionata, meglio: infastidita, urtata, dai divieti, reagisce intridendo i suoi discorsi di stizza – ma se vuoi farti saltare in aria in un mercato o su un treno non dico che hai un incentivo statale ma ci manca poco eh”.
Sto sognando qualcosa di molto statico ma anche violento, sono schiacciato bidimensionalmente su una striscia colorata, è un sogno-fumetto pieno di sangue. Lei parla e interagisce.
“Infatti! Ma come si aspettano che noi si creda – trovo dolce quel suo voler suonare arcaica, moderatamente – alle storie delle rivendicazioni degli attentati se arriva sempre e solo ciò che uno si aspetterebbe dalla complessità di desunto di una fiction?, dico: dov’è l’antagonismo dialettico, l’argomentazione, di bush e dei terroristi?, sono uguali!, oh, ma sono pazza io?, cioè: quello fa i discorsi e dice di essere il bene che lotta contro il male che manco, davvero manco Mister Fantastic del Dottor Destino l’ha detto (lì perlomeno c’erano in ballo traumi infantili, vissuti tragici) – vorrei dirle che un tale, in italia, afferma di essere l’amore che si oppone all’odio – e quelli stanno al gioco, fanno fuori duecento persone e poi ti lasciano un bigliettino con su scritto che noi vogliamo la vita, loro la morte, cioè: oh, io dovrei credere che mi si vuole legittimare nel mio vittimismo?, che il mio antagonista è un villain in piena regola, vuole la morte, non rivendica nulla a parte la goduria di aver massacrato gente innocente anzi no!: colpevole di esistere nel corrotto mondo occidentale, boh, a questo punto il nesso c’è, lo capisci?”
Ho un brivido di freddo, mezza coperta è sotto la pancia, con un balzetto di reni lamentoso mi copro meglio. Piacevole, il tepore.
“Sì, cioè, è ridicolo che esista questa discrasia di contenuti, io mi sento un’afasica eppure so che non sono scema, sarò faziosa sarò cinica sarò diffidente ma non la bevo. Tutti quei morti, dio, tutti quei morti, per un cattivo dei fumetti che in Unbreakable è più credibile. Oh aspetta un secondo che Fabio si è svegliato”.
“Non sono sicuro che stavo dormendo”, le dico con la bocca attufata, mi tiro su sui gomiti guardandomi intorno.
“Sono al telefono con Dani, scusa, ora chiudo”.
“Ah, salutamela, però senti, ti dico una cosa: per me è stato Ridge. A questo punto madrid l’ha fatto Ridge Forrester. Mi sembra plausibile”, dico frusciando la guancia sul cuscino, e chiudo gli occhi.
“Dice che è stato Ridge. A Ridge gli manca solo la madre, poi se l’è fatte tutte. Ma ti rendi conto che è più credibile questo di ciò che dicono al telegiornale? Veramente, il giorno che un personaggio di una soap si ammazza ed è morto davvero, nel senso che poi non torna, non resuscita, ti dico: quello è il giorno che la finzione ha superato la realtà, che poi la realtà è una fiction sceneggiata male”.
Negli istanti di passaggio tra il dormiveglia e il sonno mi capita di trovarmi in luoghi familiari e alieni, un salone vittoriano con le pareti gialle, l’Eur completamente deserto, in un bosco davanti all’incisione sulla corteccia di un pino, il cielo di una nuvolosità piatta e luminosa. Mi arrivano i suoni e le voci, ma sono esterni, si rifrangono, si perdono con il vento tra gli alberi.
Per non darmi fastidio Flavia si mette a sussurrare.
“Alla lunga ti senti impotente, sai che non potrai mai avere alcun peso. Quei beccamorti che fingono di credere al complotto arabo mi fanno pena, le facce seriose, la voce contrita, gli inni alla pace. Ma almeno Batman è un uomo che ha assistito alla morte dei suoi genitori, e il Joker è lo psicopatico che l’ha causata. Psicopatico, capisci? Si trucca come un clown e veste Jean-Paul Gaultier, capisci? Noi vogliamo la vita, loro vogliono la morte, tout court. Bene: allora mettiamoci a cercare i terroristi a Gotham City”.
Cammino tra gli alberi, sui fiori lilla acceso, seguendo un fruscio tra le foglie. Che sia un cervo?
“Dai ora ti saluto o Fabio si sveglia di nuovo, ‘notte Dani”.
Sento dei tuoni in lontananza, il cielo è filtrato da rami e fronde. Il buio si addensa come nebbia secca. Respiro profondamente e mi addentro nel bosco, calpestando le viole.

UN’ALTERNATIVA PRATICABILE?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:32 am

O preferite lei?

Potremmo spostare Ridge Forrester alla Difesa. E mettere Sally Spectra alla destra di Danny De Vito President. Fabio Viola ha fatto questa proposta, mi sembra sensata.(?) Una donna di peso per il futuro dell’America. Ma lascio a voi la decisione. Io, pilatescamente, me ne lavo le mani. Siate voi i giudici. Preferite Ridge o Sally come Segretario/a di Stato del futuro Presidente degli Stati Uniti d’America Danny De Vito? Io sono qui, disponibile a qualunque suggerimento…

E’ un dato di fatto incontrovertibile che Ridge Forrester potrebbe servire alla nostra causa. Ad appoggiare Prodi nella lotta elettorale che si scatenerà nel nostro Paese nel 2006. Siamo amici fidati dell’America ma teniamo molto anche a noi stessi. Non possiamo abbandonare Prodi e la sua Corazzata Brankaleonkin al suo destino, con Rutelli, con Fassino, con tutti gli altri. Senza, un’altra volta, Bertinotti… O no? Dall’altra parte spettacolarizzano la Politica? Dobbiamo combattere il nemico con le sue stesse armi. Dal ventre molle e marcio di Mediaset nascerà, forse, il leader che la Sinistra attende da anni, Ridge Forrester. E Sally Spectra, così avida di potere, fama e gloria, sarà sicuramente la donna giusta per Danny De Vito. Una Sally finalmente democratica, una Sally che abbandonerà i lustrini  e le paillettes dell’alta moda americana per gettarsi a corpo morto (diciamo così) nella partita a scacchi della politica mondiale.   

December 6, 2004

CAMPAGNA "DANNY DE VITO FOR PRESIDENT". IL SEGRETARIO DI STATO.

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 7:29 pm

Eccolo, un altro uomo nuovo per l’America. Accanto al possibile presidente Danny De Vito. Per la nostra campagna "Danny De Vito for President" iniziata martedì 16 novembre. Quest’uomo, dicevo, il virtuoso dell’incesto destrutturato Ridge Forrester, beautiful per antonomasia. Il Segretario di Stato ideale. Un uomo dalla pazienza eccezionale (dimostrata in anni e anni con la sua Signora Madre Terrifikarum, con la gattesca in calore aggiunto Brooke Logan, con Daddy Eric Tartarugone ecc.), dalla tinta d’acciaio nero. Il Big Jim della nuova politica americana. La risposta love me tender a Schwarzenegger, uno tutto chiacchiera e distintivo. E sigaro. Accanto al Piccolo Grande Uomo Danny De Vito noi, una volta terminato il mandato di Bush, vogliamo Ridge. L’ambasciatore dalla mascella assertiva. L’uomo che all’estero rappresenterà l’America. Il Bel volto della stessa. Un bell’uomo al posto di quella bruttona nazistoide di Condoleeza von Rice. Vogliamo un posto al sole per Ridge. Un posto al sole per vivere aspettando il domani, attraversando sentieri diplomatici. Tra un “vuoi bere qualcosa?” e un “mamma: io amo Brooke” e l’altro, Ridge Forrester (è questo il suo vero nome, non Ronn Moss) si muoverà sullo scacchiere internazionale con la sua dinoccolata andatura da post-piscina e pre-sauna o viceversa. Come presidente del Danny De Vito for President Italia vi prego quindi di appoggiarmi fin d’ora anche in questa battaglia. Quattro anni passano presto. Lottiamo fin d’ora per una politica estera americana guidata dal grande Ridge. Il manager dallo sguardo sognante dal quale tutte le segretarie (non di stato) vorrebbero essere “dettate”.

MISTERO E MALINCONIA DI UNA STRADA-DE CHIRICO 1914

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:57 pm
di Mario Bianco
 
Questa strada
cominciai a frequentare
quando avevo
quattordici o quindici anni;
non ci andai
mea sponte
mi ci trovai
fermo,
quasi obbligato a guardare
e ci stetti assai
rimirando la fuga di portici bianchi
a sinistra
e le feritoie della torre
ove essi hanno principio.
Ma, sopra ogni cosa,
stavo a decifrare
la figura di quella bambina
con il suo cerchio, in corsa,
( forse Adelina, quella che partì per l’America)
e la sua ombra
di identico colore
( non tornò più).
Stavo là,
cercando ansioso
di sporgere gli occhi
dietro quel tetro furgone
aperto e vuoto
da cui uscì forse
il leone
o una mia belva qualsiasi:
e il suo padrone
forse è quell’ombra
che pare aspettare
con quel braccio, in basso teso,
che guinzagli non reca,
la povera Adelina.
Il palo alto
che inasta in fondo, a manca,
un drappo rosso svolazzante
mi disse che
qua sta un vento
che questa sospesa scena
appena può sfiorare,
poiché il cielo verde di cobalto
e la meridiana
priva di gnomone
dicono che tutto qui è giocato
in un tempo
che non ha misure.

( 13.9.2000)

December 5, 2004

UNO STRANO SENSO DI MIGLIORAMENTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:29 pm

Il mese dei morti è così terminato. Da un po’ di spezzettati giorni. Ci ritroviamo per l’ennesima volta nel tunnel “natalizio”. Siamo-dentro-nel-tunnel-del divertimentoooo… Parafrasi caparezzica. Paralisi dell’intelligenza. Presto faremo fagotto infagottandoci e ci vestiremo da Babbi Natale. Spenderemo le ultime forze, gli ultimi soldi, le ultime gocce di sudore freddo. Ci daremo dentro, le mani ficcate dentro i portafogli-coccodrillo. Uno-due- uno-due. Cassaaa. Pagare, prego. Scontrini con beffardi “Arrivederci e grazie” stampati su per quella carta da pulircisi il culo. O “grazie e arrivederci”. O “grazie arrivederci”. O “arrivederci grazie”. Fanculo comunKue. Bancomat, carte di credito, contanti. Natale ci vedrà ancora una volta attorno a una tavola a sgranocchiare frutta secca, allo stremo delle forze. A strafogarci di carne, prima. A bere a tutta birra, durante. Non c’è salvezza alla festa della salvezza. Potremmo andare a stivarci in un’isola caraibica, nel sud più a sud e dipinto di sud del mondo, nello sfintere anale del fottuto globo pederacqueo, e sarebbe comunque Natale. Anche in Iraq. Anche in Iraq ci sarà un quarto d’ora di celebrità massmediata per festeggiarlo, il Natale. Tra le truppe. Tra una sparatoria e l’altra. Tra le fucking bombe. Tra gli ammazzati ammassati. Tra gli Integralisti Islamici che ci vogliono morti. Il Natale sarà dappertutto, inutile tentare di farvi fronte. Abbandonarsi al Natale e lasciarsi andare è tutto quello che si può. Passivi, in attesa che tutto passi. Ancora una volta, faremo la festa al tacchino. O al cappone. O a quel capitone che ci pare. Tutto per devozione. Ancora una volta, festeggeremo la nascita di Dio. Ma penseremo a tutt’altro. Di Dio non ce ne fregherà che poco, immagino. Io di Dio me ne frego soprattutto a Natale, per esempio. Magari qualcuno pregherà, qualcuno meno smemorato di me. Qualcuno che ci crede ancora, perlomeno a Natale. Io preferisco crederci, in Dio, quando sono veramente, duramente, con le spalle al muro…

Strano: il Natale scorso, dopo tantissimo tempo, sentii qualcosa, proprio la sera della Vigilia, che mi turbò benevolmente. Era la sera dell’attesa. E una pace inattesa mi pervase. Come quand’ero piccolo e attendevo i regali di Gesù Bambino. Mi sentivo dentro di me, al completo, come poche volte mi capita. Non ero ubriaco. Non m’ero fatto una canna. Ero lucidissimo. Mi sedetti al desco familiare, mangiai e bevvi senza esagerare. Sentii uno strano silenzio. Un silenzio lucente. Tutto taceva, splendidamente. Sentivo il silenzio di Dio, quasi. Forse. Chissà. Mi vennero le lacrime agli occhi. Guardai la mia famiglia. Negli occhi. Gli occhi della mia famiglia sono quattro. In tutto, cioè me compreso, sei occhi che si guardavano sorridendo l’uno negli occhi dell’altro. Non mi sentivo così bene da anni e anni e anni.

Durò poco. Fin quando non terminò l’attesa.

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