The FK experience

December 21, 2004

REGALO DI NATALE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:21 am

Non so cosa regalarmi per Natale. Un libro, direte voi. E che me ne faccio? Ne ho fin troppi, soprattutto da leggere. Un bel cappotto da gangster? Non è una cattiva idea, magari con quello indosso vado a farci una rapina in un supermercato stracolmo di primizie della Bauli. Un lettore DVD me lo compro di sicuro. Ma si, ci sono sempre i libri, comunque. A pensarci bene, anzi benissimo. Li compro a Natale e magari li leggo a Pasqua. O addirittura sotto l’ombrellone. Vediamo, cosa potrei acquistare in libreria? Un nuovo romanzo di Lidia Ravera, per esempio. E se avesse scritto e pubblicato “Porci con le ali 30 anni dopo”? O magari il seguito di quel suo romanzo – di cui non mi ricordo il titolo anche perché non l’ho letto – ispirato alla storiaccia, diciamo così, di Novi Ligure? Perdio, perché perdere tempo a scrivere raccontini pulpici per internet come faccio io – con 10 anni di ritardo, si, ma io sono uno sperimentatore protopostdadaista, questo bisogna dirlo- quando il pulp lo si può comodamente pompare dalla cronaca nera? Qualcuno ha idea di scrivere un romanzo ispirato all’affaire Cogne? Oddio, rischio di fare la figura del disinformato, magari un epigono della Ravera s’è già attivato in tal senso e io non l’ho ancora saputo. Se no, a parte il libro di Sergio Endrigo abbondantemente pubblicizzato anche su queste colonne, si potrebbe pescare nella narrativa sanremese più in voga. No, non sto parlando di Italo Calvino, sanremese di origini. Sto parlando dei sanremesi dell’ugola. Possibile che ViniCIUS Capossela non abbia pronto un nuovo pastiche – accio? Lui non è uno da Festival, dite? Gia, è vero, lui è uno da Premio Tenco, scusate tanto e noblesse oblige. Scrive proprio con una gran bella voce. Una voce roca che scorre scatarrando sulla pagina. Vediamo ancora: Gino Paoli potrebbe uscire con una strenna. O l’ha già fatto? “Sapore di rane”, un romanzo ambientato tra le risaie del Pavese? Oppure… Ah si, che fine ha fatto l’eterno giovanotto Iovanotti? Non aveva scritto un libro anche lui, tempo fa? Dov’è l’opera seconda? O eventualmente terza? Dov’è la Pivano? Hem si rivolta nella tomba? E Faulkner che fa? Quello, se lo viene a sapere, nella tomba si spara direttamente con un Winchester 73. Anzi no, dati i precedenti in vita, a spararsi nella tomba ci vedo viceversa l’uomo di “Addio alle armi”… Forse Ferlinghetti no, lui uno come Iovanotti l’avrebbe pubblicato in ciclostile. Dall’urlo di protesta di quell’altro, come si chiamava?, Ginsberg?, all’ urlo positivo di Iovanotti. Basta la protesta: come una volta, nei vecchi Carosello- grazie all’attore Tino Scotti- bastava la parola. La parola Falqui. Il confetto per andare di corpo.

Insomma, a Natale vorrei tanto leggere il romanzo di un cantante. Ligabue a che punto è? Lui scrive solo in certe notti, mi sa. Quando non canta e non suona. Ma è un’ottima persona, questo si, un bravo cantautore. Certo, anche mia zia è un’ottima persona, però non pubblica libri. Mah, in effetti dovrei chiederle perché non lo fa, una volta. Magari scrive un paio di libri epocali e poi si ritira come Salinger. Oltretutto non canta nemmeno, mia zia. E’ strana, questa cosa, veramente. Comunque c’è sempre Vasco. Lui è un uomo di pensiero, ha già esordito nelle Patrie Lettere. E si mette la bandana come Berlusconi. D’altra parte i trasgressivi si bandano… A parte quell’altro scrittore di vita vissuta, come si chiama? , ah si, Franco Califano. E ad attori come stiamo messi? Beh, Faletti l’attore non lo fa più, e poi le copie sono copie, carta stampata canta. Lui fa lo scrittore molto sul serio e anche abbastanza bene, cioè con ironia. Certo, l’ironia lui ce l’ha sempre avuta, soprattutto ai tempi di Vito Catozzo. Ma Faletti è un’eccezione. O no? Ma si, gli altri, tutti quanti, sono veri artisti a trecentosessanta gradi, l’importante è esprimersi. Perché c’è tutta questa urgenza di dire. E dico io, a proposito: Peter Falk dipinge ottimi quadri, perché in America non gli fanno scrivere un bel giallo? Con l’esperienza che deve essersi fatto in 30 anni di “Tenente Colombo” lui un giallo lo scrive ad occhi chiusi. Cioè, volevo dire ad occhio chiuso. Magari poi vai a scoprire che i gialli li scrive davvero. Come George Kennedy, vecchio attore hollywoodiano, uno dei migliori vilain del cinema classico, c’era anche in “Quella sporca dozzina”. Lui partorì alcuni gialli abbastanza decenti, dico davvero, li lessi pure. Collana Giallo Mondadori. Secoli fa. Insomma, c’è spazio per tutti, siamo decisamente al venghino siori VIP. Vi prego, aiutatemi a trovare una strenna libraria scritta da uno che non è uno scrittore mentre sto pensando a quale cappotto comprarmi. O a quale lettore DVD. Natale è terribilmente vicino e ho bisogno di consigli di lettura di un certo peso, non voglio arrivare in libreria all’ultimo momento e trovarmi di fronte, dentro scaffali semivuoti, ai soliti libri di letteratura dei soliti scrittori che, poveri scemi, nella letteratura ancora ci credono.

December 20, 2004

MARILYN

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:56 pm

di Pamela Canali

 

(Torna Pamela Canali con una poesia sulla grande diva hollywoodiana. Con l’occasione segnalo che il libriccino di Pamela "Storie e segreti" - questo è anche il nome del suo blog- è in vendita da pochissimo su www.jumper.it, assieme a quelli di altri bravi scrittori della rete. Buona lettura. M.U.)

 

Nell’infanzia oscura era il segreto

del tuo desiderio. Nel tuo desiderio era il segreto

del destino. E’ il mio sogno, e forse di tutte essere amata

come tu desideravi essere amata e non basta mai l’amore

e non basta mai il segreto apprendimento

della seduzione. Non è del corpo, è dell’anima

il segreto, è di movenze morbide, illanguidite

dalle carezze che non bastano mai.

Tutto l’amore e l’ammirazione

del mondo non bastano a schiarire

le tenebre dell’infanzia.

December 19, 2004

IL VINCENTE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:55 pm

di Ipno

 

(Ipno- tra i miei link- è un amico e a mio parere scrive davvero bene. Ripropongo qui - con la sua autorizzazione- un suo recente post. Buona lettura. M.U.)

 

" Per alcuni anni, da ragazzino, pensai stoltamente che fosse giusto e onorevole essere ben disposti verso il prossimo.

Bastò poco, per fortuna, perché mi convincessi che essere ben disposti fosse più utile che giusto. Così mi applicai, severamente.

Al punto che ora, oggi, tocca agli altri essere ben disposti verso di me.
Sono ricco e giovane. Ho macinato chilometri in silenzio, ascoltato le confidenze dei miei clienti, abbassato il capo dove andava fatto e sono stato spietato quando ho agito da esecutore. In meno di dieci anni ho polverizzato tutte le posizioni intermedie. Non ho mai guardato in faccia a nessuno e ho usato tutto il mio potere per non arretrare di fronte a nulla, nemmeno alla vergogna, l’ostacolo degli stupidi, dei molli. La forza si misura dai risultati. Io sono passato attraverso le cose senza alcuno scrupolo, alcun rimorso: pensieri che rallentano, che minano le possibilità di riuscita. Ne ho avuti sempre pochi.

No, non è vero: ne avevo, ma ho imparato presto a soffocarli.

Non mi servivano. No, non è vero neanche questo: mi facevano male.

Ma chi soffre è un idiota. Soprattutto se persevera.

Tra qualche giorno sarà Natale. Mi godrò tutto: le mie figlie, mia moglie.

Ricordo quando ci siamo sposati, quella giornata perfetta. La rivedo entrare in chiesa. Era mai stata così bella? Pensai a quelli che tra le navate della chiesa mi invidiavano. Ce n’erano, di sicuro, e l’invidia degli altri mi ha sempre nutrito. Mi ha aiutato a farmi largo tra gli uomini. E a fare di me un vincente."

 

Quest’uomo, un giorno, mi ha sconfitto.

December 18, 2004

DUE POESIENONPOESIE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:52 am

di sEp

 

(Eccovi due esempi di "Spontaneous Poetry" di sEp. Buona lettura. M.U.)

 

RICHIESTA RIDICOLA

nel senso che quella ridicola sono io
si perché, ecco
come dire
da un po’
così, no
il mio computer,
questo in ufficio, eh
fa così
i cosi
i capricci, ecco
e non ridere
non apre ellittico
ed è, insomma
il colmo, no?
il colmo di qualsiasi cosa, direi,
il colmo più di tutto
del tipo "sai qual’è il colmo per?"
ecco, questo è di più
anche perché è in questi uffici che è nato ellittico
però ora no
non apre e cose così
però qui stampo
e leggo solo se stampo
e poi ecco
insomma, si
c’è anche che quindi
la cosa, lì
la pagina di markelo, ecco, si
me la visualizza male
e il link boh,
non li mette e quindi
io ti volevo dire, no
che per altri 30 minuti sono qui, ecco
e se tu,
proprio se così, insomma
ce l’hai lì
proprio a portata di mano
che proprio neanche, insomma
non è che, ecco,
mi va di disturbarti proprio,
si ecco
quindi

che mi mandi i racconti?

AUTOBIOGRAFIA IN UNA PAROLA

pelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapeland
ronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronape
landronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandro
napelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapela
ndronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandrona
pelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapeland
ronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronape
landronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandro
napelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapelandronapela
ndronapelandronapelandronapelandronapelandrona

come l’hai scopertooooooooooooooooooo?!?!

December 17, 2004

QUANTO MI DAI SE…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:39 pm

Mi piacciono certe sparate di Genna. Come quell’ultima sui Miserabili, quella su Sergio Endrigo. Un grande. C’è anche una petizione da firmare via internet. Perché l’hombre de Pola possa veder ristampati tutti i sui numerosi LP. Io ho firmato, Endrigo mi è simpatico e ha scritto alcuni ottimi pezzi, di sicuro una canzone molto bella, Io che amo solo te. Il suo libro in uscita dal titolo splendido (Quanto mi dai se mi sparo?) fu ampiamente pubblicizzato quando uscì una prima volta 10 anni fa. Se non ricordo male, Endrigo dovette andare fino in Svizzera per farselo pubblicare, ma le tivu ne parlarono a profusione. Non so se Endrigo sia la letteratura, anzi lo so. Non lo è. Magari, nonostante questo, il suo libro è un capolavoro, d’altronde i capolavori in Italia fioccano come la neve in Siberia. Certo, il titolo è incoraggiante. Ed Endrigo è uno che non si rassegna. In questo fa bene. Nonostante una fortunata carriera (non tutti hanno avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto con la gente giusta, vedi Casa Ricordi 1960) Sergione non ha voglia di mollare la presa. La letteratura in questo paese la fanno tutti. Perché lui no, in nome di Dio?

ALLA RICERCA DEL MINIMO COMUNE MULTIPLO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:50 pm

(riflessioni autunnali dopo un convegno sull’identità di genere)

 

di Annalisa Busato

 

( Annalisa Busato - di cui potete ammirare le gesta poetiche nel suo blog "Quasi Adatti", tra i miei link- è una psicopedagogista. Eccovi alcune sue riflessioni pre-natalizie in esclusiva. Buona lettura. M.U.)

 

Vengono in soccorso a questa mia rêverie pre-natalizia, in fuga dal festone obbligatorio e dal kitsch kundera-avvertito, alcune reminiscenze scolastiche.

Come facevamo a scuola a "semplificare" ?

Elidere è più facile, mi ricordo la soddisfazione di mirare, e poi tirare, lanciando quelle due sbarrette "eliminatorie" e perentorie… Ma per semplificare adagio e correttamente una complicata espressione?

E’ questione non da poco, perfino esistenziale.

Imperativo categorico era quello di "mettere insieme" frazioni diverse e cifre, in quelle lunghe e labirintiche maratone di calcolo minuto, dense di passaggi, dove in ogni riga era fitta di trabocchetti (prima moltiplico? prima sommo?). E si arrancava attentissimi ad un risultato finale sempre miracolosamente pulito (un piccolo numero intero, di solito…).

Che tormenti pomeridiani, sopra quelle espressioni. Si riscriveva ogni riga mirando costantemente e virtuosamente ad una progressiva riduzione “ad unum” di affastellate costruzioni a due o a volte anche a quattro piani… Una ricerca dell’essenziale, del pulito…. Sì, era un assillo ad alto valore simbolico. E cosa cercavamo?

Cercavamo il denominatore comune!

Ma quale? Il minimo? Il massimo?

Ecco rispuntare, ripensando ai discorsi fatti nel convegno sull’identità di genere, un piccolo e sofferto paradosso: il mcm (minimo comune multiplo) è un numero niente affatto minimo e invece il Mcd (massimo comune denominatore), pur con tutto il suo altisonante appellativo di “massimo”, finisce con il consistere quasi sempre in un 2, un 3, un 5 o poco più. Come si trova, dove si trova un denominatore comune: nel massimo o nel minimo?

Quali operazioni avvengono negli incontri tra persone, quando più individui si affiancano ciascuno con la sua particolare “cifra”, con il proprio quoziente specifico?

Quali operazioni avvengono tra le differenti individualità, tra le culture personali di cui tutti sono portatori, tra le rispettive “sfere” emotive? Quale nuovo e complesso territorio comune dovrebbe formarsi? C’è un contatto moltiplicativo o riduttivo?

E nel caso che nell’incontro di mezzo ci sia anche la diversità di genere, c’è qualcosa di ulteriormente specifico che accade? Avvengono forse in modo implicito delle preliminari “operazioni”, dato che l’identità è contraddistinta, fin dal nostro primo comparire al mondo, dalla appartenenza ad un genere?

Riflettiamo: abbiamo visto questi meccanismi in azione quando abbiamo partecipato, nelle istituzioni di cui facciamo parte, di

Gruppi solo “maschili”

Gruppi solo “femminili”

Gruppi misti paritetici rispetto ai generi

Gruppi in cui un genere prevale?

Era diverso il clima, e il tono?

Esiste una “cultura” maschile, come esiste una “cultura” femminile. Non ne faccio una questione di valore o di lotta, constato l’esistenza di differenze da non ignorare. Alle due situazioni corrispondono caratteristiche differenti di educazione, di etica, di senso del proprio valore personale, di assertività, ecc. Alla prima differenza, di genere, spesso si affianca quella culturale in senso etnico. Davvero, all’interno di ciascuna cultura/etnia, ci sono due mondi che vivono a fianco e non si fondono. Nell’incontro (se si vuole evitare il confronto e lo scontro) ciascuno tiene per sé parecchie consapevolezze e porta a confronto solo parti del proprio “territorio…”. Se non vogliono scontri, i due generi inscenano incontri ritualizzati, nel territorio limitato dell’intersezione tra le rispettive sfere.

INCONTRI PARZIALI… che restano nella zona ristretta del Massimo comune denominatore. E con le culture, non accade spessissimo altrettanto?

Ma proviamo a passare all’altra posizione, per ragionare lucidamente nell’altro modo.

Quando si incontrano più frazioni diverse (possiamo rappresentare ciò che portiamo ad un incontro come una frazione di ciò che siamo, no?), si può decidere di raccogliere i diversi valori sotto un minimo denominatore comune. Trovare una base comune, fondando una nuova e ampia “cultura” di gruppo, con un orizzonte non riduttivo ma generoso, senza restrizioni. Non è cosa da poco. Tutti si devono "ri-moltiplicare" e cambiare, in funzione del nuovo denominatore.

Proviamo a pensare alla costruzione di un terreno comune, passando per il minimo comune multiplo.

December 16, 2004

SEGNALAZIONE PULPICA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:25 am

 

 

Sono in rete, se ve ne puo’ fregare qualcosa, un paio di brevi racconti dell’Uffenwanken. Due recentissimi prodotti "pulpici" della mia officina. Uno è su Ellittico, s’intitola "Un discorso molto serio" e parla, diciamo così, di problemi di coppia. L’ altro è su Paroledisicilia (vedi tra i miei link- da poco la webzine ha una nuova veste grafica secondo me molto bella) della banda Mirci und Monasteri, s’intola "Serata in famiglia" e lì si spara proprio senza esclusione di colpi, è il caso di dirlo. Grazie per l’attenzione.

December 15, 2004

SEGNALAZIONE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:21 pm

Se non l’avete ancora fatto, andate a leggere su Carmillaonline o su Kinglear dell’amico Iannozzi il pezzo di Valerio Evangelisti "La forza del niente: il caso Fallaci". Pezzo straordinario. L’orgogliosa pasionaria del nullasfaccimme, la Céline da pappacolpomodoro dei poveri coglioni, la rabbiosa consumatrice di razzistico livore all’europea in diretta da New York ha ricevuto dall’Evangelisti la stoccata che aspettavamo da tempo. E’ una vergogna che in questo Paese Senza (una delle poche espressioni testosteroniche coniate da Arbasino) libercoli come quelli siano stati acquistati in così grande quantità, in quantità industriale. C’è del marcio anche in Italia, la verità è questa.  

LA TUA FETTA E’ PIU’ GRANDE DELLA MIA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:27 pm

di Elio Paoloni

 

(Recentemente, su queste colonne, si è dibattuto anche di colonialismo. Eccovi dunque un elettrico pezzo di E.P. sull’argomento. Buona lettura. M.U.)

 

Esilarante. Sì, sto parlando della lettura di seri lavori scientifici, e affermo che non mi sono mai divertito tanto in vita mia. La comicità non è involontaria ma non c’è stata neanche premeditata ricerca di accostamenti: è la Storia a essere comica. Deliro? Qualcuno pensa ancora che la storia sia rigoroso, geometrico, dispiegarsi di un disegno? Henri Wesseling mette in guardia dall’attribuire un senso che non sia circoscritto alla ricerca di un inizio o di una causa ( non possiamo parlare di un unico evento né di un’unica motivazione… la società non agisce secondo le leggi della meccanica… taluni atti possono essere definiti reazioni ad altri atti ma non in senso meccanico). La mentalità di un’epoca influenza le decisioni ma certi ordini di idee pur non mancando di logica non sono ovvii. Certe deduzioni (occorre dominare il Nilo per difendere l’Egitto) sono ovvie ma non ineluttabili. E se, coinvolti nell’orrore, quasi tutti concordiamo con Shakespeare nel considerare la storia "una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla", tuttavia, guardando un’epoca lontana, senza coinvolgimento emotivo o ideologico, succede che il prevalere della casualità e la bizzarria di alcuni attori trasformano i più drammatici degli eventi in una pochade.

La lettura di libri come "La spartizione dell’Africa, 1880-1914" ha scardinato tutte le mie solide – ancorché vaghe – certezze. E immagino che molti tra i non specialisti, anche quelli più acculturati e accorti, forse proprio coloro che usano fondare le proprie analisi geopolitiche sul colonialismo (per essere più precisi sui nefasti effetti del colonialismo) condividano il mio stesso bagaglio di luoghi comuni. Passerebbero pure loro di sorpresa in sorpresa.

Cominciamo dal titolo: spartizione. Non invasione, conquista, sfruttamento, men che meno colonialismo. Inizialmente (e per lungo tempo: a volte non ci fu altro) di questo in effetti si trattò: giochini geometrici condotti con incredibile spensieratezza su carte che definire geografiche sarebbe ridicolo. Matite e righelli si spostavano su candide superfici appena sporcate dal ghirigoro dei tratti finali dei fiumi, da indicazioni su montagne ipotetiche e su laghi dati per certi. Si era ancora all’hic sunt leones: questo Monopoli diplomatico fu giocato molto prima che si sapesse cosa si andava barattando, se in questi territori fossero presenti vegetazione o deserto, anime o solo bestie. Non ci furono vere conquiste, tranne in alcuni casi. Quelli che si ottenevano erano diritti di commercio: io navigo sul Niger e tu traffichi sullo Zambesi, l’Alto Nilo non si tocca se no mi inquinate quello Basso. Il fatto è che di quest’Africa lontana e costosissima (molti “ possedimenti” restarono fuor di possesso perché non c’era alcuna convenienza a impossessarsene) popoli e governanti non volevano sentir parlare.

Lord Salisbury, alla guida della politica inglese dal 1885 al 1902, non aveva interesse per l’Africa ( è stata creata per divenire una piaga del Ministero degli Esteri) ed era ben consapevole della casualità delle annessioni: “ lo studio assiduo delle carte geografiche è in grado di invalidare le capacità di raziocinio di un uomo”. L’Inghilterra, del resto aveva troppi antichi domini a cui badare. Molti ministri inglesi – che non avevano la possibilità di mandare soldati a garantire la sicurezza nelle “colonie” - finirono tuttavia per avallare le acquisizioni e difenderle nei congressi. Noblesse oblige (e poi non si potevano lasciare troppe aree di influenza ai francesi). E’ vero che si preoccupò di tenere sgombra (non si sa mai) una linea ipotetica quanto inutile tra il Cairo e Città del Capo (e, sempre perché non si sa mai, una in croce tra est e ovest) ma ci fu tirata per i capelli perché la rovina finanziaria dell’Egitto (che minacciava i crediti di tutta Europa) la costrinse ad amministrarlo direttamente. Tutto appare più subito che premeditato.

In quanto alla Germania, aveva un’Europa a cui badare. La Francia post Sedan, perdute l’Alsazia-Lorena e l’iniziativa industriale e commerciale, aveva più necessità di sfogo ma furono la marina e i geografi a inventarsi una vocazione coloniale che i capitalisti avversarono sempre (ancora nel 1914, solo un quarto degli investimenti nei domini subsahariani erano privati e tutti insieme non ammontavano che al 4% degli investimenti esteri francesi). Tranne alcuni governanti, nessuno voleva cacciar fuori un quattrino per queste imprese in perdita.

L’intero evento, dunque, fu affare di medi imprenditori e ufficialetti in cerca di gloria. Questa gente andava in giro a raccattare firme – si fa per dire – su concessioni di navigazione e commercio da quanti più capi tribù possibile. Si trattava di tribù stanziate lungo i fiumi ma si dava per scontato che gli accordi riguardassero il territorio sconfinato tutto intorno, sul quale nessuno dei firmatari aveva in pratica alcuna autorità, e a volte neppure conoscenze. Dopo di che, gli avventurieri giravano la cartaccia ai governi perché la sbattessero sui tavoli diplomatici. A volte andava bene, altre no. Cameron nel 1857 “annettè” una parte del Congo ma il governo inglese, ringraziando, rifiutò. Brazza nel 1880 fece altrettanto ma il governo francese rispettò la sua decisione e la fece propria. Il parlamento avrebbe anche potuto non ratificare il trattato ma lo fece. Le potenze avrebbero potuto rifiutarne il riconoscimento, come avrebbero fatto nel 1884 con il trattato anglo-portoghese, ma questa volta venne accolto. Così andavano le cose.

Altra sorpresa: la guerra più cruenta, la più terribile per i civili, fu una guerra tra bianchi, quella tra inglesi e boeri, sostanzialmente una guerra civile, perché le colonie olandesi erano in realtà popolate da moltissimi inglesi. Il lato comico della situazione, infatti, era che il governo inglese lottava per far perdere la cittadinanza ai propri sudditi (nella speranza che poi capovolgessero la politica delle repubbliche boere). Il casus belli non era solo futile, ma aberrante.

Verso gli indigeni, al contrario, si cercava di evitare le brutalità, dato che le motivazioni addotte per finanziare le missioni erano di tipo umanitario e le opinioni pubbliche non tolleravano notizie di eccidi (quando in Francia giunsero notizie sulla spietatezza della missione Voulet-Chanoin il governo fu salvato solo dal provvidenziale decesso dei due comandanti, dati per impazziti). I massacri, insomma, riguardarono più spesso gli invasori (investiti, volenti o nolenti, della “missione civilizzatrice”) che gli invasi (con l’eccezione dei metodi barbari e brutali che resero tristemente celebre l’operato tedesco in Africa Orientale). Le “conquiste” erano in prevalenza incruente e spesso fonte di ricchezza per le popolazioni locali.

Ma il capitolo più esilarante è quello dell’invenzione del Congo, ovvero del modo in cui un sovrano da operetta inventato qualche anno prima dalle potenze europee, privo di qualsiasi peso politico, finanziario, militare, riuscì a impadronirsi di un territorio grande due volte e mezzo l’Europa.

Non perdetevi per nulla al mondo l’intreccio di sospetti, gelosie, calcoli precisi e strampalati, visioni cortissime e lungimiranti che permisero non – si badi bene – l’annessione al Belgio, bensì l’acquisizione personale – tramite associazioni umanitarie che divennero poi imprese commerciali – da parte di Leopoldo II.

Il sovrano, dunque, ha voglia di un dominio, uno a caso. Solo dopo aver scartato Nuova Guinea, Formosa, Tonchino, Sumatra e persino l’America Latina si concentra sul Congo, organizzando una prestigiosa conferenza geografica a Bruxelles, per allestire basi alla foce del Congo, ovviamente allo scopo di organizzare opere filantropiche.

Ma un ufficiale francese in congedo straordinario, incaricato da un associazione privata di istituire postazioni atte “ ad approfondire le cognizioni scientifiche, diffondere il cristianesimo e combattere lo schiavismo”, pianta la bandiera francese da quelle parti e comincia a stilare trattati con i capi tribù. Ah, sì? Leopoldo fa preparare pacchi di formulari standard per i trattati e li affida al celeberrimo esploratore Stanley, che riesce a farne firmare centinaia. Sorge però l’ostacolo Portogallo, che vanta antichi diritti di scoperta. Gli inglesi aborrono il Portogallo, schiavista e monopolista, ma i diplomatici, di fronte al procedere dei trattati francesi, sono intenzionati a favorire il Portogallo (meglio un minuscolo Belzebù del diavolo potente che è la Francia). Che ti combina allora Leopoldo? Dichiara che nel SUO Stato Libero del Congo avrebbe imperato la libertà di commercio TOTALE. Per smerdarlo i portoghesi sbandierano i trattati di Stanley, grondanti clausole sui diritti esclusivi. E il sovrano, serafico: ho dovuto appunto esigere i diritti esclusivi per farne dono all’umanità intera. Ma proprio adesso la Germania comincia a metter becco nella spartizione: Bismarck ha dovuto ammettere che se nessuno può provare che le colonie siano utili all’impero, non si può nemmeno provare che siano dannose. In conclusione, però, anche ai tedeschi importa soprattutto che l’area non venga dominata da vere potenze. Perciò, anche se le pretese del belga erano fantasmagoriche (come se un’associazione con un paio di postazioni lungo il Reno tra Basilea e Rotterdam pretendesse la sovranità su tutta l’Europa Occidentale) le accettò.

Tocca convincere i francesi, che non temono certo lui (senza una marina, senza fondi, non sarebbe riuscito a mantenere il Congo) ma gli Inglesi, che avrebbero finito per impossessarsene. “ E io vi do il diritto di prelazione”! (il lato sbalorditivo: questo trattato non fu firmato con il Belgio, ma con il segretario di un’associazione che faceva capo al re. Il lato tragicomico: nel 1960, quando i belgi smobilitarono, De Gaulle fece presente la validità legale di quel diritto di prelazione). Ai francesi Leopoldo presenta una carta più grande di quella originariamente discussa a Berlino (comprendente il Katanga, che gli avrebbe regalato ricchezze minerarie enormi) ma quelli non fiatano: avendo il diritto di prelazione hanno interesse a che lo Stato sia il più grande possibile.

L’Inghilterra deve ancora approvare ma il trattato arriva al Foreign Office in agosto, con gli esperti di faccende africane in ferie (sì, sembra proprio una storia da ministeri romani). I funzionari presenti ritengono che la carta sia sempre quella del trattato di Berlino (nel frattempo di erano accumulati tanti di quei trattati, tanti di quei Congo, tanti di quei bacini del Congo e di quella associazioni del Congo che non si capiva più quale fosse la carta originaria) e ratificano.

E fu possibile aggiungere un altro evento storico nei manuali di storia”.

December 14, 2004

SULLA PALESTINA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:47 pm

di Riccardo Ferrazzi

 

(Poco tempo fa su queste colonne si è dibattuto sulla questione israelo-palestinese. Eccovi un pezzo di R.F., chirurgico come sempre, che rilancia il dibattito. Buona lettura. M.U.)

 

In tutta l’area geografica popolata dagli arabi le regioni fertili sono tre: la Mesopotamia, la valle del Nilo e la valle del Giordano. In queste tre regioni sono stanziate le popolazioni arabe più numerose, più antiche, più cariche di storia e di cultura. Non c’è da meravigliarsi se gli arabi vivono la perdita della Palestina come una tragedia. Non c’è da illudersi che si rassegnino a dividerla con altri.

Arabi ed ebrei dicono di discendere da Abramo, il quale ebbe Isacco da Sara (e da lui vengono gli ebrei), e Ismaele da Agar (e da lui vengono gli arabi). Questo precursore della “famiglia allargata” non si sa bene dove abitasse: era nomade e andava un po’ di qua e un po’ di là. Gli ebrei occuparono la Palestina molti secoli dopo, togliendola ai Cananei (nessuno sa chi cazzo fossero: si sa solo che erano lì e gli ebrei li hanno cacciati via). Gli ebrei provenivano dall’ Egitto, dove erano schiavi, ed è curioso notare come la storia si ripeta anche a distanza di millenni. Non si sa per quanto tempo gli ebrei rimasero in Palestina. Certo, non ci rimasero mai in pace. Una volta furono anche deportati dai babilonesi. Poi arrivò Pompeo che, con fine intuito, diede battaglia di sabato e sottomise la regione. Gli ebrei ci rimasero male e ruppero tanto i coglioni ai romani che nel 71 d.c. un imperatore incazzato li cacciò via dalla Palestina e li sparpagliò per l’impero.

A questo punto Markelo alza gli occhi e mi dice: “Fratello, perché mi scassi i marroni con le storie di quando Berta filava ?” E io rispondo: “Abbi pazienza, tovarich. Tu non ci crederai, ma c’è in giro gente crede che gli ebrei siano sempre stati in Israele, oppure che non ci siano stati mai, e ce ne sono anche di quelli che non ne sanno una beata fava. Comunque, per riguardo a te, vedo di stringere.”

Le tribù arabe, ancora nomadi e politeiste, ripopolarono la regione. A partire dal settimo secolo, organizzati da Maometto, gli arabi contesero la Palestina all’impero romano d’oriente con le armi e con la demografia. Gerusalemme era ormai una città araba: di ebrei ne erano rimasti pochi e le crociate non si portarono al seguito movimenti migratori. Nel quindicesimo secolo i turchi entrarono a Costantinopoli. Gli arabi (tutti quanti, dal Marocco all’Eufrate) furono sottomessi ai turchi per quasi cinquecento anni. A Gerusalemme c’era un governatore turco che non rompeva più di tanto, poche centinaia di soldati turchi e quaranta o cinquantamila cittadini arabi. Fino alla prima guerra mondiale Inghilterra e Francia non colonizzarono il Medio Oriente.

Intanto gli ebrei erano sparsi in Europa un po’ dappertutto, periodicamente perseguitati e mai visti di buon occhio. I re di Spagna li espulsero. L’imperatore d’Austria li confinò nelle zone di frontiera con la Russia, e altrettanto fece lo zar. Solo alla fine del diciannovesimo secolo un certo Herzl cominciò a propagandare il sionismo, cioè il ritorno degli ebrei nella terra promessa. Sembrava un povero illuso. Ma quando finì la seconda guerra mondiale e si scoprì la vergogna dei campi di concentramento, il sionismo diventò una cosa seria. Gli ebrei non volevano più saperne di stare in Europa e cominciarono a emigrare con ogni mezzo. Per convincere gli inglesi a mollare la Palestina ci vollero un paio d’anni di guerriglia combattuta INSIEME da arabi ed ebrei. Però gli ebrei erano ben messi dal punto di vista diplomatico e si sentivano moralmente in credito nei confronti del mondo intero; gli arabi invece non se li filava nessuno. Nel 1948 l’ONU sancì la nascita dello stato di Israele. Subito dopo la dichiarazione, i proprietari terrieri arabi furono sloggiati con le buone o con le cattive. Trent’anni fa un medico originario della zona di Haifa mi raccontò che la sua famiglia aveva dovuto lasciare casa e terre sotto la minaccia dei cannoni. Vero o falso, non lo so. Ma queste sono le versioni che circolano.

Da allora, tutti gli stati arabi circostanti hanno strumentalizzato la causa palestinese con l’idea di far fuori Israele e spartirsi il bottino. Questo era il piano di Nasser e di Assad. Non ebbero fortuna. Anzi, ne presero tante, ma tante, che ancora adesso gli scricchiolano le ossa. E dissero ai palestinesi: vedetevela un po’ voi. Il terrorismo nasce di qui.

Onestamente, Markelo, mettiti nei panni di un rais palestinese nel 1967 (dopo la batosta della guerra dei Sei Giorni), senza esercito, senza territorio, senza riconoscimento diplomatico. Cosa avresti potuto tentare di diverso ?

Come vedi, siamo ancora al dannato problema della somma zero: in politica la somma zero non funziona. Tanto Israele che i palestinesi hanno ottime ragioni per reclamare la stessa terra. Ciascuno ha validissimi motivi per lamentarsi dell’altro. Intanto il problema resta lì, incancrenisce, e il terrorismo dilaga.

Ora, con l’occhio dell’europeo che guarda dall’alto credendosi al riparo, si può anche dire che arabi ed ebrei non la raccontano giusta.

A cominciare dalla balla che gli ebrei avrebbero “trasformato il deserto in un giardino”. Intanto, il deserto non c’era: la valle del Giordano è coltivata da sempre. Poi, quando vai in Israele, vedi le campagne peggio coltivate del mondo. Se lo fai notare, ti rispondono: “Eh, cosa vuoi, noi ebrei siamo commercianti, non siamo mai stati agricoltori”. Invece i fellah egiziani sono agricoltori in gamba: lungo la desert road tra Cairo e Alessandria ogni anno c’è meno deserto e più terra coltivata, con filari di piante frondose a difenderla dalle tempeste di sabbia.

Ma queste sono quisquilie. Il guaio grosso è che Israele e Palestina sono e rimangono stati etnici nei quali non è neanche concepibile una convivenza su basi paritarie. Markelo, prova a immaginare una Knesset con un 50% di deputati arabi o un parlamento di Hebron con un 50% di deputati ebrei rappresentanti dei coloni. Non se ne parla nemmeno.

Ogni tanto qualcuno salta su a sostenere la vecchia favola che “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Sì, ma soltanto per gli ebrei. Milioni di arabi vivono in Israele, e non solo nei territori occupati, ma i loro diritti civili esistono solo sulla carta. Di fatto sono meteci, gastarbeiter, quarto stato. La vita democratica in Israele è segregazionista. Tanto per fare un esempio: la maggior parte degli uomini politici israeliani non si chiamano così come sono conosciuti. Portano nomi che si sono scelti al momento dell’elezione a deputato. I loro padri si chiamavano magari Goldsmith o Maier o Ferrara. Non so se è una legge scritta o una tradizione, ma dura dal 1948 e ormai è un obbligo. Ebbene: se Bar Ghouti o Abu Mazen si presentassero alle elezioni in Israele (e i palestinesi andassero a votare), per entrare alla Knesset dovrebbero cambiare nome ? Farsi chiamare Ytzak Coen ?

Ogni tanto qualcuno si indigna per la condizione dei campi-profughi a Gaza. Ha ragione. Ma è anche vero che i capi tribù palestinesi obbligano tutti gli appartenenti alle loro clientele a rifiutare gli indennizzi offerti da Israele per le case e i terreni confiscati. Ed è pure vero che i palestinesi hanno rifiutato di entrare nel sistema democratico di Israele (dove nel giro di trent’anni sarebbero diventati maggioranza) perché la loro dirigenza, cieca e imbecille, ha inseguito il sogno di “ricacciare gli ebrei in mare”. Chi è causa del suo male, verrebbe da dire, pianga se stesso.

Ora la (auspicata) ripresa della road map dovrebbe condurre alla creazione di uno stato palestinese confinante con Israele. Qualcuno si illude che questo significhi la pace, la fine del terrorismo ? Certo non Israele, che sta costruendo un muro (ti ricorda qualcosa, vero, Markelo ?) e sta “convincendo” i coloni a sbaraccare gli insediamenti. Non ci vuole molta fantasia per capire che i palestinesi useranno lo stato per organizzare meglio gli attacchi a Israele con tutti i mezzi, terroristici e non. Ma anche Israele non può pensare di vivere a lungo dietro un muro. Quello di Berlino aveva alle spalle una superpotenza ed è caduto ugualmente.

E allora ?

In realtà, l’unico modo per far convivere popoli diversi è l’integrazione. Ma il presupposto dell’integrazione è la tolleranza, una merce che in Medio Oriente è drammaticamente scarsa. Per quel poco che conosco arabi e israeliani, non posso essere ottimista. Finché vivrò, e ancora per chissà quanto tempo dopo la mia morte, non ci sarà pace in Medio Oriente. Potranno esserci tregue, ma la pace no. Tanto vale saperlo e attrezzarsi.

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