The FK experience

December 14, 2004

SULLA PALESTINA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:47 pm

di Riccardo Ferrazzi

 

(Poco tempo fa su queste colonne si è dibattuto sulla questione israelo-palestinese. Eccovi un pezzo di R.F., chirurgico come sempre, che rilancia il dibattito. Buona lettura. M.U.)

 

In tutta l’area geografica popolata dagli arabi le regioni fertili sono tre: la Mesopotamia, la valle del Nilo e la valle del Giordano. In queste tre regioni sono stanziate le popolazioni arabe più numerose, più antiche, più cariche di storia e di cultura. Non c’è da meravigliarsi se gli arabi vivono la perdita della Palestina come una tragedia. Non c’è da illudersi che si rassegnino a dividerla con altri.

Arabi ed ebrei dicono di discendere da Abramo, il quale ebbe Isacco da Sara (e da lui vengono gli ebrei), e Ismaele da Agar (e da lui vengono gli arabi). Questo precursore della “famiglia allargata” non si sa bene dove abitasse: era nomade e andava un po’ di qua e un po’ di là. Gli ebrei occuparono la Palestina molti secoli dopo, togliendola ai Cananei (nessuno sa chi cazzo fossero: si sa solo che erano lì e gli ebrei li hanno cacciati via). Gli ebrei provenivano dall’ Egitto, dove erano schiavi, ed è curioso notare come la storia si ripeta anche a distanza di millenni. Non si sa per quanto tempo gli ebrei rimasero in Palestina. Certo, non ci rimasero mai in pace. Una volta furono anche deportati dai babilonesi. Poi arrivò Pompeo che, con fine intuito, diede battaglia di sabato e sottomise la regione. Gli ebrei ci rimasero male e ruppero tanto i coglioni ai romani che nel 71 d.c. un imperatore incazzato li cacciò via dalla Palestina e li sparpagliò per l’impero.

A questo punto Markelo alza gli occhi e mi dice: “Fratello, perché mi scassi i marroni con le storie di quando Berta filava ?” E io rispondo: “Abbi pazienza, tovarich. Tu non ci crederai, ma c’è in giro gente crede che gli ebrei siano sempre stati in Israele, oppure che non ci siano stati mai, e ce ne sono anche di quelli che non ne sanno una beata fava. Comunque, per riguardo a te, vedo di stringere.”

Le tribù arabe, ancora nomadi e politeiste, ripopolarono la regione. A partire dal settimo secolo, organizzati da Maometto, gli arabi contesero la Palestina all’impero romano d’oriente con le armi e con la demografia. Gerusalemme era ormai una città araba: di ebrei ne erano rimasti pochi e le crociate non si portarono al seguito movimenti migratori. Nel quindicesimo secolo i turchi entrarono a Costantinopoli. Gli arabi (tutti quanti, dal Marocco all’Eufrate) furono sottomessi ai turchi per quasi cinquecento anni. A Gerusalemme c’era un governatore turco che non rompeva più di tanto, poche centinaia di soldati turchi e quaranta o cinquantamila cittadini arabi. Fino alla prima guerra mondiale Inghilterra e Francia non colonizzarono il Medio Oriente.

Intanto gli ebrei erano sparsi in Europa un po’ dappertutto, periodicamente perseguitati e mai visti di buon occhio. I re di Spagna li espulsero. L’imperatore d’Austria li confinò nelle zone di frontiera con la Russia, e altrettanto fece lo zar. Solo alla fine del diciannovesimo secolo un certo Herzl cominciò a propagandare il sionismo, cioè il ritorno degli ebrei nella terra promessa. Sembrava un povero illuso. Ma quando finì la seconda guerra mondiale e si scoprì la vergogna dei campi di concentramento, il sionismo diventò una cosa seria. Gli ebrei non volevano più saperne di stare in Europa e cominciarono a emigrare con ogni mezzo. Per convincere gli inglesi a mollare la Palestina ci vollero un paio d’anni di guerriglia combattuta INSIEME da arabi ed ebrei. Però gli ebrei erano ben messi dal punto di vista diplomatico e si sentivano moralmente in credito nei confronti del mondo intero; gli arabi invece non se li filava nessuno. Nel 1948 l’ONU sancì la nascita dello stato di Israele. Subito dopo la dichiarazione, i proprietari terrieri arabi furono sloggiati con le buone o con le cattive. Trent’anni fa un medico originario della zona di Haifa mi raccontò che la sua famiglia aveva dovuto lasciare casa e terre sotto la minaccia dei cannoni. Vero o falso, non lo so. Ma queste sono le versioni che circolano.

Da allora, tutti gli stati arabi circostanti hanno strumentalizzato la causa palestinese con l’idea di far fuori Israele e spartirsi il bottino. Questo era il piano di Nasser e di Assad. Non ebbero fortuna. Anzi, ne presero tante, ma tante, che ancora adesso gli scricchiolano le ossa. E dissero ai palestinesi: vedetevela un po’ voi. Il terrorismo nasce di qui.

Onestamente, Markelo, mettiti nei panni di un rais palestinese nel 1967 (dopo la batosta della guerra dei Sei Giorni), senza esercito, senza territorio, senza riconoscimento diplomatico. Cosa avresti potuto tentare di diverso ?

Come vedi, siamo ancora al dannato problema della somma zero: in politica la somma zero non funziona. Tanto Israele che i palestinesi hanno ottime ragioni per reclamare la stessa terra. Ciascuno ha validissimi motivi per lamentarsi dell’altro. Intanto il problema resta lì, incancrenisce, e il terrorismo dilaga.

Ora, con l’occhio dell’europeo che guarda dall’alto credendosi al riparo, si può anche dire che arabi ed ebrei non la raccontano giusta.

A cominciare dalla balla che gli ebrei avrebbero “trasformato il deserto in un giardino”. Intanto, il deserto non c’era: la valle del Giordano è coltivata da sempre. Poi, quando vai in Israele, vedi le campagne peggio coltivate del mondo. Se lo fai notare, ti rispondono: “Eh, cosa vuoi, noi ebrei siamo commercianti, non siamo mai stati agricoltori”. Invece i fellah egiziani sono agricoltori in gamba: lungo la desert road tra Cairo e Alessandria ogni anno c’è meno deserto e più terra coltivata, con filari di piante frondose a difenderla dalle tempeste di sabbia.

Ma queste sono quisquilie. Il guaio grosso è che Israele e Palestina sono e rimangono stati etnici nei quali non è neanche concepibile una convivenza su basi paritarie. Markelo, prova a immaginare una Knesset con un 50% di deputati arabi o un parlamento di Hebron con un 50% di deputati ebrei rappresentanti dei coloni. Non se ne parla nemmeno.

Ogni tanto qualcuno salta su a sostenere la vecchia favola che “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Sì, ma soltanto per gli ebrei. Milioni di arabi vivono in Israele, e non solo nei territori occupati, ma i loro diritti civili esistono solo sulla carta. Di fatto sono meteci, gastarbeiter, quarto stato. La vita democratica in Israele è segregazionista. Tanto per fare un esempio: la maggior parte degli uomini politici israeliani non si chiamano così come sono conosciuti. Portano nomi che si sono scelti al momento dell’elezione a deputato. I loro padri si chiamavano magari Goldsmith o Maier o Ferrara. Non so se è una legge scritta o una tradizione, ma dura dal 1948 e ormai è un obbligo. Ebbene: se Bar Ghouti o Abu Mazen si presentassero alle elezioni in Israele (e i palestinesi andassero a votare), per entrare alla Knesset dovrebbero cambiare nome ? Farsi chiamare Ytzak Coen ?

Ogni tanto qualcuno si indigna per la condizione dei campi-profughi a Gaza. Ha ragione. Ma è anche vero che i capi tribù palestinesi obbligano tutti gli appartenenti alle loro clientele a rifiutare gli indennizzi offerti da Israele per le case e i terreni confiscati. Ed è pure vero che i palestinesi hanno rifiutato di entrare nel sistema democratico di Israele (dove nel giro di trent’anni sarebbero diventati maggioranza) perché la loro dirigenza, cieca e imbecille, ha inseguito il sogno di “ricacciare gli ebrei in mare”. Chi è causa del suo male, verrebbe da dire, pianga se stesso.

Ora la (auspicata) ripresa della road map dovrebbe condurre alla creazione di uno stato palestinese confinante con Israele. Qualcuno si illude che questo significhi la pace, la fine del terrorismo ? Certo non Israele, che sta costruendo un muro (ti ricorda qualcosa, vero, Markelo ?) e sta “convincendo” i coloni a sbaraccare gli insediamenti. Non ci vuole molta fantasia per capire che i palestinesi useranno lo stato per organizzare meglio gli attacchi a Israele con tutti i mezzi, terroristici e non. Ma anche Israele non può pensare di vivere a lungo dietro un muro. Quello di Berlino aveva alle spalle una superpotenza ed è caduto ugualmente.

E allora ?

In realtà, l’unico modo per far convivere popoli diversi è l’integrazione. Ma il presupposto dell’integrazione è la tolleranza, una merce che in Medio Oriente è drammaticamente scarsa. Per quel poco che conosco arabi e israeliani, non posso essere ottimista. Finché vivrò, e ancora per chissà quanto tempo dopo la mia morte, non ci sarà pace in Medio Oriente. Potranno esserci tregue, ma la pace no. Tanto vale saperlo e attrezzarsi.

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