di Fabio Viola
Ottava e ultima puntata.
(Eccoci alla fine del nipporeportage di Fabio. Un po’ mi dispiace, devo dirvi la verità. E occhio, perchè c’è una specie di colpo di scena… Ciao. M.U.)
Vi ho raccontato un sacco di cazzate.
Niente di ciò che ho scritto in e di questi giorni giapponesi è vero. Ho inventato tutto, rielaborato tutto, rimescolato e servito tutto. E ho mentito molto, sempre. Forse non sono nemmeno mai stato a Osaka. probabilmente sono sempre stato a Roma, come suggeriva qualcuno, o magari ho passato altre tre settimane in isolamento in Umbria. Magari non ricordo di essermi preso un acido (e sarebbe stata la prima volta) e ho immaginato il Giappone. Tutto sommato il Giappone si presta a essere un’allucinazione, un acido, un’esperienza psichedelica.
Non ho mai mangiato udon né sashimi né soumen né tonkatsu.
Non ho mai partecipato a un matsuri.
Non ho mai acquistato una fiammante Fujifilm Finepix 440f. Non ho foto di questo viaggio in quanto non c’è mai stato nessun viaggio.
Non ho perso tempo in cerca di omiyage (= souvenir) che poi non ho trovato sia perché detesto cercare omiyage sia perché non sono mai stato a Osaka.
Non ho osservato un bel niente, non ho riflettuto su niente, non ho fatto considerazioni su niente né invettive.
Io il Giappone me lo sono inventato.
Tanto ci sono sempre stato io in Giappone, da sempre. Da quando ero piccolo e non mi spiegavo la familiarità che provavo guardando i cartoni animati. Mi é sempre sembrato che rappresentassero un modo di sentire e vivere vicino a me, più vicino di ciò che avevo intorno. E poi stessa cosa con libri, film, cibo. E’ sempre stato così per me, non ci sono mode che tengano. E affanculo agli amanti del sushi dell’ultimora.
Perché forse non lo sapete ma il Giappone l’ho inventato io. Tutto ciò che credete di sapere del Giappone in realtà non lo sapete davvero, ve l’ho detto io. Forse ho inventato anche voi, magari non esistete, é possibile che questo reportage non sia nemmeno mai stata scritto.
Io forse qui non ci dovevo venire.
Stavo meglio prima, a lavorare di fantasia. Adesso la fantasia me la riporto a casa, la schiaffo in un cassetto e me la dimentico. Poi mi lavo, mi vesto, esco e finisco su una bella sedia grigia da ufficio, con le rotelle che rotellano, davanti a un monitor a scrivere formule inutili per rintracciare il morto per strada a Ceccano o la moglie dell’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede.
Ecco, questa non è fantasia. Questa è realtà.
Non avrei mai detto che la realtà potesse essere così inimmaginabile e distante.
Ho sempre pensato: bene, oggi qui domani là. Invece no. Oggi qui, domani pure. Ma le ferie guai a chi me le tocca! e dio benedica sempre e solo la busta paga.
Bene, perfetto. I piedi per terra.
"Ma smettila, nessuno ti trattiene. Prendi e vattene".
Non parlo di colpi di testa. Non mi interessano le follie giovanili, la mancanza di considerazione di chi ha ancora zolle di sé da mettere in discussione. Trovo scialba e inutile la presunzione di chi sostiene che la vita uno se la faccia da solo. E’ patetico pensare che esistano una serie di scelte che uno fa, e che queste scelte conducano da qualche parte. Le scelte, le responsabilità, gli impegni, la ragione, la concretezza: tutto conduce al nulla. Il nulla é bello da guardare in televisione. E bisogna saperlo riconoscere. Se non si é capaci di riconoscere il nulla, si é il nulla.
Ora, dico una cosa.
Questa cosa é: solo sognare, e molto, porta da qualche parte. Come dice il commoventemente saggio Tommaso Pincio nella bella intervista che gli ha fatto Emilia ( sEp,su Ellittico, ndr.) (che qui parafraso e banalizzo un po’), "ci hanno tolto tutto, ci hanno privato della capacità di immaginare e inventare e creare. Quello che dobbiamo fare é affrontare la dura realtà. Ma perché la realtà deve essere solo e sempre dura?"
La realtà non esiste, aggiunge lui.
Ha ragione.
Come adesso per me tornare in Italia. Io in realtà non ci sto tornando. Non sto affrontando nulla. In realtà io resto qui, dove sono sempre stato, e in Italia ci rimando le valigie e un fattorino che le porta nell’appartamento di Prati. Qualcuno le prenderà, le svuoterà, e manderà il fattorino in via del Tritone, a fare le cose e parlare al telefono. Io resterò qui.
Qualche giorno fa mi arriva una breve e bella email del mio adorato Fabrizio (il modenese emigrato clandestinamente a Bologna), che rievocava certi episodi norvegesi che ci hanno per qualche giorno illuminati coi fari dell’eternità (sono altisonante? fanculo, son cose serie). Felpe, nottate fresche a Blindern, chiacchiere a oltranza, camminate oceaniche (sue) per rientrare in dormitorio dall’altra parte di Oslo. Quello é stato bello. L’esperienza é stata bella. Ambedue a volte ne riparliamo con malinconia. Ma la realtà é un’altra, quella era una vacanza, una cosa estiva.
Oh, fanculo! Ma ritorniamoci a Blindern! E non solo con la mente e coi ricordi. Voi ce l’avrete una vostra Oslo, un vostro Giappone. O un sogno, un’idea, un’immagine che vi attira, in cui state sorridendo, qualcosa che vi riempie.
Che sia tardi o no, quell’immagine é ciò che ci ha tenuti in vita. Che ci ha permesso di non scioglierci alle luci dei neon dei nostri inutili uffici e lavori. O a sbatterci contro e per aspirazioni belle ma vacue, che servono solo a darsi un contentino.
Io adesso ci voglio provare a non perdermi per strada. Intanto resto qui. Poi si vedrà. E se mi incontrate a Roma nei prossimi giorni, sappiate che quello non sono davvero io.
Grazie delle letture pazienti.
Vostro, Fabio.
(Le precedenti puntate: prima e seconda mer.20.9. Terza dom.3.10. Quarta dom.10.10. Quinta dom.17.10. Sesta dom. 24.10. Settima mar. 2.11.)