The FK experience

November 12, 2004

SMS DI AUGURI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:19 pm

Vi ringrazio per gli auguri, amici miei. 44 e non sentirli, comunque… Oggi ero tristanzuolo. Come tutti i 12 Novembre, da tempi non sospetti… Oggi, alle 13.15,  ho ricevuto anche un sms di auguri molto particolare. Eccolo:

Ciao Franz! Oggi è un giorno speciale, tanti auguri di BUON COMPLEANNO da www.Adecco.it !!

Risposta dell’Uffenwanken:

Fanculo.

(Purtroppo il messaggio è stato respinto.)

CATTIVI E’ BELLO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:00 pm

"Fin dal primo respiro di questa nuova esistenza mi resi conto di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, di essere lo schiavo del mio male originario. In quel momento questo pensiero mi inebriò e mi deliziò come una coppa di vino".

(Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde)

(POST?) RECENSIONE DE "LE COSE COME STANNO"

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:24 pm

di Vins Gallico 

 

(Vi dico la verità: volevo scrivere una “autorecensione”. E così esordire con una nuova rubrica. Poi però ho pensato che quello sarebbe stato un numero d’esordio ma anche unico…   Posto qui un pezzo di Vins Gallico che mi riguarda, allora. Sapete, ho avuto poche critiche dai giornali, a suo tempo. Ho bisogno di rifarmi, scusate… M.U.)

 

Franz Krauspenhaar, sotto le sue vere spoglie, è uno che   bisognerebbe levargli ogni possibilità di avvicinarsi ad un computer, ad un pennarello, ad un foglio di carta perché è un violento con le parole, le schiaffeggia, le maltratta, poi ci fa il ruffiano e allora le gira e le rigira come un guanto e il lettore se ne sta là inebetito a osservarlo, a corrergli dietro senza riuscire a distrarsi. Ho appena finito di leggere il suo non più recentissimo “Le cose come stanno”. Conoscevo alcuni dei suoi pezzi su NI, alcuni suoi interventi sotto nomi veri e falsi e mi ero fatto una certa idea, mi aspettavo un certo stile, un certo libro, una certa storia. Invece il Krauspenhaar me la fa sotto il naso, mi tira fuori un romanzo epistolare, che in realtà è quasi un monologo epistolare, il diario allucinato di una figura malconcia, secca, per certi versi inetta. C’è un sacrestano tedesco, con potenzialità da assassino, che prova a vomitare i suoi sentimenti nei confronti del fratello, della madre, del suo ex-capo, della sua ex-donna che ha una storia col suo ex-capo. E io che in Germania ci vivo mi sembra di risentire i rumori, i gusti, le parole di qui, con un occhio diverso. L’occhio di uno scrittore acuto, che come dicevo si comporta da giocoliere della parola, ogni tanto forse esagera, ma ha un ritmo, una forza semantica, una padronanza del detto e del non detto che sono difficilmente riscontrabili in altri autori nostrani.

Le ultime quaranta pagine le ho divorate di notte dalle 3 alle 5 del mattino, non riuscivo a staccarmi dal testo e non perché la storia mi appassionasse, né perché volevo scrivere questa recensione (a proposito, Markelo, il numero del mio conto in banca è 023054800 presso la Deutsche Bank 24), ma erano quelle parole messe in fila, a scontrarsi una con l’altra, ad abbracciarsi, a prendersi per il culo, ecco, erano tutte quelle parole che mi tenevano incollato al libro.

Recentemente Busi in una trasmissione defilippiana sosteneva che la letteratura non sono le storie, gli intrecci, ma l’attenzione ad ogni rigo, ad ogni frase, ad ogni parola (cito senza aver visto la trasmissione e soltanto per tradizione orale di terzi), beh, secondo questa formula ho pochi dubbi nel dire che “Le cose come stanno” di Franz Krauspenhaar è letteratura.

In attesa del nuovo libro (sperando che anche la copertina sia così azzeccata come lo è per questo testo) mi auguro di non essere stato troppo banale, so che qui si usa fare prerecensioni, ma è stato più forte di me, giuro di aver letto “Le cose come stanno” prima di aver scritto queste righe.

 

 

 

November 11, 2004

LENI & LENO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:13 pm

E’ ora di dire le cose come stanno. E di fare un paragone, a mio parere, per nulla azzardato. L’idea me l’ha data un intervento su questo blog di Elio Paoloni. Michael Moore è il Leno Riefenstahl dei tempi moderni. Leno perché, come il Jay Leno dell’omonimo talk show americano, fa del cabaret sulla nuda pelle della cruda realtà. E Leno, anche, perché improbabile e inciccionita versione maschile di Leni Riefenstahl, la grande regista tedesca scomparsa nel 2003 a 100 anni d’età. Il documentario “Olympia” della Riefenstahl, commissionato dal Fuehrer per celebrare le Olimpiadi di Berlino del 36, è un vero e proprio capolavoro della cinematografia. Innovativo per i tempi, giustamente estetizzante (basti vedere il prologo girato in studio, vera e propria fiction introduttiva di grandissimo fascino), Olympia è un film enorme, che esalta il bello, la forza, l’atletismo, lo sport. Dura quattro ore ed è diviso in due parti. Uscì nel 38, perchè ci vollero due anni per completarne il montaggio su centinaia di ore di girato. Fu prodotto dal regime nazista per esaltare soprattutto le virtù (?) della razza ariana, ma la giovane regista (ex attrice di grande bellezza e di smisurata ambizione) fece un lavoro comunque superbo con la collaborazione di uno staff gigantesco: più di 40 operatori che lavoravano nei posti e nelle situazioni più disparate e difficili. Uso dei grandangoli e di obiettivi all’avanguardia, grande spreco di ralenti, un film propagandistico al 100%. Ma senza dimenticare le straordinarie imprese dell’unico vero eroe di quelle Olimpiadi, il grande Jesse Owens, che precisamente ariano non era. Cosa che incattivì il Caporale Hitler non poco. Ma la Riefenstahl era una donna di polso e aveva un certo ascendente sul dittatore. Ora, il film di Michael Moore è anch’esso è un film propagandistico. Propaganda contro, precisamente. Contro Bush, ancora più precisamente. Molto bello, senz’ombra di dubbio. Modernissimo. Uso magnifico del montaggio. Documentario-cabaret, Fahrenheit è una serissima giullarata presa fin troppo sul serio da chi crede che l’arte possa cambiare il mondo. Cazzate. Ideato e costruito per piacere esteticamente oltre che per convincere. Il filo rosso tra i due film è teso più di quanto comunemente si pensi, con gli opportuni distinguo che, onestamente, mi sembra inutile fare: inutile infatti ribadire quanto democratico sia Moore e quanto collusa col regime nazista- volente o nolente- sia stata la Riefenstahl. Certo, a unire le due personalità c’è una cieca ambizione, su questo non ci piove. Prodotti di vera arte cinematografica sia l’uno che l’altro film. E quindi entrambi pieni di forzature, di enfatizzazioni, di giustapposizioni arbitrarie; in una parola, di fiction. Sia il film di Leni che quello di Leno sono opere d’arte. Ma la realtà è un’altra cosa. La sa solo Dio. Solo lui ce la potrebbe spiegare. Dio, si: l’unico che potrebbe filmare un documentario sulla verità, se lo volesse fare, se lo ritenesse una cosa degna.

BOTTE DA ORBI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:48 pm

Andate a fare una visita, per favore, sul blog di Alderano (tra i miei link). Botte da orbi. Orbi che non vedranno più la luce del sole. Orbi in carcere. Ora orbi morti.

PARTICIPIO FUTURO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:18 am

di Fabio Viola

Ottava e ultima puntata.

 

(Eccoci alla fine del nipporeportage di Fabio. Un po’ mi dispiace, devo dirvi la verità. E occhio, perchè c’è una specie di colpo di scena… Ciao. M.U.)

 

Vi ho raccontato un sacco di cazzate.

Niente di ciò che ho scritto in e di questi giorni giapponesi è vero. Ho inventato tutto, rielaborato tutto, rimescolato e servito tutto. E ho mentito molto, sempre. Forse non sono nemmeno mai stato a Osaka. probabilmente sono sempre stato a Roma, come suggeriva qualcuno, o magari ho passato altre tre settimane in isolamento in Umbria. Magari non ricordo di essermi preso un acido (e sarebbe stata la prima volta) e ho immaginato il Giappone. Tutto sommato il Giappone si presta a essere un’allucinazione, un acido, un’esperienza psichedelica.

Non ho mai mangiato udon né sashimi né soumen né tonkatsu.

Non ho mai partecipato a un matsuri.

Non ho mai acquistato una fiammante Fujifilm Finepix 440f. Non ho foto di questo viaggio in quanto non c’è mai stato nessun viaggio.

Non ho perso tempo in cerca di omiyage (= souvenir) che poi non ho trovato sia perché detesto cercare omiyage sia perché non sono mai stato a Osaka.

Non ho osservato un bel niente, non ho riflettuto su niente, non ho fatto considerazioni su niente né invettive.

Io il Giappone me lo sono inventato.

Tanto ci sono sempre stato io in Giappone, da sempre. Da quando ero piccolo e non mi spiegavo la familiarità che provavo guardando i cartoni animati. Mi é sempre sembrato che rappresentassero un modo di sentire e vivere vicino a me, più vicino di ciò che avevo intorno. E poi stessa cosa con libri, film, cibo. E’ sempre stato così per me, non ci sono mode che tengano. E affanculo agli amanti del sushi dell’ultimora.

Perché forse non lo sapete ma il Giappone l’ho inventato io. Tutto ciò che credete di sapere del Giappone in realtà non lo sapete davvero, ve l’ho detto io. Forse ho inventato anche voi, magari non esistete, é possibile che questo reportage non sia nemmeno mai stata scritto.

Io forse qui non ci dovevo venire.

Stavo meglio prima, a lavorare di fantasia. Adesso la fantasia me la riporto a casa, la schiaffo in un cassetto e me la dimentico. Poi mi lavo, mi vesto, esco e finisco su una bella sedia grigia da ufficio, con le rotelle che rotellano, davanti a un monitor a scrivere formule inutili per rintracciare il morto per strada a Ceccano o la moglie dell’ambasciatore dell’Iran presso la Santa Sede.

Ecco, questa non è fantasia. Questa è realtà.

Non avrei mai detto che la realtà potesse essere così inimmaginabile e distante.

Ho sempre pensato: bene, oggi qui domani là. Invece no. Oggi qui, domani pure. Ma le ferie guai a chi me le tocca! e dio benedica sempre e solo la busta paga.

Bene, perfetto. I piedi per terra.

"Ma smettila, nessuno ti trattiene. Prendi e vattene".

Non parlo di colpi di testa. Non mi interessano le follie giovanili, la mancanza di considerazione di chi ha ancora zolle di sé da mettere in discussione. Trovo scialba e inutile la presunzione di chi sostiene che la vita uno se la faccia da solo. E’ patetico pensare che esistano una serie di scelte che uno fa, e che queste scelte conducano da qualche parte. Le scelte, le responsabilità, gli impegni, la ragione, la concretezza: tutto conduce al nulla. Il nulla é bello da guardare in televisione. E bisogna saperlo riconoscere. Se non si é capaci di riconoscere il nulla, si é il nulla.

Ora, dico una cosa.

Questa cosa é: solo sognare, e molto, porta da qualche parte. Come dice il commoventemente saggio Tommaso Pincio nella bella intervista che gli ha fatto Emilia ( sEp,su Ellittico, ndr.) (che qui parafraso e banalizzo un po’), "ci hanno tolto tutto, ci hanno privato della capacità di immaginare e inventare e creare. Quello che dobbiamo fare é affrontare la dura realtà. Ma perché la realtà deve essere solo e sempre dura?"

La realtà non esiste, aggiunge lui.

Ha ragione.

Come adesso per me tornare in Italia. Io in realtà non ci sto tornando. Non sto affrontando nulla. In realtà io resto qui, dove sono sempre stato, e in Italia ci rimando le valigie e un fattorino che le porta nell’appartamento di Prati. Qualcuno le prenderà, le svuoterà, e manderà il fattorino in via del Tritone, a fare le cose e parlare al telefono. Io resterò qui.

Qualche giorno fa mi arriva una breve e bella email del mio adorato Fabrizio (il modenese emigrato clandestinamente a Bologna), che rievocava certi episodi norvegesi che ci hanno per qualche giorno illuminati coi fari dell’eternità (sono altisonante? fanculo, son cose serie). Felpe, nottate fresche a Blindern, chiacchiere a oltranza, camminate oceaniche (sue) per rientrare in dormitorio dall’altra parte di Oslo. Quello é stato bello. L’esperienza é stata bella. Ambedue a volte ne riparliamo con malinconia. Ma la realtà é un’altra, quella era una vacanza, una cosa estiva.

Oh, fanculo! Ma ritorniamoci a Blindern! E non solo con la mente e coi ricordi. Voi ce l’avrete una vostra Oslo, un vostro Giappone. O un sogno, un’idea, un’immagine che vi attira, in cui state sorridendo, qualcosa che vi riempie.

Che sia tardi o no, quell’immagine é ciò che ci ha tenuti in vita. Che ci ha permesso di non scioglierci alle luci dei neon dei nostri inutili uffici e lavori. O a sbatterci contro e per aspirazioni belle ma vacue, che servono solo a darsi un contentino.

Io adesso ci voglio provare a non perdermi per strada. Intanto resto qui. Poi si vedrà. E se mi incontrate a Roma nei prossimi giorni, sappiate che quello non sono davvero io.

Grazie delle letture pazienti.

 

Vostro, Fabio.

 

(Le precedenti puntate: prima e seconda mer.20.9. Terza dom.3.10. Quarta dom.10.10. Quinta dom.17.10. Sesta dom. 24.10. Settima mar. 2.11.)

November 10, 2004

DISSE UN SAGGIO…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:05 pm

"Se temete la solitudine, non sposatevi"

(Anton Cechov)

LO PORTI UN BACIONE A FIRENZE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:25 am

Tempo fa una mia vecchia e cara amica mi manda le partecipazioni al suo matrimonio. E’ un’amica che a malapena vedo una volta all’anno da almeno un decennio. E’ una ricca borghese, lei, e tutto sommato una brava ragazza. Per quel che vuol dire essere una brava ragazza, cosa che credevo di sapere quando avevo all’incirca 16 o 17 anni. Sa fare un ottimo tiramisù, però. Solo che a me il suo tiramisù non è mai piaciuto. Anzi, il tiramisù, di chiunque, mi fa venire proprio la nausea. I suoi amici sono delle ottime persone e dei cadaveri ambulanti, mai un guizzo, mai una battuta, sempre angosciosamente calmi, cascasse il mondo, si coventrizzasse l’universo. Le telefono ringraziandola come si conviene tra bravi ragazzi che hanno fatto bisboccia insieme quasi un ventennio prima. Si sposa a Firenze con un losco figuro (non sto qui a raccontare perché si sposa e perché quello è losco) e insomma di andare a Firenze non c’ho voglia. Tantomeno a un matrimonio, che dio me ne scampi e liberi. E non c’ho nemmeno i soldi, ora che ci penso e che soprattutto leggo il mio esanime, esangue, esalato (fino all’ultimo respiro) estratto e distratto conto. Le racconto che sono strapreso da impegni improrogabili. La letteratura italiana senza di me è fottuta. Finita. Kaputt. Raus! Gli editori della Nazione mi chiedono imploranti traduzioni e consulenze, e azzannandosi tra loro armati di coltello a serramanico. Per l’esclusiva, sapete. E poi tutte le mie lucrose attività commerciali, la mia serratamente vorticosa compravendita di materiale elettrico, vuoi mettere?

Passa dell’altro tempo. Mi chiama lei, mi dice che organizza un ritrovo a casa sua con i suoi amici prima di lasciare Milano per l’addio alle truppe. Eh già, andrà a vivere a Firenze. “ Lo porti un bacione a Firenze” avrei voglia di dirle: ma mi trattengo, stringendo i denti naturalmente a serramanico. E’ una brava ragazza, in fondo, tanto tempo fa s’era pure presa una cotta per me, oltretutto, una di quelle infatuazioni all’acne… Anche qui, con un forte quanto assurdo senso di colpa, le racconto all’ultimo momento di impegni improrogabili proprio per quella sera. I suoi amici mai e poi mai, impossibile!, urlo dentro di me mentre le racconto con voce quasi impostata le mie splendide e sofferte panzane.

Mancano pochi giorni alla partenza. Le telefono in preda a un raptus da autentico masochista: le propongo di vederci e salutarci per un maledetto aperitivo. Ho bisogno – non so perché - di lavarmi la coscienza all’ultimo momento. Già, perché? Provo a convocarla in un bel bar di mia fiducia, per nulla lontano da casa mia ma nemmeno dalla sua. E poi come fa gli aperitivi l’Enzo, il miglior barman di Milano anche perché secondo me è il più simpatico anche se è juventino, non li fa nessuno. Lei mi dice che proprio non può, sta impacchettando tutte le sue cose per il trasloco. Eh si, si trasferisce con armi e bagagli a Firenze, fa il gran salto, quello definitivo, va a nozze nel vero senso del termine. Mi propone invece con grande scelta di tempo di passare dal suo stabile, citofonarle e prendere insieme l’ aperitivo in un bar proprio dietro la sua augusta magione. Accetto, preso in contropiede. Metto giù la cornetta del telefono e mi dico subito dopo che sono stato un cretino mortale. Non ho nessuna voglia di andare sotto casa sua per il comodo suo né di vederla. Nessunissima voglia, perdio.

Non ho l’auto, ma chi se ne frega, ci sono i mezzi pubblici e oltretutto cammino volentieri anche per chilometri e chilometri, sono un trekker urbano ovviamente da pianura, non è questo il problema; è che mi angoscia l’idea di dargliela vinta. Faccio un paio di bei respiri da autotraining spinterogeno e sto per uscire per andare all’appuntamento quando mi lascio andare sul divano, prossimo alla resa. Mi metto la testa tra le mani in preda all’ansia. Non c’ho voglia, cazzo, non c’ho proprio voglia. Ma chi se ne fotte di salutarsi. E in quel modo, poi. Ho giurato a me stesso – da gran tempo, ormai- di fare nel tempo libero solo quello che mi va di fare. Non voglio obblighi, non voglio formalità, non voglio riti e bacini e bacioni e tutte ‘ste cazzate insulse da buoni o cattivi borghesi del cazzocheglisifrega. Le feste mi fanno venire i brividi, le cene sociali mi imbarazzano, le messe mi fanno venire voglia di bestemmiare, i matrimoni mi mettono addosso una tristezza infinita peggio che i funerali, la mondanità per me fa rima -sempre più angosciata, dunque per nulla baciata, mi sembra logico- con atrocità; e il Natale lo sento come una festa di morte. Civile. La chiamo immediatamente, le racconto di un casino grosso di lavoro che m’è capitato tra capo e collo. Stavolta le propongo di chiamarla io l’indomani per metterci finalmente d’accordo. Uso apposta un tono falso che più falso non si può, e questo mi procura una fitta di perverso piacere. E’ l’ultimo giorno, poi partirebbe, si toglierebbe una buona volta dalle scatole. L’indomani guardo a lungo il mio telefono fisso “Sirio 2000 Telecom Italia” con un sorriso beffardo. So che non la chiamerò e questo mi procura un piacere ancora più intenso.

E’ partita, finalmente. S’è sposata. Non le ho mandato nemmeno un telegramma, figuriamoci un regalo. Niente. Il silenzio più fondo, più tombale, più irrecuperabile. Sono stato meschino come non mai. E rido tra me e me, soddisfatto: non potete capire quanto. Non la rivedrò mai più, credo. Lo porti un bacione a Firenze.

November 9, 2004

COMUNICATO STAMPA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:53 pm

(Ricevo e pubblico dall’amico Jacopo Guerriero. M.U.)

A Milano, dopo un lungo silenzio, riapre i battenti un luogo simbolo della città..

Riapre Teatro i. Lo spazio di via Gaudenzio Ferrari 11, luogo storico delle avanguardie milanesi, proprietà dell’Assessorato al Demanio del Comune di Milano, diviene la sede artistica e operativa di Teatro Aperto. La compagnia, diretta da Renzo Martinelli, in un ideale passaggio di consegne riceve il testimone da Mario Montagna, fondatore di Teatro i, di cui Martinelli fu allievo ed amico.

Mercoledì 17 novembre, alle ore 18.30, si terrà l’inaugurazione dello spazio dopo una prima fase di ristrutturazione iniziata nel 2003. Nel corso della serata Federica Fracassi, cofondatrice di Teatro Aperto, e Renzo Martinelli illustreranno le linee guida della nuova direzione artistica e i primi eventi in calendario insieme a Oliviero Ponte di Pino. A seguire un rinfresco e interventi sonori a cura di Giuseppe Ielasi.

Teatro i, per la sua conformazione e la sua storia, è una sala unica nel panorama milanese. La struttura è articolata in tre volumi: un piccolo foyer, la sala e una terrazza che si affaccia sulla Conca leonardesca. Novanta posti, uno spazio scenico di otto metri e mezzo di larghezza per nove di profondità rendono l’idea delle piccole dimensioni di un luogo che pure, negli anni, ha fatto di questa fragilità la sua forza. Dalle origini infatti Teatro i si è proposto come polmone d’arte e cultura per eventi e progetti alternativi alla programmazione dei grandi teatri: negli anni Ottanta con la coraggiosa serie di laboratori ideati da Mario Montagna, celebri i suoi lavori su Antonin Artaud; oggi con un gruppo di lavoro riconosciuto a livello nazionale nell’ambito della sperimentazione teatrale, che intende far crescere la propria vocazione alla produzione, dando però spazio e possibilità a nuovi incontri e confronti anche attraverso iniziative culturali “collaterali” quali convegni, incontri, laboratori.

Per questo Teatro i sarà anche sede di appuntamenti ideati da altre realtà che collaborano stabilmente con Teatro Aperto: a oggi reading, performance e dibattiti a cura di Nazione Indiana ( www.nazioneindiana.com ), un gruppo di scrittori e artisti fondatori dell’omonimo blog collettivo; e iFringes, eventi sonori live di artisti italiani e stranieri dell’area della musica sperimentale, concreta, elettroacustica.

La prima opera presentata al pubblico sarà Addaura Woyzeck, esito di un laboratorio/studio co-diretto da Renzo Martinelli e Claudio Collovà (Cooperativa Teatrale Dioniso - Palermo), vicini nel tentativo di scoprire una percezione più intensa di se stessi e del proprio operare. Sulla scia di questo tragitto comune, il 2005 vedrà un sempre crescente confronto tra le due compagnie.

Addaura Woyzeck sarà presentato a Teatro i nei giorni 18, 19, 20 novembre alle ore 21.00 e il 21 novembre alle ore 19.00, ingresso gratuito.

Informazioni:

Teatro i, via Gaudenzio Ferrari 11, 20123 Milano

Staff: Renzo Martinelli, Federica Fracassi, Elena Cerasetti, Gianni Munizza, Jacopo Guerriero, Chiara Bagalà, Beppe Sordi

Ufficio Stampa: Jacopo Guerriero cell. 340/2349810

Organizzazione: Gianni Munizza cell. 338/3742437

URL: www.teatroi.org

e-mail: teatroaperto@yahoo.it

SU SALVATORE TOMA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:36 am

di Massimiliano Governi

(Ricevo dall’amico Governi e pubblico questo pezzo su un poeta importante ma poco conosciuto, con due sue poesie. M.U.)

Leggendo le poesie di Salvatore Toma, mi viene in mente una frase detta da Springsteen durante un’intervista. L’intervistatore gli chiese come facesse a comporre canzoni ancora così belle dopo 25 anni di attività. Lui, vestito con scarpe da lavoro, jeans neri, camicia di flanella e orecchini a cerchio su tutt’e due i lobi, rispose: “Ho sempre difeso la mia malinconia“, o addirittura: “Ho sempre difeso la mia depressione“. Una frase sorprendente, al limite del paradosso, ma che molto dice sui processi misteriosi dell’arte, musica rock compresa. Premetto che non sono un grande esperto di poesia. Spesso i poeti che preferisco sono quelli morti giovani e suicidi, forse perché mi sembra che i loro componimenti non siano solo un balletto di parole, ma che i loro versi contengano il dolore, la ferita originaria, quindi la verità. Non dimenticherò mai “Inverno dello scrivere nemico” di Beppe Salvia, o “Preghiera alla poesia” di Antonia Pozzi, due poeti generazionalmente lontani che hanno saputo difendere la loro malinconia, il loro senso di smarrimento, anche a costo di rimetterci la vita. E sicuramente non dimenticherò “Canzoniere della morte”, la raccolta di liriche di Salvatore Toma, poeta magliese morto suicida nel 1987, a 36 anni. L’ho scoperta per caso: io sono come Woody Allen in “Io e Annie”, compro tutti i libri con la parola morte nel titolo. In queste liriche la morte è vagheggiata come la Laura del Petrarca, una bella donna con cui si parla, si conversa: una donna innamorata, accondiscendente e premurosa. I primi versi sono eloquenti: “ Sembriamo due strani innamorati/ ma io ti sento/ qui alle mie spalle/, a volte mi sento toccare”. Una sezione dell’antologia – Bestiario salentino - è dedicata alla pietas verso gli animali: il poeta infatti passava gran parte del suo tempo al bosco delle querce delle “Ciancole”, il bosco segreto, appollaiato su un albero come il famoso barone di Calvino, dove costruiva il suo mondo di ideali e di sogni. Una tra le sue poesie più intense dice che non ci sarà nessuna Apocalisse “ Ma la terra si trasformerà/ in un animale/ che per infiniti secoli/ abbiamo violentato e ucciso/mangiato e fatto a pezzi/. Essi sono là/ che ci aspettano…” Maria Corti, che ha curato l’antologia, racconta che quando si incontrarono, grazie a Oreste Macrì, Toma gli rivolse un saluto che era come una sfida: “Lei non si interesserà mai alla mia poesia”. Dopo la scomparsa prematura del poeta di Maglie, Maria Corti sembra aver colto il senso di quel saluto di sfida. Salvatore Toma, poeta picaresco e naif, come Springsteen ha sempre difeso la sua malinconia (o depressione): vale a dire è sempre stato vicino alla propria ferita e alla propria identità, e non si è mai lasciato svuotare dal mondo.

Salvatore Toma, Canzoniere della morte, Einaudi, L.18.000

da ” Canzoniere della Morte”, Salvatore Toma, Einaudi 1999

A te che mangi carne ogni giorno
e t’ingozzi come un re
a te che lavori in poltrona
o in qualche altro ufficio
per vigliacchi o per rinunciatari
e ti inorridisci
alla vista del sangue
hai mai visto ammazzare un maiale?
Muore per sangue che sgorga
per vita che se ne va
veramente solo e oltraggiato
fino all’ultimo momento.
Muore un po’ come te
solo che lui è nato
con più fortuna:
lui ha mangiato erba e ghiande
come un vero re
e s’è purgato.

Ultima lettera di un suicida modello

A questo punto
cercate di non rompermi i coglioni
anche da morto.
È un innato modo di fare
questo mio di non accettare
di esistere.
Non state a riesumarmi dunque
con la forza delle vostre incertezze
o piuttosto a giustificarvi
che chi si ammazza è un vigliacco:
a creare progettare ed approvare
la propria morte ci vuole coraggio!
Ci vuole tempo
che a voi fa paura.
Farsi fuori è un modo di vivere
finalmente a modo proprio
a modo vero.
Perciò non state ad inventarvi
fandonie psicologiche
sul mio conto
o crisi esistenziali
da manie di persecuzione
per motivi di comodo
e di non colpevolezza.
Ci rivedremo
ci rivedremo senz’altro
e ne riparleremo…
Addio bastardi maledetti
vermi immondi
addio noiosi assassini.

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