The FK experience

November 17, 2004

CI SONO ATTIMI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:35 pm

di A.S.

(Torna Nonalzarsidalletto. Con un nuovo racconto. Cinico. Stavolta si è alzato dal letto. E’ andato a far visita al mondo di fuori. Meglio non uscire, certe volte. Buona lettura. M.U.)

Ci sono attimi, brevi e sfuggenti come un amore estivo, in cui pare che il mondo non faccia così schifo. A volte riesco pure a convincermi di questa asserzione: guardo la luna che se ne sbatte, ascolto Paolo Conte canticchiare dallo stereo, leggo dei drammi della mente di Moravia, penso a qualche vecchia fidanzata e mi viene duro. No, il mondo non fa così schifo, penso. Sono attimi però e gli attimi, come detto, non sai nemmeno quantificarli che sono già fuggiti. Le esperienze dolorose non sono attimi, sono ricordi passati e situazioni presenti che ti trafiggono anche mentre Paolo Conte picchia su un tasto d’avorio del suo pianoforte a coda.

Le esperienze le quantifichi, sai quanto durano, sai che una visita al centro commerciale può durare un’ora come 5 minuti. Sai altrettanto bene, però, che il ricordo di questa esperienza infetterà gli attimi in cui il mondo ti farà meno schifo del solito, come la bava di una lumaca ti rimarrà addosso e ti sporcherà anche le mani quando cercherai di pulirti.

Cerco sempre di evitarli i posti in cui si riuniscono gli animali quando aprono le gabbie. I centri commerciali il sabato pomeriggio, il centro storico la domenica dopo le 5 (che prima ci sono le partite da vedere al bar).

Sabato scorso, purtroppo, non mi sono potuto esimere: mancava il lime per preparare la bacinella del monito, dovevo andarci io che passo davanti al centro commerciale tornando a casa per cambiarmi. Schifato, cerco parcheggio camuffandomi dietro la visiera di un cappellino e sgattaiolo verso il supermercato tentando di incrociare meno sguardi bovini possibile. Quando entro, mi rendo conto che non c’è nessun Virgilio che mi possa guidare, che Paolo e Francesca limonano davanti al negozio che vende cappottipiuminicamiciemaglionituttoa5euro, che Ciacco è un bambino obeso che addenta il bigmac facendo cadere la maionese a terra sotto lo sguardo scazzato della madre. È un inferno, esseri vestiti in maniera inguardabile, capelli unti, forfora che si parla da una giacca all’altra, gente che urla per parlare più forte della forfora, bambini che schiamazzano e genitori che, mentre i bambini schiamazzano e rompono i coglioni a quelli che sono in coda alla cassa solo per pagare il lime per il mojito, parlano amabilmente del grande fratello. “Povero Guido, però è giusto mandarlo via, le bestemmie mi danno troppo fastidio e poi, se l’avrebbe fatto in un altro momento, ma in diretta no! L’ha sentita anche Nicolas!”. Nel frattempo, il marito, a due passi di distanza, tira un sacramento da scomunica perché il piccolo Nicolas ha fatto cadere il cellulare nuovo, nuovodipacca. “Bastardo” sibila il padre e raccoglie il telefonino riattaccandolo alla cintura (ma lo copre col maglione “perché quelli che tengono il cellulare in vista son troppo cafoni”).

Come un flash Seneca mi attraversa la mente: Homo sum, nihil humano alieno puto e provo un’infinità pietà per il bambino, Nicolas. Non ha colpe, lui, forse potrebbe ancora essere salvato. Quando scarta la merendina e getta a terra la carta penso che non c’è più niente da fare. Padre e madre vedono e non dicono un cazzo, anzi, pensano “magari la cassiera non l’ha vista e non ce la fa nemmeno pagare”. Muoviti Nicolas, mangiala prima che sia finita la fila, mangiala in fretta che tanto sei già in sovrappeso a 7 anni, mangiala in fretta che sennò comincia Bonolis, mangiala e saziati che stasera la mamma scongela la pizza e poi guardiamo “C’è posta per te”. C’è Adriano che racconta di quando era povero stasera Nicolas, sei contento?

Fanculo, io filo via per non vomitare, non entro nemmeno in libreria che sullo scaffale principale ci sono le barzellette di Totti e i libri di tutti quelli dello Zelig. Mi fiondo in macchina e accendo lo stereo, Paolino sussurra

avevo una passione per la musica

di ruggine

nerastra tinta a caldo di caligine

metropoli

le tentazioni andavano e venivano

cosa farò di me?

“No, Nicolas, non credere a tuo padre che ti dice che la caligine è una malattia della pelle” penso guardando il lime. Stasera me la bevo tutta io la bacinella del mojito, me lo merito.

November 16, 2004

PER UNA RINASCITA DEL CINEMA ITALIANO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:04 pm

Abbiamo molta fiducia in loro, per il futuro. Per una rinascita del cinema italiano. Basta col cinema ombelicale, basta con Muccino & Compagni. Basta con le sovvenzioni statali date agli improvvisatori. Basta con le deprimenti non-pellicole girate in digitale. Basta con lo sguardo deprimente sulle deprimente realtà urbana. Basta coi film "carini". "Carini" e basta. Via il carinismo dal nostro cinema, una volta per tutte. Ritorniamo al b/n. Che i registi si riguardino i film di De Sica e le tette della Lollobrigida, prima di ingaggiare Margherita Buy. Basta con Castellitto che fa Maigret (un romano in Francia…)

LA FOTO IN BAGNO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 3:48 pm

di Cristiano Prakash

 

(Eccovi un nuovo racconto in esclusiva di Prakash. Buona lettura. M.U.)

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa lo tediava assillante.

Nella luce artificiale del bagno stava in piedi davanti allo specchio sforzandosi di   credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al suo viso.

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:   uguale ma rarefatta, precisa ma simbolica; lo specchio,   simbolo muto di fantasie per ogni età.

Da sempre.

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei genitori posta in un quadretto con   cornice marron scuro, spessa   e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che   attirava invidia e disegnava passioni segrete e tormento.

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

Ogni giorno il suo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i suoi ricordi.

Non ricordava perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo della madre, vera artefice del riuscito stile di quella bella e antica casa che lui aveva ereditato e volentieri continuato ad abitare.

Da sempre, infatti, la foto apparteneva alla sua vita mnemonica   interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnarlo nei suoi giorni.

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei suoi; dopo un paio d’anni, lui sarebbe venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

Distolse lo sguardo focalizzandolo su di sé; pensava al mistero della natura e ai miracoli della   cosmesi moderna; dopo mezz’ora il suo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandolo ogni giorno.

Si contorceva in strane espressioni   cercando minuziosamente dei segni sul suo volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

Compiva questi gesti con le dita che tiravano la pelle:   trasformavano i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quello scherzetto senza allegria.

 

Camminò fino a raggiungere la cucina.

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva   quel sottile dolore al capo.

Mentre faceva colazione pensava alla giornata a venire e a quella precedente.   Riusciva a mettere in riga i pensieri con   disciplina   e , sempre attraverso questa pratica, riusciva a ricordare gli aspetti positivi e cancellare quelli negativi, quasi non fossero   esistiti.

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri   direttamente governati dalla sua volontà.

 

Tornò in bagno per il tocco finale e si accorse che non riusciva a sostenere il proprio sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

Non riusciva a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

Si chiese se anche gli altri provavano lo stesso guardandolo negli occhi.

Pur facendo di tutto per riuscirci non poteva   cacciare quel   pensiero che lo tormentava.

Era pesante da portarsi appresso; significava   dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, egli decantava con collaudata sicumera,   la propria assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

La scelta di come sentirsi gli pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

La sua, almeno.

 

Poteva sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che   esercitava con ossessionante solerzia e   attenzione.

Il suo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, si smarriva sentendosi defraudato e spogliato di credibilità.

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

In questo spazio era vulnerabile e sentiva di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

Ripensò ai propri rapporti intimi e ritrovò in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, il padre e la madre.

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era   dolcezza e   verità; il papà intelligenza, come la sua, una generazione fa, suo modello involuto.

Sembravano immortali in quella foto.

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

Per un brevissimo istante cedette alla disperazione; sentiva che la differenza tra loro ed egli stesso, stava proprio nella naturalezza.

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

Cacciò furioso quei pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, come lui effettivamente era.

Smise di distrarsi e tornò al presente, concreto e   impellente.

 

Pensò a come vestirsi quel giorno.

Pioveva e faceva freddo.

Si tuffò   nell’armadio e si specchiò una volta vestito.

Ok, si và.

Una pastiglia per il mal di testa; doveva non stare male   per stare bene.

Doveva cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

Intendeva riappropriarsi quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

Pensò per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

Dimenticò il segreto dimenticato.

Anticipò il futuro subitaneo: vide chiaro come un film il suo successivo minuto di vita.

Si sarebbe avviato verso la macchina; al suo interno avrebbe acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

Si sarebbe dato un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

E così fece.

Prevedibile, sicuro.

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

 

DANNY DE VITO FOR PRESIDENT (PREPARIAMOCI FIN D’ORA)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:30 pm

Eccolo, il piccolo grande uomo. Un uomo di spettacolo che salvi l’America dalla società dello Spettacolo. Credo non ci sia tempo da perdere. Cominciamo la nostra campagna "Danny De Vito For President". Subito. Tra quattro anni Bush si toglierà per forza dai coglioni, ma cosa ci proporranno le due majors della politica americana? Meglio andare sul sicuro. E il sicuro è De Vito, che oltretutto sarebbe il primo presidente italoamericano della storia degli Stati Uniti. Un Reagan illuminato e in grado soprattutto (diversamente dal defunto cowboy edonista californiano) di intendere e di volere. Cominciamo da qui. Attendo adesioni da parte vostra ( e suggerimenti e critiche, certamente). Dobbiamo muoverci fin d’ora. Vi prometto che non lascerò nulla d’intentato, in questi prossimi 4 anni, come Presidente del "Danny De Vito For President Italia".Ed è anche giusto che il movimento "Danny for President" nasca dal Paese dei suoi avi, la nostra Italia. Credo in Danny. Un grande. Credeteci anche voi. Grazie.

November 15, 2004

FELICITA’ E’…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:56 pm

"Vivere assolutamente senza scopo! Questo stato io l’ho intravisto e l’ho anche raggiunto, ma senza riuscire a rimanervi: sono troppo debole per una felicità simile".

(Emil Cioran)

LIBERTY

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:43 pm

  di Fabio Viola

 

Sono impegnato a prendere a calci un gatto, ma di nascosto. Il batuffolo striato è andato a infilarsi dietro a un vaso, un vaso grosso con dentro una palmetta, nel parco liberty della villa liberty in cui mi trovo. Sono in visita alla zia della mia ragazza. La mia ragazza è con me, ma a lei i gatti piacciono, per cui i calci al gatto li do di nascosto, e dico “Mi sa che c’è un topolino di campagna, ma ora lo becco!”. Che schifo i gatti, mi ripeto a mezza bocca come un autistico mentre sforbicio col piede dietro al vaso, tentando di colpirlo, il gatto, e magari farlo uscire, e poi inseguirlo, con tutto il sangue in testa dalla goduria e l’ebbrezza, io.

Allora. Sono là che incastro e scastro la gamba dietro al grosso vaso rosso terra, e sudo pesante per lo sforzo, con ‘sto gatto che cigola e fa pio-pio e si ritrae come un pene nella neve, solo che c’è caldo, perché è estate, e l’aria è ferma, vento zero, e gli uccelli sembrano impagliati sui rami. Dagli e dagli alla fine il felino lo becco, e in piena fronte, mi pare, o sul collo, e grida un po’ che mi vergogno, ma nessuno nella villa mi ha sentito, credo, perché sono tutti dentro, e io sono fuori con il gatto che piange perché l’ho colpito in testa, e intorno c’è silenzio, stasi. Ho le mani che mi tremano, sono inebriato, forse sto godendo, lui è in mio potere, questo mi fa sentire bene ma anche male, e intendo male bene. Mi piace, lo ammetto. Gatto del cazzo, parassita mugolante.

Dunque in tasca mi vibra il cellulare. Eccitato come sono il tremolio mi stuzzica e non poco, lo lascio là, e lui vibra vibra vibra per un po’. Poi lo prendo, con l’affanno, e dico “Pronto”, e il gatto, stronzo, prende e scappa, e correndo nella foga si spinge pure con la coda, e poi scompare in mezzo agli ulivi dei campi liberty del parco liberty della villa liberty in cui sto. “Cazzo”, dico. “Fabio?”, fa la voce. “Sì, sono qua”, e mi tengo il petto per frenare l’affanno, dopo il calcio in testa al gatto mi sento decompresso, in orbita intorno a Marte, un sassolino che rimbalza sull’acqua di un laghetto artificiale pieno di alberi piantati già adulti e frondosi. Così.

“Cazzo Fabio ma non stai guardando la televisione?”. È il mio amico Fabrizio, che sta a Bologna, beato lui, e mi parla col suo accento altalenante.

“No che c’è?”, dico ma penso al gatto piccolo piccolo terrorizzato in mezzo agli ulivi che mi tiene d’occhio, con l’occhietto giallo e, voglio ben sperare, contuso, che tremola e mi vede che sto al telefono, e magari pensa ce l’avessi io un cellulare chiamerei la protezione animali, il gatto meschino, che da solo non si sa difendere, il parassita puzzone che vuole mangiare e fa le fusa, non a me, ma le fa perché i gatti sono così e io voglio punire lui per punirli tutti.

“Le torri. Gli aerei.”

“Ma che dici?”

“Le torri contro gli aerei.”

“Fabrizio, cazzo dici?”

“Crollano gli aerei in fiamme nelle torri.”

Allora capisco. No, penso, non è possibile, “Ma sul serio?”, chiedo al cellulare, a Fabrizio, ma guardo tra gli ulivi, perché lo so che l’infimo gatto ora sta tutto tranquillo e pacioso, con le torri che hanno colpito gli aerei e lui non si preoccupa più. Lui lo sa che ora non ci perdo più tempo a dargli i calci, perché devo correre a vedere in televisione le fiamme degli aerei nelle torri. A Bologna. Nel mio paese.

“Ma chi è stato?”, chiedo a Fabrizio.

“Non si sa la madonna è allucinante accendi qualunque canale forse è un attentato.”

“Ma tu come stai? Dove sei? Stai bene sì?”, gli chiedo, perché io a Fabrizio ci tengo, è un amico caro.

“Io sto bene cazzo dici accendi la tv ci sentiamo dopo ciao.”

Mi rimetto il cellulare in tasca. Lo affondo bene in tasca. Lo spingo proprio giù nella tasca così se vibra mi fa piacere. Però ammetto che ho paura, perché le torri no, cazzo se erano belle, ci ero stato un mese prima e avevo pensato che erano carine, tenere, affiatatissime. Due torri che avevano un bel rapporto e si compensavano. Belle, le torri. Quindi entro nella villa liberty e mi fiondo sulla televisione, che è spenta e non c’è nessuno. Grido “Oh, le torri!” ma nessuno mi risponde. Perché forse dormono. Il televisore, con sopra una cornice liberty storta, si accende piano piano, il fatto è che è vecchiotto, non liberty ma quasi. E il sonoro arriva subito, ho accesso sull’uno, una voce dice “È allucinante lo spettacolo a cui stiamo assistendo. Una delle torri è appena crollata, i soccorsi erano giunti da pochi istanti e sotto alla torre mio dio, c’erano centinaia di persone che fuggivano e gridavano e dentro alle torri chissà quante altre, probabilmente migliaia, è un’apocalisse, un’apocalisse.”

Penso che non c’era tutta questa gente alle torri quando ci sono stato io, nemmeno c’entrerebbero centinaia di persone dentro alla Garisenda, il giornalista esagera, cazzo. Mentre le immagini si formano sul video, si mettono a fuoco perdendo il bagliore opaco iniziale, penso alla Feltrinelli sotto alle torri dove ho acquistato un libro il mese scorso, la Storia di Israele Bompiani, ma non l’ho mai letto perché certi entusiasmi mi durano poco, e mi dico, non so perché, che avrei dovuto leggerlo quel libro.

Be’, la sorpresa quando capisco tutto è grande. Ma quali torri e torri? Non è Bologna, quella. Non so nemmeno cos’è, però lo leggo sul video: è New York. Ah ecco, penso, non è Bologna, mi ripeto. È in America, dall’altra parte del mondo. Sento che qualcuno scende le scale liberty, vedo che è la mia ragazza e si tiene con una mano alla balaustra liberty.

“Oh”, le dico.

“Che succede? Perché hai gridato?”

“Ma no niente, scusami. Dormivi?”

“Sì, un po’… e anche la zia si è un po’ svegliata. Ma che c’è?”

“Mi ha chiamato Fabrizio che le torri erano crollate sugli aerei o chenesò, e invece non è vero.”

“Cioè?”, mi chiede un po’ allarmata, accelera il passo e mi si mette accanto, davanti al televisore. Raddrizza la cornice liberty, che è di traverso, e si mette a guardare.

“Ma no, avevo capito che erano esplose le torri a Bologna, invece no per fortuna.”

“Ah”, fa lei, e già la vedo sollevata. Guarda il televisore e sembra non capire. Neanche io capisco granché, ma il casino non è a Bologna e tanto basta. Mi tocco il cellulare in tasca, anche se non vibra, però a tenerlo lì mi vengono certe voglie. La mia ragazza si siede e continua a guardare verso il televisore, sembra rapita, ma tranquilla insomma. Le comunico i miei turbamenti (ma non le dico che sono indotti dal cellulare), anzi quasi quasi spaccio il telefonino per eccitazione, nelle forme, e allora glielo faccio notare. Lei sorride, “C’è la zia su, ora forse scende”, mi dice. “Vabbe’ dai”, insisto, “A tua zia dà fastidio l’amore?”, e lei ride, con quella bocca stupenda che ha, e i denti, e gli occhi che si màndorlano, e io sto là e la guardo, e non penso più al gatto, che forse non lo odio poi tanto, e nemmeno a Fabrizio che tanto sta bene, e mi sento felice, proprio in pace, e lei pure continua a sorridermi e mi prende la mano e l’accarezza. Allora io prendo la sua e gliela bacio e dico, felice ma davvero, “Liberty”, dico. “Liberty.”

November 14, 2004

CHIACCHIERE E FAGIANI

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 1:49 pm

di Riccardo Ferrazzi

(Eccovi un Ferrazzi “domenicale” per la seconda domenica consecutiva. Buona lettura. M.U.)

Cosa deve fare uno che non ha ancora visto Farenheit 9/11 ? Anche senza volerlo, ha già letto decine di recensioni, stroncature, incensamenti, prese di distanza e pianti ed inni e delle Parche il canto. Di fatto, non è più possibile vedere il documentario con la mente sgombra da pregiudizi.

Ma c’è stato un momento in cui Farenheit 9/11 è stato leggibile come pura e semplice opera dell’ingegno ? Temo di no.

Non mi riferisco al fatto che l’autore ha concepito l’opera come strumento di propaganda elettorale. Anche le Filippiche di Demostene avevano lo stesso scopo. Ciononostante, ateniesi, romani e barbari, filo o antimacedoni, le hanno sempre (giustamente) considerate capolavori. Qui invece si assiste allo strano fenomeno per cui chi non è d’accordo con le tesi di Moore ne elogia sperticatamente la statura di artista, mentre chi ne condivide le opinioni politiche è quasi infastidito nel riconoscere che il documentario è ben fatto, come se un’idea giusta fosse sminuita da una bella esposizione.

Mi sbaglierò. Spero di sbagliarmi. Ma ho l’impressione che la “sindrome del Palio di Siena” applicata alla politica, alla cultura, al cinema, ci stia rendendo guelfi e ghibellini. Ho l’impressione che, già prima che uscisse il documentario, ci si fosse già schierati pro o contro Moore in funzione della logica perversa secondo cui l’Oca è amica del Bruco e nemica della Torre (se l’esempio è sbagliato chiedo scusa ai senesi). Dico questo perché (e ripeto: spero di sbagliarmi) non sono riuscito a vedere il benché minimo tentativo di trovare concordanze, basi di discussione, argomenti in comune. Ognuno sostiene la sua tesi, e questo è logico, ma rifiuta di discutere quella altrui: al massimo contrappone qualche esempio opposto a quelli invocati dall’avversario, se no passa direttamente alle contumelie.

Non me ne scandalizzo, però mi dispiace. Leggere discorsi il cui senso è: “Ho ragione io e chiunque non la pensi come me è un fesso” mi rattrista. Leggere che “non credere alla democrazia non è un problema” o che “quella americana non è una democrazia, ma uno stato parafascista”, anche facendo la tara alla polemica e alla retorica, mi preoccupa. Se la democrazia non è più un valore e conta solo aver ragione, perché discutere ? L’unico modo che resta per fare politica è la rivoluzione (e cioè la guerra civile). Ma questo è il modo di ragionare di chi è così abituato alla democrazia da non vederne più i vantaggi e finisce per sputare nel piatto dove mangia.

Niente di nuovo sotto il sole. Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto all’inizio del secolo scorso predicavano le stesse cose, e ci hanno regalato Mussolini, Hitler e Stalin. O, se vogliamo tenere il discorso su un piano più leggero, questo modo di ragionare ricorda quello di una signora che conversava amabilmente a tavola dicendo peste e corna della caccia e dei cacciatori, e intanto si serviva una coscia di fagiano.

TUTTE LE STRADE PORTANO A…

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:23 pm

November 13, 2004

LA SAI L’ULTIMA?

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 6:41 pm

” Questa sera termino il mio lavoro al TG5, non l’ho detto a nessuno, era giusto dirlo per primi ai telespettatori. Speriamo di essere stati onesti, spero di esserci riuscito. Fare la vittima mi ha sempre dato l’orticaria. E poi Mediaset in questi anni mi ha sempre offerto quel che volevo. Se in questi 13 anni qualcosa non vi è piaciuto è stata colpa mia. Non c’è mai stata intromissione aziendale. Vedrò se potrò ancora essere utile. Spero proprio, per quel che potrò vigilerò, che questi ingredienti del TG5 siano rispettati anche per il futuro. Comunque, nulla è per sempre, è anche le cose più belle è giusto che finiscano. Solo i pazzi credono di essere indispensabili. Devo ancora ringraziarvi, è stato bellissimo, sempre bellissimo, dal primo all’ultimo giorno. So che ci sarà sempre da contare su voi e su tutti i lavoratori e giornalisti del TG5 in un panorama informativo non sempre sufficientemente articolato. Non so come e quando ci rivedremo ma vi devo ancora ringraziare e vi saluto, per una volta nel modo più familiare: ciao.”

(Enrico Mentana, in diretta dal TG5 -11.11.04)

IL PROBLEMA BONOLIS

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:32 am

di Marco "Alderano" Rovelli

 

(Torna la rubrica di Alderano sulla televisione, "Immersione senza bombole nella desolazione". Dopo Blob, ora è la volta di Paolo Bonolis. L’amico Alderano questa volta è davvero scatenato, vi avverto… Buona lettura. M.U.)

 

Sono state versate lacrime e parole sulla rapida sostituzione della civiltà dell’immagine a quella della parola. Con qualche ragione, credo. C’è chi pensa che lo Spettacolo non sia che la conseguente fine della storia della metafisica occidentale. Ma non è di questo di cui voglio dire.

E’ di Bonolis, invece, ciò di cui voglio dire. (E – voglio dirvelo – uso questa rubrica anche per superare il ribrezzo che ho naturaliter per le parole come ‘Bonolis’ – mi terrorizza metterle su carta, mi vedo rispecchiato in un secchio d’immondizia. Gli aspetti fangosi dell’esistenza. Il bruto al posto di virtute e canoscenza.). Bonolis è un uomo (sic) che riflette la progressiva degradazione dell’uomo qualunque (uso questa espressione nonostante alla parola ‘qualunque’ sia stata restituita la sua nobiltà da un filosofo come Agamben – mi perdoni, maestro). Se questi personaggi hanno successo, è perché rispecchiano una mediocrità diffusa – la catturano, e la rimandano nobilitata allo spettatore, che in essa si vede confermato. Un idealtipo, si potrebbe dire. Che conserva le caratteristiche qualunque e le porta al massimo grado. Bonolis è il tipo della carogna. Riflette perfettamente la meschinità dell’uomo contemporaneo – che gode nella piccola vendetta (nemmeno di un grande risentimento siamo – siamo, noi? sono, loro! - più capaci), che si prende gioco delle debolezze altrui, che si sente sovrano nell’immensità della propria banalità.

L’ho sentito pronunciare una frase che ci riconduce all’ incipit di questo pezzo. Al maitreapenser della sinistra Fabio Fazio che gli chiedeva ragione di certi suoi calembours dei quali pare faccia largo uso nella sua trasmissione (dico pare perché non l’ho mai visto, c’è un limite a tutto) – ha risposto “Mi diverto molto a leggere”.

Ti diverti? Crepa, Bonolis.

Eccolo, il messaggio di un uomo che si propone come modello. La lettura è divertimento. Nient’altro. Niente che sia messa in gioco, krìsis, esposizione al limite – alla morte. O anche, più semplicemente, più borghesemente, pensiero. Solo un divertimento – circenses (e pure il circo ha un aspetto tragico che in Bonolis non compare). Ricordate Fahrenheit 451? Bruciate i libri, possono far diventare pazzo un uomo. Ciò che è permesso (ovvero indicato come oggetto del desiderio, come suo unico senso possibile) è il divertimento. E’ così compiuto l’asservimento della lettura (dunque della scrittura) al meccanismo televisivo. Lo Spettacolo che si scrive non può essere che divertissement.

 

 

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