The FK experience

November 23, 2004

MORE MOORE (TU CHIAMALE, SE VUOI…)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:08 am

di Raul Montanari

(Come certamente saprete da Mamma Nazione Indiana per problemi tecnici da qualche giorno non si riescono a commentare i post. Dunque ricevo e pubblico qui questo pezzo dell’amico Raul postato su NI ieri. Buona lettura e commenti. M.U.)

moore.jpeg1. Sparare su Michael Moore e su Fahrenheit 9/11 (con entusiasmo perfino maggiore di quello che ci metterebbe Charlton Heston) è diventato l’hobby preferito di un certo tipo di intellettuale di sinistra micragnoso, minimalista, precisetto, analitico, concentrato non dirò sull’albero, non dirò sulla foglia, ma sulle nervature della foglia, al punto di non vedere più non dirò la foresta (sarebbe troppo facile), non dirò l’albero, ma nemmeno la foglia stessa.

Come è stato giustamente osservato, questo intellettuale è rimasto orfano del soggetto politico della sinistra tradizionale, l’operaio. Essere di sinistra, per lui, è diventato essenzialmente votare in un certo modo (quando ci va, a votare: spesso il disgusto o le sirene del weekend glielo impediscono) nella famosa “gabina” elettorale, esibendo nel resto della sua attività quotidiana e, appunto, intellettuale un mix di noia e rassegnazione, di acida consapevolezza, il cui oggetto preferito non è quasi mai la destra, le sue facce, le sue parole d’ordine, le sue prassi politiche – la cui indegnità è data più o meno per scontata quando non sotterraneamente ammirata (vedasi il mito di Giuliano Ferrara) e frequentata in salotti, feste e occasioni televisive – bensì gli errori dei suoi compagni di orfanaggio, le virgole sbagliate, l’accento grave o acuto sulla “e” di perché.
(more…)

November 22, 2004

IPOCRISIA E BUSTARELLE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:07 pm

di Riccardo Ferrazzi

 

L’Inghilterra, o più precisamente il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, ha una popolazione e un prodotto interno lordo più o meno uguali a quelli italiani. La sproporzione di peso politico fra Regno Unito e Italia sta in alcune circostanze: il R.U. ha vinto l’ultima guerra, l’Italia l’ha persa; nel R.U. si bofonchia una lingua che ha qualche somiglianza con quella spiccicata negli USA, in Italia si parla l’idioma del Canton Ticino; gli uomini politici inglesi danno sempre l’impressione di dire ciò che pensano, gli uomini politici italiani… be’, lasciamo perdere.

Già. Ma sono questi motivi sufficienti per rassegnarci a una così evidente disparità di trattamento ? No. C’è dell’altro. La reputazione di un paese si forma anche (e forse soprattutto) nel modo con cui la sua classe politica gestisce i paradossi. I paesi a cultura idealista non li tollerano, li attaccano frontalmente, emanano leggi severissime, spesso persecutorie, e ne ricavano poco. I paesi pragmatici affrontano i paradossi di fianco, più nelle loro manifestazioni che nella loro essenza, emanano disposizioni tutto sommato ipocrite, ma qualche effetto lo ottengono.

È curioso notare come il R.U. passi per “la culla della democrazia moderna” anche se in realtà conserva molti tratti tipici di una aristocrazia. Politicamente tutto si decide alla Camera dei Comuni, è vero, però i ministeri, l’esercito, la marina, le università, e insomma, tutto ciò che conta nell’amministrazione dello stato, è nelle mani dei rampolli di (si dice) cinquantamila famiglie, le stesse che da dieci secoli detengono la proprietà terriera dell’isola. A titolo di esempio, forse non tutti sanno che il suolo di buona parte del centro di Londra appartiene tuttora al duca di Gloucester, il quale non lo vende, concede solo il diritto di superficie e riscuote ogni anno lauti affitti.

Nell’amministrazione dello stato le carriere più importanti e prestigiose vengono di fatto attribuite per cooptazione. Se tu sei nipote del quindicesimo conte di Vattelapeach, anche se non hai diritto al titolo e alle proprietà, un posto al ministero non te lo leva nessuno, e stai tranquillo che fra te e Roger Nobody (che a forza di borse di studio ha ottenuto la laurea a Cambridge con 111 e lode, abbraccio accademico, ecc. ecc., ma è figlio di un elettricista) il direttore generale (che è nipote del quattordicesimo marchese di Fuckmeonemoretime) tenderà sempre ad affidare a te le pratiche più riservate.

Perché diavolo succede tutto ciò ? Com’è possibile che i laburisti non ci abbiano mai messo rimedio ? Ehm… le risposte arrivano in tono imbarazzato.

“Vedete, voi italiani sapete bene che cos’è la corruzione. Dove ci sono affari, appalti, commesse, ci sono anche le… how do you say ? bustarelle ? oh yes, bustarelle. Un po’ come la prostituzione, you know ? impossibile eliminarla, si può solo circoscriverla, renderla meno sfacciata. Dunque, affidare i ministeri, l’esercito, l’apparato dello stato, ai rampolli delle cinquantamila famiglie ci garantisce perché: 1) è gente che ha ricevuto una educazione di buon livello, 2) fin dalla più tenera età hanno imparato che dai loro atti, anche minimi, discendono conseguenze, anche gravi, per molti altri: cioè, sono stati educati a portare il peso delle responsabilità, 3) siccome le pecore nere ci sono dappertutto e anche fra i nobilastri c’è chi si vende, almeno non si venderà a chiunque e per quattro soldi. Quest’ultima considerazione è tutt’altro che marginale. Anzi, è importantissima. Infatti, il modo più efficace per ridurre la corruzione è renderla molto cara. E per far questo bisogna canalizzarla attraverso pochi intermediari (in America li chiamano lobbyist) i quali provvedono a renderla ancora più cara.”

Come si può vedere, si tratta di un discorso molto cinico e pragmatico, che sembra fatto apposta per fare inorridire le anime belle che abbondano nel Bel Paese. Per di più, niente garantisce che una ricetta inglese funzioni anche all’estero. Però mi par di ricordare che di “mani pulite” in Inghilterra non c’è mai stato bisogno.

November 21, 2004

IL CASO (PIETOSO)

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 8:45 pm

" Un caso pietoso commuove, due anche, tre deprimono, dieci amareggiano, cento scocciano, mille rallegrano gli scampati".

(Marcello Marchesi)

LA MENSA E’ POPOLARE!

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:42 pm

di Kanji

 

(Eccovi un racconto di vita vissuta di Kanji. Come si dice: giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa… E domenica? Io oggi vado di brasato con polenta. E voi?… Buona lettura. M.U.)

 

"Buonasera Adele."

Che sfigati, salutiamo in coro come davanti al papa.

"Ciao ragazzi, veloci a chiudere la porta che mi scappa il caldo."

In tono freddo servito piatto non ci degna di uno sguardo.

"Eh, eh, eh" mi sghignazzi all’orecchio, "è un’entusiasta la sciùra Adele! Ma poi scusa, se gli esce un pò di fumo non è meglio? Magari si distingue il sapore che ha la roba che ci mette nel piatto".

"Oh, non cominciare, che qui si viaggia sull’onda popolare. Vuoi spender poco

e mangiar bene? E allora non stressare!"

"Ho capito, ma quando usciamo i vestiti li possiamo buttare nel cesso. Fumano anche le zampe di cervo dell’appendiabiti, cazzo!"

"Ma smettila, cos’hai stasera, il naso snob? Guarda, che non è che la tua macchina profuma proprio di violette! Però è vero, tutte ste teste imbalsamate mi fanno uno schifo!"

"Infatti! Dì un pò invece, ma tu vieni qui per farti controllare il culo?"

"Ma che cavolo dici?"

"Non ti girare. C’è il tavolo nell’angolo, quello di fronte al bancone, sono in cinque che giocano a carte, e non ce ne è uno che non ti stia controllando la circonferenza del culo. Secondo me, ci scommettono sopra!"

"Ma ci scommettono sopra a cosa?"

"Scommettono se dall’ultima volta che siamo venuti qui a mangiare, ti è aumentato il culo! Anzi, fa un pò vedere."

"Ma vai a cagare, va!"

"Su ragazzi! Non vi dovrò mica accompagnare al tavolo, dai veloci!

Guardate che lo stinco è finito, anche le patate al forno e anche i pizzocheri."

Ce lo urla dalla cucina nella sua vestaglietta bianca fin sotto il ginocchio, l’Adele.

"Ma scusa sono le otto, a che ore mangiano qui? Alle sei?"

"Bhò, vediamo un pò sulla lavagna cos’è rimasto."

"La trippa, evvai! Che buona, cazzo! Buona come la fa l’Adele la fa solo la Marta

in paradiso!"

"Ma che Marta?"

"Ma si, la Marta, quella che quando Cristo insegnava, lei invece che sedersi ad ascoltare, cucinava."

"Sarà, ma io questa Marta non l’ho mai sentita."

"Ma si, la Marta, la sorella di Lazzaro, quello che poi è morto e risorto.

Insomma, Gesù era un loro amico, era di casa. Ogni volta che arrivava si sedeva e iniziava a parlare, e tutti lì seduti ad ascoltare, a pendergli dalle labbra. A parte la Marta, lei sta in cucina tutto il tempo e si lamenta che nessuno le da una mano. Allora Gesù si scoccia e le dice: "Dai Marta, vieni a sederti con noi, che se poi manca qualcosa, te lo moltiplico io!"

E la Marta: "E’ no, Cristo! Che poi tu da una focaccia ne fai qua venti, e non sanno mai di niente!"

"Che stronzata!"

Arriva la sciùra ciabattando.

"Ragazzi vi arrangiate voi, vero? Ecco le tovagliette, le posate e i tovaglioli sono lì dietro. Guarda un pò, girati bel giovanotto! Che sono lì, che ti guardano sulla mensola. Adesso vi porto il pane. Vino o birra?"

"A dire il vero acqua, naturale, grazie" sorrido un pò deforme.

"Va bene, ah, tieni cara, ti lascio il foglio, segna tu cosa volete mangiare.

Dai che lo so che sei brava, che io qui divento matta con tutta sta gente!"

Senza parole comincio a scrivere mentre prendi i tovaglioli avvilito.

Attacchi: "Certo che sei proprio brava. Scrivi, scrivi, eh, eh, eh. E mi raccomando, bello grande, che se l’Adele non capisce ci fa pisciare nel piatto dal cane! Ma l’hai visto, quel cane che c’è sempre in cucina?"

"Bhè, almeno qui per fumare non serve chiedere il permesso!"

"Brava, mi hai fatto venir voglia, vuoi una sizza?"

Arriva l’Adele ciabattando più di prima.

"E’ no, bel giovanotto! Se vuoi fumare devi stare vicino al bancone, è cambiata la legge caro, qui non fuma più nessuno."

"Ma come, è cambiata la legge in una settimana?"

"Fuori, fuori, alza il culetto, dai! Hai finito di scrivere, cara? Brava, guarda che bella calligrafia grande, brava, così si fa! Io quelli che scrivono piccolo piccolo

i mazzeresi!"

Intanto te ne stai imbambolato contro il bancone, e mi fai segno con le mani se voglio fumarmi una sizza in compagnia.

No, caro, ti spiego con le mani anch’io. Non mi viene neanche in mente, di starmene in piedi con il culo a portata briscola! L’orazione gestuale è un pò complicata, infatti non capisci un cazzo e mi ripeti la stessa mimica domanda.

L’Adele ti passa davanti con due piatti fumanti di trippa, ti aspiri due centimetri di divieto in un tiro solo e compari giusto giusto sulla scia della locandiera, ti siedi al volo mentre ti sta appoggiando il piatto davanti.

Sghignazzo.

"Cos’è? Avevi paura che ti sgridasse davanti a tutti?"

"Ma va, che scema! E’ che dopo tutta sta fatica, mi scocciava mangiare la trippa fredda" e affronti il piatto attaccando col brodo.

Il coro della briscola:

"All’osteria numero nove

paraponziponzipà

la servetta fa le prove

paraponziponzipà

fa le prove col prosciutto

per veder se c’entra tutto…………."

"Ma dai, e che cazzo, i cori no! Ma proprio adesso?"

Mi urli addosso perché diversamente è impossibile capirsi.

"A me viene da piangereee!"

"Guarda che i cantori sono i tuoi aficionados, sono quelli della briscola!"

"Sarà contenta l’Adele, non io di certo. Così si sgolano tutto il vino che hanno nel fiato, e poi ne chiedono ancora!"

Il coro della briscola:

"All’osteria numero mille……….."

Ho finito al volo e ti guardo ingollare l’ultimo boccone senza prender fiato.

"Che ne dici, andiamo?"

"Perché? Non hai voglia di scrivere La torta della casa x 2, sul foglietto?"

"Dai scemo! Andiamo. Ho bisogno di nicotina!"

La sciùra Adele asciuga i bicchieri dietro il bancone rivestito di rame, in coordinato con l’orologio appeso tra le bottiglie di grappa, che non si capisce se vuole essere un sole o una lattina di chinotto esplosa.

"Ma come ragazzi, niente torta della casa stasera?"

Ovviamente non gliene frega niente di ascoltare la risposta, e continua.

"Allora bel giovanotto, l’acqua e le due trippe, fanno sei euro."

Hai solo un cinquanta nel portafoglio e io idem. L’Adele storce il naso, e poi caccia il resto dal portafogli che tiene nascosto in una tasca della vestaglietta.

Appena chiusa la porta col vetro zigrinato, mi guardi tra l’allibito e il divertito e attacchi a bofonchiare.

"Certo che sta Adele fa sempre storie per il resto, ma mai una volta che batta lo scontrino!"

"E vabbè, cosa pretendi per sei euro?"

Nel frattempo mi annuso la giacca che sa di verze e salsiccia alla brace, di cui sul menù non c’era traccia.

"Ci mancherebbe pure di pagarne di più, quella la prossima volta la trippa ce la fa portare da casa e vedi se non ci fa pagare sei euro uguale!"

November 20, 2004

SU PETER HAMMILL

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:04 pm

(In occasione del Premio Tenco alla carriera recentemente dato a questo secondo me straordinario musicista, pubblico questo mio pezzo a lui dedicato già apparso ad agosto su Kinglear.)

 

Questa è la succinta storia (una inframuscolo) di un autorinnegato del rock. Di un uomo che ha inventato il “progressive” britannico, ne è stato una delle icone per una brevissima stagione e poi si è subito buttato a fare altro, anticipando il punk e la new wave e sperimentando la sua musica da camera con album anticommerciali usciti quasi a cadenza annuale fino a oggi. Come si dice, un artista di culto.

 

Peter Hammill nasce 55 anni fa a Ealing. Temperamento umbratile, fonda nel 67 il gruppo dei Van der Graaf Generator dopo aver scritto già per suo conto una novantina di canzoni fino a quel momento ovviamente inedite. I VdGG sono sicuramente stati il miglior gruppo di progressive rock britannico. Se nello stesso periodo i Genesis di Peter Gabriel assurgevano a fama mondiale mischiando glam e richiami medievaleggianti con arrangiamenti raffinati, i VdGG di Hammill (voce e autore di tutti i pezzi del gruppo) cantano l’ossessione intima, la disperazione dell’uomo moderno troppo piccolo scaraventato in un mondocane troppo grande. Dotato di una vocalità eccezionale capace di spaziare su almeno 3 ottave, il canto rarefatto e spesso glaciale di Hammill diventa spesso grido disperato, urlo spaziale, gorgheggio horror, espressione di una Weltschmerz che a volte sfocia nella Todeslust - ma proveniente da marchio registrato rigorosamente Made in England. Da un punto di vista musicale il gruppo offre all’ascoltatore di buona volontà una congerie di suoni spesso distorti, un jazz-rock martoriato da progressioni allucinate e pause psicotiche percorse dal canto da lupo ovviamente solitario del cantante e leader, con la batteria lucida e precisa di Guy Evans , il sax carognesco di David Jackson e l’organo elettrico e galattico di Hugh Banton. Gli arrangiamenti sono quasi sbracati, niente leccature genesisiane o orchestrazioni sopra le righe (ovviamente del pentagramma) tipiche degli Yes.

Il capolavoro è “Pawn Hearts”, del 71, composto di 4 “sinfonie brevi” di cui A Plague of Lighthouse Keepers è forse la migliore composizione in assoluto dei VdGG: rumori di navi in partenza (o in arrivo?) cacofonie, jazz-rock martoriante, voce stentorea da penitente che sfocia in urlo graffiante, pause da “oratorio”, rifiatare melodico, inserti nel cabaret, atmosfera d’insieme cupa e allucinata, sofferenza, angoscia, tipica sensazione d’annegamento, miraggi… Ottimo come ansiolitico per gli ottimi e abbondanti fan di Britney Spears, insomma.

Parallelamente PH manda avanti, anche qui senza compromessi, una difficile carriera solista. Nel 76 è in Canada come supporter dei Genesis, mentre ha da non molto ricostituito i VdGG dopo uno scioglimento durato 4 anni. Con il gruppo realizza altri tre dischi fino al 78, il migliore dei quali è senz’altro “The Quiet Zone /The Pleasure Dome”, nel quale il sound te spacca (come il groove del Piotta…) senza mezzi termini, diventando più secco, e le suites diventano canzoni prolungate di massimo 7 minuti che in qualche modo anticipano la new wave. (Ottimo a questo proposito il rock energetico di The Sphinx in the Face). Dopo un bell’album dal vivo secco e cattivo (“Vital”), registrato al celebre Marquee di Londra, il gruppo si scoglie definitivamente nel 78 anche a causa dello scarso numero di copie vendute.

Il capolavoro solista del periodo 70 è forse “In Camera”, (1974) disco effettivamente realizzato nella casa del musicista; il clima del disco è di follia pura, un pandemonio di rock duro, grezzo, disperazione e gran finale con Gog/Magog, composizione rock originalissima che poi sfocia in svariati minuti di rumori ossessivi ma allo stesso modo musicali che si ripercuotono con ossessività fino all’esasperazione dell’ascoltatore…

Hammill è un musicista estremamente versatile. La sua vastissima ed eterogenea produzione solista comprende anche molte ballads intimiste, vere e proprie canzoni da “crooner” per voce e piano solo come nello splendido “As Close as This” del 1986, e struggenti pezzi sentimentali come in “Over”, 1976, disco dolcemente straziante. Melodico e struggente a volte, ringhiante fino al “fuck you” altre volte. Ammiratore incondizionato di Jimi Hendrix. Protopunk (come in un altro disco fondamentale, “Nadir’s Big Chance”, 1975) e qualche tempo dopo simil-disco. Ma niente paraculaggini copiaincolla alla David Bowie: questo qui è un musicista agli antipodi dei poseurs, anche se non gli è mai dispiaciuto, talvolta, gigioneggiare; ma con una certa ironia. Niente stadi in cui esibirsi; a Milano però lo ospitò il Conservatorio. Altro gran disco è a mio parere “A Black Box” del 1980, pezzi elettronici tra Brian Eno e il Peter Gabriel di quei tempi (col quale PH collaborerà alle backing vocals nella superhit Shock The Monkeys) comprendente la suite di 20 minuti Flight, che forse è il pezzo che meglio di molti altri riassume tutta la versatile arte del cantante compositore polistrumentista: elettronica, cori sovraincisi rigorosamente da sé stesso, rock duro, sballamenti enfatici, momenti di ironica follia, lunghi attimi di “down”, episodi da opera alla Purcell. Tra gli strumenti che Hammill solitamente suona c’è anche la chitarra acustica, per dare non di rado una venatura folk al suo pot-pourri sonoro di eccentrico gentiluomo di campagna inglese.

Tipo schivo e ormai padre di famiglia di mezza età, borghese gentiluomo di vasta cultura, PH sfoga ancora il probabile dolore causatogli da un’educazione gesuitica in versi che, quando non si richiamano alla magia nera, alla fantascienza, al mito, all’horror di derivazione Edgar Allan Poe (memorabile la sua rock-opera “The Fall of House of Usher”, 1990) trattano di amori disperati e incidenti stradali, trasvolate aviolinee da panico, visioni da camera oscura e da camera da letto da motel e ritratti (bellissimo quello dell’attore shakesperiano in After the show- “dove vanno gli attori dopo lo spettacolo?” si chiede il Nostro con leggera inquietudine- pezzo di trent’anni fa che sembra scritto quasi l’altro ieri). Un portatore sano (?) d’ansia, uno non proprio per tutti i gusti. Anzi. Uno che in un certo senso ti mette alla prova. E anche un “allegrone”, si potrebbe ironicamente commentare da queste poche righe. Ma anche un autoironico, un romantico, un fuori di testa a prescindere. Semisconosciuto in patria ma apprezzato da una dura e pura schiera di fan in alcuni paesi europei, in Australia, in Giappone, in USA. Uscito dall’industria alla fine degli anni 70, produttore e discografico indipendente di sé stesso con l’etichetta “Fie!”. Uno dei primi a produrre la sua musica praticamente in casa propria, in analogico, molto prima che l’autoproduzione casalinga – grazie all’elettronica- diventasse prassi consolidata. Nonostante un infarto da fumatore accanito occorsogli nel dicembre scorso a registrazione appena conclusa del suo 49mo album, “Incoherence”, Hammill continua imperterrito a comporre e – come ormai da quasi trent’anni – ad autoprodurre con non sempre brillantissimi risultati ma in ogni caso con grande impegno la sua musica per nulla catalogabile e sempre personalissima. Senza compromessi, come fin dall’inizio. Un’eterna promessa. O una promessa eterna.

 

Il suo sito è www. sofasound.com - tra i miei link sotto la voce Peter Hammill.

November 19, 2004

LINEA GOTICA, PRIMO LATO:LA CITTA’ TREMA COME CREATURA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:15 pm

di Lorenzo Galbiati

 

(Inizia oggi una serie di tre puntate sui CSI-PGR, gruppo italiano estremamente significativo guidato da Giovanni Lindo Ferretti- nella foto-. Buona lettura.M.U.)

 

Nell’ambito della musica rock d’autore italiana si aggira da qualche anno un gruppo di reduci, di sopravvissuti: i PGR, o, per esteso, i Per Grazia Ricevuta. Un nome, un programma. Si tratta di Giovanni Lindo Ferretti, voce e autore dei testi, Gianni Maroccolo, bassista, e Giorgio Canali, chitarrista e autore delle musiche con Maroccolo. Sono musicisti che hanno segnato il rock italiano fin dai primi anni Ottanta, militando in gruppi come i CCCP Fedeli alla Linea, i Litfiba e il Consorzio Suonatori Indipendenti.

Questa estate è uscito il secondo disco dei PGR, D’anime e d’animali. Un gran bel disco rock, immediato, senza fronzoli, e al di sopra della media dei prodotti italiani grazie alla voce e ai testi di Ferretti.

Ma non è di questo album che voglio parlare, per ora, bensì del suo precursore “ideologico”, che io individuo in Linea gotica, disco del Consorzio Suonatori Indipendenti del 1996. E’ da qui che bisogna partire per capire l’evoluzione del Ferretti-pensiero e l’importanza di questo gruppo per la cultura musicale italiana. Inoltre, per quanto può contare la mia opinione, ritengo questo album il più bel disco rock d’autore degli anni Novanta; lo affermo per la qualità delle soluzioni melodiche, degli arrangiamenti e dei suoni, ossessivi e paranoici, che insieme alla voce salmodiante di Ferretti, e alla pregnanza dei suoi versi, fanno di quest’opera un unicum nel panorama musicale italiano.

La scrittura di Ferretti è diversa da quella dei cantautori, e in questo disco si compenetra perfettamente con la trama sonora, ne è la sua verbalizzazione. È per questo che analizzando i testi delle canzoni di Linea gotica spero di darvi un’idea dell’atmosfera che regna nell’album, che inizia con una canzone manifesto, Cupe vampe. Ferretti canta il rogo della biblioteca di Sarajevo, la cui immagine rielaborata è stampata sulla copertina dell’album.

“di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

che gli ebrei sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s’alzano i roghi al cielo

s’alzano i roghi in cupe vampe

brucia la biblioteca degli slavi del sud, europei dei Balcani

bruciano i libri

possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri

s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe…

di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

come creatura”

A questo punto la melodia si ferma e inizia un crescendo, scandito da un violino psicotico, in cui Ferretti ne ha per tutti:

“cupe vampe livide stanze

occhio cecchino etnico assassino

alto il sole: sete e sudore

piena la luna: nessuna fortuna

ci fotte la guerra che armi non ha

ci fotte la pace che ammazza qua e là

ci fottono i preti i pope i mullah

l’ONU, la NATO, la civiltà

bella la vita dentro un catino

bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città

questa è la favola della viltà”

A fine canzone si resta senza fiato. Un capolavoro assoluto, la più bella canzone italiana che io abbia sentito finora. Nella seconda traccia, Sogni e sintomi, Ferretti evoca istinti primordiali che ci legano inesorabilmente al mondo animale:

“del bisogno d’essere scaldato, d’essere nutrito

del bisogno nostro d’essere consolati

frutto di un’innocenza remota

imbastardita

stretta di carne accattivante…

come un animale che sa cos’è il dolore

guardo il mondo con occhio lineare

come un animale nel tempo di morire

cerco un posto che non si può trovare…”

La musica minimalista, sorretta da un basso granitico, nasconde un’energia implosa che sa di punk, e che solo nel finale viene sviscerata. È un altro capolavoro, meno prorompente, più sofferto del primo.

Dopo due canzoni che tolgono il respiro, arriva una lunga ballata, che permette di prendere ossigeno: si tratta di E ti vengo a cercare di Battiato, che onora i CSI cantando l’ultima strofa.

“questo secolo oramai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà”

declama Ferretti con il tono ieratico che gli è proprio, e pare che il testo sia suo. Rispetto all’originale di Battiato i tempi sono dilatati, e il suono è reso più lugubre dalle chitarre distorte che pare non finiscano mai. Impreziosisce il pezzo la voce bellissima, limpida, di Ginevra di Marco, la corista del gruppo.

Il quarto pezzo, Esco, si assesta su ritmi lenti da ballata, e con la sua ossessività inizia a mettere a dura prova l’ascoltatore poco motivato. Il suono alla Pink Floyd, ruvido e ripetitivo, rischia di distrarre dalla bellezza ermetica del testo, che riporto interamente:

“memoria parla consolante

succedono le età

succedono le età – meravigliose

che non c’è età assoluta

altro vi fu e sarà e quanto

e in quale forma

qui la luce si ritrae

e l’aria è satura dall’eco di lamenti

scorteccio le parole

aride schegge adatte al fuoco

è l’instabilità che ci fa saldi ormai

negli sgretolamenti quotidiani”

Cambia il ritmo nella quinta canzone, Blu, che alterna momenti languidi a accelerazioni angosciose; il testo rimanda a presagi di confusione e sofferenza, che sfociano in un finale inaspettatamente ottimista:

“alimentare catena implacabile

pause tranquille atte alla digestione

intransigenze mute

rabbiose devozioni

ho dato al mio dolore

la forma di parole abusate

che mi prometto di non pronunciare mai più

ho dato al mio dolore la forma di abusate parole

lasciando perdere attese e ritorni

ho aperto gli occhi dall’orlo increspato

ho visto l’alba blu”

Ancora una volta le immagini evocate dalle parole scolpiscono il ritmo della musica, e la fanno penetrare nelle viscere di chi ascolta. È il terzo capolavoro. E non è finita.

November 18, 2004

AMORE UNIVERSALE

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 10:28 pm

io amo dio

tu ami dio

noi amiamo dio

 

dio ama noi?

dio ama te?

dio ama me?

 

io amo te

tu ami me

dio ama dio.

 

OPERAZIONE POLENTA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 2:20 pm

di Gianni Biondillo

 

(E’ l’ora di pranzo. Pubblico quindi a ragion veduta - e a pancia momentaneamente vuota - questo sacrosanto appello di Gianni. Buon appetito a tutti…M.U.)

 

Carissimi,

so che la cosa pare ignobile, ma non lo faccio per il premio (tanto non lo vincerò di certo, vuoi che non lo vinca Carofiglio?) ma per la polenta!

Mi spiego meglio: a Courmayeur, come ogni anno, si decreterà il vincitore del premio Scerbanenco. Per entrare nella cinquina dei finalisti bisogna essere votati via internet. qui: http://www.noirfest.com/2004/home-it.php

Bisogna registrarsi e votare. UN SOLO VOTO PER UTENTE/COMPUTER, non ne accettano di più. Entro il 21 di questo mese.

Se entro nella cinquina finalista di certo mi inviteranno a Courma e io MANGERO’ UN MEGAPOLENTA. Capite quanto sia importante per me?

Quello che cerco non è "onore e gloria", ma: "panza mia fatti capanna". Aiutatemi, please.

 

Grazie, ciao, Gianni

 

p.s. fatelo girare, come una catenia di S.Antonio. Che oltre la polenta voglio mangiare anche la fonduta!

 

CRONACA DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:56 pm

di Elio Paoloni

 

(Ricevo e pubblico questo pezzo, già uscito il 9 Novembre su "Stilos". Una recensione che a mio avviso puo’ essere un ottimo spunto di riflessione su di un mondo che -bene o male- ci riguarda tutti: quello che lavoro. M.U.)

 

O, più propriamente, di una mancata riconferma. Ma niente ha più lo stesso nome, in fabbrica, e più schifoso è un compito, più alte sono le probabilità che sia descritto in inglese, o in aziendese. Questo libro Feltrinelli di Francesco Dezio, "Nicola Rubino è entrato in fabbrica", si inserisce in un genere nuovamente frequentato: il romanzo sul mondo del lavoro, una boccata d’aria fresca in un panorama di educazioni sentimentali sempre più giovanili e memorialistica di letterati sempre più anziani. Chi voleva più realtà, più presente e, soprattutto, meno librume, è servito. Questi scrittori non danno l’impressione di aver letto tutti i libri, non sono interessati a problematiche letterarie e se pure il linguaggio riesce sperimentale, non puzza di tavolino, di trasgressione estetizzante, di riflessione sulle possibilità della lingua: l’espressionismo nasce da un groppo esistenziale, da un confronto con le materie prime, dalle pause - temporalmente brevi, neuronalmente eterne - tra una torsione del metacarpo e un’altra. Spiazzante ed efficace, ad esempio, il finale di questo libro.

Naturale che, insieme agli ipereufemistici anglismi delle flautate esortazioni manageriali, Dezio adotti deformazioni dialettali (se non ve ne fossero il racconto perderebbe credibilità). Ma, come in troppi romanzi meridionali, si eccede nel disseminare termini incomprensibili marchiati dall’abominevole asterisco di rimando a piè pagina.

Sono fioccati i riferimenti ai - non molti - romanzi di fabbrica del passato, oltre che a quelli recenti ( La dismissione, Pausa Caffè). Per l’altamurano Dezio il confronto obbligato è con Tommaso Di Ciaula, anche lui del barese: negli anni ’70 Tuta blu, altro percorso infernale in una fabbrica pugliese, fu una meteora, nel mondo letterario e anche nella bibliografia dell’autore, assai scarna. Si fanno confronti tra i due mondi, ancor più obbligati per la circostanza che il pluritradotto Tuta Blu, ristampato recentemente da Zambon, era stato edito proprio da Feltrinelli. Lì si descriveva la frattura tra il mondo contadino e quello industriale, affioravano momenti bucolici che Dezio non condividerebbe (lui nel tempo libero si spara gli Einstuzende Neubauten).Ma gli accostamenti li fanno i critici,  che Dezio non ha tempo per questi giochetti. Di Ciaula, Volponi, Balestrini (ai quali comunque preferisce Easton Ellis) li ha letti dopo. Prima è stato occupato con la puzza, il rumore, il caldo e la fatica, che pare siano sempre gli stessi, come i veleni che ti squagliano la pelle (tanto per cominciare) senza che il medico di fabbrica (distratto come quello del Memoriale di Volponi) riesca ad accorgersene. La cosa più sorprendente, nel mondo postfordista della smaterializzazione del lavoro, è che le funzioni manuali ripetitive, ossessive, sono sempre lì, ineliminabili, almeno non del tutto eliminabili. Alla faccia del “nuovo” lavoro, soft, creativo e ipertecnologico.

Dezio monta uno spaccato di quest’inferno. I gironi attraversati dal mobbizzato sono vividi (la vividezza del visionario - dell’artista visuale che Dezio vorrebbe tornare a essere - non del realista) le sequenze gestuali sembra di compierle, avvertiamo lo spasimo dei tendini. C’è pure una variante internettica e pedante, inutilmente esaustiva, dell’ unpezzounculo, work-song dell’indimenticabile Lulù de La classe operaia va in paradiso. E ci sono accostamenti risaputi, anche se attualizzati: vedi gli operai senza nome identificati dal numero di matricola e parificati a macchine. A cambiare è la colonna sonora, quindi la lingua.

Dezio è incazzato, lo dichiara anche in postfazione: non solo gli operai continuano a venir massacrati, ma si sono incanagliti e il sindacato ha meno spazio (la classe operaia è andata in pensione). Questo atteggiamento, che Andrea Di Consoli, apprezzando, definisce la "maleducazione collerica della classe operaia di ieri e di oggi" è funzionale al pamphlet, al grottesco che inevitabilmente ammanta capi e capetti. Ma rende anche impraticabile la strada del romanzo di spessore. Non ci sono mezzi toni, non c’è l’ambiguità del reale, non c’è uno sguardo dall’alto, da fuori. Non c’è spazio per un’idea del mondo del lavoro (del mondo, semplicemente) più somigliante a quello che quasi sempre si rivela: un limbo, a volte un purgatorio.

Divorzio annunziato, si diceva. "Non sono un operaio che scrive- dice  Dezio sulle differenze col conterraneo Di Ciaula -sono un narratore che è capitato in fabbrica."  E il protagonista, appunto, odia la fabbrica "a prescindere": la fissa “ muto, distante, inerte” prima ancora dell’assunzione. Nella " cascata delle coordinate, nelle oscillazioni elettroscopiche" del pannello dei comandi, nel " tornado acido di intrugli chimici sbatacchiati, nel furibondo vortice di liquame biancogiallastro che travolge la zozzosa ferraglia impestata”, Dezio-Rubino vede solo “il caos”. Nella vita dell’operaio “normale” Gesualdo, uno a tempo indeterminato, cioè approdato a quella tranquillità cui il protagonista e i suoi compagni del corso dovrebbero aspirare, vede un inferno ancora peggiore. In un solo brano un operatore viene descritto in maniera neutra se non positiva: " tutto preso dalla sequenza, in pilota automatico ed estasi ginnica sublimata, mano però gentile, volenterosa, ferma quando c’è da esser fermi, possente quando c’è da assestare la stoccata, il colpo preciso, diretto, infallibile”. Ma immediatamente, quasi pentito, Dezio lo paragona a un manichino da crash-test, lo chiama Robocop. E una sola volta Rubino ha un soprassalto d’orgoglio: “ innesta la quinta e si mangia in blocco il carico dei pezzi" unicamente per umiliare un compagno che voleva fare il furbo.

A fare gli psicologi, insomma, siamo di fronte a un ribelle di professione che nell’esclusione finale cerca la riconferma della stronzaggine del mondo.

Sarebbe insultante chiedere ai mille Rubino di aver fede nelle magnifiche mission e progressive della classe manageriale. Niente è accettabile quando proviene da chi continua a maramaldeggiare sulla più ricattabile delle forze lavoro occidentali, quella del nostro meridione. Eppure il Lorenzo che salvò Primo Levi, faceva il suo lavoro con precisione, con puntiglio, persino sotto i nazisti. " Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra".

Quando l’Italia si meriterà un libro sul lavoro che prenda le mosse da La chiave a stella, invece che da Memoriale?

November 17, 2004

A PROPOSITO DEI FILM TRATTI DA SIMENON

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 5:36 pm

" Avete mai letto L’ainé des Ferchaux di Simenon? Leggetelo, una volta o l’altra. E successivamente andate a vedere il mio film ( Lo Sciacallo, nell’edizione italiana ndr.) Quando uscì, i critici scrissero: - Melville ha rispettato moltissimo…-. Il problema dell’adattamento è essenziale.Avrei voglia di dire: -Signori, avete scritto che sono stato molto fedele allo spirito e al libro di Simenon; adesso vi leggerò i passaggi salienti del libro in cui Simenon descrive i suoi personaggi, e poi farete un raffronto con i miei…-. Quando un libro mi piace, mi nutro completamente del suo spirito. Un’eccezione è proprio L’ainé des Ferchaux, che non ho per niente rispettato".

(Jean-Pierre Melville, regista cinematografico francese soprattutto di noir, attivo dalla fine degli anni 40 a metà anni 70)

 

« Older PostsNewer Posts »

Powered by WordPress