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November 26, 2004

LINEA GOTICA, SECONDO LATO: UNA IRATA SENSAZIONE DI PEGGIORAMENTO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 11:35 am

di Lorenzo Galbiati

 

(Eccovi la seconda puntata della serie sui CSI-PGR di Giovanni Lindo Ferretti. Ricordo che la prima è andata in rete venerdì scorso, 19 Novembre. Buona lettura. M.U.)

 

Nel primo lato di Linea gotica Ferretti ha cantato la guerra in Jugoslavia e le situazioni e gli stati d’animo a essa connessi: “come un animale nel tempo di morire”, “questo secolo oramai alla fine saturo di parassiti senza dignità”, “l’aria è satura dall’eco di lamenti”, “ho dato al mio dolore la forma di abusate parole”, e si potrebbe continuare.

Il secondo lato si apre con il pezzo che dà il titolo all’album e che inizia con una citazione di Fenoglio:

“Alba la presero in duemila il 10 ottobre

e la persero in duecento il 2 novembre dell’anno 1944 (Beppe Fenoglio)

anche la disperazione impone dei doveri

e l’infelicità può essere preziosa

non si teme il proprio tempo è un problema di spazio (2v.)

geniali dilettanti in selvaggia parata

ragioni personali una questione privata”

La Resistenza italiana, dunque, per Ferretti pare essere “una questione privata”, come nell’omonimo romanzo di Fenoglio.

Questa volta la musica minimalista, basata su basso e chitarra, è un semplice accompagnamento alla voce recitante; in questo modo, però, la melodia risulta appena accennata e la canzone non riesce a raggiungere l’intensità delle precedenti. Il finale esplicita il movente di tutto il lavoro del gruppo:

“occorre essere attenti occorre essere attenti

e scegliersi la parte dietro la Linea gotica

Comandante Diavolo Monaco Obbediente

Giovane Staffetta Ribelle Combattente

la mia piccola patria dietro la linea gotica

sa scegliersi la parte – mai come ora”

Ferretti, nato in terra di partigiani (il reggiano), va fiero della sua patria, della sua capacità di schierarsi e prendere posto dietro la Linea gotica. La canzone è un chiaro invito a combattere, a prendere posizione, oggi più di allora: è la voce angelica di Ginevra di Marco, che fa da contrappunto a quella severa di Ferretti, a sussurrare “mai come ora”.

La traccia che segue, Millenni, è un rock possente e cattivo. Il bersaglio questa volta è la chiesa cattolica:

“Millenni di Patto millenni di Legge millenni d’Osservanza

millenni di Croce per nuove Alleanze millenni nel Nome di Dio

millenni di sangue versato a concime

millenni di imperi e regimi

millenni di regni di dio…

Millennio del Signore, sesto

o secondo che finisce

o secondo che avanza

Urlo da lama

Santa mattanza

Non sono scrupoloso al riguardo di Dio

È a nostra immagine e somiglianza.”

La posizione del credente Ferretti è precisata nelle note scritte sul libretto dei testi, ed è di grande attualità: “più si chiama in causa Dio più aumenta il livello del dolore, delle atrocità, della violenza. Come è possibile che ‘Colui che tergerà ogni lacrima dai loro occhi’ li stia facendo annegare nelle loro lacrime? Sia chiaro ciò non farà di me un anticlericale, di tutte le sette la più sciocca, anche se di questi tempi la meno pericolosa.”

Il pezzo successivo, L’ora delle tentazioni, allontana di poco la mira e punta il dito sulla morale sessuofobica della Chiesa. È la canzone più lunga del disco, quasi dieci minuti, e regala emozioni a non finire. La voce di Ferretti è accompagnata dal piano di Magnelli e intervallata dai vocalizzi della di Marco, che conferiscono un’atmosfera onirica a tutto il pezzo. A metà canzone, in un crescendo di questi tre elementi, Ferretti scandisce prima con voce cavernosa, poi baritonale e infine acuta:

“la casa la chiesa a modo e perbene

campana che suona la notte che viene

cattolico decoro cattolico decoro

cattolico decoro cattolico decoro

- la luce si spegne”

Di nuovo si rimane senza fiato. È il quarto capolavoro. La parte finale del pezzo permette di rilassarsi tra gli ultimi versi di Ferretti (“scaldano le braccia del peccato, scaldano il freddo del firmamento, che è fredda la notte, è fredda la notte) e i vocalizzi della di Marco, che ci regalano ancora dei brividi.

La canzone successiva, Io e Tancredi, musicalmente è la meno significativa dell’album ma dal punto di vista testuale è assai importante. Ferretti torna ad affrontare il tema delle parentele tra uomini e animali (Tancredi era il suo amato cavallaccio), e questa volta si espone in prima persona tratteggiando un autoritratto che prende i cavalli come termine di riferimento:

“somiglia il mio vedere all’occhio dei cavalli

cieco da distorsione nell’immediato fronte

fondo e pungente ai lati in connessioni ardite

preda dello sgomento facile allo spavento…

e testardo e ribelle paziente strafottente

capace di volare e pronto a incespicare

ma docile e tranquillo e temerario e ardito

al giusto carezzevole necessario contatto

e testardo e ribelle paziente e strafottente

disposto a stramazzare se l’occasione vale”

Ecco Ferretti, con tutte le sue contraddizioni di uomo che è stato punk e al contempo filosovietico, comunista e cattolico, tradizionalista e ribelle. Indefinibile. O forse definibile solo come partigiano, come uomo che cerca una parte in cui schierarsi, una “occasione” per cui valga la pena “stramazzare”.

Linea gotica termina, com’è giusto, con un altro capolavoro: la mesmerica Irata. L’organo di Magnelli e le chitarre di Zamboni e Canali stendono il tappeto sonoro su cui Ferretti pone i suoi versi con voce lamentosa:

“l’incombere umorale degli affetti del sangue

l’incombere umorale delle idee delle istanze

l’insolente promessa sciocca vacua solenne di bastare a sé

non tornerò mai dov’ero già

non tornerò mai a prima mai…”

Ancora una volta, a metà canzone cambia la melodia e il ritmo, le chitarre esplodono e una voce sprezzante declama più volte, come se recitasse un mantra a volume sempre maggiore:

“…ad onta di ogni strenua decisione o voto contrario mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento di cui non so parlare né so fare domande…”

Il disco finisce con la sola voce di Ferretti che recita “mi trovo imbarazzato sorpreso ferito per una irata sensazione di peggioramento”.

Si apprende dalle note sul libretto dei testi che il “mantra” è una citazione di Pasolini. Scrive Ferretti in chiusura: “per come va il nostro mondo tutti quelli che denunciano ed evidenziano il degrado umano contribuiscono, malgrado loro, ad aumentarlo. E questo ‘malgrado’ è tutto ciò che resta alla nostra buona coscienza.”

Che cosa rimane oggi della nostra buona coscienza?

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