SU PETER HAMMILL
(In occasione del Premio Tenco alla carriera recentemente dato a questo secondo me straordinario musicista, pubblico questo mio pezzo a lui dedicato già apparso ad agosto su Kinglear.)
Questa è la succinta storia (una inframuscolo) di un autorinnegato del rock. Di un uomo che ha inventato il “progressive” britannico, ne è stato una delle icone per una brevissima stagione e poi si è subito buttato a fare altro, anticipando il punk e la new wave e sperimentando la sua musica da camera con album anticommerciali usciti quasi a cadenza annuale fino a oggi. Come si dice, un artista di culto.
Peter Hammill nasce 55 anni fa a Ealing. Temperamento umbratile, fonda nel 67 il gruppo dei Van der Graaf Generator dopo aver scritto già per suo conto una novantina di canzoni fino a quel momento ovviamente inedite. I VdGG sono sicuramente stati il miglior gruppo di progressive rock britannico. Se nello stesso periodo i Genesis di Peter Gabriel assurgevano a fama mondiale mischiando glam e richiami medievaleggianti con arrangiamenti raffinati, i VdGG di Hammill (voce e autore di tutti i pezzi del gruppo) cantano l’ossessione intima, la disperazione dell’uomo moderno troppo piccolo scaraventato in un mondocane troppo grande. Dotato di una vocalità eccezionale capace di spaziare su almeno 3 ottave, il canto rarefatto e spesso glaciale di Hammill diventa spesso grido disperato, urlo spaziale, gorgheggio horror, espressione di una Weltschmerz che a volte sfocia nella Todeslust - ma proveniente da marchio registrato rigorosamente Made in England. Da un punto di vista musicale il gruppo offre all’ascoltatore di buona volontà una congerie di suoni spesso distorti, un jazz-rock martoriato da progressioni allucinate e pause psicotiche percorse dal canto da lupo ovviamente solitario del cantante e leader, con la batteria lucida e precisa di Guy Evans , il sax carognesco di David Jackson e l’organo elettrico e galattico di Hugh Banton. Gli arrangiamenti sono quasi sbracati, niente leccature genesisiane o orchestrazioni sopra le righe (ovviamente del pentagramma) tipiche degli Yes.
Il capolavoro è “Pawn Hearts”, del 71, composto di 4 “sinfonie brevi” di cui A Plague of Lighthouse Keepers è forse la migliore composizione in assoluto dei VdGG: rumori di navi in partenza (o in arrivo?) cacofonie, jazz-rock martoriante, voce stentorea da penitente che sfocia in urlo graffiante, pause da “oratorio”, rifiatare melodico, inserti nel cabaret, atmosfera d’insieme cupa e allucinata, sofferenza, angoscia, tipica sensazione d’annegamento, miraggi… Ottimo come ansiolitico per gli ottimi e abbondanti fan di Britney Spears, insomma.
Parallelamente PH manda avanti, anche qui senza compromessi, una difficile carriera solista. Nel 76 è in Canada come supporter dei Genesis, mentre ha da non molto ricostituito i VdGG dopo uno scioglimento durato 4 anni. Con il gruppo realizza altri tre dischi fino al 78, il migliore dei quali è senz’altro “The Quiet Zone /The Pleasure Dome”, nel quale il sound te spacca (come il groove del Piotta…) senza mezzi termini, diventando più secco, e le suites diventano canzoni prolungate di massimo 7 minuti che in qualche modo anticipano la new wave. (Ottimo a questo proposito il rock energetico di The Sphinx in the Face). Dopo un bell’album dal vivo secco e cattivo (“Vital”), registrato al celebre Marquee di Londra, il gruppo si scoglie definitivamente nel 78 anche a causa dello scarso numero di copie vendute.
Il capolavoro solista del periodo 70 è forse “In Camera”, (1974) disco effettivamente realizzato nella casa del musicista; il clima del disco è di follia pura, un pandemonio di rock duro, grezzo, disperazione e gran finale con Gog/Magog, composizione rock originalissima che poi sfocia in svariati minuti di rumori ossessivi ma allo stesso modo musicali che si ripercuotono con ossessività fino all’esasperazione dell’ascoltatore…
Hammill è un musicista estremamente versatile. La sua vastissima ed eterogenea produzione solista comprende anche molte ballads intimiste, vere e proprie canzoni da “crooner” per voce e piano solo come nello splendido “As Close as This” del 1986, e struggenti pezzi sentimentali come in “Over”, 1976, disco dolcemente straziante. Melodico e struggente a volte, ringhiante fino al “fuck you” altre volte. Ammiratore incondizionato di Jimi Hendrix. Protopunk (come in un altro disco fondamentale, “Nadir’s Big Chance”, 1975) e qualche tempo dopo simil-disco. Ma niente paraculaggini copiaincolla alla David Bowie: questo qui è un musicista agli antipodi dei poseurs, anche se non gli è mai dispiaciuto, talvolta, gigioneggiare; ma con una certa ironia. Niente stadi in cui esibirsi; a Milano però lo ospitò il Conservatorio. Altro gran disco è a mio parere “A Black Box” del 1980, pezzi elettronici tra Brian Eno e il Peter Gabriel di quei tempi (col quale PH collaborerà alle backing vocals nella superhit Shock The Monkeys) comprendente la suite di 20 minuti Flight, che forse è il pezzo che meglio di molti altri riassume tutta la versatile arte del cantante compositore polistrumentista: elettronica, cori sovraincisi rigorosamente da sé stesso, rock duro, sballamenti enfatici, momenti di ironica follia, lunghi attimi di “down”, episodi da opera alla Purcell. Tra gli strumenti che Hammill solitamente suona c’è anche la chitarra acustica, per dare non di rado una venatura folk al suo pot-pourri sonoro di eccentrico gentiluomo di campagna inglese.
Tipo schivo e ormai padre di famiglia di mezza età, borghese gentiluomo di vasta cultura, PH sfoga ancora il probabile dolore causatogli da un’educazione gesuitica in versi che, quando non si richiamano alla magia nera, alla fantascienza, al mito, all’horror di derivazione Edgar Allan Poe (memorabile la sua rock-opera “The Fall of House of Usher”, 1990) trattano di amori disperati e incidenti stradali, trasvolate aviolinee da panico, visioni da camera oscura e da camera da letto da motel e ritratti (bellissimo quello dell’attore shakesperiano in After the show- “dove vanno gli attori dopo lo spettacolo?” si chiede il Nostro con leggera inquietudine- pezzo di trent’anni fa che sembra scritto quasi l’altro ieri). Un portatore sano (?) d’ansia, uno non proprio per tutti i gusti. Anzi. Uno che in un certo senso ti mette alla prova. E anche un “allegrone”, si potrebbe ironicamente commentare da queste poche righe. Ma anche un autoironico, un romantico, un fuori di testa a prescindere. Semisconosciuto in patria ma apprezzato da una dura e pura schiera di fan in alcuni paesi europei, in Australia, in Giappone, in USA. Uscito dall’industria alla fine degli anni 70, produttore e discografico indipendente di sé stesso con l’etichetta “Fie!”. Uno dei primi a produrre la sua musica praticamente in casa propria, in analogico, molto prima che l’autoproduzione casalinga – grazie all’elettronica- diventasse prassi consolidata. Nonostante un infarto da fumatore accanito occorsogli nel dicembre scorso a registrazione appena conclusa del suo 49mo album, “Incoherence”, Hammill continua imperterrito a comporre e – come ormai da quasi trent’anni – ad autoprodurre con non sempre brillantissimi risultati ma in ogni caso con grande impegno la sua musica per nulla catalogabile e sempre personalissima. Senza compromessi, come fin dall’inizio. Un’eterna promessa. O una promessa eterna.
Il suo sito è www. sofasound.com - tra i miei link sotto la voce Peter Hammill.