LINEA GOTICA, PRIMO LATO:LA CITTA’ TREMA COME CREATURA
(Inizia oggi una serie di tre puntate sui CSI-PGR, gruppo italiano estremamente significativo guidato da Giovanni Lindo Ferretti- nella foto-. Buona lettura.M.U.)
Nell’ambito della musica rock d’autore italiana si aggira da qualche anno un gruppo di reduci, di sopravvissuti: i PGR, o, per esteso, i Per Grazia Ricevuta. Un nome, un programma. Si tratta di Giovanni Lindo Ferretti, voce e autore dei testi, Gianni Maroccolo, bassista, e Giorgio Canali, chitarrista e autore delle musiche con Maroccolo. Sono musicisti che hanno segnato il rock italiano fin dai primi anni Ottanta, militando in gruppi come i CCCP Fedeli alla Linea, i Litfiba e il Consorzio Suonatori Indipendenti.
Questa estate è uscito il secondo disco dei PGR, D’anime e d’animali. Un gran bel disco rock, immediato, senza fronzoli, e al di sopra della media dei prodotti italiani grazie alla voce e ai testi di Ferretti.
Ma non è di questo album che voglio parlare, per ora, bensì del suo precursore “ideologico”, che io individuo in Linea gotica, disco del Consorzio Suonatori Indipendenti del 1996. E’ da qui che bisogna partire per capire l’evoluzione del Ferretti-pensiero e l’importanza di questo gruppo per la cultura musicale italiana. Inoltre, per quanto può contare la mia opinione, ritengo questo album il più bel disco rock d’autore degli anni Novanta; lo affermo per la qualità delle soluzioni melodiche, degli arrangiamenti e dei suoni, ossessivi e paranoici, che insieme alla voce salmodiante di Ferretti, e alla pregnanza dei suoi versi, fanno di quest’opera un unicum nel panorama musicale italiano.
La scrittura di Ferretti è diversa da quella dei cantautori, e in questo disco si compenetra perfettamente con la trama sonora, ne è la sua verbalizzazione. È per questo che analizzando i testi delle canzoni di Linea gotica spero di darvi un’idea dell’atmosfera che regna nell’album, che inizia con una canzone manifesto, Cupe vampe. Ferretti canta il rogo della biblioteca di Sarajevo, la cui immagine rielaborata è stampata sulla copertina dell’album.
“di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
livida trema
brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano
che gli ebrei sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna
s’alzano i roghi al cielo
s’alzano i roghi in cupe vampe
brucia la biblioteca degli slavi del sud, europei dei Balcani
bruciano i libri
possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri
s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe…
di colpo si fa notte
s’incunea crudo il freddo
la città trema
come creatura”
A questo punto la melodia si ferma e inizia un crescendo, scandito da un violino psicotico, in cui Ferretti ne ha per tutti:
“cupe vampe livide stanze
occhio cecchino etnico assassino
alto il sole: sete e sudore
piena la luna: nessuna fortuna
ci fotte la guerra che armi non ha
ci fotte la pace che ammazza qua e là
ci fottono i preti i pope i mullah
l’ONU, la NATO, la civiltà
bella la vita dentro un catino
bersaglio mobile d’ogni cecchino
bella la vita a Sarajevo città
questa è la favola della viltà”
A fine canzone si resta senza fiato. Un capolavoro assoluto, la più bella canzone italiana che io abbia sentito finora. Nella seconda traccia, Sogni e sintomi, Ferretti evoca istinti primordiali che ci legano inesorabilmente al mondo animale:
“del bisogno d’essere scaldato, d’essere nutrito
del bisogno nostro d’essere consolati
frutto di un’innocenza remota
imbastardita
stretta di carne accattivante…
come un animale che sa cos’è il dolore
guardo il mondo con occhio lineare
come un animale nel tempo di morire
cerco un posto che non si può trovare…”
La musica minimalista, sorretta da un basso granitico, nasconde un’energia implosa che sa di punk, e che solo nel finale viene sviscerata. È un altro capolavoro, meno prorompente, più sofferto del primo.
Dopo due canzoni che tolgono il respiro, arriva una lunga ballata, che permette di prendere ossigeno: si tratta di E ti vengo a cercare di Battiato, che onora i CSI cantando l’ultima strofa.
“questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà”
declama Ferretti con il tono ieratico che gli è proprio, e pare che il testo sia suo. Rispetto all’originale di Battiato i tempi sono dilatati, e il suono è reso più lugubre dalle chitarre distorte che pare non finiscano mai. Impreziosisce il pezzo la voce bellissima, limpida, di Ginevra di Marco, la corista del gruppo.
Il quarto pezzo, Esco, si assesta su ritmi lenti da ballata, e con la sua ossessività inizia a mettere a dura prova l’ascoltatore poco motivato. Il suono alla Pink Floyd, ruvido e ripetitivo, rischia di distrarre dalla bellezza ermetica del testo, che riporto interamente:
“memoria parla consolante
succedono le età
succedono le età – meravigliose
che non c’è età assoluta
altro vi fu e sarà e quanto
e in quale forma
qui la luce si ritrae
e l’aria è satura dall’eco di lamenti
scorteccio le parole
aride schegge adatte al fuoco
è l’instabilità che ci fa saldi ormai
negli sgretolamenti quotidiani”
Cambia il ritmo nella quinta canzone, Blu, che alterna momenti languidi a accelerazioni angosciose; il testo rimanda a presagi di confusione e sofferenza, che sfociano in un finale inaspettatamente ottimista:
“alimentare catena implacabile
pause tranquille atte alla digestione
intransigenze mute
rabbiose devozioni
ho dato al mio dolore
la forma di parole abusate
che mi prometto di non pronunciare mai più
ho dato al mio dolore la forma di abusate parole
lasciando perdere attese e ritorni
ho aperto gli occhi dall’orlo increspato
ho visto l’alba blu”
Ancora una volta le immagini evocate dalle parole scolpiscono il ritmo della musica, e la fanno penetrare nelle viscere di chi ascolta. È il terzo capolavoro. E non è finita.