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November 19, 2004

LINEA GOTICA, PRIMO LATO:LA CITTA’ TREMA COME CREATURA

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 4:15 pm

di Lorenzo Galbiati

 

(Inizia oggi una serie di tre puntate sui CSI-PGR, gruppo italiano estremamente significativo guidato da Giovanni Lindo Ferretti- nella foto-. Buona lettura.M.U.)

 

Nell’ambito della musica rock d’autore italiana si aggira da qualche anno un gruppo di reduci, di sopravvissuti: i PGR, o, per esteso, i Per Grazia Ricevuta. Un nome, un programma. Si tratta di Giovanni Lindo Ferretti, voce e autore dei testi, Gianni Maroccolo, bassista, e Giorgio Canali, chitarrista e autore delle musiche con Maroccolo. Sono musicisti che hanno segnato il rock italiano fin dai primi anni Ottanta, militando in gruppi come i CCCP Fedeli alla Linea, i Litfiba e il Consorzio Suonatori Indipendenti.

Questa estate è uscito il secondo disco dei PGR, D’anime e d’animali. Un gran bel disco rock, immediato, senza fronzoli, e al di sopra della media dei prodotti italiani grazie alla voce e ai testi di Ferretti.

Ma non è di questo album che voglio parlare, per ora, bensì del suo precursore “ideologico”, che io individuo in Linea gotica, disco del Consorzio Suonatori Indipendenti del 1996. E’ da qui che bisogna partire per capire l’evoluzione del Ferretti-pensiero e l’importanza di questo gruppo per la cultura musicale italiana. Inoltre, per quanto può contare la mia opinione, ritengo questo album il più bel disco rock d’autore degli anni Novanta; lo affermo per la qualità delle soluzioni melodiche, degli arrangiamenti e dei suoni, ossessivi e paranoici, che insieme alla voce salmodiante di Ferretti, e alla pregnanza dei suoi versi, fanno di quest’opera un unicum nel panorama musicale italiano.

La scrittura di Ferretti è diversa da quella dei cantautori, e in questo disco si compenetra perfettamente con la trama sonora, ne è la sua verbalizzazione. È per questo che analizzando i testi delle canzoni di Linea gotica spero di darvi un’idea dell’atmosfera che regna nell’album, che inizia con una canzone manifesto, Cupe vampe. Ferretti canta il rogo della biblioteca di Sarajevo, la cui immagine rielaborata è stampata sulla copertina dell’album.

“di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

livida trema

brucia la biblioteca i libri scritti e ricopiati a mano

che gli ebrei sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna

s’alzano i roghi al cielo

s’alzano i roghi in cupe vampe

brucia la biblioteca degli slavi del sud, europei dei Balcani

bruciano i libri

possibili percorsi, le mappe, le memorie, l’aiuto degli altri

s’alzano gli occhi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe…

di colpo si fa notte

s’incunea crudo il freddo

la città trema

come creatura”

A questo punto la melodia si ferma e inizia un crescendo, scandito da un violino psicotico, in cui Ferretti ne ha per tutti:

“cupe vampe livide stanze

occhio cecchino etnico assassino

alto il sole: sete e sudore

piena la luna: nessuna fortuna

ci fotte la guerra che armi non ha

ci fotte la pace che ammazza qua e là

ci fottono i preti i pope i mullah

l’ONU, la NATO, la civiltà

bella la vita dentro un catino

bersaglio mobile d’ogni cecchino

bella la vita a Sarajevo città

questa è la favola della viltà”

A fine canzone si resta senza fiato. Un capolavoro assoluto, la più bella canzone italiana che io abbia sentito finora. Nella seconda traccia, Sogni e sintomi, Ferretti evoca istinti primordiali che ci legano inesorabilmente al mondo animale:

“del bisogno d’essere scaldato, d’essere nutrito

del bisogno nostro d’essere consolati

frutto di un’innocenza remota

imbastardita

stretta di carne accattivante…

come un animale che sa cos’è il dolore

guardo il mondo con occhio lineare

come un animale nel tempo di morire

cerco un posto che non si può trovare…”

La musica minimalista, sorretta da un basso granitico, nasconde un’energia implosa che sa di punk, e che solo nel finale viene sviscerata. È un altro capolavoro, meno prorompente, più sofferto del primo.

Dopo due canzoni che tolgono il respiro, arriva una lunga ballata, che permette di prendere ossigeno: si tratta di E ti vengo a cercare di Battiato, che onora i CSI cantando l’ultima strofa.

“questo secolo oramai alla fine

saturo di parassiti senza dignità

mi spinge solo ad essere migliore

con più volontà”

declama Ferretti con il tono ieratico che gli è proprio, e pare che il testo sia suo. Rispetto all’originale di Battiato i tempi sono dilatati, e il suono è reso più lugubre dalle chitarre distorte che pare non finiscano mai. Impreziosisce il pezzo la voce bellissima, limpida, di Ginevra di Marco, la corista del gruppo.

Il quarto pezzo, Esco, si assesta su ritmi lenti da ballata, e con la sua ossessività inizia a mettere a dura prova l’ascoltatore poco motivato. Il suono alla Pink Floyd, ruvido e ripetitivo, rischia di distrarre dalla bellezza ermetica del testo, che riporto interamente:

“memoria parla consolante

succedono le età

succedono le età – meravigliose

che non c’è età assoluta

altro vi fu e sarà e quanto

e in quale forma

qui la luce si ritrae

e l’aria è satura dall’eco di lamenti

scorteccio le parole

aride schegge adatte al fuoco

è l’instabilità che ci fa saldi ormai

negli sgretolamenti quotidiani”

Cambia il ritmo nella quinta canzone, Blu, che alterna momenti languidi a accelerazioni angosciose; il testo rimanda a presagi di confusione e sofferenza, che sfociano in un finale inaspettatamente ottimista:

“alimentare catena implacabile

pause tranquille atte alla digestione

intransigenze mute

rabbiose devozioni

ho dato al mio dolore

la forma di parole abusate

che mi prometto di non pronunciare mai più

ho dato al mio dolore la forma di abusate parole

lasciando perdere attese e ritorni

ho aperto gli occhi dall’orlo increspato

ho visto l’alba blu”

Ancora una volta le immagini evocate dalle parole scolpiscono il ritmo della musica, e la fanno penetrare nelle viscere di chi ascolta. È il terzo capolavoro. E non è finita.

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