The FK experience

November 18, 2004

CRONACA DI UN LICENZIAMENTO ANNUNCIATO

Filed under: Blog — Franz Krauspenhaar @ 12:56 pm

di Elio Paoloni

 

(Ricevo e pubblico questo pezzo, già uscito il 9 Novembre su "Stilos". Una recensione che a mio avviso puo’ essere un ottimo spunto di riflessione su di un mondo che -bene o male- ci riguarda tutti: quello che lavoro. M.U.)

 

O, più propriamente, di una mancata riconferma. Ma niente ha più lo stesso nome, in fabbrica, e più schifoso è un compito, più alte sono le probabilità che sia descritto in inglese, o in aziendese. Questo libro Feltrinelli di Francesco Dezio, "Nicola Rubino è entrato in fabbrica", si inserisce in un genere nuovamente frequentato: il romanzo sul mondo del lavoro, una boccata d’aria fresca in un panorama di educazioni sentimentali sempre più giovanili e memorialistica di letterati sempre più anziani. Chi voleva più realtà, più presente e, soprattutto, meno librume, è servito. Questi scrittori non danno l’impressione di aver letto tutti i libri, non sono interessati a problematiche letterarie e se pure il linguaggio riesce sperimentale, non puzza di tavolino, di trasgressione estetizzante, di riflessione sulle possibilità della lingua: l’espressionismo nasce da un groppo esistenziale, da un confronto con le materie prime, dalle pause - temporalmente brevi, neuronalmente eterne - tra una torsione del metacarpo e un’altra. Spiazzante ed efficace, ad esempio, il finale di questo libro.

Naturale che, insieme agli ipereufemistici anglismi delle flautate esortazioni manageriali, Dezio adotti deformazioni dialettali (se non ve ne fossero il racconto perderebbe credibilità). Ma, come in troppi romanzi meridionali, si eccede nel disseminare termini incomprensibili marchiati dall’abominevole asterisco di rimando a piè pagina.

Sono fioccati i riferimenti ai - non molti - romanzi di fabbrica del passato, oltre che a quelli recenti ( La dismissione, Pausa Caffè). Per l’altamurano Dezio il confronto obbligato è con Tommaso Di Ciaula, anche lui del barese: negli anni ’70 Tuta blu, altro percorso infernale in una fabbrica pugliese, fu una meteora, nel mondo letterario e anche nella bibliografia dell’autore, assai scarna. Si fanno confronti tra i due mondi, ancor più obbligati per la circostanza che il pluritradotto Tuta Blu, ristampato recentemente da Zambon, era stato edito proprio da Feltrinelli. Lì si descriveva la frattura tra il mondo contadino e quello industriale, affioravano momenti bucolici che Dezio non condividerebbe (lui nel tempo libero si spara gli Einstuzende Neubauten).Ma gli accostamenti li fanno i critici,  che Dezio non ha tempo per questi giochetti. Di Ciaula, Volponi, Balestrini (ai quali comunque preferisce Easton Ellis) li ha letti dopo. Prima è stato occupato con la puzza, il rumore, il caldo e la fatica, che pare siano sempre gli stessi, come i veleni che ti squagliano la pelle (tanto per cominciare) senza che il medico di fabbrica (distratto come quello del Memoriale di Volponi) riesca ad accorgersene. La cosa più sorprendente, nel mondo postfordista della smaterializzazione del lavoro, è che le funzioni manuali ripetitive, ossessive, sono sempre lì, ineliminabili, almeno non del tutto eliminabili. Alla faccia del “nuovo” lavoro, soft, creativo e ipertecnologico.

Dezio monta uno spaccato di quest’inferno. I gironi attraversati dal mobbizzato sono vividi (la vividezza del visionario - dell’artista visuale che Dezio vorrebbe tornare a essere - non del realista) le sequenze gestuali sembra di compierle, avvertiamo lo spasimo dei tendini. C’è pure una variante internettica e pedante, inutilmente esaustiva, dell’ unpezzounculo, work-song dell’indimenticabile Lulù de La classe operaia va in paradiso. E ci sono accostamenti risaputi, anche se attualizzati: vedi gli operai senza nome identificati dal numero di matricola e parificati a macchine. A cambiare è la colonna sonora, quindi la lingua.

Dezio è incazzato, lo dichiara anche in postfazione: non solo gli operai continuano a venir massacrati, ma si sono incanagliti e il sindacato ha meno spazio (la classe operaia è andata in pensione). Questo atteggiamento, che Andrea Di Consoli, apprezzando, definisce la "maleducazione collerica della classe operaia di ieri e di oggi" è funzionale al pamphlet, al grottesco che inevitabilmente ammanta capi e capetti. Ma rende anche impraticabile la strada del romanzo di spessore. Non ci sono mezzi toni, non c’è l’ambiguità del reale, non c’è uno sguardo dall’alto, da fuori. Non c’è spazio per un’idea del mondo del lavoro (del mondo, semplicemente) più somigliante a quello che quasi sempre si rivela: un limbo, a volte un purgatorio.

Divorzio annunziato, si diceva. "Non sono un operaio che scrive- dice  Dezio sulle differenze col conterraneo Di Ciaula -sono un narratore che è capitato in fabbrica."  E il protagonista, appunto, odia la fabbrica "a prescindere": la fissa “ muto, distante, inerte” prima ancora dell’assunzione. Nella " cascata delle coordinate, nelle oscillazioni elettroscopiche" del pannello dei comandi, nel " tornado acido di intrugli chimici sbatacchiati, nel furibondo vortice di liquame biancogiallastro che travolge la zozzosa ferraglia impestata”, Dezio-Rubino vede solo “il caos”. Nella vita dell’operaio “normale” Gesualdo, uno a tempo indeterminato, cioè approdato a quella tranquillità cui il protagonista e i suoi compagni del corso dovrebbero aspirare, vede un inferno ancora peggiore. In un solo brano un operatore viene descritto in maniera neutra se non positiva: " tutto preso dalla sequenza, in pilota automatico ed estasi ginnica sublimata, mano però gentile, volenterosa, ferma quando c’è da esser fermi, possente quando c’è da assestare la stoccata, il colpo preciso, diretto, infallibile”. Ma immediatamente, quasi pentito, Dezio lo paragona a un manichino da crash-test, lo chiama Robocop. E una sola volta Rubino ha un soprassalto d’orgoglio: “ innesta la quinta e si mangia in blocco il carico dei pezzi" unicamente per umiliare un compagno che voleva fare il furbo.

A fare gli psicologi, insomma, siamo di fronte a un ribelle di professione che nell’esclusione finale cerca la riconferma della stronzaggine del mondo.

Sarebbe insultante chiedere ai mille Rubino di aver fede nelle magnifiche mission e progressive della classe manageriale. Niente è accettabile quando proviene da chi continua a maramaldeggiare sulla più ricattabile delle forze lavoro occidentali, quella del nostro meridione. Eppure il Lorenzo che salvò Primo Levi, faceva il suo lavoro con precisione, con puntiglio, persino sotto i nazisti. " Amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra".

Quando l’Italia si meriterà un libro sul lavoro che prenda le mosse da La chiave a stella, invece che da Memoriale?

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