LA FOTO IN BAGNO
di Cristiano Prakash
(Eccovi un nuovo racconto in esclusiva di Prakash. Buona lettura. M.U.)
Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa lo tediava assillante.
Nella luce artificiale del bagno stava in piedi davanti allo specchio sforzandosi di credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al suo viso.
Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica: uguale ma rarefatta, precisa ma simbolica; lo specchio, simbolo muto di fantasie per ogni età.
Da sempre.
Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei genitori posta in un quadretto con cornice marron scuro, spessa e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.
Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.
Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che attirava invidia e disegnava passioni segrete e tormento.
Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.
Ogni giorno il suo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i suoi ricordi.
Non ricordava perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo della madre, vera artefice del riuscito stile di quella bella e antica casa che lui aveva ereditato e volentieri continuato ad abitare.
Da sempre, infatti, la foto apparteneva alla sua vita mnemonica interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnarlo nei suoi giorni.
Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei suoi; dopo un paio d’anni, lui sarebbe venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.
Distolse lo sguardo focalizzandolo su di sé; pensava al mistero della natura e ai miracoli della cosmesi moderna; dopo mezz’ora il suo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandolo ogni giorno.
Si contorceva in strane espressioni cercando minuziosamente dei segni sul suo volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.
Compiva questi gesti con le dita che tiravano la pelle: trasformavano i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quello scherzetto senza allegria.
Camminò fino a raggiungere la cucina.
In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva quel sottile dolore al capo.
Mentre faceva colazione pensava alla giornata a venire e a quella precedente. Riusciva a mettere in riga i pensieri con disciplina e , sempre attraverso questa pratica, riusciva a ricordare gli aspetti positivi e cancellare quelli negativi, quasi non fossero esistiti.
Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri direttamente governati dalla sua volontà.
Tornò in bagno per il tocco finale e si accorse che non riusciva a sostenere il proprio sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.
Non riusciva a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.
Si chiese se anche gli altri provavano lo stesso guardandolo negli occhi.
Pur facendo di tutto per riuscirci non poteva cacciare quel pensiero che lo tormentava.
Era pesante da portarsi appresso; significava dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, egli decantava con collaudata sicumera, la propria assoluta libertà di pensiero e d’espressione.
La scelta di come sentirsi gli pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.
La sua, almeno.
Poteva sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.
L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che esercitava con ossessionante solerzia e attenzione.
Il suo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, si smarriva sentendosi defraudato e spogliato di credibilità.
Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.
In questo spazio era vulnerabile e sentiva di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.
Ripensò ai propri rapporti intimi e ritrovò in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, il padre e la madre.
Entrambi per ragioni differenti; la mamma era dolcezza e verità; il papà intelligenza, come la sua, una generazione fa, suo modello involuto.
Sembravano immortali in quella foto.
Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.
Per un brevissimo istante cedette alla disperazione; sentiva che la differenza tra loro ed egli stesso, stava proprio nella naturalezza.
Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.
Cacciò furioso quei pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, come lui effettivamente era.
Smise di distrarsi e tornò al presente, concreto e impellente.
Pensò a come vestirsi quel giorno.
Pioveva e faceva freddo.
Si tuffò nell’armadio e si specchiò una volta vestito.
Ok, si và.
Una pastiglia per il mal di testa; doveva non stare male per stare bene.
Doveva cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.
Intendeva riappropriarsi quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.
Pensò per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.
Dimenticò il segreto dimenticato.
Anticipò il futuro subitaneo: vide chiaro come un film il suo successivo minuto di vita.
Si sarebbe avviato verso la macchina; al suo interno avrebbe acceso la radio e scordato l’imbarazzo.
Si sarebbe dato un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.
E così fece.
Prevedibile, sicuro.
Dimentico del mal di testa e della foto.